Stampa Articolo

“Io, io, io, e gli altri?”. Goffredo Fofi: esperienze siciliane

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

di Aldo Gerbino 

La mia nascita è quando dico un tu. / Mentre aspetto, l’animo già tende.

/ Andando verso un tu, ho pensato gli universi. / Non intuisco dintorno

 similitudini pari a quando penso alle persone. / La casa è un mezzo ad

 ospitare. / Amo gli oggetti perché posso offrirli. 

[Aldo Capitini, da Colloquio corale, Pisa 1956] 

Della voce di Goffredo Fofi ‒ e in particolare della sua insistita richiesta degli “altri” ‒ ne conservo, in un certo senso, l’intimo suono. Voce dalla quale s’è sempre irradiato quel suo singolare e commosso sentimento sociale. Così, allo stesso modo, ne serbo la pertinente figura di cocciuto rovello volto al proprio tempo, non sempre esente da un tocco di orgoglio, utile, comunque, a raggiungere l’attinente costruzione ideale di società. Un indirizzo di vita all’insegna di una selettiva purificazione dagli incrostamenti sociali e dai quei diktat d’una ufficialità culturale al servizio della politica.

Una controcultura, la sua, mai adagiatasi sulla pedana esclusiva dell’autocompiacimento: voce profonda ‒ dicevo ‒ effusa da un volto inciso, da un corpo blindato da maglioni scuri, da pantaloni mal stirati, da contadino umbro, da camicie a quadri e dall’insistente copricapo di lana. Un uomo che (padre operaio nella Germania degli anni Trenta), per molti aspetti appare sgorgato, confezionato da una genetica sociale tanto che ne conserva, nel modo di chi guarda una lontana foto, la fedeltà non ottusa al recondito sostrato della nativa Gubbio (v’era venuto alla luce nel 1937), com’egli l’ha sempre ricordata a se stesso e agli altri: città, l’antica Ikuvium, strutturalmente e mentalmente medievale per il senso vivo della ritualità.

L’identificazione, il leggibile imprinting raccolto in quella sua facies da ragazzo di formazione cattolica, a partire dalla sua fanciulla esperienza di insolito chierichetto toccata, o forse macchiata, da oscure paure di morte, del peccato, tradizionalmente vergata dai sensi di colpa, tutti retaggi che Goffredo, da adulto, interpreta pubblicamente qualificando tutto ciò nella misura d’un imprescindibile, quasi arcaico humus che si va distillando a poco a poco nella sua anima.

gubbio-festa-dei-ceri-15-maggioNel racconto di sé sottolinea con affetto la propria primaria figura: quella di un giovane che guarda con curiosità l’osservante al seguito dell’accalcata festività dei ‘Tre Ceri’: celebrazione patronale di Gubbio, colma di speranze, di volontà di riscatto, un frammento dell’ampia costellazione devota rintracciabile per buona parte d’Italia, quale ritratto d’una civiltà contadina-operaia in corsa verso nuovi approdi, leggibile in quel partecipato resoconto che Annabella Rossi ha prodotto nel suo antropologico diorama delle feste dei poveri. Un’epica umbra consolidata, a furor di popolo, nei tre Santi: Ubaldo (il patrono), Giorgio e Antonio Abate, condotti, non senza visibile impegno d’energia fisica, dalla chiesa dei Neri fino alla Basilica di Sant’Ubaldo collocata sul Monte Ingino.

E non manca la ricognizione di Fofi per quel lontano periodo in cui riconosce la sua prima scuola, quella in cui stava imbucato nell’edicola dell’amico giornalaio a divorare riviste di costume, fumetti, notizie sui film e sui personaggi che entreranno presto nel suo animo di scrupoloso indagatore, ma soprattutto sezionatore d’usi e costumi, costruttore di figure attoriali, da Totò a Macario, da Magnani a Sordi.

img_2387Ricordo che nel 1994 mi era stato proposto di partecipare ad un incontro, purtroppo tardivamente formalizzato, sul tema “Narrare il Sud”, tenendo presenti le indicazioni di Fofi focalizzate sui percorsi della scrittura, della lettura, del cinema e della fotografia. Un confronto organizzato a Napoli nel febbraio del 1994, in occasione della quinta edizione di Galassia Gutenberg, Mercato e Mostre del libro, dove, tra gli amici palermitani, figuravano Marcello Benfante e Roberto Alajmo.

