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Iran, Persia tra Storia e Modernità: una lunga e controversa egemonia regionale

Assetto geologico dell’altopiano iranico e gli odierni confini politici degli stati compresi in quello spazio geografico, da Google Earth 2026

Assetto geologico dell’altopiano iranico e gli odierni confini politici degli stati compresi in quello spazio geografico, da Google Earth 2026

di Bruno Genito 

Introduzione 

In un contesto geopolitico internazionale sempre più in fibrillazione, come l’odierno vicino e medio Oriente, l’area geografica, cioè, che si estende dal Libano all’Iran, e, andando da ovest verso est, più precisamente i territori palestinesi, Israele, Giordania, Arabia Saudita, i Paesi del Golfo, Siria, Turchia e Iraq, può essere utile osservare più da vicino uno dei tanti Paesi coinvolti; uno dei più affascinanti ed importanti Paesi ancora, ai più, praticamente sconosciuto: l’Iran, o meglio, come si chiama oggi, Repubblica Islamica d’Iran.

Già da più di un anno, inoltre, stiamo osservando da spettatori passivi e inermi anche l’intervento armato a intermittenza che vede protagonisti Israele e gli Stati Uniti da un lato e proprio la Repubblica Islamica d’Iran dall’altro; l’insieme di Paesi altri, da quelli del Golfo alle numerose milizie armate più o meno alleati regolari degli uni e o degli altri, prefigurano, poi. un quadro disarmante e armato senza precedenti nell’area. Lo sviluppo e i possibili esiti del conflitto sono ancora del tutto imprevedibili, al di là delle tante e nefaste conseguenze economiche e politiche già arrecate all’area e al mondo intero in generale. 

Si è pensato, quindi, di riproporre queste riflessioni sull’Iran [1] giacché nella comune dialettica informativa in corso, tra mass-media, social, giornali e pubblicazioni più o meno attendibili, si possono osservare molte prospettive erronee, plateali e non sempre attendibili affermazioni, se non addirittura marchiane, non sappiamo quanto volute, semplificazioni su quel Paese che non aiutano certo a districarsi in un quadro geo-storico già abbastanza complesso di per sé.

Queste considerazioni sono svolte da un punto di vista particolare, dal sottoscritto, un antichista, un archeologo, che tra i suoi diversi campi privilegiati di ricerca e studio già a partire dagli inizi degli anni settanta del secolo scorso, ha sempre avuto come oggetto proprio l’Iran, la sua storia e cultura antiche. Questo tentativo si propone, per quanto possibile, di emancipare il dibattito in corso da una visione esclusivamente politologica, nella quale se anche si riuscissero a cogliere i decisivi punti di contrasto tra le parti in causa negli ultimi anni, spesso, in secondo piano, vengono necessariamente posti i contesti storici nei quali quei punti erano emersi, anche perché alcuni di essi affondano le proprie origini in un passato, spesso, lontanissimo.

Nell’attuale dibattito, come si diceva prima, prevalentemente politologico e/o geopolitico, a volte, a mio parere, surreale, sono essenzialmente due gli aspetti che colpiscono anche i non addetti ai lavori: la mancanza di voci di autorevoli esperti di storia dell’Iran; e l’altrettanto quasi assoluta mancanza di voci di esperti dell’Iran non moderno, i quali, invece, avrebbero proprio per le proprie specifiche competenze, la capacità e la conoscenza di base per comprendere l’antichissimo ruolo egemonico che l’Iran ha esercitato nell’area geografica in cui si trova, per lo meno a partire dalla metà del I millennio a.C. (nascita della prima formazione politica di tipo imperiale della dinastia iranica degli Achemenidi), fino alla metà del I millennio d.C. (fine della formazione politica di tipo imperiale dell’ultima dinastia iranica, la sasanide, prima dell’avvento dell’Islam).

Naturalmente la natura socio-economica, politica e culturale dei periodi più antichi non può non essere strutturalmente completamente diversa da quella medievale, moderna e contemporanea, e nel prosieguo di queste osservazioni si capirà meglio quanto or ora affermato, soprattutto in relazione ai mille anni su menzionati. Va, poi, nel dibattito attuale sottolineato anche un uso fin troppo generalizzato di alcune categorie interpretative di origine eurocentrica come i concetti di “Stato”, “nazione”, “impero”, “religione”, là dove, nel quadro informativo a disposizione di un lettore comune di oggi, ad esse si ricorre per cercare di far comprendere un ambito geo-culturale di un’enorme vastità e complessità, per il quale quelle categorie interpretative non sono certamente le più indicate.

Non si può, inoltre, evitare di sottoporre al lettore alcune riflessioni relativamente a terminologie storico-geografiche, in voga ormai da decenni in Occidente, e, a volte, improprie, che non coincidono con le definizioni geograficamente più accettabili per comprendere al meglio la reale collocazione geo-politica della Repubblica Islamica d’Iran. Le aree geografiche che oggi comunemente chiamiamo “Medio Oriente” (dall’inglese Middle East) sarebbero da indicare, più propriamente in senso geografico con l’espressione “Vicino Oriente” (dall’inglese Near East), cioè quella parte dell’Asia/Oriente più vicina al Mediterraneo; l’Iran, l’Afghanistan e l’Asia Centrale (Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghisistan) dovrebbero costituire più propriamente un “Medio Oriente”, e la Cina, le due Coree e il Giappone, un “Estremo Oriente” [2]. A parte andrebbero, poi, considerati il sub-continente Indiano (India, Bangladesh, Bhutan, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka) e il sud-est asiatico (Myanmar/Birmania, Laos, Cambogia, Tailandia, Vietnam e Malesia).

Sarebbe, ulteriormente, poi, doveroso non dimenticare di trovare una collocazione in questo complicatissimo mosaico etno-geografico, etno-storico, etno-linguistico e culturale-religioso del mondo asiatico, all’area caucasica, ricca, da sempre, di articolazioni orografiche complesse (il Grande e Piccolo Caucaso), dove si sono potute insinuare diverse etnie e nazionalità, che in parte oggi si trovano all’interno della Federazione Russa, e in parte risultano indipendenti: un crogiuolo di comunità politiche ed etnie molto vario e differenziato al suo interno, tra caucasici, iranico-ossetici, turchi, ceceni, daghestani, azeri, armeni e georgiani, etc.

In senso geografico il territorio politicamente pertinente all’odierna Repubblica Islamica d’Iran, poi, non può completamente sovrapporsi alla definizione fisico-geografica di altopiano Iranico che, invece, da un punto di vista orografico, è considerato esteso dal golfo di Alessandretta in Turchia sud-occidentale (nella provincia di Hatay), fino all’Afghanistan.

Solo se si parte da queste considerazioni di base, a mio parere, si può provare ad intavolare un discorso che cerchi di comprendere in maniera quanto più ampia possibile, cosa sia stato e sia l’Iran nella sua dia-cronica storicità-geografica. 

Contesto Generale

A partire dalla costituzione della formazione politico-imperiale di Ciro il Grande e Dario I alla fine del VI secolo a.C., della dinastia degli Achemenidi (discendenti da Achemenes, di cui ci parlano le fonti classiche, in primis Erodoto, e le stesse iscrizioni imperiali in antico persiano), fino all’arrivo dell’Islam nella metà del VII secolo d.C., si cominciarono a creare le premesse di quello che sarà l’Iran dei secoli successivi, e a partire, poi, dall’inizio del XVI secolo con il dominio della dinastia turca dei Safavidi, dell’Iran moderno. La proclamazione dello Sciismo come religione di stato da parte di quest’ultima dinastia, rappresenterà la riproposizione, a distanza di secoli, di quella frattura politico-teologica, tutt’interna alla storia della religione islamica, risalente alla fine del VII secolo d.C. Quella frattura aveva visto, da un lato i seguaci di ʻAli, il quarto califfo (in arabo vicario) (656-661 d.C.) (genero e cugino di Muḥammad), dopo i primi tre califfi Abu Bakr (632-634 d.C.), Omar (634-644 d.C.), Othman (644-656 d.C.) e dall’altro quelli della Sunna (in arabo ‘consuetudine, abitudine, costume’ e, in senso lato, ‘codice di comportamento’, e anche ‘tradizione’), l’insieme delle norme comportamentali essenziali del pensiero giuridico, etico e sociale della Umma (in arabo comunità dei fedeli musulmani), ricavate non direttamente dal Corano, ma dalla vita di Muḥammad. ʻAli, dopo numerosi tentativi di conciliabili, avvenuti a seguito dell’assassinio del suo predecessore Othman per tentare di definire una linea ereditaria comune per il califfato, a sua volta fu ucciso nel 661 nella moschea di Kufa in Iraq [3] da ʿAbd al-Raḥmān ibn Muljam, un Kharigita [4], e poco dopo nel 680 a Kerbela anche suo figlio Husayn fece la stessa fine [5]. Da allora si creò quell’ancor’oggi insanabile frattura tra Sunniti (seguaci della consuetudine etc..) che portò alla creazione della prima dinastia califfale, quella degli Omayyadi [6], e gli Sciiti (shīʿa at ʻAli) (il partito di ʻAli).

Ora per comprendere lo storia di un Paese che già da queste premesse si presenta sia sul piano geografico, che su quello storico-culturale, così articolato e complesso, è stato inevitabile per chiunque avesse voluto aggiornarsi, provare a leggere i numerosissimi articoli, saggi e volumi sull’Iran contemporaneo pubblicati. Queste pubblicazioni, di taglio prevalentemente, come già detto, geo-politico, tuttavia, non sono, più da soli sufficienti a comprendere la realtà, non tanto e non solo perché esse trattano prevalentemente la storia di quel Paese a partire dal 1978/1979, anni in cui nacque e si affermò la rivoluzione islamica diretta da Khomeini, ma soprattutto poiché esse, spesso, mancano di quella profondità storica, in casi così complessi come l’Iran, invece, assolutamente necessaria. Non sono pochi, tuttavia, i sintetici manuali storici negli ultimi anni pubblicati e nella bibliografia generale di riferimento ne segnaliamo alcuni [7].

