CIP
di Nicola Grato
Ma chi sa di mancare, può ispirarsi a trovare
(Danilo Dolci, Palpitare di nessi)
1. In questi nostri paesi
«C’è una luce che il vento ha spento», scrive Georg Trakl [1], c’è una luce che ci ostiniamo a vedere, a provare a comprendere anche nel buio del presente. Mentre la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni visita Niscemi, e con lei uno stuolo di assessori regionali, deputati, personaggi vari in cerca d’autore; mentre una donna grida a questo stuolo di tenutari dell’esercizio della rappresentanza che non sono i benvenuti a Niscemi, che a Niscemi nessuno oggi deve fare passerella; mentre tutto questo accade come se nulla fosse, come se anche allo strazio, all’urlo, al dolore fossimo assuefatti e per ciò stesso quindi narcotizzati, io vado da un paese all’altro di questi miei paesi (Villafrati, Mezzojuso, Cefalà Diana, Campofelice di Fitalia, Godrano) per questioni legate alla scuola, per incontrare i bambini, per parlare con loro. Tutto normale, anzi no, non è normale niente, neanche in questi luoghi dove tutto pare scorrere monotono, dove la storia pare essersi fermata a un eterno presente: un rialzo, Busambra, la strada franata in un pezzo, il torrente che passa sotto il ristorante, i pini a bella posta piantati ai bordi della carreggiata.
Il ciclone “Harry” è il mare che parla, sconfina, distrugge: riusciamo a sentire le sue parole? Siamo qui, in queste strade, in questi paesi dove tutto ci pare distante ma è invece qui, mito e abbandono, cosmogonie e partenze dei nostri ragazzi, tradizioni cercate rinvenute vendute nella speranza esibita di attrarre turismo, soldi, investimenti.
Il due febbraio, festa della Candelora: inverno e freddo, qualche lume di sole ocra e rosa in questo tramonto. Festa della presentazione del Signore al Tempio: Simeone contempla la propria vita, i propri giorni colmatisi in fine con la presenza del Bambino divino. In paese non è che cambi qualcosa: la casa chiusa dal 2020 di pandemia è ancora chiusa, dalle finestre lo scuro è profondo ancora e ogni giorno di più. Passano bambini con bombolette spray di schiuma e imbrattano i portoni, le piante. Fanno ressa ed è ressa benedetta, ché il silenzio altrimenti peserebbe, una gromma sulla strada, sulla piazza. Spesso qui in paese ci chiediamo cosa succeda fuori, e non perché non lo sappiamo: urgono social media, telegiornali, grida, meteo. No, non ci manca l’informazione, ci manca cosa farne di queste notizie, ci sentiamo comunque distanti, sempre troppo distanti.
2. Segni e sintomi
«Ancora sempre s’inarca il tetto di secche foglie / nel sonno delle mucche. La serva cieca / appare nel cortile; un’azzurra acqua lamenta; / un teschio di cavallo ti fissa da un portone marcio. // L’idiota dice con oscuro senso una parola / d’amore, che nel cespuglio nero si spegne, / dove quella sta in sottile figura di sogno» [2].
Segni e sintomi, una casa spaccata a metà sul dirupo: una libreria coi libri piegati di lato, una cucina, armadi, sedie. Il dolore di vedere un corpo esposto, il dolore degli altri, dei lontani. Sentirlo questo dolore anche qui, per queste strade d’acqua, rotte, piene di buche profonde, dislivelli. Una slavina, un inghiottitoio: il fiume che s’ingrossa con la pioggia, i campi lavati sono risaie ma sotto ci sono carciofi, lattughe, finocchi: cosa vorrà dire tutto questo?
Piccole apocalissi quotidiane, private e pubbliche: la morte di una persona cara, il riverbero della sua fotografia da un social network a un altro, le campane dell’agonia; chiude un bar, qualcuno va via al Nord per una supplenza a scuola, il tessuto sociale di questi paesi cambia rapidamente e se ti fermi a riguardare le stagioni trascorse ti accorgi che la piazza, un cancello, l’intonaco staccato sono emblemi di qualcosa che pare sfuggire alla comprensione, forse è solo il passare del tempo, o forse il segnale di un mutamento profondo che i nostri paesi subiscono. È ritornata una famiglia dal Nord, da Palermo o da chissà dove in queste «aree marginalizzate e demograficamente rarefatte» [3]: pochi, ma sono ritornati, ma per queste persone che rientrano troppi ragazzi vanno via.
