Appunti
È da tempo, forse un anno, che dissemino appunti su quaderni, scrivo note a matita e guardo la foto di Cesare Pavese sulla copertina di Di lune e di falò di Piercarlo Grimaldi (Rubbettino, 2023), senza riuscire a concludere e, anzi, dimenticando via via i pensieri precedenti. Succede, spero non solo a me. La foto in copertina mi affascina perché è un’immagine così dolente, così carica di stanchezza della vita e di infelicità.
Comincerei da qui. Ci sono tempi e luoghi che connettono in profondità Cesare Pavese e Piercarlo Grimaldi, nonostante i 37 anni di distanza anagrafica, praticamente un’intera generazione. Il tempo è dato dal fatto che Grimaldi è nato il 26 luglio 1945 e Pavese è morto il 27 agosto 1950. C’è una distanza di cinque anni tra le loro vite. E in questa stessa estate Piercarlo compie 80 anni dalla nascita e Pavese 75 dalla morte. La bella estate del 2025 avrà questa connessione.
Piercarlo Grimaldi è nato a Cossano Belbo e Cesare Pavese nel paese confinante di Santo Stefano Belbo. Grimaldi è cresciuto in una terra segnata dalla gloria letteraria e dalla dolorosa memoria dello scrittore ma ha preso coscienza della sua poetica solo più tardi.
«Sono nato a Cossano Belbo, a pochi passi dalla casa natale dello scrittore, ma ho conosciuto la sua poetica tardi. Nei nostri paesi si parlava poco di lui, se ne vagheggiava, ma era più un pettegolezzo su una figura da esorcizzare in una Langa della miseria in cui i suicidi erano all’ordine del giorno».
«Entrai tardi in contatto con la poetica pavesiana perché, dopo aver frequentato le elementari, dovetti lasciare gli studi per lavorare nella sartoria di famiglia. Ci lavorai fino ai 28 anni, quando dopo la morte di mio padre decisi di chiudere bottega e dedicarmi a tempo pieno allo studio: posso dire di aver smesso di cucire vestiti per iniziare a cucire parole».
E aggiunge:
«Uno di quei grandi personaggi di Langa, di professione ragioniere e per passione fine poeta e intellettuale, un giorno qualsiasi di quasi 50 anni fa mi invitò a leggere La luna e i falò e nulla è più stato come prima. Con Pavese avevo incontrato un autore che scriveva dei luoghi in cui vivevo ogni giorno, dei personaggi che conoscevo, dei sentimenti che io stesso provavo calpestando la sua stessa terra». (torino.corriere.it/notizie/cultura/23_agosto_26/cesare-pavese-la-nuova-biografia-nell-anniversario-della-morte-4be05fbe-12c8-432f-b]
La luna e i falò: molto più di un romanzo
La luna e i falò è per Piercarlo un libro territorio, un libro rito di passaggio, un libro memoria, un libro confronto con la sua vita e i suoi studi. Penso che La luna e i falò sia stato un libro di riferimento anche per i lettori di altre generazioni di altri tempi. Ricordo che quando nel 1962 conobbi Ida, lo avevamo letto entrambi. Avevamo meno di vent’anni e ci sentivamo vicini al disagio e allo spaesamento di Anguilla: non sapevamo dove mettere radici, anche perché non volevamo mettere radici in un mondo poco accogliente. Forse anche i giovani spaesati di ora sentono questa sintonia nel disagio del protagonista, nel suo rapporto di attrazione-impossibilità di una vita dotata di senso profondo e nel suo rifiuto di una vita moralmente misera.
Ma per Piercarlo, che incontrò il libro a 30 anni, il luogo in cui esso si svolgeva era molto più importante che per noi, che vedevamo in esso la stretta mentalità del paese, la povertà, il cinismo e la scarsa moralità dei ricchi. Per lui, invece, c’erano delle persone reali che stavano “lì vicino”, che avevano condiviso il viaggio umano di Pavese e che potevano essere ascoltate.