Quanto storiograficamente negli anni recenti è accaduto per l’Iran, sarebbe paragonabile anche alla Francia, se p.es., qualcuno ne volesse parlare solo a partire dalla rivoluzione del 1789, o anche alla Russia se si volesse partire da quella sovietica del 1917. É ovvio che tutti questi eventi rivoluzionari hanno fortemente segnato e caratterizzato la storia più o meno recente dei tre Paesi in questione: degli ultimi quarant’anni nel caso dell’Iran; degli ultimi cento anni nel caso della Russia; e degli ultimi duecento anni e più nel caso della Francia. Se non si approfondiscono però, gli elementi e gli aspetti che hanno, in ultima analisi, prodotto quegli avvenimenti rivoluzionari di cui sopra, le riflessioni sulla storia di questi Paesi rischiano di trasformarsi in considerazioni monche e, spesso, anche fuorvianti. Naturalmente da noi in Occidente le storie della Russia e della Francia sono state ampiamente analizzate e discusse a più livelli di approfondimento per tempo. Per quanto riguarda l’Iran si deve, purtroppo, segnalare, una colpevole carenza di studi sull’Iran alla portata di tutti, precedenti la rivoluzione del 1979.

fig-2Negli anni sessanta del secolo scorso il famosissimo iranista e islamista Alessandro Bausani (che ha insegnato all’Orientale di Napoli e alla Sapienza di Roma) scrisse un agile ed utilissimo pamphlet dal titolo I Persiani, nella famosa collana Civiltà Orientali, diretta da Sabatino Moscati della casa editrice Sansoni (1962). L’ultimo capitolo l’undicesimo, aveva il titolo, allora ai più piuttosto incomprensibile, ma, comunque, molto significativo di I fondamenti culturali dell’Iran moderno: Maometto e Dario (ivi: 243-273). Lo scopo di quel lavoro era prevalentemente incentrato sulla storia culturale del Paese, da sempre a cavallo tra due prospettive principali diverse, anche se, a volte, sovrapponibili: una tradizione prevalentemente “orale”, di ascendenza indoeuropea e centro-asiatica antica (originariamente nomadica), culminata negli esiti politico-imperiali di Ciro il Grande, prima e Dario I, poi, alla fine del VI secolo a.C.; e una consolidata tradizione “scritta”, sedentaria (di ascendenza semitica) originatasi nell’antica-Mesopotamia (sumero-accadica prima, III millennio a.C., e assiro-babilonese poi, II-I millennio a.C.), confluita, successivamente, grazie all’apporto delle genti arabe del sud nel VII secolo d.C., nella più moderna tradizione persiana islamica. Il titolo di quell’ultimo capitolo del libro di A. Bausani, inoltre, cercava di mettere in evidenza, molto in anticipo sui tempi, le basi di quel contrasto politico che si sarebbe manifestato, poi, alla fine degli anni settanta, all’epoca della rivoluzione “islamica” di Ruhollah Khomeini, tra un Iran fortemente occidentalizzato voluto dal padre dello Scià di Persia Reza Khan e dal figlio Muḥammad Reza Pahlavi che si richiamava volutamente alla Persia di Ciro il Grande, e uno, già da tempo islamizzato, su cui fecero prevalentemente leva l’imam  Khomeini e i suoi seguaci [8].

Quelle due tradizioni, a ben osservare la storia intera dell’Iran, sono rimaste nei tre millenni che ci separano dal presumibile arrivo degli iranici sull’altopiano (tra la fine del II millennio a.C. e l’inizio del I millennio a.C.), i poli culturali principali intorno ai quali è ruotata la civiltà iranica, nata e sviluppatasi prevalentemente, ma non solo, su quell’altopiano. Se volessimo sintetizzare e semplificare al massimo il discorso, al di là dei diversi contenuti storico-geografici e politico-culturali, la civiltà iranica (compresa la lingua, ma non la scrittura) resta una civiltà indoeuropea, a cui si sono sovrapposte altre componenti culturali di origine semitica (compresi gli alfabeti usati, dapprima il cuneiforme, il partico, il medio persiano Sasanide, l’aramaico e l’arabo) giacché il territorio noto nelle fonti classiche occidentali come “persiano”, dal toponimo della loro zona di insediamento originario (la provincia meridionale del Fars, cioè la Persia), è contiguo ad ovest, attraverso la provincia del Khuzestan, proprio alla pianura Mesopotamica, culla, come già detto delle più antiche civiltà di origine semitica. A tutto ciò si deve anche aggiungere un’altra componente etnico-culturale molto importante, che farà capolino qualche secolo più tardi, quella turca, che a partire dall’XI secolo d.C., fu decisiva nella formazione nazionale della Persia moderna, Stato che, solo a partire dagli anni trenta del secolo scorso, è stato, come vedremo, denominato Iran.

L’illustre studioso Bausani sosteneva, inoltre, che una delle caratteristiche principali di tutta la storia politico-culturale dell’Iran è sempre stata il continuo ricorrere da parte dell’élites politiche a quello che lui definiva “un richiamo arcaizzante” al passato in tutti i momenti decisivi e difficili della sua storia, a volte mitizzato e reso leggendario. Accadde, come vedremo, la prima volta con Ciro il Grande, poi con Alessandro Magno, e via via con le dinastie partiche e sasanidi e con le diverse dinastie turche che dal X secolo fino al XIX secolo domineranno il Paese. Si è trattato della necessità di una costante rilegittimazione politica che ogni élite politica dominante avvertirà come imprescindibile per far fronte ai radicali cambiamenti intervenuti, nella loro età, nella gestione del potere. 

Protostoria e dinastia Achemenide (VI-IV secolo a.C.) 

I popoli iranici sono, per la prima volta, menzionati nella documentazione storica, assieme ad altri popoli di difficile collocazione etnico-linguistica, nelle fonti scritte degli Annali dell’impero neo-assiro (IX-VII secolo a.C.). Gli assiri avevano già dimostrato di avere un’altissima considerazione di sé stessi nella fase media e paleo-assira dei secoli precedenti, e avevano chiaramente preteso di dominare e di ordinare il mondo allora conosciuto; un’attitudine e una volontà di molti popoli nella storia umana, come noto, molto diffuse e sempre, ahimè, gravide di pericolosissime conseguenze. Quei popoli iranici, tra i quali si possono segnalare i Mada (probabilmente i “medi”) nel nord-ovest dell’odierno Iran e i Parsua/Parsva (probabilmente i “persiani”), più tardi comparsi nel sud dell’altopiano, si collocavano, di fatto, nell’estrema periferia orientale dell’impero assiro. Essi, naturalmente, attrassero fortemente l’attenzione degli assiri, che si collocavano nel mezzo nella pianura mesopotamica tra l’Eufrate a ovest, e il Tigri a est, con altitudini medie del loro territorio sui 20-25 m. s.l.m. Davanti, ad est, a poco più di 100 km. di distanza, si potevano, tuttavia, scorgere le propaggini delle alte montagne della catena degli Zagros a partire da circa 400 m. s.l.m., fino ad arrivare con punte, all’interno, sempre più a est, fino a 4400 m. s.l.m. Quando le fonti neo-assire descrivono quelle popolazioni sulle montagne e oltre, ad est, lo fanno con molta ansia e le precisa percezione di un pericolo, in quanto esse, tra cui certamente gli iranici, vivevano o si affacciavano dall’alto di queste montagne e potevano ovviamente controllare meglio la pianura nella quale vivevano, invece, gli Assiri. Quest’allarme venne percepito sempre più minaccioso, quando quelle popolazioni cominceranno a mostrare inequivocabili segnali di movimento e di forte integrazione socio-economica nel loro territorio, ai quali gli Assiri, a torto o a ragione, cominceranno a sentirsi sempre più esposti.

I Medi e la loro regione di riferimento (l’Iran di nord-ovest) si mostreranno irriducibili al modello politico assiro e proveranno ad organizzarsi in modo autonomo, ma verso la fine della sua parabola, durante il dominio del re Assurbanipal, l’impero neo-assiro riuscirà ad ottenere, però, una fondamentale vittoria militare e politica: la distruzione, nel 646 a.C. della potenza nemica dell’Elam (termine usato dagli Assiri che potrebbe indicare “alte terre”, anche se la maggior parte del territorio elamico, a dire la verità, si trovava, invece, in pianura), una formazione statale (di etnia e lingua incerta) di grande importanza, che si estendeva su quello che oggi è l’Iran sud-occidentale, in gran parte, come si diceva, la pianura del Khuzestan. Da tempo, tuttavia, la formazione politica elamica, aveva avuto dopo Susa (la loro millenaria capitale), anche un secondo centro urbano principale di nome Anshan, che si trovava, questo sì nelle alte terre più a oriente (probabilmente il sito di Tall-i Malyan, lontano solo 40 km. da Persepoli nella stessa provincia del Fars).

Gli annali del re Assurbanipal menzionano un’ambasceria inviatagli da un certo Kurush, ovvero Ciro, probabilmente un antenato dell’omonimo Ciro il Grande, ricordato come re di Anshan, erede della tradizione politico-amministrativa dell’Elam sconfitto. Anshan e il suo sistema di governo si propose, però, di riempire il vuoto politico lasciato dalla distruzione di Susa, capitale principale da un paio di millenni dell’Elam, ma, sorprendentemente, lo fece con un nome e una identità nuova, quello della Persia. Ecco il primo segnale di una intenzionale sostituzione dell’identità di un potere politico, dall’Elam alla Persia, che, come già detto, sarà un metodo di ri-legittimazione costante nella storia della Persia antica e moderna. Dopo il crollo di Susa, le fonti ci consentono di vedere sorgere il potere della nuova Anshan “persiana”; nel 612 a.C., a causa della distruzione della capitale assira di Ninive, che si trovava presso l’odierna città di Mossul in Iraq. Nabopolassar il babilonese, e il sovrano della Media Ciassarre (figura molto probabilmente leggendaria), si sarebbero spartiti di fatto il mondo allora conosciuto: la Babilonia la Mezzaluna Fertile (o Crescente Fertile, espressione ideata negli anni venti del ‘900 dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago) [9] ai Babilonesi, ai Medi gli altopiani dell’Iran e dell’Armenia e, forse, quel che restava dell’Elam.

Scalinata di accesso da sud-ovest, e l’ingresso trionfale sulla terrazza di Persepolis, foto dell’autore

Scalinata di accesso da sud-ovest, e l’ingresso trionfale sulla terrazza di Persepolis, (ph. Bruno Genito)

La formazione politico-imperiale che Ciro il Grande riuscirà a costruire nel giro di pochi anni, dal centro di Anshan in Persia, vincendo contro la Media, la Lidia del re Creso e Babilonia, presenterà caratteristiche programmaticamente “universalistiche”, come era stato anche quella assiro. Gli assiri si erano concepiti come “popolo” chiamato dal dio nazionale Assur a unificare e civilizzare il mondo, nella Persia achemenide prevalse, invece, una modalità socio-politica con alla base l’integrazione di popoli, oggi si direbbe di inclusione: paesi, spazi, culture e popolazioni diverse riunite sotto una comune protezione, che ne tutelava e garantiva le istituzioni e le leggi locali in cambio di tributi e fedeltà. Ogni comunità aveva il suo ruolo nella nuova armonia politica garantita dal re dei re, significativa titolatura di origine mesopotamica che passerà in eredità successivamente al cristianesimo. Nelle iscrizioni celebrative reali achemenidi plurilingui (elamico, accadico, antico persiano, e anche egizio e aramaico), il re dei re [10] governa per volere della suprema divinità Ahura Mazda, ma in Babilonia è garante del culto di Marduk, divinità, invece, babilonese.

Pianta di Persepolis con i suoi monumenti, Enciclopedia Britannica, da Wikipedia pubblico dominio

Pianta di Persepolis con i suoi monumenti, Enciclopedia Britannica, da Wikipedia

Questa formazione politico-imperiale, in un certo senso pluralista troverà la sua macroscopica rappresentazione iconografica più significativa proprio sulla terrazza di Persepoli, nell’immensa sala delle udienze fatta costruire da Dario I, l’Apadana, (assieme alla scalinata di accesso, un ingresso trionfale, il palazzo di Dario, il palazzo di Serse, la sala delle cento colonne, il tripylon etc.). Nei rilievi che decorano le scalinate esterne dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana, sono rappresentati i popoli assoggettati alla Persia, a dimostrazione del fatto che l’impero riuniva, quindi, il mondo nella sua complessa diversità, una sorta di unità nella diversità ante litteram. I gruppi dei popoli raffigurati rappresenterebbero, secondo la maggior parte delle diverse interpretazioni proposte, le delegazioni delle diverse province (dall’antico persiano dahyu, pl. dahyāva, ma anche Batrakatas; in greco satrapēiē) e l’ordine in cui esse si dispongono esprimerebbe la scala gerarchica della loro maggiore o minore rappresentatività.

