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Ischia: dalle attività agricole e marinare al loisir

Ischia, veduta con pescatori nel lago , Hacker, 1792, Caserta Reggia

Ischia, veduta con pescatori nel lago, Hacker, 1792, Caserta Reggia

di Maria Sirago

La feudalità di Ischia (dal Cinquecento al Settecento)

Costanza d’Avalos, nipote del Gran Camerlengo Iňico, nel 1503 aveva ottenuto da re Ferdinando il Cattolico la conferma del possesso di Ischia “in castellania” concesso al fratello Iňico e il feudo di Francavilla in Abruzzo con titolo ducale (poi trasformato in principesco da Carlo V, Mutini, 1964). I beni erano stati concessi a Costanza d’Avalos per il suo eroico comportamento nella strenua difesa dell’isola dopo la morte del fratello (1503) durante la guerra tra francesi e spagnoli.  La “castellania” era una speciale concessione in quanto sia Ischia che Procida, vicine alla Capitale e necessarie alla sua difesa, non potevano essere concesse in feudo: veniva concesso solo il castello al castellano (d’Avalos) che doveva provvedere a sue spese al pagamento del capitano e dei soldati di guardia al castello. I d’Avalos possedevano tutte le spiagge fino a mezzo miglio dalla riva da cui ricavavano i diritti di pesca e della “tonnara di San Pietro”, calata presso l’antico lago, e quella di Lacco Ameno (Sirago, 2003 e 2014). Riscuotevano anche diritti feudali sul “falangaggio” (approdo con falanghe o bitte), esatto dagli ischitani che approdavano con feluche e barche nel porto di Forio d’ Ischia, sulla “gabella di Ischia”, cioè sul vino e altri commestibili importati da Ischia soprattutto a Napoli (D’Ascia, 1867, pp. 81 ss.; Di Lustro, 2003).  

A metà Settecento, dopo un lungo contenzioso per l’eredità, i beni furono incorporati nel patrimonio allodiale, o personale, di Carlo di Borbone che concesse agli isolani i diritti sulle tonnare, affittate annualmente, e utilizzò il territorio come sito reale di pesca e caccia, come aveva fatto per Procida. In particolare, pescava “le chiocciole” nel cosiddetto lago, utilizzato a metà Ottocento per costruire il porto (Sirago, 2023). Dopo la promulgazione della legge eversiva della feudalità, nel 1806, i diritti furono incorporati tra i beni dell’isola.

Fig. 2 Gozzo sorrentino, Marc H. Bayard, 1832

Gozzo sorrentino, Marc H. Bayard, 1832

La marineria e la pesca

Gli ischitani, rispetto ai procidani, erano meno esperti nella marineria per cui si dedicavano soprattutto all’agricoltura e tra Cinquecento e Seicento praticavano una pesca di sussistenza con piccole imbarcazioni da pesca, gozzi feluche e tartane, utilizzate anche per il commercio di cabotaggio per trasportare merci nella Capitale, in particolare il vino, prodotto in abbondanza (Dalbono, 1853; D’Ascia, 1867).

L’isola di Ischia era divisa in vari “villaggi”, divenuti comuni ai primi dell’800. Anticamente il centro principale era il Borgo di Celso (odierna Ischia Ponte), un “Borgo Marinaro”, presso il Castello dove vi erano due spiagge, una dei pescatori e una dei marinai che avevano costruito nel XVI secolo la Cappella dello Spirito Santo e la congregazione dei padroni di barche pescherecce a Santa Maria di Costantinopoli (Sirago, 2013 e 2022),

Fig. 3 Feluca sec. XVIII

Feluca sec. XVIII

Nel 1727 si contavano 23 padroni di barche mercantili e da pesca e 24 imbarcazioni dello stesso tipo a cui erano addetti 102 marinai. Nella Statistica murattiana del 1809 erano registrati 252 marinai abitanti a Ischia, Forio e Panza. Dopo la Restaurazione (1815), grazie alle leggi volte a incrementare la marina mercantile, si ebbe un ulteriore aumento: nel 1838 in tutta l’isola si contavano 160 imbarcazioni di cui 143 da pesca (Sirago, 2004).

Fig. 4 Tartana napoletana,

Tartana napoletana

Dopo la costruzione del porto (1854), voluto da re Ferdinando II, che amava “villeggiare” nell’isola (Minervini, 1954), si ebbe un ulteriore incremento delle attività mercantili: nel 1857 si calcolavano 137 imbarcazioni, di piccola dimensione, una martingana (da trasporto), 13 paranzelli, usati in coppia per la pesca a strascico, 16 barche, 62 gozzi, a cui si dovevano aggiungere 8 paranzelli della spiaggia di Sant’Angelo. Ma Giuseppe D’Ascia sottolineava che l’attività principale era quella agricola, a differenza dei vicini procidani, a cui si associava quella stagionale della pesca; per lui, infatti, i segni del blasone ischitano erano “il Remo e la Zappa”, per cui auspicava che si costituissero delle società, come nella vicina Procida, per incrementare il settore marittimo (III:.61). Pian piano l’attività peschereccia era andata scemando a favore di quella mercantile visto che gli ischitani erano dediti in maggior parte al rifornimento della capitale, dove esportavano soprattutto il vino. E la stessa tonnara venne dismessa dopo l’apertura del porto (D’Ascia, IV: 81 ss).