La scomparsa di Goffredo nella prima decade di questo affocato luglio del 2025, mi sollecita a rivedere quei lontani appunti che poi mi furono d’ausilio per un testo successivo dedicato a Palermo e che ‒ va sottolineato ‒ quanto il capoluogo siciliano fosse per Fofi, dopo l’amatissima Gubbio, fondamentale meta da essere esplorata e verso la quale il suo  giovanile ed emotivo apprezzamento, accompagnato da un sentimentale trasporto, erano sostenuti dall’azione trascinatrice di un intellettuale e poeta della tempra di Danilo Dolci.

Le sue esperienze cardinali si sposteranno nel tempo, dopo un diploma alle Magistrali, a Parigi dove andrà maturando il suo attivismo culturale e, ancora più avanti, da Torino a Milano, a Napoli e infine a Roma. Le tessere intellettuali e creative di Goffredo, materializzate nel catino della sociologia, della critica cinematografica, letteraria e teatrale, costituiscono una vera e propria magnifica ossessione: per usare un titolo filmico del 1954 firmato da Douglas Sirk con interpreti di tutto rispetto: Jane Wyman e Rock Hudson e che, ritengo, gli avrebbe fatto piacere. Lui, divertita ‘comparsa’ nel colossal del 1959 Ben Hur di William Wyler guardava con interesse crescente quella patina hollywoodiana volta al white melodrama, per poi, da critico cinematografico, prediligere gli esiti espressivi prodotti da Luis Buñuel e da Fritz Lang.

La sua è stata un’incisiva corsa lungo quella difficile e complessa trama agitata da pulsioni di mutamento che hanno investito larga parte del Meridione d’Italia. Sottolineo come tale persistenza al giudizio, alla necessità della eraclitea e armonica polemos, virtù strategica di trasformazioni culturali, siano strettamente legate alla peculiarità dello spessore che hanno avuto le sue parole; parole, appunto, ben concretate, dotate di lucida partecipazione sin dalla sua giovinezza e con agudeza indirizzate al centro di un preciso bersaglio sociale. Sono esse ad aver maturato, nel loro più nascosto e biologico seme, quella particolare quanto riconoscibile buccia di sincerità etica, pronta ad essere offerta alla ricerca creativa ed analitica dell’interpretazione dei comportamenti e comunicandole con palmare impronta di chiarezza ed evidenza programmatica. Quasi un approccio ermeneutico nel decodificare i bisogni di parti consistenti della nostra società, o in che modo agire maieuticamente tenendo fisso l’obiettivo sulla verità, quanto meno alla investigazione di essa per consentirne continuità e incisività nel tempo e sulle persone. Una sorveglianza evolutiva ed una custodia di quei valori fondanti che, in prima istanza, appaiono avvolti quasi in solitaria contemplazione dei problemi, soprattutto delle dinamiche rivolte ad un ‘rappresentare’ covato nelle camere di un’incubazione intellettuale non certo a favore dell’individualità, piuttosto del pensiero ancorato nella costante volontà del bene collettivo.

In parole scarne e decise: poter costruire, assemblare, una nuova e imprescindibile macchina sociale in cui l’io fosse non elemento orgogliosamente isolato ma pars comune, linfa pubblica affrancata dai confini egoistici. Parole, dicevo, in continua traspirazione, offerte da Fofi all’ossigenazione delle ombrose pieghe in cui vi alloggia, tenuta ben nascosta, la verità. In virtù d’una tale semplice e perenne freschezza espressiva, vissuta nella dimensione accertata del valore, Fofi vi immerge i suoi messaggi sociali (che lo hanno stimolato alla fondazione delle tante riviste) sempre determinati a destinare, nel combusto sacrificio di quell’io narcisistico, quel troppo che ha caratterizzato tanta cultura occidentale agghindata da ciechi ideologismi incapaci d’una salutare sinergia.

61zdbs8cscl-_uf10001000_ql80_La vita di Goffredo si sostanzia nel perenne invito dettato, e con pervicacia sostenuto, dall’esemplarità di un congegno estetico e morale in coerente assolutezza, e a quel destabilizzare le scelte rinchiuse in confortanti estetismi. Il suo grido rivolto a favorire l’amalgama atto a confezionare una voce comune, o la novella urgenza rivoluzionaria per un Sud in affanno, entra con dignità nei fatti, in quel dittico ‘cultura-politica’ fino a raggiungere il sensibile tessuto della struttura meridionale. Una realtà di pensiero che egli desiderava fosse presente nella forma di immagini in movimento continuo: un flusso veritiero, scosso dalla ricerca di prove concrete e che, al di là delle storiche concrezioni del malaffare, del potere politico corrotto, delle usuranti negligenze, delle azioni modaiole, del trasformismo, ci fosse un proficuo svelamento del frutto migliore di un popolo. Una società civile vogliosa di cambiamento, da conquistare con l’acquisizione d’un io morale collettivo in cui la cultura fosse propellente per un motore capace di avviare una dinamica che muti gli orizzonti.