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi, foto dell’autore

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi (ph. Bruno Genito)

I personaggi indossano abiti diversi, portano effetti personali, oggetti e animali, in un contesto figurativo generale che suggerisce l’esistenza di una solenne cerimonia collettiva da svolgersi, a Persepolis, forse, nel giorno dell’arrivo del nuovo anno (ancora oggi la festività di capodanno in Iran si basa sul calendario solare e coincide con l’arrivo della primavera il 21 di marzo, mentre a quello lunare fanno riferimento tutte le festività religiose), di cui verrebbe riprodotta l’intera rappresentazione in bassorilievo. L’identificazione di queste delegazioni è stata oggetto di un ampio e complicato dibattito scientifico e archeologico e in effetti, è difficile trovare una precisa corrispondenza tra la sequenza geografico-territoriale dei popoli delle rappresentazioni, i loro nomi e il rango politico, in quanto i rilievi non portano iscrizioni.

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi, foto dell’autore

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi (ph. Bruno Genito)

Una formazione politica di questo tipo doveva, tuttavia, necessariamente basarsi su una ideologia imperiale con la quale modellare i meccanismi del consenso politico, sociale e religioso. Questa ideologia si rivelerà un concetto molto complesso che doveva aver avuto rapporti stretti con gli avvenimenti storici, politici, economici, con il diritto, il linguaggio, e aver costituito un sistema di segni che non poteva essere definito solo dal gigantismo territoriale, dall’eterogeneità etnica e culturale che lo caratterizza, o da un centro geografico definito e dalla sua relativa periferia. Ciò che distingue e qualifica una formazione politico-statale/imperiale, rispetto ad altre formazioni politiche, è la funzione di bilanciamento esercitato tra le varie componenti nello spazio che lo definisce.

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Babilonesi, foto dell’autore

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Babilonesi (ph. Bruno Genito)

Considerazioni a parte meriterebbero, poi, le guerre persiane con la famosissima vittoria dei Greci a Maratona nel 490 e la sconfitta dei Persiani a Salamina nel 480 a. C., ma il discorso ci porterebbe molto lontano relativamente alla natura dell’impero persiano e delle poleis greche, e soprattutto alle profonde differenze delle loro rispettive forme di espansionismo economico e politico. Ci limiteremo in nota alla sintetica descrizione dei principali avvenimenti bellici di quel conflitto [11]. Sta di fatto che corroso dall’interno e incapace di gestire un territorio enorme che si estendeva dall’Egitto all’India, l’impero crollò sotto la spinta di un barbaro ellenizzato, Alessandro Magno che la tradizione, non solo quella a lui coeva, ce lo descrive un po’ come l’ultimo eroe con caratteristiche omeriche e il primo, invece, con caratteristiche moderne romantiche. 

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione degli Sciti Tigrakauda (dal cappello a punta) foto dell’autore

Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione degli Sciti Tigrakauda (dal cappello a punta) (ph. Bruno Genito)

Alessandro Magno (nato a Pella nel 356 a.C., re dal 336 a.C.; morto nel 323 a.C. a Babilonia) 

Anche il progetto politico di Alessandro di Macedonia si inserisce piuttosto nella tradizione “universalistica” di quella di Ciro e dei suoi successori che non in quella delle poleis greche pur se in un diverso contesto linguistico-culturale. Le fonti ci raccontano che Persepolis, quasi in ragione di una sorta di vendetta/rivalsa dopo un secolo e mezzo dall’assalto sacrilego all’acropoli di Atene compiuto da parte delle truppe persiane di Serse dopo la battaglia di Platea nel 479, fu presa e incendiata. Alessandro imporrà ai suoi soldati il matrimonio con donne persiane e cercherà di insegnare ai persiani stessi a combattere in falange, la tipica formazione del combattimento macedone. Sceglie per capitale Babilonia, già metropoli mesopotamica di prestigio antichissimo, ma i suoi eredi, i cosiddetti “diadochi”, non riusciranno a mantenere intatta quella visione politica ereditata dagli achemenidi, e preferiranno, invece, conservare una impronta esclusivamente ellenica, più familiare, pur se anch’essa diversa dalla cultura nativa dell’élite militare macedone.

Rilievo dalla Tesoreria, Dario sul trono con attendenti e guardie, Museo Nazionale d’Iran, Teheran, foto dell’autore

Rilievo dalla Tesoreria, Dario sul trono con attendenti e guardie, Museo Nazionale d’Iran, Teheran (ph. Bruno Genito)

L’inevitabile frantumazione dell’impero che fece seguito alla morte di Alessandro interromperà, di fatto per molto tempo ogni disegno politico “universalistico”. La Persia e il suo dominio non sono più la parte maggiore del mondo conosciuto, perché gli orizzonti geo-politici si sono dilatati sempre di più e le sole terre asiatiche resteranno a Seleuco e alla dinastia da lui fondata, quella seleucide (311-64 a.C.). La Macedonia resterà rinchiusa in sé stessa nella lotta continua contro il particolarismo senza fine delle poleis greche, e lo Stato seleucide guarderà più a ovest che ad oriente, coinvolto, come è, nei conflitti con l’Egitto, e poi con Roma. La prima capitale, Seleucia sul Tigri, nella regione di Babilonia, cederà il posto ad Antiochia in Siria sul Mediterraneo. 

- Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi guidata da un soldato persiano, foto dell’autore

– Scalinata esterna dei portici orientale e settentrionale dell’Apadana di Persepolis, delegazione dei Medi guidata da un soldato persiano, (ph. Bruno Genito)

I Parti Arsacidi (248 a.C., 226 d.C.) 

L’altopiano iranico e la Mesopotamia non resisteranno, tuttavia, a lungo agli attacchi della cavalleria dei Parti (dominati dalla dinastia arsacide, dall’eponimo Arsace), un gruppo etnicamente iranico, in parte di origine semi-nomadica, originatosi nell’antica satrapia di Parthia o Parthava, un territorio a sud-est del Mar Caspio (l’attuale Turkmenistan meridionale e Iran nord-orientale) in cui si insedieranno. Verso il 140 a.C., durante il dominio del re Mithridate i Parti giungeranno fino alle rive dell’Eufrate, al confine con il dominio romano, e il grande fiume riacquisterà il ruolo di frontiera geo-politica stabile che aveva avuto secoli prima nell’età del bronzo, tra assiri e hittiti.

Pasargadae, ingresso, rilievo su uno degli ortostati con figura alata e copricapo di tipo faraonico, da qualcuno considerato Ciro il Grande, foto dell’autore

Pasargadae, ingresso, rilievo su uno degli ortostati con figura alata e copricapo di tipo faraonico, da qualcuno considerato Ciro il Grande (ph. Bruno Genito)

Delimitato dall’Eufrate a occidente per quasi tutta la sua storia, il potere politico partico avrà la sua area geografica di pertinenza principale, invece, sull’altopiano, e in particolare il suo nord-est, la Parthia propriamente detta, e a ovest la Mesopotamia. Dopo, i successori di Mitridate fonderanno una nuova capitale, Ctesifonte, proprio in Mesopotamia, sulla sponda opposta del Tigri rispetto a quella della “greca” Seleucia. Come l’Elam, come il dominio degli achemenidi, la Parthia resterà un dominio di tipo “policentrico”, forse, impropriamente, definito “feudale”. Alcune grandi famiglie aiuteranno la dinastia, apparentemente considerata prima inter pares rispetto a queste grandi casate, ciascuna delle quali disporrà di proprie basi di potere, terre e, possiamo immaginare, cariche semi-ereditarie. Sappiamo che almeno una delle grandi famiglie partiche, i Suren, era già molto importante nel primo secolo a.C., quando uno dei suoi membri aveva comandato l’esercito che annientò nel 53 a.C. a Carrhae (l’odierna Harran, Turchia) le legioni di Crasso.

Bisutun, provincia di Kermanshah, rilievo rupestre di Dario, un vero e proprio manifesto politico, monumento e documento allo allo stesso tempo, foto dell’autore

Bisutun, provincia di Kermanshah, rilievo rupestre di Dario, un vero e proprio manifesto politico, monumento e documento allo allo stesso tempo (ph. Bruno Genito)

Molte di queste grandi famiglie saranno in seguito denominate semplicemente partiche, in medio-persiano pahlav/pahlavi, parola che in persiano moderno, poi, significherà nobile e glorioso e in questa accezione sarà adottata nel 1927 come nome dinastico degli ultimi re, che intenderanno, così, richiamare l’eredità antica di una nazione iranica unita attorno a una monarchia centralizzata. Il nome della lingua letteraria medio-persiana, pahlavi, fa pensare a una consolidata tradizione amministrativa e letteraria che ci è stata trasmessa, però, soprattutto in epoca successiva, e nel primo periodo islamico.

Pasargadae cosiddetta tomba di Ciro, foto dell’autore

Pasargadae cosiddetta tomba di Ciro (ph. Bruno Genito)

Poco prima del 200 d.C., Settimio Severo incorporerà entro i confini di Roma il regno siriaco dell’Osroene, appena un quarto di secolo prima che il regno partico collassasse dall’interno, per far posto a una nuova dinastia, i sasanidi. 

I Sasanidi (226 d.C.- 651 d.C.) 

È solo nel III secolo d.C., che il termine Ērān, appare con un significato geografico e geo-politico, specie nella forma Ērānshar, letteralmente “paese degli Ēr”, ovvero gli Arya. Con questo nome i sasanidi, saliti al potere nel 224 d.C. dopo la sconfitta e la morte dell’ultimo re dei re arsacidi Artabano, definiscono i territori del proprio dominio politico. All’Ērān corrisponde e si contrappone l’Anērān: tutto ciò che Ērān non è, in primo luogo l’impero romano, e Turan, l’Asia centrale dominata da comunità nomadiche.

Statua in bronzo di un principe partico, forse Surena, il vincitore di Carrhae, da Shami, Khuzestan, Museo Nazionale d’Iran, Teheran, foto dell’autore

Statua in bronzo di un principe partico, forse Surena, il vincitore di Carrhae, da Shami, Khuzestan, Museo Nazionale d’Iran, Teheran (ph. Bruno Genito)

La formazione politico-imperiale sasanide, sempre considerata come uno Stato fortemente centralizzato e assoluto e più vicino al modello occidentale-romano, aveva, forse, delle caratteristiche un po’ diverse. Originaria del Fars, la dinastia proveniva da Istakhr, a 6 km. in linea d’aria da Persepoli, dove il loro eponimo Sasan, era stato sacerdote del tempio di Anāhitā, una divinità femminile, forse assimilabile alla greca Venere. La capitale rimane, tuttavia, Ctesifontee la base del potere e il principale orizzonte geopolitico è rivolto verso ovest, al grande nemico romano. È in Mesopotamia e nel sud-ovest dell’Iran, l’antico Elam e Anshan, che si concentreranno, invece, i loro sforzi di urbanizzazione, con la fondazione di nuove insediamenti “regi”, spesso accompagnati di un numero considerevole di rilievi rupestri.

Il nord e l’est resteranno in mano alle grandi famiglie pahlav, il confine occidentale corre a est dell’Eufrate, e risulta non molto diverso da quello stabilito dai Severi e non molto lontano da quello disegnato nel 1920 dalle potenze europee per distinguere la Siria dall’Iraq, argomento, come sappiamo di aggiornatissima attualità considerando i recentissimi avvenimenti in Siria. Roma, la nuova Roma di Costantino e la Persia collaborano contro la comune minaccia dei nomadi delle steppe; si rispettano e si riconoscono a vicenda, come se avessero avuto in dono, anche loro, il compito storico di governare il mondo civilizzato di allora.