Fig. 5 Francesco Mancini, inaugurazione del porto di Ischia, 1854

Francesco Mancini, inaugurazione del porto di Ischia, 1854

A partire dal secondo Ottocento si sviluppò un ceto marinaro che commerciava con i brigantini a vela. Una testimonianza è data dagli ex voto (quadri dipinti per ringraziamento dallo scampato naufragio) presenti nella sacrestia della chiesa di Santa Restituta in Lacco Ameno. In uno di questi, firmato da Giuseppe La Franca, del 1924, è rappresentato il naufragio del veliero Quirinale, un brigantino a palo di 461 tonnellate di stazza lorda, costruito nel 1871 dai fratelli Cadenaccio di Sestri Ponente, posseduto nel 1899 da Salvatore Mazzella di Stelletto. Il brigantino naufragò nel 1900 nei pressi di Villeroi, a tre miglia da Cette (Sète), nel Sud della Francia: degli 11 componenti dell’equipaggio si salvarono solo tre marinai ischitani che poi commissionarono il quadro dove era rappresentato l’evento svoltosi sotto lo sguardo di Santa Restituta, che li aveva salvati. Bisogna però osservare che il capitano, il secondo ufficiale, il nostromo e due marinai erano procidani mentre gli altri marinai e due mozzi erano ischitani, il che dimostra l’antica perizia nautica procidana rispetto a quella ischitana (Iacono, 2025).  

Il borgo di Forio aveva un porticciolo dove ai primi del Cinquecento i pescatori avevano fatto costruire la chiesa della Madonna del Soccorso e avevano fondato una congregazione dei “padroni di barche pescherecce” e un “Monte” di “Pescatori cannucciari” (con canna, amo e lenze) e di “Padroni di gozzi, barche pescherecce e feluche di viaggio”, che aveva ottenuto il regio assenso nel 1722, riconfermato nel 1757. Secondo gli statuti nel 1634 i padroni di barca dovevano versare mezzo quarto per ogni viaggio, nel 1722 un quarto e nel 1789 15 ducati annui. Inoltre, per il riscatto dai corsari si pagavano 100 ducati per padrone e 50 per il marinaio (Sirago, 2013 e 2022).

Fig. 6 Forio, il Torrione e la Chiesa del Soccorso, acquerello originale di G. Ospitali

Forio, il Torrione e la Chiesa del Soccorso, acquerello originale di G. Ospitali

Nel 1737 vi erano 24 marinai e pescatori, 33 “guzzi (gozzi)grandi” con 122 marinai, 2 padroni di feluche da traffico con 12 marinai, il che mostra quanto fosse esiguo il comparto della pesca, esercitato probabilmente in modo stagionale, con imbarcazioni usate sia per i trasporti che per la pesca. Nel 1809 nel borgo, diventato capoluogo di circondario, vi erano circa 5500 abitanti di cui 252 marinai e pescatori (compresi i pochi di Ischia, e Panza). Dopo la Restaurazione si registrò un incremento delle imbarcazioni: nel 1838 se ne contavano 68 di piccole dimensioni, impiegate per la pesca, di cui 16 costruite in loco (Sirago, 2004). Dopo l’Unità la situazione sembrò migliorare: nel 1857 si contavano un mistico (imbarcazione da trasporto), 19 paranzelli e 20 barche, numero rimasto immutato nel 1867 (solo il mistico era stato sostituito da uno “scunner”) e dieci anni dopo 23 gozzi da pesca. Ma Giovanni D’Ascia osservava che tra i 6550 abitanti vi erano solo pochi poveri pescatori privi di mezzi per acquistare reti, dediti solo alla pesca con l’amo, mentre i mari dell’isola venivano utilizzati con profitto dai pescatori procidani, puteolani e napoletani (luciani e chiaiesi) in possesso di barche ed attrezzature idonee (D’Ascia, 1867, III: 63 ss., IV, pp. 45 ss.).

Vi erano poi i Casali di Casamicciola e Lacco Ameno. A Lacco nel 1737 si contavano 8 padroni di barche da pesca e 24 marinai pescatori, 3 padroni di gozzi grandi con 14 marinai e 5 padroni di feluche da traffico con 24 marinai.  Invece a Casamicciola vi erano solo 7 padroni di gozzi grandi con 48 marinai e 9 padroni di feluche da traffico con 47 marinai ma non si contavano pescatori. Ai primi dell’Ottocento si registrò un aumento delle imbarcazioni: 275 a Lacco e 157 a Casamicciola, a cui si dovevano aggiungere 12 di Barano, 24 di Testaccio (alla marina dei Maronti) e 8 di Serrara Fontana (alla marina di Sant’Angelo). Ma nel 1838, in controtendenza, si registrò una certa flessione: si contavano infatti 60 imbarcazioni a Lacco, 48 a Casamicciola e 13 a Testaccio, quasi tutte addette alla pesca (Sirago, 2004). E nel 1857 se ne contavano 67 tra Lacco e Casamicciola, un “bovo” (da trasporto, 4 paranzelli, 20 barche, 26 gozzi, numero pressoché uguale nel 1867, poiché era stato dismesso solo il “bovo” (D’Ascia, 1897, III: 63). In realtà i due comuni nel corso dell’Ottocento avevano diversificato la loro attività. Lacco, insieme ad alcuni casali e ville, faceva parte della “Università del Terzo” e da metà Settecento possedeva una tonnara che dava molto lavoro agli abitanti. Ai primi dell’Ottocento divenne comune indipendente, sviluppando l’industria della pesca. Si contavano infatti 35 gozzi e 200 pescatori, di cui i più poveri usavano reti ed ami ed i più ricchi raccoglievano il pescato e lo rivendevano ma non potevano portarlo a Napoli (D’Ascia, 1867, IV: 46 ss.).