Un’impronta culturale, dunque, adatta ad abitare l’ampiezza del teatro antropologico, inserita in una skenè capace di reinterpretare e rivalorizzare le culture e soprattutto restituire profondità alla sostanziale dimensione interattiva della ‘persona’. Tutto ciò, avvertiva Fofi, deve nascere da quella “cultura meridionale in movimento” che però fosse opportunamente sollecitata da spinte volontarie e consapevoli verso una fisiologica interazione tra le idee, da una conscia interpretazione di ‘centro’ e di ‘periferia’, e in un’auspicabile armonizzazione delle subalternità tra le culture già opportunamente avvertite, ‒ nel torno dei decenni Settanta/Novanta, ‒ da Luigi Maria Lombardi Satriani con la sua Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, da Alberto Mario Cirese, e del rapporto tra “cultura egemonica e  culture subalterne”, e già nel legame tra “folklore e antropologia” dettato, dopo la precedente esperienza di Giuseppe Cocchiara del suo “Eterno selvaggio”, da Ernesto De Martino con quel suo mondo magico agente in quell’inesplorata, misterica e contraddittoria “terra del rimorso” avvalorando così una presenza dell’esserci ricca sì del passato, ma visto quale concime per un futuro consapevole, o ancora, con Tullio Tentori, con l’indagare quei camminamenti e quelle anastomosi, denunciate poi da Fofi,  tra pregiudizio, potere e cultura nel sistema complesso della società del tempo.

Analizzando le tensioni culturali di quegli anni, Fofi registrava in che modo, e con quale peso specifico valoriale, la realtà meridionale fosse efficacemente in movimento. Una realtà e una cultura agitate da un desiderio di trasformazione, per cui egli delinea in che maniera sarebbe auspicabile che il reale elemento positivo proprio della cultura «riuscisse a “entrare” nella prima con maggiore decisione e, se così si può dire, competenza. Rinunciando i singoli alla convinzione testarda che da soli, in quanto artisti, basandosi sulla propria esperienza (spesso assai povera), sulla propria cultura (spesso troppo eterogenea, e spesso di moda) e sul proprio talento (spesso più presunto che reale) e in definitiva sul proprio narcisismo, si riesca a spingersi molto lontano». Il luogo d’altronde ha una sua precisa aura: la geografia possiede una inderogabile funzione e nascosta vitalità che, non saputa leggere e interpretare, può favorire l’esercizio della incomprensione. È quanto Brodskij, Nobel per la letteratura del 1987, attribuisce a certa critica contrassegnandola come “azione di depauperamento”. E allora, un’impropria interpretazione sugli artisti, sul loro tessuto creativo ed esistenziale, afferma Iosif Aleksandrovič, «va ricercata, è chiaro, in una scarsa conoscenza della geografia», quelle geografie periferiche che non sono luoghi «in cui finisce il mondo – [ma] è proprio il luogo in cui il mondo si decanta. È un fenomeno che riguarda la lingua non meno che l’occhio».

Trappeto, Danilo Dolci, 1952

Trappeto, Danilo Dolci, 1952

E di certo non è un caso che l’approdo di Fofi, da diciottenne (siamo a Palermo nel 1955) voglioso di condividere l’esperienza di Danilo Dolci a Trappeto, si leghi all’indefettibile marchio dell’attivismo e della fede per le sofferenze dei deboli, dei diseredati, dei soffocati da sistemi politici miopi e corrotti, dei bambini. E, ancora in quegli anni, in cui si registra l’operatività sociale di Goffredo al seguito di Dolci, che lo storico dell’arte e scrittore Cesare Brandi, incidentalmente destina sue illuminanti e toccanti pagine dal titolo Derelizione di Palermo consegnando alla città una ulteriore denuncia e un sostegno morale: 