«Nuto», Pinolo Scaglione, «Falegname, con il suo clarino scandiva le feste della Valle Belbo. Nuto fu la persona che più di tutte conobbe l’anima del grande scrittore e che più di tutte narrò e fece conoscere a Pavese il mondo contadino, nelle lunghe giornate passate sotto il glicine della propria abitazione».
Una sorta di antropologia parallela, alla ricerca delle tracce di un fantasma la cui scrittura e la cui morte avevano nutrito la terra sulla quale egli camminava quotidianamente. Calpestando la sua stessa terra. Forse per questo nel suo libro Di lune e di falò si respira una sorta di aria di sacro. Quel sacro laico che si misura con il mistero della vita, con i confini della morte, con la grandezza della terra e con la sfida degli uomini contro di essa. Nelle pagine di Grimaldi sento presente il senso del sacro di Gregory Bateson [1], anche quando traversa in punta di piedi l’opera di Pavese con la sua scrittura pur vestendola a festa. Nella sua scrittura in effetti lo stilema largamente usato, dell’anticipazione dell’aggettivo, è forse uno degli aspetti del “vestire” la scrittura [2].
Grimaldi interprete
Negli anni la poetica antropologica di Piercarlo Grimaldi ha sempre avuto al centro la terra, i contadini, il calendario, i riti del ciclo della vita e del ciclo dell’anno, l’universo simbolico legato alla fatica, alla terra, alla festa. Un mondo ricco di simbolismi. Un mondo col quale si confronta tutta la scrittura di Cesare Pavese. L’incontro tra questi due intellettuali vicini nello spazio e contigui nel tempo degli anniversari ha una promettente capacità di fruttificare (per restare in ambito agricolo).
Grimaldi ha conosciuto il falegname Pino Scaglione, amico di Pavese, chiamato Nuto nelle pagine de La luna e i falò. Nuto rappresenta la memoria della vita e del lavoro nel paese. Si oppone alla miseria distruttiva e violenta, al tentativo di uscirne corrompendosi e raccomanda di ‘tenere il solco dritto”. Anguilla, il protagonista del libro, trovatello ed emigrato, al suo ritorno, pieno di nostalgia del paese si trova in ma situazione di disagio e di incertezza. Nuto diventa per lui una guida e rappresenta la storia, la concretezza, la memoria di una comunità che, nel paese, è anche etica e solidale. Anguilla si rende conto che ormai non ha più un luogo dove vivere, non ritrova le sue radici, si sente perso, privo di alternativa alla perdita della capacità di essere persona sociale. Sente il vuoto che la modernità produce sulla eticità delle relazioni. Grimaldi è profondamente convinto che Anguilla altro non sia che l’alter ego di Pavese che vede criticamente la miseria del paese ma allo stesso tempo ne sente radicata l’umanità.
Forse in quell’albergo di Torino, dove il 27 agosto del 1950 si toglieva la vita, Pavese, scosso anche da una forte delusione amorosa, aveva davanti questo senso di perdita e di impossibilità di ritrovare il senso della vita. La luna e i falò, scritto nel corso del 1949, in stampa ad aprile del 1950, quattro mesi prima della sua morte, non poteva non avere il senso di un testamento.
Pavese aveva passato parte della sua giovinezza nelle Langhe e aveva connesso le sue passioni intellettuali con il mondo agricolo misurato dalla luna per le semine e dai falò per le feste. Come direttore della Collana Viola Einaudi poi aveva avuto modo di conoscere e valorizzare autori come Ernesto De Martino, Jung, Lévi-Bruhl, Kerényi, Frazer, Malinowski, Frobenius, Cocchiara, Dumézil, molti di loro fondatori di un approccio simbolico all’antropologia.