Fig. 7 Lacco, barche della tonnara (Silvestri, 2003)

Lacco, barche della tonnara (Silvestri, 2003)

Invece a Casamicciola, diventato comune autonomo ai primi dell’Ottocento, si era sviluppato il “turismo termale e balneare” per cui erano stati costruiti molti alberghi (Sirago, 2013); perciò gli abitanti si erano dati all’“industria delle acque”, oltre che alla lavorazione della creta; inoltre dal suo porto veniva esportato il vino prodotto sull’isola insieme ad altri alimenti (D’Ascia, 1867, IV: 61 ss).

Gli altri comuni di Barano e Testaccio erano montuosi, perciò vi erano molti agricoltori: ma nelle rispettive marine dei Maronti e di Sant’Angelo si esercitava un po’ di pesca di sussistenza ed alcuni pescatori di Barano annualmente si imbarcavano sulle feluche coralline di Torre del Greco che partivano per la Sardegna e l’Africa dove esercitavano la pesca del corallo. Inoltre, dalla metà del Settecento a Sant’Angelo si calava una tonnara, poi dismessa (D’Ascia, 1867, IV: 122 ss.).

Ponza, gouache, 1820

Ponza, Alessandro D’Anna, gouache, 1820

Le tonnare

Nel corso del Settecento le tonnare di Procida ed Ischia, sequestrate ai d’Avalos, furono reintegrate nel patrimonio della città ed affittate annualmente come quelle di Castellammare e Ponza, entrate nel patrimonio di Carlo come eredità farnesiana. Ad Ischia nel Settecento si calavano due tonnare, una a San Pietro, verso Ponte, concessa ai d’Avalos ai primi del Cinquecento e riconfermata nel 1533, ed una a Lacco, concessa alla città dai re aragonesi. Quella di San Pietro creava problemi ai pescatori del Borgo di Celsa che produssero numerosi ricorsi (Di Lustro, 2003); poi dopo la devoluzione del patrimonio d’Avalos fu inglobata nel patrimonio regio. Per calare la tonnara vi erano alcune imbarcazioni, “uno sciero” del valore di 480 ducati, un caporais, due barche di guardia, una musciara (tutte e tre costate 110 ducati) e due gozzi “da ricevimento” (che valevano 100 ducati ciascuno). Nel 1756 il borgo di Ischia pagò una transazione di 4000 ducati ed ottenne il possesso, ricavandone un cospicuo affitto annuale, che ai primi dell’Ottocento era di 4600 ducati. Durante il Decennio francese anch’essa risentì della crisi scaturita dall’occupazione di Capri e dal blocco continentale, per cui il 1811 ed il 1813 non fu affittata. Poi dal 1814 al 1825 venne fittata per 4000 ducati annui. Il canone comprendeva anche 15 cantara di tonni “pesati e salati sotto la loggia” (una delle pietre del pesce napoletane) pagati dal Comune 18 ducati il cantaro. 

Quella di Lacco, il cui canone di affitto era nella seconda metà del Settecento di circa 2500 ducati, arrivò ad oltre 4000 ducati agli inizi del Decennio francese, quando subì una crisi simile a quella di San Pietro per cui fu affittata a soli 500 ducati annui; ma dopo la Restaurazione riprese ad essere produttiva, per cui il fitto arrivò a 4000-5000 ducati. Pochi anni dopo, nel 1831, fu proposto di calare una tonnara anche nei mari di Sant’Angelo, i Maronti, ma la proposta non fu concretizzata. Verso il 1840, dopo accurate indagini, si stabilì che le due tonnare erano di Ischia e degli altri casali esistenti nell’isola, Forio, Casamicciola, Barano, Testaccio, Serrara Fontana, secondo il provvedimento regio del 1754, quando si era deciso di far pagare una transazione. Ma la questione si trascinò fino alla fine dell’Ottocento, anche se Lacco doveva pagare un canone alle altre terre. A fine Ottocento era in funzione quella di Lacco (D’Ascia, 1867; Silvestri, 2003); invece quella di San Pietro, calata solo nel 1864, non era più stata affittata perché nell’antico lago era stato costruito il porto (Sirago, 2003).

Dalla seconda metà del Settecento il governo decise di procedere ad un ripopolamento delle isole di Ponza e Ventotene, patrimonio allodiale di Carlo come eredità farnese. Le isole erano quasi del tutto disabitate ma dal 1580 i feudatari, i Farnese, duchi di Parma e Piacenza, avevano risistemato l’approdo di Ponza dove riscuotevano uno “ius di pesca” dai pescatori, in particolare ischitani, di Foria, che vi si recavano, data la vicinanza tra le due isole e calavano una tonnara, fittata nel 1704 per 1000 scudi romani, aumentati a 150 due anni dopo. Dal 1753 vi si trasferirono numerosi pescatori di Ischia e Torre del Greco con le famiglie: dieci anni dopo la popolazione era di 300 abitanti e l’isola di Ponza era stata messa a coltura. Invece i pescatori erano dediti alla pesca con la tonnara, fittata nel 1756 all’imprenditore Calabrese Pompeo Galluppo per otto anni per 120 ducati annui. Questi però non aveva potuto usare la ciurma della tonnara di Castellammare, altro possesso farnesiano, fittata dal padre, ma ne aveva dovuta creare una in loco, per cui chiedeva una riduzione del canone, lamentandosi del cattivo affare. Dal 1771 al 1793 furono realizzati imponenti lavori pubblici che permisero di realizzare l’attuale porto e la vicina torre fortificata; poi nel 1772 si aggiunsero altre 27 famiglie di torresi scampate dall’eruzione del Vesuvio. Negli anni ‘70 fu iniziato anche il ripopolamento di Ventotene, dove si riscuotevano altri diritti sulla pesca. Già nel 1775 si contavano 51 coloni con famiglie e a fine secolo vi erano 176 abitanti di cui 60 pescatori. Dopo la crisi verificatasi durante il Decennio francese nel corso dell’Ottocento si ebbe un incremento demografico, tanto che nel 1861 vi erano stanziati circa 3000 abitanti (Corvisieri, 1985; Sirago, 2003).