«Per noi che odiamo i regionalismi, a maggior ragione le autonomie, questa Palermo alla mercè delle bombe alleate, sventrata, infranta, disfatta, come non dovrebbe assumere la faccia stessa della patria? La patria è una parola incomoda, una vettura smessa in scuderia ­­‒ e senza cavalli ‒, una gualdrappa sdrucita: la patria è una rettorica. Quando non è questo cuore, questo disgraziato cuore che batte a causa di un sangue che si liquefa di lacrime; e al calore dei sospiri. Perché il nostro sangue arrivando a Palermo, è raggrumato come quello di san Gennaro o di santa Patrizia al paese dei Miracoli: che è Napoli. È raggrumato il nostro sangue: stanco di appelli a vuoto, agghiacciato dalle campagne elettorali, mitridizzato dai troppi veleni. Ma Palermo è una capitale; ma Palermo, a dispetto del suo ridicolo parlamento, della sua spocchia, della sua miseria, della sua ghiottoneria, Palermo è divina fra tutte le città della Sicilia». 

9788830102002_0_0_536_0_75Ritornando alla metà degli anni Novanta per l’incontro napoletano a più voci di Narrare il Sud, scrivevo in Raccontiamo Palermo (del 1997), ‒ in compagnia di Gonzalo Álvarez García, Aldo D’Asdia, Salvo Licata, Giuseppe Carlo Marino, Michele Perriera, Gaetano Testa, Turi Vasile e tanti altri, ‒ una nota sul rapporto tra politica e cultura. Facevo uso di metafore offerte da una poesia di Bartolo Cattafi (nome di nessuna importanza, è ovvio, per un politico!) in cui si manifestava la sua repulsione, ben sottolineata poeticamente ed esistenzialmente, per i volatili: «Seccamente dichiaro» ‒ scrive Bartolo in Aquile, mosche, lepidotteri, ‒ «su questo tema assurdo: non amo gli alati. Aquile, mosche, lepidotteri, fuori dal mio interesse. Fuori dai piedi». Ed è così per me. Tutto ciò che vola sugli scranni della politica poco o nullo interesse. Fastidio. Palermo ha come simbolo un’aquila. Brutto segno. Ha un monte alle sue porte: il Grifone. Altro segno non buono, stando al metro cattafiano. Non soltanto volatili, ma in sovrappiù rapaci. Indicazione pessima. Ma, al di là dell’ornitologia politica, la Palermo del degrado perenne, dell’emblematicità tanto avvincente per coloro che la visitano e credono di capirla, non mi tocca più di tanto, anzi mi irrita. E la Palermo d’oggi (scrivevo allora), a oltre trent’anni dalle osservazioni di Brandi, non è certo cambiata, essa non fa altro che offrire le sue piaghe incancrenite, attorniata da mistificanti cerusici che invece d’amputare i bubboni urbanistici, pretendono di curare pagando iperboliche perizie su perizie. C’è da osservare, così notava il Principe di Lampedusa, che «la crosta s’è fatta». E questi politici mostrano già una spessa crosta (quasi si fosse formata in fase fetale), insensibile a qualsiasi lamento, incapace di un ascolto critico ed equilibrato, attorniati da livorosi, quanto venali, suggeritori.

copertina_cimino-001E la Palermo di vicolo d’Arimatea, del Gran Cancelliere, del Piano della Cattedrale, di piazza Marina, dei mercati, del Teatro del Sole, e quella, forse più orrifica, della nuova, selvaggia, anonima urbanizzazione, incapace a darsi una fisionomia, senz’anima, viene presa d’assedio da mosche, cavallette, coleotteri, zanzare, pipistrelli, tanto paventati da Cattafi. Ripeto: un’ornitologia politica da me fortemente temuta. Per non parlare delle sepolte tensioni separatiste che ogni tanto vibrano in movimenti tettonici sulla superficie delle congreghe politiche, della perenne mafiosità che fa uso di questa peregrina idea e di cui Fofi, scrivendo la prefazione al libro di Marcello Cimino per le sue romane Edizioni dell’Asino, in anteprima pubblicata su “Dialoghi Mediterranei”, traccia il suo pensiero su tale inquietante fase storica: «Il banditismo siciliano, come il separatismo a cui per un tempo venne collegato, è stato un fenomeno molto più complesso», annota, e orbene «molto più rivelatore di ogni storica forma di banditismo sociale e merita studi e riflessioni importanti. Ne sappiamo bensì, perfino nella Sicilia di oggi, troppo poco, e né i libri di storia del periodo gli hanno dedicato più di qualche paragrafo, anche se a queste dimenticanze o titubanze hanno rimediato storici di valore come Francesco Renda, Salvatore Lupo e pochi altri, e ha cercato di rimediare un regista come Francesco Rosi con il suo Salvatore Giuliano».