Secondo Grimaldi, queste letture sono state per Pavese uomo una guida ma anche una trappola perché in esse, perlomeno per la parte che veniva detta irrazionalista, si nascondeva un’idea forte del passato mitico-rituale, ormai inaccessibile all’uomo moderno. Károly Kerényi mostra che vivere la festa e il mito, la cultura della memoria dei riti e delle relazioni fondative del passato è impossibile per i moderni, compromessi dall’aridità del mondo laico e individualista [3]. Anche Ernesto De Martino, con il quale Pavese ebbe un momento di forte dissenso, lo portava nella dimensione mitico-rituale della magia contadina, dimensione che De Martino razionalizzava, mentre per Eliade diventava fondativa dell’essere uomini. Temi presenti nel romanzo de La luna e i falò, come in quelli della vita dello scrittore.
Alter ego
Il libro di Grimaldi vuole mostrare che La luna e i falò deve essere considerato la storia di vita di Pavese razionalmente elaborata nel corso degli ultimi anni, con un cosciente rigore scientifico che la struttura letteraria del romanzo tende a schermare: l’esito è infine una autobiografia romanzata ma anche il testamento poetico, scientifico ed esistenziale dell’autore. Dove l’indagine scientifica del Pavese, curatore della collana viola di Einaudi, si traspone letterariamente nella storia – a suo modo universale – di Anguilla, lo sradicato, che vive nel conflitto tra nostalgia del non essere stato e disagio per l’individualismo e l’inaccoglienza del mondo moderno.
«Una narrazione trascorsa dunque da due piani di lettura: la critica cruda realtà di una condizione contadina, il difficile tornante della conquistata democrazia che lotta per la sopravvivenza e che vive l’eccezionale quotidianità di una ribelle Resistenza delle colline, e nel contempo, la cognitiva interpretazione del mondo mitico, dei simboli e dei segni delle più profonde radici della terra di Langa che rendono atemporali, universali, le vicende che costituiscono il tessuto del racconto».
Le letture antropologico-religiose-psicanalitiche di Pavese hanno di fronte un conflitto tra universalità dei diritti e dei singoli e un’universalità della sfera primaria della vita, dei simboli e dei riti. Si tratta di una storia raccontata sotto il segno dell’ossimoro, ricca di contraddizioni, che animano il romanzo e lo rendono ambiguo. Romanzo amato dai giovani ‘moderni’, ma romanzo connesso a una terra particolare e a un modo di essere umano che la modernità uccide e che si vede solo a distanza nella sua progressiva evanescente scomparsa.
Il venturino è l’esposto, l’abbandonato che dà origine a cognomi come Esposito in Campania e Nocentini o Innocenti in Toscana, ma anche ad altre tipologie di cognomi sia intuibili come Diotallevi sia meno riconoscibili a seconda dei centri di accoglienza. Tra i testi di scrittura popolare pervenuti al Premio Tutino dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, ho avuto modo di leggere il racconto di un trovatello il cui cognome era Anice [4] perché le suore di quel convento usavano nomi di essenze vegetali. Mi è sembrato interessante confrontarlo con Anguilla, del quale Pavese non ha mai scritto il nome reale, come se non esistesse anagraficamente ma solo nell’attribuzione di identità data nel paese. Anice racconta il dolore che aveva provato lungo la sua infanzia e la sua adolescenza nell’essere accolto in famiglie generalmente contadine per interesse (veniva conferito un contributo in denaro alla famiglia che accoglieva il trovatello). Racconta i maltrattamenti subiti e la mancanza di amore e la spasmodica nostalgia della figura della madre, ma al tempo stesso racconta la sua battaglia, durata lungo una vita povera ma dignitosa, per costruire una famiglia, fondare una genealogia che non aveva mai avuto. Anguilla invece scompare. Un alter ego che va verso l’esito finale.