3. Confine d’aria e luce
Via Procida, via Ultime case. L’Ecce Homo illuminato da una lampadina: un tempo la prima luce che vedevo dopo lo scuro spesso e minaccioso della campagna notturna dove avevamo la casa dell’estate, un tempo la prima luce del paese. Il cimitero delle auto è sempre lì, cambiano i modelli, ricordo anni fa un Maggiolino bianco: sinuosa linea di una cosa morta. La strada ora è perfetta, liscia, senza dossi o crepe, senza pozze e fango. La conobbi che era una vena di terra tracciata tra collina e precipizio. La cornacchia sul pilastro del cancello, gli ulivi sparsi, il silenzio degli uccelli in inverno. Alla svolta il paesaggio cambia, non c’è più quella casa, l’hanno abbattuta e rifatta: è una fastidiosa architettura modernissima in mezzo alle argille dure. Poi un’altra casa, quella dove tante cose sono nate e nessuno è mai morto: chi ci abiterà ora?
Quello sotto la montagna di Capezzana è il posto dove l’eremita Nino Amore cercava il silenzio, suo compagno un agnello: dove cresce l’arbusto spoglio di foglie ma rosso di bacche; le mele che allappano, i fuochi dell’estate, le foglie d’oro: coprono il cammino, più avanti le tracce di bestie in riposo…
Il confine è d’aria e luce, ogni cosa, ogni roccia ogni vallone, ogni sporgenza di arenaria, tessitura di gessi messiniani pare evaporare in lontananza, vastità di valle fluviale. Al Vallone della giumenta, un giorno di tardo autunno, laggiù nelle terre madonite: il sole è chiuso dai faggi, dai pini ma guardando là in fondo: daini, alla minima chiosa d’ombra su per le creste fuggono l’uomo, e ne sanno molto più di noi di questo tempo, di questi monti, dei rifugi tentati e delle miserie tracotanti, dei conti in sospeso con la morte…
Nel documento SNAI per la Sicilia Godrano, Cefalà Diana, Mezzojuso e Campofelice di Fitalia sono definiti paesi periferici, paese intermedio è definito Villafrati, che ha sbocco immediato sulla strada statale 121 a scorrimento veloce. Se a Villafrati la situazione del commercio è più florida rispetto a quella degli altri comuni, il “dissanguamento” demografico è però il medesimo: i ragazzi partono e ritornano solo per le feste se possono, dato che treni, aerei e navi applicano per i migranti interni tariffe vergognosamente alte. Vanno via i ragazzi, si muovono, cercano il presente che troppo spesso chiamiamo futuro per dilazionare, rimandare, parcellizzare il qui e l’ora.
Ma il qui e l’ora sono questi paesi e le prospettive di vita che offrono. Solo l’amare, solo il conoscere conta. Non l’avere amato, non l’aver conosciuto: se il passato è una zavorra, allora è meglio che passi, muoia e non faccia danni. Bisogna anche destrutturare la narrazione che andare via sia una decisione negativa se questa migliora la vita di chi l’ha presa: di Abba Agatone, padre del deserto, si diceva che cambiasse spesso luogo, portando con sé solo il coltello per modellare i cesti di vimini. Portano ansie e speranze con sé Enrico, Federica, Vincenzo e tanti altri alunni che ho avuto. Al Nord o nella cintura periferica di Palermo Ovest si realizzano, realizzano il loro progetto di vita.
4. Strade
Strade provinciali, serpenti di catrame che si snodano tra querce, pini, eucalipti; costeggiano terreni coltivati e campi di spine, legano un paese all’altro, un abbeveratoio alla sagoma d’una antica stazione ferroviaria; si curvano repentinamente, si allentano in rettilinei che dispiegano lo sguardo alla visione di Rocca Busambra: ora viola, ora gialla, come scriveva Giacomo Giardina, poeta pecoraro di questi paesi. La strada provinciale 26 corre parallela al torrente Pozzillo. Rotta in più punti per più anni è ora percorribile e unisce Villafrati, Cefalà Diana e Godrano fino al capolinea del Bivio Lupo che porta a Ficuzza. Una strada che attraversa il bosco e si interseca col percorso della vecchia strada ferrata, la gloriosa tratta San Carlo – Sant’Erasmo che tanti paesani ha portato a Palermo e da Palermo in questi paesi.