Nel 1952 la presenza di Danilo Dolci nel palermitano, in quel di Partinico/Trappeto teatro del banditismo (nel 1950 il corpo di Giuliano, ucciso in un ipotetico conflitto a fuoco, fu abbandonato a Castelvetrano), non può non attrarre, già lo si è detto, l’eugubino Fofi il quale avverte necessario, se non fondamentale, un suo apprendistato nelle trincee sociali del laboratorio dolciano per una conoscenza di quella dimensione popolare valorizzata gandhianamente a partire dalla sua più riposta coscienza. Le parole del teologo Cosimo Scordato, che approcciò Dolci nel 1971, ci dice di tale ‘Dimensione popolare’ che scoprì ‒ nota – 

«ancor più successivamente quando, leggendo Inchiesta a Palermo, mi rendevo conto da un lato, del suo desiderio di conoscenza non compromesso da letture presuntuose, ma alimentato dal dare la parola e dalla voglia di leggerci dentro in profondità; dall’altro lato, mi rendevo conto della sua attenzione a questo soggetto comunitario col quale voleva concrescere attraverso quel difficile percorso dell’autoanalisi popolare, dalla quale doveva scaturire una più articolata comprensione della realtà, ma orientata ad una soggettualità ‘politica’, capace di rivendicare diritti senza alcuna violenza, con la sola arma della partecipazione democratica e della rivendicazione dignitosa del proprio riscatto». 

9788820427801_0_500_0_75Il sistema di lotta perseguito da Danilo Dolci e la struttura organizzativa introdotta si presentarono, non senza un corredo di avversari, subito con la qualità di paradigmi affascinanti, innovativi, in opposizione alla irredimibile miopia del governo regionale. Un altro umbro, il perugino Aldo Capitini (Fofi si accompagnerà alla sua memoria con un libro  di gusto menandreo sulla rivisitazione dei ‘morti giovani’) sollecita la sensibilità di Goffredo che, pur con molte accezioni, condivide la negazione assoluta di quell’idea soporosa e  colpevolmente pigra del “pesce grande che mangia il pesce piccolo”: un’idea che va ribaltata, tanto che lo ‘sciopero alla rovescia’, non violento, proclamato da Dolci con l’impiego di operai, di contadini i quali, sospeso il loro lavoro che ha sollecitato la loro protesta, lo trasferiscono in lavori socialmente utili, conferiscono nuova identità morale alla lotta per i diritti civili. Un suggerimento al mondo politico, in una sconcertante fase storica segnata dallo svuotamento migratorio polarizzato in parte verso il triangolo industriale del nord-Italia o al centro dell’Europa. 

cortilePalermo, dichiara Fofi, “è stata la mia università”. E c’è un luogo preciso in cui tale cattedra di umanità ha accolto il suo impegno sotto la guida di Dolci: il Cortile Cascino. Situato nel centro storico della città, a ridosso della secentesca via D’Ossuna e delle Catacombe paleocristiane, prossimo alla depressione paludosa di Danisinni dove un tempo si raccoglievano le acque del fiume Papireto, sorgeva vergognosamente questo monumento di disumana accoglienza. Luogo degradato, di cui ho raccolto precise indicazioni da una figura d’artista, bizzarra e dolente, Totò Orlando, vissuto in tale zona il quale, oltre che essere portatore di terribili esperienze di guerra nel sud-est asiatico raccontate con spregiudicata realtà sia nel libro Un mercenario palermitano sia su tele dipinte dai verdi macerati e punteggiati nei tagli crudeli dei gialli mentre si consumava l’orrore d’una cieca violenza, ne ricordava l’infelicissima condizione.

Palermo, Cortile Cascino, 1959

Palermo, Cortile Cascino, 1959

Miserevoli abitazioni, quelle del Cortile, con una fontanella al centro dello sterrato smossa dall’incerto singhiozzo di un filo d’acqua conteso da una schiera di giovanissime donne ingravidate, da anziane a limite della sopravvivenza per fame: un doglioso covo di prostituzione e piccoli contrabbandieri di sigarette. Questo mio ricordo, tratto da una foto in bianconero firmata da Enzo Brai per Publisicula, tocca con efficacia il marchio infamante che connotò tale spazio urbano e che, dal racconto di Fofi sulla drammatica esperienza della bambina morta per denutrizione, segna con indescrivibile strazio la spontanea lacerazione del suo ventre, dando ragione corporea della violenza sociale, del colpevole disimpegno della politica, della società la quale non vuol vedere un inverno sentimentale che silenzia le parole.