Cesare Pavese ebbe una famiglia benestante che visse tra la campagna delle Langhe e la città delle scuole e del lavoro. Ebbe precoci esperienze della morte sia del padre che di tre fratelli più grandi di lui, e conobbe la solitudine autoritaria di sua madre. Del suo mondo familiare accennò ne La famiglia, postumo del 1941, e La casa in collina del 1948, editi da Einaudi. Ma la sua dimensione non era del senza terra e senza radici se non sul piano dell’immaginazione e del simbolico. Ebbe a Torino riferimenti nei gruppi antifascisti di Giustizia e Libertà con figure come quelle di Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi. Per la sua attività intellettuale e come membro di Giustizia e Libertà venne denunciato e fu mandato in domicilio coatto di polizia in Calabria per un anno.
Nella sua storia il tema del suicidio come riconoscimento della mancanza di senso della vita era già comparso con la morte di un suo compagno di scuola che si era tolto la vita con un colpo di pistola. Pavese ne aveva scritto pochi versi. Il fatto che Grimaldi riviva la storia di Pavese, facendone confluire il destino con quello della scrittura de La luna e i falò, non sta tanto nella storia reale, quanto nella scelta di un approccio conoscitivo di natura antropologica. Approccio che riguarda il senso dell’esistenza umana, che Pavese cercò di rifondare mentalmente nei riti e nelle feste, nei solstizi e nelle lunazioni della terra.
Inoltre nelle pagine de La luna e i falò si trova il complesso rapporto tra il Pavese politico e la Resistenza, rapporto del quale si è spesso parlato a proposito de La casa in collina. A questo proposito Grimaldi usa l’espressione: l’eccezionale quotidianità di una ribelle Resistenza delle colline. Attraverso il racconto di Nuto balza agli occhi questa “eccezionale quotidianità” dove non vi è alcuna epica, nessun entusiasmo storico e la Resistenza risulta quasi un corpo a corpo di rancori, di vendette, di inganni. Al centro spicca la figura di una donna del paese, una di quelle che Anguilla guardava da lontano, ammirava, e collocava tra le donne inarrivabili: e che, a causa del suo avere fatto il doppio gioco, verrà uccisa e poi bruciata. Il falò contadino diventa qui un simbolo impressionante: da un lato evoca i processi alle streghe, dall’altro il ciclo della vita che trasforma il tradimento e la vendetta in residui da eliminare e re-immettere ne ciclo della vita. Il falò è il segno visibile della festa, del ballo intorno, dei pronostici che se ne traggono. La Resistenza dunque non è un mondo nuovo ma resta in un certo senso al di sotto del ciclo doloroso delle passioni umane e della vita.
Piercarlo Grimaldi conduce in questo libro un corpo a corpo con Pavese; le loro storie restano intrecciate nella vicinanza tra i libri e gli autori editi da Pavese ed alcune delle letture fondative dell’approccio di Grimaldi all’antropologia.
In varie sue scritture, Piercarlo racconta della sua provenienza dal mondo degli artigiani che vivono nel paese e lavorano per i contadini e gli abitanti della comunità e sono soggetti, anche se in minor misura, alla precarietà e alla povertà del mondo contadino. Piercarlo doveva essere sarto ma ha rotto la tradizione della sua genealogia familiare che lo prevedeva tale, ha studiato, con successo, più tardi di altri. Ha rotto con il paese e il destino previsto per lui ma ci è poi ritornato come studioso, come specialista di feste, di misurazioni del tempo, di cicli della vita. Ha costruito il suo mondo di lune e di falò. E ha conosciuto Pinolo, l’amico di Pavese, ha ritrovato le tracce ancora raccontate dai testimoni di Cesare Pavese, e con Pinolo ha imparato a seguire il solco dritto, così da riuscire a studiare in profondità il suo vicino di casa e di tempo. Grimaldi, oltre a essere stato Rettore dell’Università, è uno studioso che, come Pavese, ha posto al centro una parte significativa dei libri della Collana Viola di Einaudi, ritenuta scandalosa dalla sinistra ufficiale del tempo,
«Da alcuni lustri sono tornato alle radici mai estirpate del mio lavoro di sarto, professione ereditata da mio padre. In qualche modo, queste mie due anime, di ricercatore e di sarto, sono intrecciate, perché, come aveva ben compreso Cesare Pavese, nato in queste terre, i contadini sanno bene che “lavorare è vestire la terra”. Accarezzo l’idea di ritornare a tagliare e imbastire almeno un abito, nella speranza che si completi “il cerchio dell’eterno ritorno”, per far sapere a mio padre che non lo avevo tradito per sempre. Cucire la stoffa non è forse come cucire le parole?» [5].