C’è una luce in questa strada inevitabilmente modulata sul colore delle foglie di ulivi, roverelle, ampelodesmi. È la strada delle ferle: in primavera sono un guardrail naturale sui bordi della strada. In direzione Cefalà Diana, da Villafrati: terre coltivate, cabine dell’elettricità, pali eolici sul Pizzo Longocucco: chissà perché il loro profilo osservato dall’imbocco sulla Statale 121 da Mezzojuso verso Villafrati mi ricorda il cinto di Orione, lontana costellazione, insieme di punti luminosi che l’occhio assembla in forme conosciute e contigue, mitologie quotidiane. Le strade sono anche strade d’acqua, piccole trazzere insinuate tra i campi di sulla, crocicchi frequentati da volpi, cinghiali, cornacchie e gazze: la strada di viabilità secondaria che serviva durante i lavori infiniti e ancora in opera sulla Statale 121 è interrotta bruscamente dal guardrail: è ormai una strada senza uscita, si può soltanto continuare sulla strada provinciale 55 bis. Nel breve tratto tra la svolta e la chiusa l’erba ha ripreso il selciato, un cespuglio di rovi, fiori gialli.
5. Mitologie
La strada provinciale 55 bis e le torri dell’elettricità, un paesaggio di ferro e terra, i centri commerciali e l’area commerciale di Cefalà Diana: depositi merci, balle di rifiuti, tir in manovra. In direzione Mezzojuso e Campofelice di Fitalia è la strada provinciale 55, rotta per tanti anni, inaccessibile, franata. Monte Marabito è un grosso sasso piantato sulle terre del pascolo, di fronte a questo gigante si apre la visione di tutti i paesi fino alla lontanissima Regalgioffoli, visibile appena di sera. A dispetto delle chiusure, delle deviazioni, dei semafori accesi come guardie nella notte profonda di questi inverni, su queste strade si muovono tante persone, vi passano autoveicoli, qualche mulo. La viabilità secondaria, durante la chiusura della Statale 121, era percorsa da grossi camion, macchine agricole, automobili. Ai bordi della strada, vicino ai semafori, pacchetti di sigarette, bottigliette di plastica, fazzolettini: tutto quello che da un’auto ferma si può gettare, e anche una lucertola o forse era un gongilo, che da queste parti chiamiamo “tiro”.
Queste terre, questi specchi ustorii sparsi sui campi, i pali eolici, la valle immensa e la corona dei monti. In tutto questo leggiamo numerose fratture, crisi, discontinuità di questo tempo che chiamiamo Antropocene. Come ritrovare relazione con questi campi, con queste terre? Quali prospettive per future pratiche lavorative? Una ipotesi ci viene offerta da Fabio Parascandolo e Marcello Tanca nel saggio “Il paesaggio geografico nell’Antropocene” contenuto nel volume collettaneo Geografia e Antropocene: «Tenere conto delle crisi globali collegate al combinato disposto di deterritorializzazione, o dissoluzione, dei luoghi… Su queste basi, piuttosto che per un convenzionale “sviluppo regionale”, sarebbe necessario adoperarsi per una vera e propria rifondazione di luoghi e paesaggi in quanto beni comuni. A questo scopo risulta necessaria una riconfigurazione delle pratiche lavorative, da incentrare su convivialità, solidarietà, autosostenibilità, specie in rapporto all’uso e alla conservazione dei biomi a consistente naturalità» [4].