Tutto ciò caratterizza indelebilmente il cammino di Fofi, e sono ormai aperte, visibili, le orme dell’impegno, della fratellanza, del ‘tempo del ‘tu’, della disobbedienza civile. L’esistenza di Goffredo, è stato  ricordato, si sposterà a Parigi; poi un tuffo nella  iperpigmentata carnalità napoletana e, ancor dopo, la scoperta della laicità d’una sinistra socialista a Roma, con Panzieri e il “Mondo operaio”: e il leggere le piaghe di un cattolicesimo nel miscuglio di morte e amoralità; inoltre, allo stesso tempo, quel fissare e confrontare il suo interesse umano e creativo con l’eterodossia pasoliniana non dimenticando, in ambito di dibattito, di suggerire letture di siciliani dimenticati come Nino Savarese o Angelo Fiore.

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Lui, che aveva compreso e ritratto la genialità di Totò, emblema della poetica postbellica legata alla fame di cibo, di sesso, di abitazione, ritenuto volgare dalla tanta critica del tempo, sarà proprio in virtù del suo lavoro di critico e dei suoi saggi a ridisegnare il volto e l’anima di un grande artista, un attore napoletano da restituire alla sua solida dimensione intellettuale, alla surrealtà della sua poeticità, per una sua poesia che trova l’adeguato climax nelle suggestioni pariniane dei centoquattro versi di ’A livella, un ‘corpo d’attore’ non a caso percepito anche dalla sensibilità di Pier Paolo Pasolini.

Partendo dall’idea per cui la cultura è anche conflitto e che i poeti debbono essere presenti al loro tempo, Fofi aggiunge un purché essi siano capaci di correggerne le discrasie, esser costruttori tra l’io e gli altri, attingendo anche ai valori, alle emozioni che abbiamo consapevolmente e inconsapevolmente sepolto in quella “Cisterna’’ cara a Seferis; un serbatoio emozionale ridondante di una “acqua segreta” a cui si può attingere: non altro che il nostro inconscio carico di attivi sedimenti: vizi, dormienti virtù, memorie: un liquore per le nostre gioie, per i nostri ineluttabili dolori.      

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Suggerimenti e Letture 
Goffredo Fofi (a cura di), Narrare il Sud, Liguori Editore, Napoli 1995; Josif Brodskij, Il suono della marea, in Il canto del pendolo, Adelphi, Milano 1987; Cesare Brandi, Terre d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1991; Aldo Gerbino, Gli alati di Cattafi, in Raccontiamo Palermo (a cura di Salvatore Di Marco), Nuova Ipsa, Palermo 1997; “Goffredo Fofi, un documentario di RaiStoria ce lo racconta”, film di Felice Pesoli, 2020; Annabella Rossi, Le feste dei poveri, Laterza, Bari 1969; Totò Orlando, Un mercenario palermitano Flaccovio Editore, Palermo 1977; Goffredo Fofi, Marcello Cimino, Storia del separatismo siciliano (1943-47), anteprima della prefazione in “Dialoghi Mediterranei”, n. 36, marzo del 2019; Nino Savarese, I fatti di Petra. Storia di una città, Caltanissetta-Roma 1986; Angelo Fiore, Il supplente [Vallecchi, 1964], Pungitopo, Marina di Patti-Messina 1987; Goffredo Fofi. (altri titoli): Il teatro di Totò (1932-1946), (a cura di), Più libri, Milano 1976; Totò. L’uomo e la maschera, (a cura di e con Franca Faldini), Feltrinelli Economica, Milano 1977; Aldo Capitini e la non-violenza, in Non-violenza e pacifismo, FrancoAngeli, Milano 1988; Cortile Cascino, Edizioni della Battaglia, Palermo 1994; Alberto Sordi. L’Italia in bianco e nero, Mondadori, Milano 2004; C’è molta Sicilia nel cinema italiano, in A. La Torre Giordano, Luci sulla città. Palermo nel cinema dalle origini al 2000, Edizioni Lussografica, Caltanissetta 2020: 15-23; Cari agli dèi, edizioni e/o, Roma 2022. 
 __________________________________________________________________________________
Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).

______________________________________________________________

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>