Fig. 9 Villa Bagni, 1880 circa

Villa Bagni, 1880 circa

Termalismo e balneazione

L’isola di Ischia, come il territorio dei Campi Flegrei, fin dall’epoca romana era conosciuta e frequentata per le sue benefiche acque termali. Ma una vera e propria ripresa si ebbe quando si diffuse in Europa la “pratica” delle acque e furono create città di loisir come Bath, in Inghilterra, dove le acque termali erano utilizzate già in epoca romana (Sirago, 2013).

A metà Settecento il protomedico di corte Francesco Buonocore aveva costruito «un elegante fabbricato circondato da incantevoli loggiati, da ridenti giardini [che] … fittava nei tempi estivi ai principi e nobili nostrani e stranieri, a modo di albergo» come il principe di Sassonia Federico Cristiano figlio di Augusto III, re di Polonia, che vi si trattenne nell’estate del 1756. Qui il nipote Crescenzo aveva ospitato re Ferdinando due volte, nel 1783 e nel 1784, per organizzargli delle battute   di pesca. In quella occasione il re aveva incontrato il conte Andreï Kirillovitch Razoumovsky, plenipotenziario della regina Caterina di Russia, che si stava curando con le acque termali.  Perciò il re, deliziato dal piacevole soggiorno, tra il 1785 e il 1786 aveva acquistato il “casino” insieme al sottostante lago (il futuro porto), inserito tra le “delizie reali”, e aveva chiesto a Carlo Vanvitelli di riorganizzare tutta la proprietà: la scelta era stata oculata, non solo per la perizia dell’architetto ma anche perché egli conosceva bene il luogo dove era stato spesso ospite del protomedico Francesco col padre Luigi per le cure termali. Il progetto, di cui restano numerosi disegni, non fu realizzato, ma lo stesso Ferdinando fece risistemare l’antico “casino”, che nel 1792 fu immortalato dal “pittore di marine” Philiph Hackert. Qui veniva spesso per periodi di “villeggiatura”; e durante il suo soggiorno faceva organizzare le “reali pescate”, cioè battute di pesca organizzate nel lago (un antico cratere vulcanico), dove erano state organizzate le “peschiere reali”. Anche Murat frequentava spesso con la famiglia il “casino” di Ischia per trascorrervi piacevoli “villeggiature” con la famiglia. (Moraldi, 2002).

Dopo la Restaurazione Ferdinando riprese a frequentare il sito. Ma solo il suo erede Francesco I si preoccupò di curarne le qualità estetiche. Poi Ferdinando II fece riorganizzare in maniera capillare i giardini, poiché vi si recava spesso in estate. E per questo motivo decise di fare aprire il porto, ricavato dal lago, inaugurato nel 1854 (Rispoli, 2006).

Dai primi dell’Ottocento l’isola venne “riscoperta”, soprattutto dai romantici che ammiravano la sua natura incontaminata e selvaggia, elevandola a luogo dell’anima, come Alphonse de Lamartine, che ambientò il suo romanzo Graziella tra Ischia e Procida narrando la storia di poveri pescatori e “corallari” (lavoratori del corallo) del Golfo partenopeo.

Nella “Guida” in italiano e inglese di John Mazzinghi (1817: 200ss.) l’isola veniva pubblicizzata e consigliata come ottima “stazione di cura” e soggiorno. Le terme dell’isola, sia quelle di Villa Bagni che quelle più famose di Casamicciola, cominciavano così ad essere frequentate non solo dai campani ma anche dai numerosi stranieri che venivano a Napoli. Verso il 1825, dopo l’inizio della navigazione a vapore, erano organizzate anche le prime “gite di piacere” giornaliere per i turisti borghesi con sosta ad Ischia, Capri e Sorrento, sui battelli che di solito erano utilizzati per la rotta Napoli-Palermo. I nuovi turisti borghesi, meno colti rispetto ai granturisti del Settecento, erano desiderosi di trascorrere piacevolmente il loro tempo libero (leisure time) sulle orme di guide specializzate come quelle pubblicate da Karl Badecker (Sirago, 2013). Nel 1831 il medico Jaques Etienne Chevalley de Rivaz dopo lunghi studi pubblicò un primo trattato sulle acque termali ischitane. Poi furono effettuati ulteriori studi (Sirago, 2013).  