- L’arco denominato Taq-i Kisra (l’Arco di Cosroe), a Ctesifonte capitale dell’impero partico e poi sasanide, da Wikipedia

L’arco denominato Taq-i Kisra (l’Arco di Cosroe), a Ctesifonte capitale dell’impero partico e poi sasanide, da Wikipedia

Se i sasanidi, o perlomeno alcuni dei loro re, perseguiranno una strategia politica più accentratrice dei loro predecessori, questo va interpretato, comunque, come certamente “imperiale”, ma non “nazionale”. Il termine Ērānshar non indica, infatti, una nazione, ma un ideale con precise intenzionalità “universalistiche” corrispondenti, in qualche modo, e in competizione con quelle romane. Esplicito è il richiamo alla gloria antica degli achemenidi, mentre il ricordo della dinastia precedente, quella degli arsacidi, passa decisamente in secondo piano. Nell’ultima guerra romano-sasanide, che durerà dal 602 al 628 i persiani riusciranno ad assediare Costantinopoli, e i romani d’Oriente minacceranno da vicino Ctesifonte.

Primo rilievo rupestre di Arsahir I, a Firuzabad, combattimento a cavallo, foto dell’autore

Primo rilievo rupestre di Arsahir I, a Firuzabad, combattimento a cavallo, (ph. Bruno Genito)

In Arabia, intanto, un mercante della tribù dei Qurays preannuncerà una nuova era, il suo nome è Muḥammad e alla corte di Ctesifonte le grandi casate sembreranno distinguersi in due fazioni, i Pahlav e i Parsig che cercheranno di porre sul trono dei fantocci, tra cui due donne della famiglia sasanide. Di una, Buran Dubt resterebbe il ricordo leggendario, forse col nome travisato, nella storia favolosa di Turandot, nome che da altri, invece, è considerato derivante da Turandokht, la fanciulla del Turan (Asia Centrale). L’ultimo re sasanide, Yazdegerd III è costretto a fronteggiare l’avanzata araba, sperando fino all’ultimo in un aiuto dalla Cina, che però, non arriverà mai; come sempre l’impero cinese aveva fatto e continua anche oggi a fare nella sua apparente casuale equidistanza tra i contendenti, ma sostanzialmente, invece, frutto di un lungo e meditato respiro strategico. In una prima fase i Sasanidi sconfiggeranno gli arabi, ma tre anni dopo, quest’ultimi conquisteranno Ctesifonte dopo un prolungato assedio; i sasanidi cercheranno di respingere gli invasori, ma il tentativo fallì e vennero sconfitti nella battaglia di Nihawānd (Iran, regione di Hamadan) nel 642. Gran parte del territorio sasanide venne acquisito dal califfato e con l’assassinio di Yazdgerd III a Merv (Turkmenistan meridionale) nel 651 si concluderà definitivamente l’epopea dei Sasanidi. 

Grotta con rilievi da Taq-i Bostan, provincia di Kermanshah, foto dell’autore

Grotta con rilievi da Taq-i Bostan, provincia di Kermanshah (ph. Bruno Genito)

Gli Arabi

Da questo momento in poi comincerà il lungo e tortuoso processo delle conquiste arabe verso oriente dopo la predicazione di Muḥammad; alcune casate partiche, sopravvissute al periodo sasanide, scenderanno presto a patti con i nuovi conquistatori, conservando parte dei loro privilegi e, soprattutto, provando a mantenere una memoria culturale del passato “iranico” che non tarderà a riemergere, anche se in una veste religiosa diversa, e con testi che cominceranno sempre di più a essere scritti in un alfabeto diverso, l’arabo. La frontiera che separava la Mezzaluna Fertile, in una iranica e in una romana scomparirà; dal Mediterraneo all’Indo, dall’Indo all’Atlantico e fino in Cina, si estenderà una singola completamente nuova realtà politica, religiosamente “islamica” e con un carattere politico ancora una volta “imperiale”: il califfato. Un secolo dopo la morte dell’ultimo imperatore sasanide, a circa vent’anni dall’inizio delle conquiste arabe, la stessa regione si solleverà contro la dinastia califfale araba degli omayyadi. Un esercito misto di arabi e iranici marcia verso occidente in nome dei diritti a governare degli eredi della famiglia del Profeta, e in particolare, dei discendenti di suo zio Al-ʿAbbās, donde il nome della futura dinastia califfale degli Abbasidi [12]. I quali, divenuti i capi della comunità islamica e degli enormi territori fino a quel momento conquistati fonderanno una nuova capitale: Baghdad sul Tigri, poco lontano da Ctesifonte.

In quegli anni la letteratura in lingua persiana/pahlavi comincerà a essere tradotta in arabo, tra cui manuali di etichetta, di scacchi e il suo scacco matto (dal persiano Shāh māt, re sconfitto), raccolte di favole, parti delle opere di Aristotele, e in seguito la storiografia di corte sasanide; lo Shahnameh (il Libro dei Re) la versione in versi dei quali verrà poi scritta nel X secolo dal grande poeta Ferdousi da Tūs dalla provincia iraniana del Razavi Khorasan, nel nord-est dell’Iran. Il nuovo impero arabo-musulmano degli abbasidi assumerà di nuovo un carattere “universalistico” e, in qualche modo, “pluralistico”. Con il nuovo califfato il riferimento culturale sarà, però, la corte persiana e il pensiero greco come un’eredità culturale del mondo persiano che, a sua volta, gradualmente si sta ormai islamizzando. Il mondo iranico comincerà così ad integrarsi sempre di più nel contesto culturale arabo-islamico, e, al tempo, stesso si rinnoverà profondamente. La profondità e spessore del mondo iranico sarà in grado, dall’XI secolo in poi, di assorbire l’aggressiva dimensione culturale turca, mentre il neo-persiano diventerà la principale lingua amministrativa, e l’Islam la religione dominante delle dinastie che si avvicenderanno sull’altopiano nella prima metà del secondo millennio d.C. Dopo il declino abbaside tornerà una certa instabilità e decentramento che porteranno, comunque, la ricca vita “cittadina”, ad uno sviluppo mai visto prima, piena di commerci e artigianato e una variegata cultura, che non è più semplicemente “persiana” ma che ha, però, nella lingua persiana il veicolo principale dell’espressione letteraria di prestigio. 

978880625937graIslam (dal 651 d.C.) 

Si può far risalire la storia dell’Iran moderno all’epoca della fine dell’impero Sasanide nella metà del VII secolo d.C., anche se su questo punto non tutti sono pienamente d’accordo; si tratta, come si può vedere, di prospettive interpretative storiche diverse. Certamente nella sua prima fase l’espansione araba, spinta da un forte afflato religioso e la speranza concreta di saccheggi e relativo guadagno, si svilupperà soprattutto verso la Mesopotamia, la Siria, l’area Palestinese, e l’Egitto. Solo successivamente gli arabi si lanceranno nella direzione del Caucaso e verso est, entrando in Persia. Lo scontro decisivo avverrà a Qādisiyya in Iraq nel 637/634, dove l’esercito persiano fu sconfitto, e successivamente le armate arabe avanzeranno verso nord e verso est, occupando Ahwāz e tutta la provincia attuale del Khūzestān nel 639, conquistando Ctesifonte (l’odierna al-Madain) e aprendosi, così, la strada verso Isfahan e l’Iran centrale.

L’invasione arabo-islamica dell’Iran fu un evento “epocale”, da qualcuno visto come un accadimento tragico con enormi conseguenze geopolitiche, uno sconvolgimento dell’antico ordine e uno spostamento dell’asse geopolitico verso occidente. Nel millennio precedente alla conquista araba, l’altopiano iranico aveva, comunque, esercitato un ruolo di barriera nei confronti di popolazioni in movimento da est verso ovest, specialmente nomadiche, l’ultimo clan a penetrare l’Iran da oriente e a conquistarlo era stato, molto verosimilmente, proprio quello di Istaspe, progenitore di Dario I nel VI secolo a.C.

Gli arabi adesso risulteranno, per diverse ragioni, invincibili e abbatteranno quella barriera eretta dagli achemenidi e mantenuta in piedi per secoli dai seleucidi, dai parti e dai sasanidi, oltrepassando la Transoxiana (l’area collocata al di là del fiume Oxus, l’odierno Amudarya, tra Turkmenistan e Uzbekistan) giungendo nelle aree collocate ai confini politico-culturali della Cina. È a questo punto che si producono altrettante profonde e nuove dinamiche geopolitiche, le cui conseguenze troveranno esiti geopolitici che sono continuati fino ad oggi.

Ad una spinta verso oriente degli arabi corrispose, infatti, una spinta verso occidente della dinastia cinese dei Tang (618-907), che avevano da poco riconquistato le oasi del Turkestan orientale (l’attuale regione più occidentale autonoma cinese dello Xinijang, abitata oggi dagli Uiguri, turcofoni e musulmani, che scrivono la propria lingua con caratteri arabi). Spodestato dai cinesi il sovrano turco di Tashkent, i turchi si ribelleranno e chiameranno in loro soccorso gli arabi, che coglieranno subito l’occasione, e si dirigeranno verso le sponde del fiume Talas nell’odierna città omonima, nel Kirghisistan settentrionale al confine con il Kazakhistan o, secondo altra ipotesi, verso la città di Taras a un’ottantina di km. dalla prima in Kazakhistan sud orientale, sempre sul fiume Talas. Qui nel 751 avverrà una delle battaglie più importanti che videro confrontarsi l’Occidente (in questo caso rappresentato dalle truppe arabo-turche) e un Oriente (rappresentato da quelle cinesi). Il tempestivo intervento di diverse tribù turche insediate tra il lago di Balkash e il fiume Irtish, rovesceranno le sorti della battaglia che sembrava persa in partenza; le truppe cinesi saranno costrette a un’umiliante e disastrosa ritirata e la dinastia Tang entrerà da quel momento in poi in una fase di crisi dalla quale non si riprenderà più. Con la battaglia di Talas/Taras, l’Asia centrale diventerà definitivamente turca e musulmana e i confini tradizionali dell’epoca sasanide verranno definitivamente abbattuti. Come già detto, nei secoli successivi l’Iran sarà ciclicamente travolto da diverse invasioni provenienti sempre da oriente [13]. 

31018310315I Turchi 

In Iran e nella sua periferia a nord est, in Asia Centrale cominceranno, formalmente in nome degli abbasidi, a governare diverse famiglie dinastiche, tra le quali quella Buyide (metà X secolo-metà XI secolo d.C.) ad ovest [14], quelle Saffaride (metà IX-metà XV secolo) [15] e samanide (dal’819 al 1005) (di origine iraniche) sul Khorasan e Transoxiana che ebbe Bukhara per capitale, ad est [16], e poi quelle, di origini turche, dei Ghaznavidi (998-1191) [17] e dei Selgiuchidi (ad oriente, in Afghanistan e India) e dei Khwarezmshahi (1077-1231) [18]. A queste seguiranno i mongoli [19], che distruggeranno il califfato abbaside, ma che manterranno una struttura pluralista del potere sull’altopiano, sotto l’egida del khan supremo nella lontana Pechino e quella più prossima dell’il khan insediato a Tabriz, nell’Azerbaigian iraniano, ormai turchizzato. Altri gruppi turco-mongoli, assimilati più o meno alle tradizioni culturali iranico-islamiche, attraverseranno l’altopiano muovendosi altrove: a est nell’India settentrionale e a ovest nell’Asia Minore e oltre; il sultanato di Delhi, l’impero Mogul (“mongolo”) e quello ottomano avranno tutti una cultura di corte fortemente influenzata dalla tradizione “persiana”, nei modi letterari, negli stili calligrafici e pittorici, nella mistica, nell’architettura e nella stessa lingua amministrativa. É difficile, tuttavia, poter dare a questo insieme di imperi “nomadici”, città poliglotte di un iranismo linguistico-culturale, di identità geopolitiche prevalentemente locali e identità religiose universalizzanti, una caratterizzazione “nazionale” o anche solo “statale”. 