Già in un saggio del 1997 [6] Grimaldi aveva raccontato che si era formato nella dimensione del paese ed aveva vissuto la fase di inculturazione attraverso l’esperienza della sartoria artigiana, del mondo contadino, della vita sociale e dell’educazione alla società. In quel saggio si addensano, in dialogo con vari riferimenti della sociologia e dell’antropologia, prospettiva memorialistica, racconto autobiografico, analisi sociologica, modellistica economica. E queste sono le tracce che gli consentono di capire Pavese perché ne ha condiviso tutte e due le vite, quella del paese e quella dell’intellettuale. Nella sua seconda vita di intellettuale e ricercatore, vissuta tra l’Università di Torino e i luoghi della sua memoria, ha indagato e scoperto la problematica pavesiana del paese e delle radici, ma ancor più quella del tempo mitico e dell’eterno ritorno, fenomeni che ha imparato a governare sia nella ricerca che nella memoria. Il solco dritto di Nuto diventa per Grimaldi l’arte del racconto, della socievolezza, della nostalgia che tormenta e della smemoratezza che nega l’identità.
Nei capitoli 8, 9, 10 Grimaldi analizza il romanzo di Pavese nel rapporto con il mondo raccontato da Nuto e ne ricerca le origini rituali nei suoi studi e nelle annotazioni di ricerca di Pavese. La memoria delle Langhe povere nei ricordi delle sue permanenze, nei racconti del suo amico falegname, ma anche negli studi di folklore e in quelli di interpretazione delle fonti alla luce dell’antropologia. Attraverso questo complesso dispositivo il romanzo diventa anche una sorta di testamento. Nel decimo capitolo in particolare che porta il titolo Di feste, di lune, di falò, di capre si trovano molti passaggi a ridosso delle pagine pavesiane, in cui il mondo drammatico, arcaico, povero delle alte Langhe si presenta nel suo rovesciamento primordiale nei valori del tempo festivo, nella luce dei falò, che segnano sia il tempo agricolo del bruciare che il tempo festivo del segnalare. In particolare il tempo lunare viene appuntato da Pavese segnalando tutti gli incroci tra fasi lunari, semine, raccolti, potature, bucati. E nel paragrafo sulle capre Grimaldi va alla ricerca della cultura popolare contadina per trovare fondamento all’espressione usata da Pavese per il trovatello Anguilla che «non è nato dall’orecchio della capra». La ricerca di antecedenti folklorici porta Grimaldi ad un’ampia rassegna dei modi di raccontare la nascita di uomini e animali, trovando infine riferimenti sia in credenze folkloriche piemontesi che nel mondo antico e nel folklore europeo.
Sono capitoli densi dove, nell’assistere al ‘montaggio’ delle parti più connesse al ciclo della vita, nell’insistenza sui nessi di dolore, di folklore e di festa, si intuisce più nettamente come Pavese cercasse la connessione tra il passato contadino e i mondi di possibile vita nell’orizzonte del tempo mitico, dell’attesa, della festa. Tracce di un mondo dove la vita veniva fondandosi sulla ‘presenza degli dèi’. Un tempo di cui Anguilla aveva conosciuto le tracce, ma che non trovava più al suo ritorno. Costretto al tempo della sua nascita ad essere ai margini, e al tempo del suo ritorno a percepirsi come del tutto altro sia rispetto al mito dell’infanzia sia al cambiamento della vita e della sua struttura temporale arcaica.