L’isola a metà Ottocento contava 25.000 abitanti ed era divisa in sette comuni, Ischia (con la Città ed i suoi dintorni), Casamicciola, Lacco, Forio, Serrara Fontana, Barano e Testaccio, dove sgorgavano numerose fonti termali adatte a curare svariate malattie.  Ma ai primi dell’Ottocento a Villa Bagni non esisteva un’attrezzatura alberghiera. Perciò dal 1820 il marchese di Linfreschi aveva attrezzato un appartamento al secondo piano del suo palazzo che fittava «per uso di quelle persone di riguardo che [dovevano] prendere i balneoli».  Ancora a metà Ottocento mancavano decenti alberghi; vi erano solo la Villa Drago sulla strada del Cremato e la locanda di Buono sulla piazza del Comune. Poi la pratica delle cure termali cominciò ad incrementarsi. Perciò nella zona di Villa Bagni, dove vi sono le sorgenti delle acque termo-minerali di Fornello e Fontana nel 1846 fu costruito lo stabilimento di bagni termo –minerali, «un edifizio di architettura greca-romana …sotto la direzione dell’Architetto Gaetano Fazzini».

Fig. 10 Ischia porto, terme, 1903

Ischia porto, terme, 1903

In effetti il Comune di “Villa Bagni” (la futura Ischia Porto) aveva deciso di costruire dei Bagni Termo Minerali, aperti l’8 giugno 1846. Ma il sindaco Michele di Meglio ribadiva che gli abitanti di Casamicciola, dove alcuni anni prima era stato costruito un simile stabilimento, non avevano diritto su questo nuovo stabilimento, altrimenti si sarebbe creato un monopolio. Già l’anno seguente si contavano 27 forestieri, di cui un inglese che aveva preso alloggio nella locanda di Salvatore Drago, ma i “paesani” erano ben 1545 e dalla vendita dell’acqua minerale si erano ricavati al netto 65 ducati (tolti i 47 di spese). Dal 1854, dopo l’apertura del porto, ricavato dal lago di “Villa de’ Bagni”, ormai conosciuta come Ischia Porto, lo stabilimento si sviluppò enormemente. Allo stesso tempo il servizio giornaliero di vaporetti permetteva un afflusso sempre maggiore di visitatori, sia stranieri che campani. Dopo l’Unità il “Casino reale” fu donato dai Savoia al Comune di Ischia e divenne uno stabilimento termale usato dai militari. Nel 1878 si decise di costruire un nuovo stabilimento, con “decorosa mole dal prospetto romanico”, completato in due anni ed inaugurato solennemente il 26 giugno del 1881, posto sotto la direzione del professore di medicina Eugenio Fazio. In esso, oltre alle sale mediche vi erano anche una “sala da bigliardo”, un “gabinetto di lettura” e un grandioso salone in cui si organizzavano concerti e spettacolari feste da ballo. Nasceva così una nuova città di loisir su modello di quelle di Sorrento e Castellammare dove a  partire dal 1910 si pagava la tassa di soggiorno poiché era entrata nel novero delle città turistiche, dove si cominciava a sviluppare anche una balneazione marina (Sirago, 2013).

In una guida del 1913 si contavano cinque alberghi, l’Hotel Floridiana, al Corso Vittoria Colonna, di Giovan Giuseppe Balestrieri, l’Hotel Quisisana, a via Osservatorio, di Francesco Conte, l’Albergo Ristorante Terme Angarella a Via Porto, in concessione a Felice Imperiali, l’Albergo Ristorante Terme Epomeo, a via delle Terme, in concessione a Gennaro Mirella, l’Albergo e Ristorante Pirozzi, a via del Seminario; inoltre vi erano tre ristoranti, Al Piccolo Giardino, a via delle Terme, di Carmine Buono, il Portosalvo, con un teatrino ed una sala di varietà, di Stanislao Anastasio e un Ritrovo trattoria ristorante a via del Seminario, di Giovanni Baldino. Vi erano anche numerose ville, e case in affitto sul corso Vittoria Colonna, sulle collinette del Porto e nelle sue adiacenze, alla contrada Procidano, a via Antonio de Luca (già via degli Aranci) (Mirabella, 1913: XVII).

Fig. 11 Ischia porto, Lido, 1936, Cartolina d’epoca

Ischia porto, Lido, 1936, Cartolina d’epoca

Nella Guida Pratica del Touring del 1932 erano menzionati l’albergo Conte, le pensioni Floridiana, dei Pini, Epomeo, Terme Angarella, Piccolo Giardino, numerose ville e appartamenti da affittare. Si offrivano inoltre molte possibilità di svago, soprattutto con barche a vela e a remi, balli organizzati nelle terme e negli stabilimenti balneari, cinematografo, gare nautiche e festeggiamenti durante la stagione estiva. Dalla fine dell’Ottocento si cominciò a sviluppare anche la balneazione marina e furono costruiti i primi stabilimenti balneari (Sirago, 2013).

Nella Guida Pratica del Touring del 1932 era descritto lo spazioso arenile che si estendeva tra il Porto ed Ischia Ponte da dove si scorgeva uno splendido panorama. Qui era stato costruito «un grande stabilimento balneare con terrazza e servizio di caffè e numerose cabine di legno allineate sulla sabbia», Vi erano anche stabilimenti più piccoli nella zona occidentale. Un ulteriore incremento si ebbe nel secondo dopoguerra: si contavano infatti tre eleganti stabilimenti con terrazza e ristorante (Marine d’Italia, Touring Club, Milano, 1951)