Selgiuchidi (1037-1153) 

La prima dinastia turca da menzionare è quella dei selgiuchidi [20], originariamente un clan di pastori nomadi che avevano prestato servizio alla corte dei Khazari, turchi verosimilmente convertiti all’ebraismo [21]. Nipoti del fondatore di nome Seljuq di quella dinastia, Tugrul e Çagn riescono a riunificare l’Iran, per la prima volta dall’epoca dell’invasione araba; nel 1040 l’esercito selgiuchide sbaraglierà, infatti, quello Ghaznavide a Dāndanqān, a 53 km a sud-ovest da Merv in Turkmenistan, e nel 1258 sarà definitivamente conquistata Baghdad. Nell’altopiano risorge, in qualche modo, quindi, l’impero, che non è un “impero persiano”, ma è, invece, “turco” che si approprierà della tradizione persiana. Ciò, come abbiamo già visto, era accaduto con Ciro il Grande quando si impose nello spazio vuoto lasciato dall’Elam, distrutto dagli Assiri nel VI secolo a.C. con il nome del regno di Parsa. Questa sintesi politico-culturale turco-persiana teoricamente molto improbabile, invece, praticamente funzionerà egregiamente in quanto i turchi riusciranno a conservare la millenaria tradizione di Ciro, e nel 1059 Tugrul stabilirà la capitale a Isfahan, nel cuore della Persia. Tuttavia questo nuovo impero si è completamente trasformato, in quanto le antiche geografie imperiali achemenidi e sasanidi si sono ormai mescolate con il mondo arabo.

Tutto lo spazio compreso tra gli Zagros e il Mediterraneo verrà colonizzato dagli eredi di Muḥammad, e dopo il 651, costruire un impero persiano non poteva che necessariamente significare governare gli arabi; far risorgere l’impero achemenide come si proponeva il sasanide re Shapur II voleva, allora, dire creare un impero arabo e, allo stesso tempo, turco. Conseguenza dell’invasione araba dell’Iran era stato, infatti, il dilagare ampio e ripetuto di popolazioni turche sull’altopiano e le sue periferie strategiche, dall’Anatolia all’Asia caspica, dal Caucaso al Khorasan, l’oriente persiano e al subcontinente indiano. E l’elemento turco diventerà da allora in poi, così, un fattore decisivo della rigenerazione della tradizione imperiale persiana.

La memoria imperiale persiana terrà ben presente, però, cosa rappresentavano gli arabi e cosa i turchi. In tutta la sua storia la Persia aveva subìto solo due invasioni che avevano minacciato la scomparsa definitiva della tradizione statuale e imperiale di Ciro: quella di Alessandro Magno alla fine del IV secolo a.C., e quella araba alla metà del VII secolo d.C. All’epoca in cui Ferdousi (940-1020) scrive lo Shahnameh, il persiano classico è scomparso, e il poeta nazionale dell’Iran, come è ancora oggi considerato, tra gli altri grandi poeti Omar Khayam (1048-1131), Saadi (1210-1291), e Hafez (1315-1390), è costretto a codificare una nuova lingua, il farsi (o neopersiano). Ai selgiuchidi “la cultura” persiana piace, la adottano, e la conservano, per poi diffonderla, innestando un periodo incredibile di grande fioritura. Nel suo celebre libro, il rifondatore della cultura persiana, Ferdousi fa sforzi incredibili per riabilitare e, in qualche modo, “persianizzare” la figura di Alessandro. Riesce anche ad inventarsi una leggenda per la quale Alessandro sarebbe stato il frutto dell’unione tra Darab, figlio di Dario e una figlia di Filippo il Macedone. Viene messo al mondo Alessandro, e, dunque, suo erede legittimo: Alessandro era persiano. In questa visione, l’ultima battaglia di Gaugamela (331 a.C.) di Alessandro contro Dario III (Iraq, approssimativamente tra Erbil e Mossul), dopo le prime due, a Granico (334 a.C.), e Isso (333 a.C.) non costituisce più, la catastrofe che aveva distrutto l’impero achemenide, ma diventa un evento inaspettato che riorganizzerà, in qualche modo, un’incidente dinastico. Ferdousi vuole mettere in evidenza non le vicende di Alessandro, ma quelle degli arabi e il macedone viene riabilitato per poter considerare definitivamente nemico “l’arabo”. Per Ferdousi, la conquista araba fu un vero accadimento negativo, apocalittico, nel corso della lunga e gloriosa storia della Persia. Per screditare definitivamente gli arabi e il loro valore negativo è costretto a ridimensionare l’invasione da parte dei macedoni trasformandola in un fatto positivo e nello Shahnameh c’è un solo nemico: “l’arabo invasore”.

Il farsi diventa, così, la lingua di corte del ramo anatolico – meglio, romano – della famiglia selgiuchide, con capitale a Iconio (Konya), nell’Anatolia profonda. La passione dei turchi per la tradizione culturale persiana è tale che ancora nel XVII secolo i poeti ottomani comporranno i loro versi nella lingua di Ferdousi. E anche sotto il profilo territoriale i selgiuchidi rigenerano la tradizione imperiale persiana, espandendosi progressivamente nello stesso spazio che era stato quello achemenide, in Anatolia, Mesopotamia, e il Levante. Resteranno, tuttavia, consapevoli che dal fiume Oxus (l’attuale Amudarya) proverranno le future minacce che travolgeranno nuovamente l’Iran. La minaccia si manifesterà, infatti, con le orde dei turchi oguz che rovesceranno i selgiuchidi, per essere poi spodestati, a loro volta. Il nipote di Gengis Khan, Hulàgù fonderà in Persia l’Il’khanato (1256-1357), il cui sgretolamento frantumerà l’Iran in una miriade di principati. Poi arriverà Tamerlano (Timurlang), ancora più distruttivo dei mongoli, il cui impero, però, avrà vita breve, e il vuoto, ancora una volta sarà riempito da un’altra popolazione turca, i turcomanni. La realizzazione di un’identità iranico-persiana dopo l’invasione arabo-islamica non poteva risolversi solo con l’adozione del farsi e lo sviluppo di una cultura letteraria in neopersiano, nei due secoli successivi alla morte dell’ultimo re sasanide Yazdegerd III. I persiani si erano infatti convertiti all’islam, abbandonando le credenze religiose iraniche pre-islamiche e questo accadde un po’ per la violenta pressione degli arabi, ma anche un po’ perché avevano presto realizzato che restare fuori dal contesto islamico – quando anche i nomadi a oriente dell’altopiano iranico si erano convertiti alla religione musulmana – era praticamente impossibile.

Safavidi (1501-1736) 

Ancora una volta quando sembrò che la tradizione culturale persiana potesse nuovamente soccombere, ad Ardabil – nell’odierno Azerbaigian orientale iraniano – nascerà Ismail che cambierà la storia dell’Eurasia, quando nel 1501, all’età di 14 anni, conquisterà Tabriz. Ismail ha natali nobili, è nipote dell’akkoyunlu Uzun Hasan, del sovrano bizantino di Trebisonda Alessio IV, di Alessandro I di Georgia e suo padre Haydar era gran maestro della confraternita religiosa militante di fede sciita, la Safaviyya. Il suo avvento produce sull’Iran un impatto analogo a quello generato da Ciro, Alessandro e Tugrul il selgiuchide, poiché ha un’idea molto particolare, non vuole fondare un altro impero turco in Iran, ma vuole rifondare, da turco, l’impero persiano.

Con il nipote di Tahmasp (1524-1576), ‘Abbas il Grande (1587-1629), si compirà la rivoluzione immaginata da Ismail, con l’ennesima rinascita di un imperialismo persiano. La sovranità della dinastia si estenderà all’Afghanistan, al Caucaso, alla Mesopotamia, e l’Iran riesce, così, a realizzare ancora una volta un impero. 

I re safavidi, conquisteranno l’altopiano, proclamandosi anch’essi re dei re e promuovendo, come già detto, lo sciismo duodecimano (che prevede l’esistenza di dodici imam, una figura, in qualche modo, intermedia tra Dio e l’uomo, e assimilabili ai nostri “santi”, di cui l’ultimo scomparso nel X secolo, ricomparirà alla fine dei tempi!) tra la gran parte della popolazione (fino ad allora a maggioranza sunnita), segnando, così, tra l’Iran e la gran parte del resto del mondo musulmano, quella frattura religiosa significativa ancora pienamente in corso, aggravata dalla lunga rivalità con il più centralizzato impero ottomano, erede, se non altro in senso territoriale, della Roma d’Oriente. Sarebbe intrigante sostenere che i circa tre secoli di conflitto turco-persiano, che si prolungherà oltre la stessa durata della dinastia, riproporranno negli stessi termini i quasi sette secoli di confronto romano-iranico delle epoche precedenti. La frattura geopolitica che dividerà le due potenze vicino-orientali è, ora, infatti, molto diversa: gli imperi iranici avevano affrontato Roma sull’Eufrate o nell’alta Mesopotamia. Gli ottomani e i safavidi, al contrario, se lo contendono, con i primi solitamente in posizione di forza, lasciando Baghdad come provincia di confine di un impero che ha per capitale Istanbul, la Nuova Roma. L’Iraq, linguisticamente arabo, e geo-politicamente “iranico” viene riportato in una Mezzaluna Fertile che gli ottomani, come i primi conquistatori arabi, di nuovo, riunificano, ma senza l’Iran.

Bisognerà attendere il trattato di Qasr-e Sirin (Iran, regione di Kermanshah al confine con l’Iraq), firmato nel 1639 tra gli imperi persiano-safavide e turco-ottomano perché la separazione tra la Mesopotamia e le alte terre torni a essere geo-politicamente più o meno permanente. A grandi linee, il confine che oggi separa l’Iran dall’Iraq (e dalla Turchia) è ancora quello definito a Qasr-e Sirin. Le frontiere settentrionali e orientali dell’Iran odierno, invece sono state definite, a spese dell’Iran, nel corso del Grande Gioco ottocentesco tra Gran Bretagna e Russia.

Pur nella loro ostilità nei confronti degli arabi, ma con la necessità di preservare la propria specificità identitaria, i persiani non si convertirono, tuttavia, alla versione ortodossa dell’Islam, il sunnismo, ma seguiranno una particolare variante come già detto, lo sciismo duodecimano. Lo sciismo promosso dai Safavidi, diviene, dunque, componente fondamentale di un’identità iranica in grado di accomunare le diverse popolazioni che abitano l’altopiano. È in questa fase che la Persia inizia a diventare Iran, anche se il cambiamento toponomastico sarà ufficializzato solo nel 1935 dallo scià Reza Khan Pahlavi.

L’impero safavide cesserà di essere, però un impero abbastanza presto. Rispetto ai grandi imperi dell’epoca, alla fine del XVII secolo quello fondato da Ismail è poco più di un principato. E di lì a poco smetterà anche di essere persiano. La maledizione del 651 continuerà a colpire i discendenti di Ciro. Lo Stato safavide si frantumerà e l’Iran tornerà a essere dominato dai turchi, prima dagli afsharidi (1736 e il 1750) del controverso Nadir scià, e poi dai Qajar. 