In queste pagine Grimaldi chiama Pinolo con il nome di Nuto, datogli da Pavese, e lo fa essere la bussola della ricerca pavesiana. Facendo quasi sovrapporre romanzo e vita. Nell’avvicinarsi a quel mondo, Grimaldi usa termini rari per il lettore come ‘blimblanare’ detto dell’oscillazione lenta della statua della Madonna in processione, e Sclinto (piemontese ‘sclint’) per indicare la nitidezza sonora del clarino suonato da Nuto. È come portare nella scrittura tracce di oralità e di memoria radicata in un mondo locale. Una particolare sorpresa ricca di sentimento.
La densità emotiva della scrittura confluisce nel capitolo successivo nel ritorno alla soggettività dell’autore. Piercarlo ha intervistato molte volte Nuto – con cui ha avuto un intenso rapporto – sul mondo di Pavese e sul suo stesso, mondi intrecciati nel romanzo. Nuto muore nel 1990 a 90 anni. Il Centro Studi Pavese [7] «affidò a me e a mio fratello Renato la trasformazione in museo della falegnameria del Salto» mantenendone la fisionomia e i ‘trucioli’ che Pavese simbolicamente ricordò nel romanzo E cercando di dare con vari mezzi il senso della storia che in quei luoghi era stata vissuta e che aveva arricchito Pavese, pur non indovinandogli il destino che scelse. Nell’allestimento del Museo, Piercarlo prese atto che le bigonce di legno erano sparite dalla produzione viticola ed erano state sostituite da bigonce di plastica per cui nel tempo il lavoro della falegnameria, finalizzato all’agricoltura, era diventato quasi inutile. Un aspetto ulteriore di quell’imbarbarimento del mondo che Pavese aveva difficoltà ad affrontare. Diversi anni dopo questo museo fu rivisto «seguendo una logica espositiva che per alcuni versi lo rende più fruibile sul piano didattico e comunicativo, ma a cui manca un po’ dell’anima museale perseguita dal falegname de La luna e i falò».
Da qualche squarcio del suo racconto a tutto campo si coglie che Grimaldi vede oggi mal appaesato il mondo di Pavese che, nel nuovo turismo delle aziende del vino delle Langhe, è senza memoria della storia della vita passata. Qualche anno fa, sono transitato anche io in quei luoghi in memoria di quello scrittore anche da me amatissimo, e mi sono stupito per l’eccesso di turismo del vino, e per la progressiva trasformazione del territorio dove il paesaggio promiscuo, plurale, denso che si legge ne La luna e i falò si è dissolto nella monocultura estensiva della vite.
Nel suo romanzo Pavese ci parla con intuito anticipatore della perdita del sacro e della perdita della memoria nel paesaggio agrario. Se pure a distanza, gli stessi mondi umani sono stati raccontati, attraverso le fonti orali, da Nuto Revelli (un altro Nuto) nel suo Mondo dei vinti e anche ne L’anello forte dove al centro vi è il mondo delle donne.
Infine
Il romanzo La luna e i falò si chiude sul paesaggio delle Langhe visto da Bastardo-Anguilla al suo ritorno: «…le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni…non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa, e dire agli altri ‘Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere’». Commenta Grimaldi: «Una fotografia che sembra scattata oggi sulle colline più addomesticate delle Langhe, dove la malora è un ricordo che strumentalmente si commercializza bene, dove ogni zolla è parte di un ordine produttivo che inquieta, di un futuro di natura che è sempre meno natura».