Uno dei più entusiasti estimatori dell’isola verde era lo scrittore Alphonse de Lamartine. Venuto a Napoli nel 1811, dopo aver visitato i resti archeologici dei Campi Flegrei nel 1812 decise di visitare Ischia che gli appariva come un miraggio dalla costa della Capitale. Partito l’anno seguente, ritornò nella Capitale partenopea come addetto all’ambasciata nell’estate del 1820 e prese alloggio con la moglie Mary Ann a Posillipo, dove rimase incantato dallo splendido paesaggio. Ma poiché ella soffriva per la gravidanza decise di andare “in villeggiatura” ad Ischia, come usava fare d’estate la nobiltà napoletana. Qui egli beneficiò delle cure termali: ma, pur invitato a Lacco in un villino di Ignazio Verde, preferì le acque di Casamicciola, giudicate migliori nella letteratura medica, per cui prese alloggio in “un casino” in località Sentinella. Di questo soggiorno, da lui considerato il periodo più bello della sua vita, restano numerose poesie e una fitta corrispondenza. Nell’estate del 1844 decise di tornarvi con la moglie e le nipoti, prendendo alloggio a Villa Tagliaferro, vicino al centro di Casamicciola. Qui la moglie fece costruire sulla spiaggia una capanna di paglia per “prendere i bagni”, dato che la “moda” della balneazione non si era ancora diffusa nell’isola e mancavano le attrezzature (Sirago, 2013).

Fig. 12 Ischia, Casamicciola, terme, fine Ottocento

Ischia, Casamicciola, terme, fine Ottocento

Negli anni Trenta dell’Ottocento a Casamicciola nell’odierna piazza Bagni era stato costruito uno stabilimento termale, detto Bagno del Ferro, rinnovato nel 1835 da Jaques Etienne Chevally de Rivaz  con l’intervento di Ferdinando. Ma la maggior parte degli alberghi era situato tra la località Sentinella, dove era stato costruito l’Albergo “Gran Sentinella”, che aveva ospitato il re Murat nel 1815, e piazza Maio, sede della parrocchia e della piazza principale.

Lo stabilimento termale storico per eccellenza era quello del Pio Monte della Misericordia, fondato nel 1610 dall’omonima congregazione di nobili napoletani, che ne rappresentava l’emblema. Qui esercitava anche Jaques Etienne Chevally de Rivaz come medico onorario; ma, riscontrando insufficienza nelle attrezzature e nei servizi, egli si adoperò perché fossero migliorati, criticando poi la durata troppo breve delle cure e la loro somministrazione per il popolo. Infine nel 1852, dopo anni di rimostranze, ottenne che il beneficio delle cure con l’acqua del Gurgitello non rimanesse soltanto privilegio dei poveri di sesso maschile ma fosse consentito anche alle povere donne. Lo stabilimento, situato originariamente nei pressi di piazza Bagni, fu ricostruito in riva al mare dopo il terremoto del 1883. Questa istituzione caritatevole ha fornito, per molti secoli, i benefici delle cure termali ai poveri napoletani, che vi si potevano curare ricevendo gratuitamente, oltre alle cure termali, vitto e alloggio per un periodo di 15 giorni a persona.

In quel periodo sorsero altri stabilimenti di privati tanto, definite da Giuseppe D’Ascia “Le principali industrie di Casamicciola” insieme alla lavorazione della creta, visto che venivano affittati molti appartamenti ai “bagnanti”, non solo casa di lusso ma anche tuguri popolari: tutto ciò creava opportunità lavorative poiché molti lavoravano negli alberghi o conducevano i turisti coi muli sulla montagna o sulle lance per gite in mare (D’Ascia, parte IV: 70-71).

s-l400Uno dei più eleganti stabilimenti era quello della famiglia Manzi: nel 1863 Luigi Manzi aveva scoperto le proprietà eccezionali della fonte del Gurgitiello per cui decise di costruire «uno stabilimento, che alla decenza, accoppiasse la pubblica comodità»: l’edificio era in “stile greco” con un «peristilio di ordine greco» . E lo stabilimento balneare era «posto di fianco al suo palazzo ad uso di Albergo» (D’Ascia, parte IV: 73-74). Da quel momento, Terme Manzi Hotel è diventato sinonimo di Terme ad Ischia. Nobili, accademici, poeti e capitani d’industria hanno soggiornato alle Terme, lasciando la loro testimonianza sulle proprietà curative dell’acqua termale del Gurgitiello, utilizzate anche da Giuseppe Garibaldi, per curare le ferite che si era procurato durante la battaglia in Aspromonte. Nel 1960 il Terme Manzi Hotel fu acquistato e ristrutturato dal famoso editore italiano Angelo Rizzoli, che amava molto Ischia e ha contribuito a farla conoscere al mondo del cinema e al “Jet set” internazionale; dal 2000 l’hotel appartiene alla famiglia Polito (http://www.termemanzihotel.com/terme-manzi-ischia-la-storia&lang=it).

Un altro importante stabilimento sito di fronte all’Ospizio del Monte della Misericordia, “di romana forma”, era quello dei bagni di Gurgitello, ricostruito nel 1852 dal Comune sul terreno dell’antico stabilimento “a spese dei compatroni del locale – Monti – Sirabello – Cobuzio” ed aperto nel 1854, che contava 25 gabinetti per i bagni, con altrettante docce (D’Ascia, parte IV: 72-73).