9788806168339-it-1I Qajar (dal 1794 al 1925) 

Un decennio dopo la morte di ‘Abbas – nel 1638 – l’ottomano Murad IV si riprenderà Baghdad e la Mesopotamia. I safavidi crolleranno nel XVIII secolo sotto i colpi degli afghani, “iranici” ma non persiani, rimasti sunniti. La forza dello Stato, dominato e conteso da gruppi seminomadi, turchi d’origine, e da grandi famiglie latifondiste legate alla debole amministrazione statale, progressivamente si sfalda. Tra questi gruppi trionferanno i turchi Qajar, originari anche essi del Nord-Est. Saranno loro a stabilire la capitale a Teheran, nei paraggi dell’antichissima città protostorica di Rayy, a nord di Teheran, dove rimarrà fino ad oggi. Lo Stato Qajar resterà, comunque, debole, non più impero, perché stretto tra potenze imperiali di ben maggiore forza; e non ancora nazione, perché suddiviso in realtà locali unite da poco altro che dal comune riconoscimento dell’autorità remota e non sempre effettiva della corte, e in molti luoghi da una comune fede maggioritaria sciita e dalla lingua letteraria persiana. Ben poco resterà delle antiche pretese universalistiche o integratrici.

Il Paese entra nel XX secolo con un governo debole, circondato dalle mire di controllo di Londra e Pietroburgo, la cui incompatibilità è probabilmente la causa prima della sopravvivenza dell’Iran (allora chiamato ancora dagli europei “Persia”) come Stato indipendente in questa fase. E però anche i timidi tentativi di modernizzazione creeranno l’embrione di una “nazione”: un’opinione pubblica urbana e istruita, affiancata a un clero sciita economicamente autonomo, che si ritengono portavoce del “popolo” verso lo “Stato” (e dunque di un popolo da definirsi in relazione allo Stato). 

9788870914948_0_0_0_0_0I Pahlavi (1925-1979) 

Attraverso una fase estremamente conflittuale e una parziale occupazione anglo-russa durante la Prima guerra mondiale, saranno i rappresentanti della “nazione” iraniana a tentare di controllare lo Stato e trasformarlo e ad adattarlo secondo dei parametri più moderni. Reza Khan si impossessa della macchina statale al culmine della crisi di questo tentativo nazionale. L’opera di Reza Shah tra le due guerre e, in qualche misura, quella di suo figlio saranno marcate da un progetto di modernizzazione, intesa in primo luogo come rafforzamento dello Stato. Un progetto segnato, però, a livello ideologico dalle aspirazioni imperiali necessarie a radicare la “nazione” iraniana (“Iran” è scelto come nome ufficiale nel 1935, ma di certo non si tratta di una innovazione inventata) in un passato che, è tutt’altro che “nazionale”.

Ed è stato ai piedi della terrazza dove si trovano i resti di Persepoli e della restaurata sala delle udienze, l’Apadana, nel 1971, che Mohammed Reza Pahlavi celebrò i duemilacinquecento anni della fondazione dell’impero persiano, intendendo per essi, tuttavia, un senso molto diverso da quello che era stato rappresentato sui rilievi della stessa sala in epoca achemenide [22]. Lo scià celebrava infatti la gloria dell’Iran, della sua unità, concordia e potenza come Stato nazionale il cui popolo era guidato da un monarca, lui stesso. Gloria monarchica che in pochi anni si sarebbe rivelata, tuttavia, illusoria. Solo l’anno prima si era tenuto nel vicino Iraq un ciclo di lezioni di Ruhollah Khomeini sulla natura del governo islamico [23], che non avrebbe mancato di condannare il fasto e lo sperpero dei quei festeggiamenti regali a Persepoli. 

9788858159729_0_0_536_0_75Conclusioni? 

Alla fine degli anni settanta del secolo scorso, poi, con la rivoluzione islamica guidata da Ruhollah Khomeini si gettarono in Iran le basi per una nuova “nazione” che, in nome della fede sciita, alla fine riuscì a rovesciare quella dell’ultima dinastia imperiale dal nome antichissimo di “Pahlavi”.

Che cosa sia accaduto negli ultimi cinquanta anni è abbastanza noto ai più anche se le interpretazioni degli avvenimenti oscillano tra estremi decisamente contrastanti: l’apprezzamento per un’insolita e nuova vitalità nazionalistica rivoluzionaria, si è combinato con un giudizio fortemente critico per un evidente arretramento culturale di fronte alle istanze democratico-liberali, per la verità poco rispettate, già anche prima della Rivoluzione. L’Iran, Paese da molto tempo fortemente occidentalizzato, tuttavia, si schiera di fatto contro gli Stati Uniti e Israele, e le minacce costanti contro la stessa esistenza di Israele, pronunziate sin dall’inizio della Rivoluzione dallo stesso Ruhollah Khomeini, non aiutarono, ma anzi dettero l’avvio e rafforzarono un integralismo islamico antagonista alle civiltà europee-cristiane.