Questo intreccio tra ieri e oggi, tra il mondo di Pavese e il nostro ci restituisce il romanzo nella sua attualità. Piercarlo Grimaldi ha combattuto le sue battaglie perché la memoria del tempo contadino non si spegnesse, perché le feste continuassero a renderlo elementarmente vivo, perché i falò (che oggi devono essere autorizzati dagli uffici comunali e dai vigili del fuoco) continuassero ad accendersi. E da esperto di quella cultura ci ha aiutato a dare a La luna e i falò una lettura in controtendenza rispetto a quella universale, quella che io stesso ho vissuto, vedendo in Anguilla l’incertezza della giovinezza, del destino da cercare e anche un po’ la sindrome migratoria della ‘doppia assenza’ per cui non si è più di nessun luogo. Assenza che Anguilla vive e che anche Pavese ha vissuto pur non essendo un migrante se non immaginario. Grimaldi vede nel romanzo di Pavese l’incarnazione simbolica della sua scelta per cui il mestiere di vivere doveva avere una sua fine. Forse una depressione che potremmo definire culturale, l’assenza di prospettiva di un mondo che nel passato ancora accendeva il mito e la festa e l’elementarità sentimentale dell’esistenza.
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato [8].
Quella di Grimaldi è la storia vista dai luoghi dove si è dipanata, vista dalle memorie di chi c’era, da persone come Pinolo che ha incontrato ed intervistato. Ed è la storia vista anche dal tempo mitico della festa al quale Pavese non poté accedere e che Grimaldi ha costantemente evocato attraverso i suoi studi. Concludiamo così con le parole di Piercarlo Grimaldi, di grande affetto e nostalgia per lo scrittore che ebbe vicino di casa e la cui storia ha potuto ricostruire tra testo letterario e memoria mitica, come un’autobiografia dolorosa:
«Anguilla-Cesare scopre che avere un paese è il tratto fondamentale per sopravvivere, per essere parte della memoria del territorio, per questo esprime il concetto di farsi terra, morire per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Non è un caso che scelga un “non luogo”, un albergo come tanti, in un giorno come tanti, spaventato dall’oblio. Un oblio che per fortuna mai arriverà, perché ancora oggi Pavese è uno degli autori più vivi e attuali che esistano. E voglio pensare che ci guardi tutti da quel santuario di Madonna della Rovere di Cossano Belbo, “il santuario delle cose nascoste e lontane che devono esistere”, in cui l’ateo Pavese riusciva a sentire l’infinito».
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] Per gli ottanta anni di Piercarlo Grimaldi. Buon compleanno, Piercarlo!
Note
[1] C. Bateson, G. Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Milano, Adelphi, 1989.
[2] Nel caso della sequenza «nome + aggettivo qualificativo», la posizione “normale”, quindi informativamente neutra, è quella che prevede l’aggettivo posposto rispetto al nome. Per spiegare la variabilità nella collocazione dei diversi aggettivi qualificativi è necessario introdurre il criterio semantico della maggiore o minore oggettività dell’aggettivo qualificativo: tanto più la qualità espressa dall’aggettivo è oggettiva (ad esempio i colori, gli stati fisici, ecc.) tanto più la posizione dell’aggettivo è fissa, mentre all’aumento della soggettività, quindi con aggettivi che esprimono apprezzamenti e considerazioni del parlante, la mobilità aumenta. L’anticipazione dell’aggettivo si riferisce alla sua posizione all’inizio della frase, prima del nome che modifica. Questo può essere utilizzato per creare un effetto retorico, come enfatizzare la qualità descritta dall’aggettivo o per rendere la frase più fluida e naturale.
[3] Jung C.G, Hereny K., Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Torino, Bollati-Boringhieri, 1972
[4] Anice G., Ero di nessuno, Arcidosso, Effigi, 2019
[5] Piercarlo Grimaldi, appassionato di saperi e sapori | iO Donna 15 marzo 2021
[6] Grimaldi P., Rapsodie di un sarto di campagna. Pratiche e segni del tempo tradizionale, in Rivoltare il tempo, Centro studi Cesare Pavese, Milano, Guerini, 1997
[7] Che poi divenne Fondazione e che per diversi anni, per iniziativa di Piercarlo Grimaldi e Gianluigi Bravo, promosse ed ospitò incontri e convegni di antropologia culturale e di tradizioni popolari
[8] Da E. Montale, Ossi di seppia, Torino, Piero Gobetti editore, 1925
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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