Nello stesso periodo furono costruiti numerosi alberghi che «per la loro vastità, e comodi di vita, per la loro eleganza, non [erano] inferiori a quelli di una Città capitale». Tra i migliori sulla Collina del Belvedere vi era l’Antica Villa del Rosinale, chiamato all’epoca del D’Ascia “Albergo della Gran Bretagna”; e nella parte alta della cittadina vi erano l’“Hotel Gande Sentinella”, l’“Hotel Piccola Sentinella”, la lussuosa “Villa Souvé”, della famiglia Chevalley de Rivaz, la “Villa Zavota”. Poi nella contrada di S. Agrippino la “Villa Maresca”, «comoda e vasta casa, aperta ad uso di casa mobiliata» e «alla contrada Bagni la Casa-Parisi, discreto albergo fornito di un quadrato giardino». Inoltre, erano stati aperti il “Gran Ristorante Manzi” ed il “Caffè Centrale” (D’Ascia, parte IV: 72-73). Così anche Casamicciola cominciò ad assumere l’immagine caratteristica della “ville d’eau” dove coloro che venivano alle terme non erano più solo i poveri infermi, ospitati gratuitamente a spese dello Stato, ma erano i nobili e gli aristocratici che trascorrevano il tempo in cure e piacevoli divertimenti. Nel 1883 un terribile terremoto distrusse molti degli edifici che però furono in breve ricostruiti insieme alle “Terme Bellizzi”, a spese del Comune, per ospitare i numerosi villeggianti, che erano circa 20.000 nel 1907 (Sirago, 2013).

Fig. 13 Casamicciola, nuovo bagno marino, 1931

Casamicciola, nuovo bagno marino, 1931

Nella sua Guida del 1913 (pp. XVII-XVIII) il Mirabella menzionava undici alberghi, due nella via Principessa Margherita, l’elegante Hotel Grande Sentinella, del cavaliere Emiliano Coppa e l’Hotel Pithaecusa, in concessione a Francesco Chiaiese, tre a via Castanito, il Grand Hotel Sauvé di Eugenio Chevally de Rivaz,  il Grand Hotel Centrale di Luigi Pisani, e l’ Hotel Bellevue (antica Villa Zavota), di Salvatore Morgera, l’Hotel Eden, al Corso Garibaldi, del Banco Filangieri, l’Hotel Pensione Quisisana,  a  Piazza Bagni, di Pasquale Chiaiese, l’Hotel Vittoria, al Corso Vittorio Emanuele II, della famiglia Pisani, la Pension Maresca, a via Cumana, di Giuseppe Maresca, l’Albergo Restaurant Vermont di Torino, a Piazza marina, di Raffaele Morgera, la pensione di Michele Morgera Zavota, a via Eddomade. Inoltre, vi erano numerosi e splendidi villini dati in affitto, camere e quartini mobiliati, con pensione e senza. Infine, vi erano alcuni ritrovi, una trattoria, un caffè con birreria, alcuni sorbetterai e coloniali. Nella Guida Pratica del Touring del 1932 erano citati gli hotel Royal. Suisse, Pithaecusa, Miramare, Eden, Quisisana, le pensioni Palazzo delle Terme, Sauvé, Morgera, gli alberghi Bellevue, Villa Maresca, Vittoria e numerose ville e appartamenti da fittare. In quel periodo furono aperti anche eleganti stabilimenti balneari, come l’Eldorado, usato anche come cinematografo (Sirago, 2013).

Fig. 14 Lacco Ameno, Villa del Lacco

Lacco Ameno, Villa del Lacco

Nella Guida Pratica del Touring del 1932 veniva descritta la bella spiaggia «in corrispondenza della Piazza Marina» dove era stato costruito uno «stabilimento balneare montato su palafitte con numerose cabine … fornito di impianti igienici, terrazze, sala da ballo, cinematografo, caffè». Vi erano anche due modesti stabilimenti nella spiaggia della località Perrone, nonché molte possibilità di svago, soprattutto con barche a vela e a remi, balli organizzati nelle terme e negli stabilimenti balneari, gare nautiche e «festeggiamenti durante la stagione estiva». Un ulteriore incremento si ebbe nel secondo dopoguerra: si contavano infatti tre eleganti stabilimenti con terrazza e ristorante ed altri più piccoli (Marine d’Italia, Touring Club, Milano, 1951). Nel Comune di Lacco dopo l’Unità furono costruiti uno stabilimento dei bagni per le “Acque e le arene di Santa Restituta” e l’Hotel Terme Santa Restituta in stile neoclassico (D’Ascia, 1867, parte II: 73 e parte IV: 58).

Poi nel 1899 il Signor Giannelli aprì n nuovo stabilimento termale pubblicizzato diffusamente per la sua ottima struttura e i servizi offerti («Corriere delle isole», domenica 10 settembre 1899, anno II, Num. 37).

Così venne incrementato l’afflusso di turisti, specie stranieri, che potevano alloggiare in alberghi e “decenti casini mobiliati”: e cominciarono a venire anche illustri personalità come il re di Baviera. In breve, la cittadina di Lacco venne abbellita e divenne la meta preferita da re e principesse per la sua amenità e la “buon’aria”. Poi nel 1898 furono riscoperte le terme “Regina Isabella”, con resti degli antichi stabilimenti di epoca romana, per cui si ebbe un ulteriore afflusso di visitatori, che utilizzavano sia i benefici effetti del termalismo che le sabbiature con le “arene” termominerali. Ed un’affluenza maggiore si ebbe quando cominciarono a sorgere anche gli stabilimenti balneari marini (Delizia, 1990: 143-144).