Oggi alla luce degli ultimi inediti e disastrosi accadimenti militari del giugno 2025 e del febbraio/marzo 2026, repentini cambiamenti sul campo sono all’ordine del giorno e anche di minuti, e non fanno presagire nulla di buono. Qualunque prospettiva credibile alla crisi un giorno appare raggiungibile, e il giorno dopo sparisce dagli orizzonti politici possibili. In un quadro così instabile e per questo destabilizzante, le prospettive nucleari e militari degli ultimi mesi sono di fatto pesantemente aggravate dall’ingombrante presenza militare statunitense nel Golfo Persico e dai ripetuti assalti Israeliani alle strutture militari e civili iraniane, per non parlare di quello che quest’ultimi continuano a fare a Gaza e ora nel Libano. Tutto ciò fa pensare ad un futuro ancora più difficile, incerto e pericoloso, così come fa rabbrividire, anche tra le menti più obnubilate e restie a qualunque accordo di pace, la folle idea di annientare un Paese di così lunga e antica tradizione culturale come l’Iran, A questo punto sarebbero auspicabili interventi di statisti che abbiano il dono di una visione geopolitica diversa che vada, soprattutto, molto al di là delle legittime o meno legittime aspirazioni dei contendenti in campo. Ma tutto ciò non appare possibile in tempi brevi. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] L’avevo già fatto alla fine del 2024 in un articolo nella rivista online Stroncature, che ho in quest’occasione di molto ampliato, approfondendo alcuni dettagli che erano rimasti allora appena accennati. Su Dialoghi Mediterranei, avevo poi già accennato alla storia antica da un punto di vista archeologico e storico-artistico di quel Paese nel maggio del 2022
[2] Non vorrei essere particolarmente drastico, ma alla base dell’uso dell’espressione ormai in voga “Middle East” attraverso un processo di mappatura geoculturale, è avvenuta la sua costruzione come un’area di studio la quale, a sua volta, avrebbe influenzato la formazione di coordinate chiavi all’interno dei paradigmi dominanti della sociologia occidentale. La presenza euro-americana nel Medio Oriente (spesso supportata da una visione essenzialmente “orientalista” occidentale dell’Islam) ha portato, attraverso vari colpi di scena, dalla fine del XIX secolo all’inizio del XXI, alla rappresentazione del Medio Oriente in un chiaroscuro contrastante rispetto all’immagine dell’Occidente come precursore del progresso sociale e della cultura secolare. Il Medio Oriente ha finito, così, con il costituire una zona di confine teorica nella storia del pensiero sociologico, dato che la presenza occidentale nel Medio Oriente è parte integrante del ruolo storico che la sociologia ha svolto nella costruzione occidentale della modernità. La sociologia del Medio Oriente approfondisce, così, l’esame critico delle sue relazioni con l’eredità del colonialismo occidentale e le nuove dinamiche del potere. Questo aspetto ha richiesto un’integrazione dello studio delle connessioni e della circolazione “Sud-Sud” e “Est-Est” nella storia e nel presente, resistendo al contempo alla tentazione di una completa “indigenizzazione” della conoscenza sociologica, che rischia di riprodurre false dicotomie modernità/progresso contro autenticità/tradizione: fantasmi interpretativi che il canone sociologico occidentale evoca, probabilmente, per poter perpetuare un’egemonia intellettuale dell’Occidente.
[3] Alī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero di Muḥammad, muore il 29 gennaio 661 a Kufa, a seguito di un attentato (19 del mese di Ramadan dell’anno 40 dell’Egira), quando fu ferito a morte da una spada avvelenata il 26 gennaio mentre pregava nella locale moschea.
[4] I kharigiti sono membri di una antica corrente dell’Islam, nata nel VII secolo (657 d.C.) in seguito a un dissenso politico sulla successione al califfo ʻAli. Il nome deriva dall’arabo al-khawāriǧ, che significa “gli uscenti” o “coloro che si sono separati”. Il gruppo si separò dai sostenitori di ʻAli dopo la battaglia di Siffin per via del rifiuto di un arbitrato umano. Sostenevano che il califfo dovesse essere scelto unicamente in base al merito morale e religioso, indipendentemente dalla tribù o discendenza. Consideravano il peccato grave come perdita della fede, legittimando la rivolta contro i governanti ritenuti ingiusti. Il gruppo, con il tempo, si è diviso in vari rami nel corso dei secoli, tra cui segnaliamo gli azraqiti e i sufriti. L’unica branca kharigita sopravvissuta fino ad oggi, insediatasi in Oman, in alcune zone del Nord Africa (come a Mzab, Algeria) e a Zanzibar sono gli Ibaditi.
[5] La morte di Husayn viene annualmente celebrata in Iran nel giorno dell’Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, il primo dell’anno nel calendario islamico lunare. La festività commemora eventi sacri come il salvataggio di Mosè e degli Ebrei dal faraone. La ricorrenza nel mondo musulmano si articola in due modi principali; nella tradizione sunnita con un digiuno volontario (il 9 e 10 Muharram) in segno di gratitudine e gioia spirituale, e nella tradizione sciita dove assume un tono profondamente luttuoso e lugubre per commemorare il martirio dell’Imam Husayn/Hossein (nipote del profeta Muḥammad) nella battaglia di Kerbala del 680 d.C. al-Husayn ibn Ali era il leader della famiglia del Profeta (Ahl al-bayt) e si oppose al califfo omayyade Yazid I. Fu trucidato insieme a un piccolo gruppo di familiari e seguaci nella piana di Kerbela (in Iraq) dalle truppe del califfo. Per i musulmani sciiti, il martirio dell’imam Husayn a Kerbela rappresenta il simbolo supremo della lotta contro la tirannia e l’ingiustizia, commemorato ogni anno durante la festività dell’Ashura. Nell’episodio di Kerbela persero la vita anche altri figli e nipoti di al-Husayn e membri della casata di Ali, tra cui il giovane Ali al-Akbar e il neonato Ali al-Asghar.
[6] La dinastia dei califfi Omayyadi è stata la prima grande dinastia ereditaria del sistema politico dell’Islam, fondata da Mu’awiya I nel 661 d.C. e guidata da figure chiave come lo stesso Mu’awiya e Abd al-Malik, che governò un vasto territorio fino al 750 d.C. quando subentrò la dinastia successiva, quella degli Abbassidi. Il clan fondatore era stato quello dei Banū Umayya, della tribù dei Quraysh proveniente dalla Mecca. La capitale fu spostata da Medina a Damasco (Siria) nel 661 d.C. e la natura del potere califfale da elettivo si trasformò in ereditario. I confini del califfato raggiunsero l’India e la Transoxiana (l’area al di là del fiume Oxus, l’odierno Amudarya, oggi confine tra Turkmenistan e Uzbekistan). Avanzando verso l’Egitto e il Maghreb gli Omayyadi, inoltre, conquistarono il Nord Africa. e via via anche la penisola iberica (al-Andalus) a partire dal 711 d.C.
[7] Va anche segnalata a questo proposito, poi, una nutrita letteratura femminile sull’Iran contemporaneo sul quale non possiamo soffermarci più di tanto, rimandando, anche in questo caso. ad alcune tra le più note opere alla bibliografia in calce; segnaliamo anche l’esistenza di una casa editrice italiana dal nome Ponte33 (dal nome del famoso ponte di Isfahan dalle 33 arcate), che ha dedicato la sua attività alla pubblicazione in Italiano di molta letteratura persiana contemporanea. Segnaliamo ancora i numerosi romanzi di Kader Abdollah, autore iraniano che da anni vive in Olanda e che i suoi maggiori successi li ha scritti in Olandese. Non si deve dimenticare, poi, l’importanza culturale della cinematografia iraniana che meriterebbe un discorso a parte sia all’interno della storia del cinema in generale che all’interno degli ultimi decenni di produzione in particolare dove si registra un rimarchevole successo ottenuto nei più importanti festival internazionali.
[8] Il termine imàm può indicare tanto una guida morale o spirituale (ed è questo l’uso che per lo più se ne fa in ambiente politico) quanto un semplice devoto musulmano che sia particolarmente esperto nei movimenti rituali obbligatori della preghiera canonica. Costui si pone davanti agli oranti, dando modo ad essi di correggere eventuali errori nei movimenti che comporterebbero l’invalidità della preghiera. Da un punto di vista istituzionale, l’imam è storicamente il capo della comunità islamica (umma) ed è per questo, nel sunnismo, sinonimo di califfo. Ogni moschea sunnita presenta un imam, il quale porta avanti la preghiera, e solamente gli uomini possono svolgere questa funzione, scelta in base alla loro conoscenza del Corano. Ancora oggi in Turchia gli imam sono una carica statale, gestita dalla presidenza degli affari religiosi, e sono eleggibili gli uomini che dispongono di un titolo universitario o che hanno frequentato le scuole coraniche. Una carica simile esiste anche in Siria. Un peso senz’altro maggiore è dato dalla figura dell’imam dalla comunità islamica sciita – in quanto considerato guida ideale per meriti umani e conoscenza religiosa a causa dei suoi legami di sangue e spirituali con ʻAlī ibn Abī Tāhib, cugino e genero del profeta Muḥammad. La sua speciale eccellenza fra gli uomini deriva però dall’essere, in modo privilegiato, ineffabilmente assistito da parte di Dio. Per la maggioranza dello sciismo – detto imamita, duo-decimano, il numero degli imàm che legittimamente hanno guidato storicamente i fedeli musulmani (o sarebbero stati legittimamente destinati a farlo se poi non ne fossero stati impediti dai califfi omayyadi e abbasidi) è di dodici, l’ultimo dei quali “nascosto” ritornerà alla fine dei tempi, mentre per la minoranza ismailita (o settimana) il numero si limita a sette. L’ismailismo differisce radicalmente dallo sciismo tradizionale perché questi ultimi ebbero diversi imam anche dopo la fine dei dodici, separandosi poi in diverse sette, e attualmente il titolo è mantenuto da Aga Khan V. Gli imam zayditi, invece, assunsero un carattere anche politico, essendo diventati sovrani dello Yemen. Ci sono stati diversi casi in cui gli imam hanno tenuto sia il potere spirituale che quello temporale: è il caso del sopracitato Yemen, i cui imam furono anche sovrani assoluti del paese da circa l’897 fino alla loro abolizione nel 1970, e dell’Oman, dove in alcuni casi l’imam era a capo di una dinastia elettiva mentre in altri era ereditaria. Altri esempi sono alcuni stati africani. Storicamente anche i sovrani dell’Arabia Saudita erano definiti imam, prima che Abd al-Aziz si proclamasse re, e certe volte anche Ruhollah Khomeini venne definito imam, anche se non ufficialmente, così come l’imam nel sistema costituzionale persiano post-rivoluzionario.
[9] Si tratta di una regione a forma semicircolare che si estende dal Mediterraneo orientale fino alla Mesopotamia, comprendendo parti degli attuali stati di Egitto, Israele, territori Palestinesi, Giordania, Cipro, Libano, Siria, Turchia, Iraq, Kuwait, Iran e Arabia Saudita. La sua forma a mezzaluna e la presenza di grandi fiumi come il Nilo, il Giordano, il Tigri e l’Eufrate hanno reso i terreni particolarmente fertili, favorendo l’agricoltura e l’allevamento, oltre a servire come vie di comunicazione naturali.
[10] In persiano antico, il titolo di “re dei re” si indicava con xšāyaθiya xšāyaθiyanām; l’espressione indicava il sovrano supremo dell’impero, un concetto che in seguito si evolvette nel persiano medio e moderno nella forma di Shahanshah. La parola xšāyaθiya significa “re”, mentre la forma genitiva plurale xšāyaθiyanām significa “dei re”.
[11] Quando si parla di guerre persiane si fa riferimento a due eventi che videro protagonisti, da un lato l’impero persiano e, dall’altro le città greche. Naturalmente la storia di questi avvenimenti è tutta basata sulle fonti greche, mancano completamente all’appello fonti iraniche che sarebbe stato molto utile, invece, avere a disposizione. Nel 546 a.C., Creso, ricchissimo re di Lidia, aveva deciso di intraprendere una spedizione contro l’impero persiano, che si faceva sempre più forte e minaccioso. I persiani, tuttavia, si impadronirono di tutti i territori da lui controllati, che comprendevano anche le città greche sulle coste dell’Asia Minore. Nonostante la cosiddetta rivolta ionica, in qualche modo fomentata da Atene, Dario intraprese la sua campagna militare in Grecia dove dispiegò il suo enorme esercito sulla piana di Maratona, a una quarantina di km da Atene. Era il 490 a.C. I Persiani sembravano avere la vittoria in tasca, ma fu Milziade ad avere la meglio, e a permettere di conseguire una vittoria memorabile, che entrò nella storia, tramite un certo Filippide (o Fidippide), un emerodromo ateniese, ovvero un messaggero in grado di percorrere enormi distanze a piedi in un solo giorno, celebre nella storia e nel mito per aver corso dalla piana di Maratona fino ad Atene nel 490 a.C. per annunciare la vittoria contro i Persiani, morendo per lo sforzo e ispirando la nascita della moderna specialità olimpica della maratona. Secondo la leggenda popolare, ripresa da autori successivi come Luciano di Samosata, Filippide corse per circa 40 chilometri dal campo di battaglia fino ai magistrati ateniesi, gridò “Nike” (vittoria) e cadde morto per la fatica. Il più antico storico greco, Erodoto, racconta un’impresa ben più faticosa: prima della battaglia, Filippide fu inviato da Atene a Sparta per chiedere aiuti militari, percorrendo oltre 240 chilometri (andata e ritorno) in un paio di giorni, e non menziona alcuna corsa finale da Maratona ad Atene. Quanti avevano combattuto a Maratona – i «Maratonomachi» – furono l’esempio a cui si ispirarono le nuove generazioni, il modello da imitare e riprodurre, la dimostrazione che pochi uomini, ma coraggiosi potevano avere la meglio contro un esercito numeroso ma arrogante e disordinato. I persiani naturalmente non si diedero per vinti. Serse, il figlio di Dario che nel frattempo era morto, provvide a organizzare una nuova spedizione in Grecia, ancor più imponente di quella predisposta dal padre. Nel 481 a.C., gli alleati antipersiani si riunirono per organizzare la difesa e l’anno seguente, mentre Serse si affacciava in Tessaglia, gli alleati si schierarono dapprima nella valle di Tempe; poco dopo, quando capirono che quel luogo era indifendibile, optarono per la gola delle Termopili. La difesa del passo venne affidata al re spartano Leonida. Con lui erano trecento cittadini-guerrieri di Sparta che per la verità erano molto più numerosi, e comprendevano circa quattromila unità, tra perieci e iloti (rispettivamente, abitanti liberi ma non cittadini e schiavi spartani). Non c’è però alcun motivo fondato per credere che quello alle Termopili fosse un sacrificio volontario e preordinato. In realtà, i piani messi a punto dalle città greche alleate in funzione antipersiana miravano a un solo, preciso scopo: contenere l’avanzata del nemico. E gli uomini alle Termopili – che procedevano in parallelo con la flotta incaricata di impedire gli sbarchi di ulteriori forze – avevano esattamente questo compito: dovevano resistere e trattenere i persiani in attesa di rinforzi che sarebbero arrivati non solo da Sparta. Il giorno successivo il re persiano manda all’assalto il corpo scelto di diecimila uomini che formavano la sua guardia reale, e che sono comunemente noti come athànatoi «Immortali» – anche se questo termine non è attestato nelle fonti iraniche. Al terzo giorno la situazione si rovesciò. Alla metà del mattino successivo, quando le truppe di Serse si ripresentarono sul fronte delle Termopili, all’inizio i greci continuarono ad avere la meglio, battendosi come leoni pur sapendo di avere le ore contate, finché non giunsero gli Immortali. I trecento, circondati su ogni fronte, vennero sepolti da una pioggia di dardi. Quella dei trecento e di Leonida alle Termopili fu una sconfitta, certo, il massacro delle Termopili assunse ben presto i tratti di una vittoria morale; e lo spirito di sacrificio dei trecento, lungi dall’essere un vanto solo degli spartani, finì per indicare la strada agli altri greci che, di lì a poco, tornarono a confrontarsi con i persiani. Accadde quando, circa due settimane dopo la battaglia, l’esercito di Serse ebbe via libera per invadere Atene: e anche se non poté fare strage di uomini, visto che la maggior parte degli abitanti era stata nel frattempo messa in salvo altrove, riuscì però a devastare l’acropoli, bruciandone i templi e le statue. Di questo se ne ricordò Alessandro quando bruciò la terrazza di Persepolis? Ma gli ateniesi e gli alleati lo attendevano al varco nei pressi dell’isola di Salamina, di fronte al porto ateniese del Pireo, dove la flotta guidata da Temistocle ebbe la meglio perché seppe sfruttare abilmente un piccolo specchio d’acqua, in cui le troppo numerose e ingombranti navi persiane faticavano nelle manovre. Il trionfo finale nelle guerre contro il colosso persiano fu un evento determinante nella storia greca. Riuscire in un’impresa che, sulla carta, sembrava impossibile non solo rafforzò il sentimento di identità ellenica, ma indusse i greci a riflettere sui fattori che li avevano portati al successo. In fondo, a riflettere sulla loro identità e su ciò che li rendeva superiori a chi non era greco, ma bárbaros, un termine che prima delle guerre persiane indicava soltanto quanti parlavano una lingua non comprensibile perché diversa dal greco, e che in seguito divenne il segno di un’opposizione sistematica, di un’alterità irriducibile, che andava ben oltre il piano linguistico. I greci vinsero, e questa è l’interpretazione corrente, perché sentirono il bisogno di difendere la loro libertà, perché si sentirono membri di una comunità cittadini e, forse, non sudditi. L’opinione della maggior parte degli storici sostiene che senza la vittoria nella seconda guerra persiana la civiltà greca, da cui deriva quella che chiamiamo oggi «occidente», non sarebbe stata quella che è stata. E noi non ne saremmo gli eredi – o lo saremmo in modo molto diverso. I greci hanno vinto perché hanno difeso la loro libertà, combattendo per sé stessi e non per un re.
[12] La dinastia abbaside fu una delle più importanti dinastie musulmane, e resse il califfato dal 750 al 1258 e segnando l’età d’oro della civiltà islamica. La dinastia discendeva da Al-ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, zio paterno del profeta Muḥammad, e salì al potere con una vera e propria rivoluzione nel 750, che rovesciò la dinastia omayyade grazie al sostegno di sciiti, musulmani persiani e altri gruppi non arabi (Mawali) che cercavano maggiore inclusione sociale e politica. Il primo califfo, Abū l-ʿAbbās, stabilì la residenza a Kufa, mentre il secondo, al-Mansūr (754-775), fondò Baghdad, che divenne la capitale e un centro culturale e politico di grande importanza. L’apice della potenza si ebbe sotto al-Mansūr, il nipote Hārūn ar-Rashīd (786-809) e il figlio di quest’ultimo al-Ma’mūn (813-833). In questo periodo, l’impero mantenne l’unità, Baghdad si sviluppò come grande metropoli e la dinastia promosse riforme amministrative e culturali, favorendo l’integrazione tra arabi e popolazioni conquistate, riducendo il predominio arabo nell’amministrazione e valorizzando una nuova classe dirigente di origine persiana. Dopo al-Ma’mūn, iniziò un declino: l’autorità del califfo si ridusse progressivamente al solo Iraq, sotto il controllo di capi militari turchi e iranici, come i Buwayhidi (X secolo) e i Selgiuchidi (XI-XII secolo). Nonostante una breve rinascita nel XII secolo, il califfato perse definitivamente il potere politico con la conquista di Baghdad da parte dei Mongoli nel 1258, che uccisero l’ultimo califfo, al-Mustaʿṣim. La dinastia è ricordata come l’età classica dell’Islam, caratterizzata da un grande sviluppo culturale, scientifico e artistico. Baghdad divenne un centro di studi, scienza e commercio, e la dinastia promosse l’integrazione culturale tra arabi e non arabi, pur mantenendo un controllo centralizzato sulle province tramite emiri locali. Gli Abbasidi rappresentano una fase cruciale della storia islamica, con un lungo periodo di governo che influenzò profondamente la politica, la cultura e la società del mondo musulmano medievale, lasciando un’eredità duratura anche dopo la caduta politica del califfato.
[13] È interessante osservare che più o meno nella stessa data, nel 732 d.C. a Poitiers in Francia, si combatte un’altra famosa ed epocale battaglia. L’esercito dei Franchi, guidato da Carlo Martello, sconfigge le truppe arabo-berbere guidate da Abd al Rahman. Questo scontro fermerà l’avanzata islamica in Europa occidentale e la Cristianità (da sempre l’occidente) sconfiggerà i musulmani (in questo caso l’oriente), là dove a Talas/Taras sarà l’Occidente (in questo caso i musulmani) che fermeranno i cinesi Buddhisti della dinastia dei Tang (in questo caso l’Oriente).
[14] La dinastia dei Buyidi, o Buwayhidi, fu una dinastia sciita che dominò la Persia e l’Iraq tra il X e il XI secolo. Originari delle montuose regioni del Daylam, a sud del Mar Caspio, i Buyidi entrarono al servizio di Mākān ibn Kākī e poi di Mardāwīj ibn Ziyār. Ali ibn Buya e i suoi fratelli al-Hasan e Ahmad, figli d’un umile pescatore del Mar Caspio, cominciarono lentamente ad esprimere una loro ambiziosa politica nella regione di Esfahan. La loro vittoria nel 934 segnò l’inizio della loro dominazione, con ʿAlī ibn Būya che ricevette il riconoscimento califfale per le sue imprese e il titolo di wālī. La morte di Mardāwīj ibn Ziyār ampliò i loro domini alla città di Rayy, dove ʿAlī ibn Būya ricevette il titolo di wālī.
[15] La dinastia dei Saffaridi, fondata da Ya’qub ibn al-Layth al-Saffar, governò un impero che si estendeva dalla regione del Fars nell’Iran occidentale al Sind nell’India settentrionale. La loro dominazione si estese per quasi un secolo, fino alla morte di Ya’qub ibn al-Layth al-Saffar nel 879. La sua tomba si trova nel villaggio di Shahabad, vicino alle rovine dell’antica città di Jundishapur (Gundeshapur), nel distretto di Dezful, nella provincia del Khuzestan, in Iran. La dinastia fu caratterizzata da un’aggressiva campagna di espansione territoriale e da un’importante trasformazione religiosa, portando l’Islam a prevalere nella regione del Sistan.
[16] La dinastia dei Samanidi dominò sulla Transoxiana e parte della Persia orientale nei secc. IX-X secolo d.C. Il loro maggiore sovrano fu Ismā῾īl (872-907) (la cui tomba, capolavoro della prima architettura islamica, si trova a Bukhara), che estese il suo dominio dalla Farghāna (tra Kirghisitan e Uzbekistan) alla Media (Gibāl) (nord ovest dell’Iran). Alla fine del sec. X, la potenza samanide andò declinando, la Transoxiana fu conquistata dai Qarakhanidi e il Khorasān divenne indipendente con i Gaznavidi, che possono considerarsi i veri eredi dei Samanidi. Grande fu l’importanza politica dei Samanidi, in quanto diedero vita alla prima dinastia nazionale della Persia islamica, ma anche più rilevante l’incidenza che essi ebbero in campo culturale favorendo e quasi impersonando la rinascita della lingua e della poesia persiana. Alla corte samanide di Bukhara (e nella vicina Samarcanda) fiorirono tra gli altri i poeti Rūdaghī e Daqīqī.
[17] La dinastia dei Ghaznavidi fu una delle più influenti dinastie turche musulmane nel X e XI secolo. Essa governò il Khorasan, l’Afghanistan, parte dell’Azerbaigian e il Punjab, e si contendeva con i Karakhanidi il titolo di primo Stato turcico di religione islamica. Il loro dominio si estese per breve tempo dalle rive meridionali del Caspio al bacino dell’Indo. Il loro maggior sovrano è stato il sultano Maḥmū´d, che raggiunse l’acme del suo potere.
[18] La dinastia dei Khwarezmshahi, o Khwārezm-Shāh, fu un regno musulmano di origine turco-mamelucca e di cultura persiana che si estese su Corasmia, Transoxiana e Persia. Fondata da Anushtigīn, la dinastia fu vassalla dei Selgiuchidi prima e dei Qara Khitāy poi, e controllò un vasto impero tra il 1077 e il 1231., corrispondente agli attuali Iran, Turkmenistan, parte dell’Afghanistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan e la superficie era di 4,9 milioni di km² all’apice.
[19] La dinastia dei Mongoli è stata una delle più influenti e ampie dinastie storiche, che ha dominato gran parte dell’Asia e dell’Europa orientale. Fondata da Gengis Khan nel 1206, l’impero estese la sua dominazione fino a comprendere la Cina, la Persia, l’Armenia, la Russia, e persino la Corea. La dinastia Yuan, fondata da Kublai Khan nel 1271, continuò la conquista e si stabilì come potere predominante in Asia. La dinastia ha avuto un impatto significativo sulla storia mondiale, facilitando gli scambi culturali e commerciali tra Occidente, Medio Oriente ed Estremo Oriente.
[20] La dinastia dei Selgiuchidi, nota anche come Grandi Selgiuchi, è stata una delle più influenti dinastie musulmane sunnita nel mondo medievale. Fondata dal ramo Qynyq dei Turchi Oghuz, la dinastia ha governato parte dell’Asia centrale, del Vicino e del Medio Oriente, creando l’Impero Selgiuchide. I Selgiuchidi hanno avuto un ruolo cruciale nella storia dell’Islam, giocando un’importante partecipazione nelle Prima e Seconda Crociata. La loro cultura e lingua persiana sono state un’eredità significativa, contribuendo allo sviluppo della tradizione turco-persiana. La dinastia è stata caratterizzata da una forte unità politica e militare, con un governo composto da principi nominativamente sottomessi ai sultani e al Gran Sultano o Shah
[21] Il Gran Khanato di Khazaria o Khanato di Khazaria o Impero di Khazaria (618 – 1016) deriva il suo nome dai Khazari, una popolazione di idioma turco, che si era insediata nelle steppe del sud-est russo a partire dal VII secolo.
[22] I festeggiamenti del 2500° anniversario della fondazione dell’Impero persiano si tennero dal 12 al 16 ottobre 1971. Ebbero luogo tra Pasargadae, Shiraz e Persepoli. L’evento esibì un lusso immenso, riunì capi di Stato e reali da tutto il mondo, ma provocò forti critiche e accelerò la fine del regime. Nel deserto, vicino a Persepoli, fu creata una lussuosa città di tende di lusso importate dalla Francia, disposta a stella attorno a un padiglione regale. Parteciparono circa 60 fra monarchi, capi di Stato e teste coronate, oltre a delegazioni internazionali. Il cibo e il servizio furono affidati al celebre ristorante parigino Maxim’s, con portate di altissimo livello e vini pregiati. Le spese ufficiali dichiarate furono ingenti, ma stime indipendenti parlarono di centinaia di milioni di dollari spesi nel lusso. Lo sfarzo esibito creò un abisso profondo con le condizioni di povertà di gran parte della popolazione iraniana. L’evento viene considerato dagli storici come il prologo simbolico e politico che alienò il consenso popolare, favorendo la rivoluzione islamica del 1979.
[23] Si tratta della dottrina teologico-politica della cosiddetta “velayat-e faqih” che sosteneva che, in assenza dell’ultimo Imam “nascosto” (vedi nota 7) il potere temporale e spirituale dovesse essere esercitato da un giurista islamico (Faqih) dotato di eccellenza morale e profonda conoscenza della Shari’a. Questa teoria che ribaltava secoli di quietismo sciita, affermando che la legge divina non potesse rimanere inapplicata in attesa del ritorno messianico dell’Imam, rendendo necessaria una guida che garantisse la giustizia e l’ordine sociale secondo i precetti coranici, fu proposta proprio da Khomeini all’inizio della sua rivoluzione. La dottrina ha creato le premesse per un sistema unico al mondo, dove le istituzioni repubblicane e i processi elettorali potevano convivere con organi di supervisione clericale non elettivi. Tuttavia, all’interno del mondo sciita, la “tutela assoluta” del giureconsulto rimane un tema di intenso dibattito teologico, e diverse scuole di pensiero sostengono tuttora che il ruolo dei religiosi dovrebbe limitarsi alla sola consulenza etica e legale, lasciando la gestione politica alla società civile. 
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Bruno Genito, già professore ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte Iranica e dell’Asia Centrale, presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) dal 2005, ha diretto la Missione Archeologica Italiana in Iran, dell’Azerbaigian dal 2016-2022, dell’Uzbekistan dal 2008 dell’UNO in collaborazione con il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Azerbaigian, Baku, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan, Samarkanda, l’Ente Iraniano per la Cultura, l’Artigianato e il Turismo e l’ISMEO; è stato vicedirettore della Missione Archeologica Italiana nel Turkmenistan (1989-1994), dell’UNO in collaborazione con il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica, e l’Università di Stato di Ashabad e l’IsMEO/IsIAO, nonché direttore della Missione Archeologica Italiana in Ungheria (1983-1997) (UNO), in collaborazione con il CNR, IsMEO/IsIAO, il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze d’Ungheria, Budapest, l’IsMEO/IsIAO. Responsabile di numerosi progetti scientifici, è membro di diverse Società e di comitati scientifici di riviste nazionali e internazionali.

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