Fig. 15 Poster pubblicitario, anni ‘50 del Novecento

Poster pubblicitario, anni ‘50 del Novecento

Nei primi anni del Novecento furono aperti lussuosi alberghi, come quello di Villa Arbusta, alcuni caffè – ristoranti e vennero date in fitto due lussuose ville, il “Castello di Mezzanotte” e “La Colombaia”, che vantavano anche un accesso diretto al mare (Sirago, 2013). Nella Guida del Mirabella del 1913 (ivi: XVII-XVIII) era menzionato l’Hotel Pension Villa Arbusto di Nicola Ciannelli; inoltre, vi erano numerosi “quartini” e camere mobiliate dati in affitto. Vi erano poi all’estremo limite del comune di Forio una splendida villa sul mare con due case di prim’ordine: il “Castello di Mezzatorre” aveva venti ambienti, grandi saloni, stanze da bagno, ed era affacciato con magnifiche terrazze sull’onda sottoposta, di fronte al Vesuvio, con vasto parco intorno, scuderia e rimessa; “La Colombaia”, casa in collina, a circa duecento metri di altitudine, aveva «dodici ambienti, stanze da bagno e terrazze dalle vedute incantevoli. Passeggiate nella villa di tre chilometri con accesso diretto e riservato a mare, con caccia e pesca». Le due ville erano date in affitto con mobili e senza, ed occorrendo si fa[ceva] pensione. Infine vi erano due caffè ristoranti, quello di Gennaro Aprea e quello di Raffaele Pisani.

Anche a Forio, dove era l’antico porto usato fino all’apertura del nuovo, nel 1865 Nicola d’Ambra costruì un «edifizio decente e proprio .. pei bagni delle sue acque fornendolo di comodi e decenti camerini» con una “sala di trattenimento”. Ed altre famiglie aprirono dei piccoli stabilimenti a conduzione familiare, mentre la cittadina veniva dotata anche di un lungomare ed era abbellita con rigogliosi giardini (D’Ascia, 1867, parte III: 73 e parte IV: 20).

Nela guida del 1913 il Mazzinghi (ivi: XVII-XVIII) elencava cinque alberghi, la Pensione Enaria, a via Municipio, degli eredi Monte, due a Corso Umberto I, l’albergo ristorante di Angela Amalfitano e quello di Teresa Capuano, uno “presso il Torrione” di Filippo Regine, uno a “Monticchio” della vedova Fiorentino. Si affittavano anche “Villini notevoli” delle famiglie Ottato Pezzillo, Morgera, Manieri al Corso Umberto I, dei d’Ascia al Torrione sul mare, dei Maltese, Milone, Mazzella, e “moltissimi quartini in città e campagna”. Infine, vi erano alcuni locali di ritrovo, il ristorante di Giovanni Verde, quello di Pietropaolo Lamonica ed il “bar Rosa thea con cucina casereccia” di Giacomo Calise. Infine, nella zona collinare dove esiste una delle fonti termali più famose dell’isola per le sue acque medicamentose, la fonte di Nitrodi, furono aperti tre alberghi, due a Serrara Fontana da Giovanni Trofa e Antonio Mattera ed uno a Barano, a Piazza San Rocco, da Arturo Mazzella.

0fffe2f67783848a1efbd7d7540ac4j6Perciò ai primi del Novecento, dato il notevole sviluppo di tutti i comuni dell’isola, entrata ormai a pieno diritto nel circuito turistico internazionale, fu costituita una “Società per l’incremento dell’isola d’Ischia”. Tale status era ben definito nella Guida Touring delle Marine d’Italia (ivi: 148-150), in cui l’isola verde spiccava per la sua ricettività e accoglienza grazie al termalismo e alla balneazione, alla sua lussureggiante vegetazione e ai panorami mozzafiato. Al Porto vi era l’Ufficio del Forestiero che indirizzava i turisti nei numerosi alberghi il Lido e il Regina Palace di seconda categoria, la Floridiana e Ischia, di terza categoria, e le pensioni San Pietro e villa Belvedere, di prima categoria, Angarella Terme, Geronda e Bel tramonto, di seconda categoria. Sul bell’arenile vi erano poi tre eleganti stabilimenti balneari con terrazze e ristorante ed altri più piccoli. Vi erano anche alcune attrazioni, la Pro-Ischia, Ischia-Club, alcuni cinema e teatri e venivano organizzati “trattenimenti vari”. Anche Casamicciola era consigliata ai turisti soprattutto per il suo clima mite, adatto per le stagioni primaverili e autunnali, e per il suo termalismo. Aveva anche una bella spiaggia dove era stato costruito uno stabilimento balneare su palafitte. Anche qui vi erano numerosi alberghi, il Bellavista e il Miramonte e Mare, di seconda categoria, dei Platani Pithaecusa, Savoia, Suisse, di terza categoria, l’Igea Terme, di quarta categoria, e la pensione Morgera, di seconda categoria. Tra le “attrazioni” venivano menzionati “il cinematografo e il ballo”.  In quegli anni furono pubblicati a cura dell’Ente per il Turismo di Napoli cartelloni pubblicitari per sponsorizzare i soggiorni nell’isola.

Lo “status” di bella stazione climatica acquisito dall’isola verde a partire dall’Ottocento è ancora vivo nella realtà ischitana che ospita ogni anno non solo nella stagione estiva turisti italiani e stranieri, soprattutto tedeschi, attratti dal termalismo e dalla balneazione ma soprattutto dei luoghi incantati che si possono ancora scorgere soprattutto verso il Monte Epomeo, ricco di una folta vegetazione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
 Riferimenti bibliografici
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.

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