Recuperare le case abbandonate, i quartieri muti di questi paesi attraverso l’arte, il decoro come forma di resistenza allo spopolamento. Non si ripetono i casi unici per definizione, la Gibellina Nuova di Corrao, Consagra, Quaroni e Schifano, ma oggi la convivialità può essere veicolata dall’arte, penso ad esempio al recupero del quartiere Sheshi a Piana degli Albanesi. A scanso di equivoci, l’arte va intesa come lavoro comunitario in un territorio, non come facile esportazione di murales commissionati nell’ambito di progetti di presunte rigenerazioni territoriali. Opere da realizzare a regola d’arte, attivando la partecipazione dei cittadini: occorrerebbe questa visione in territori così marginali come lo sono i nostri. Ancora più chiaramente, riteniamo sia fondamentale riscoprire lo spirito di questi luoghi, che non è meramente un ritorno alla tradizione, alle processioni partecipate o a un senso retrogrado dei riti, quanto piuttosto coltivare l’immaginario, ascoltare da parte dei decisori politici la voce profonda delle persone. Scrive nel suo recentissimo Altrimondi il filosofo di origine prizzese Federico Campagna: «Nei punti più bassi della Storia, quando il mondo si trasforma in una terra desolata e invivibile, il genio di ogni popolo scopre in sé sorgenti creative di cui prima ignorava l’esistenza. L’immaginazione spesso risponde al trauma di una catastrofe slanciandosi verso una nuova comprensione del senso della vita e del mistero della realtà» [5].
6. Preservare l’erica
C’è uno scritto di Camus ne L’estate che si intitola “Prometeo agl’inferi”: qui lo scrittore francese riflette sul mito prometeico, rileggendolo nel suo presente. Prometeo donò agli uomini tecnica e arte, fuoco e libertà, ma sappiamo bene che oggi la tecnica ha sopravanzato e di molto l’arte, la libertà espressiva che è consapevolezza critica innanzitutto. Non è possibile mortificare lo spirito a vantaggio dello sviluppo economico, del profitto che devasta i luoghi. Scrive Camus: «L’uomo è dovunque, dovunque le sue grida, il suo dolore e le sue minacce (…) La storia è una terra sterile in cui non cresce l’erica (…) Dobbiamo reinventare il fuoco, ripristinare i mestieri per calmare la fame del corpo» [6]. Camus conclude il suo saggio augurandosi che l’uomo rifaccia sempre i miti, che hanno bisogno di rigenerarsi continuamente, e che serbi il ricordo della bellezza, di quella pianta di erica nell’Attica che Chateaubriand rimpiangeva di non essere riuscito a preservare.
Per noi, come per Camus, il senso del mito e di ogni cosmogonia che ancora ci sforziamo di osservare nei nostri paesi sta nella ostinazione e nella «ammirevole volontà di non separare né escludere nulla di ciò che ha sempre riconciliato e riconcilierà ancora il cuore doloroso degli uomini con le primavere del mondo». Nonostante, diremmo, il “lento e inevitabile declino” cui sarebbero condannati, secondo le più recenti strategie governative per le aree interne, i nostri paesi.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note[1] Georg Trakl, “Salmo”, in Georg Trakl, Le poesie, Mondadori, Milano 2014: 89.
[2] Ibidem: 121.
[3] Cfr. la voce “Ritorni” a cura di Savino Monterisi nel Vocabolario delle aree interne. 100 parole per l’uguaglianza dei territori, a cura di Nicholas Tomeo, Radici Edizioni, Capistrello (AQ) 2024: 245.
[4] Cfr. Fabio Parascandolo e Marco Tanca, “Il paesaggio geografico nell’Antropocene”, in Geografia e Antropocene, a cura di Cristiano Giorda, Carocci editore, Roma 2019: 60.
[5] Federico Campagna, Altrimondi, Einaudi, Torino 2026: 58.
[6] Albert Camus, “Prometeo agl’inferi” ne L’estate e altri saggi solari, Bompiani, Milano 2019: 98.
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Nicola Grato, laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo, insegna presso le scuole medie, ha pubblicato tre libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009), Inventario per il macellaio (Interno Poesia 2018) e Le cassette di Aznavour (Macabor 2020) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lombino); sue poesie sono state pubblicate su riviste a stampa e on line e su vari blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”,“larosainpiù”,“Poesia Ultracontemporanea”. Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo. Nel 2021 la casa editrice Dammah di Algeri ha tradotto in arabo per la sua collana di poesia la silloge Le cassette di Aznavour. Con Giuseppe Oddo ha recentemente pubblicato Nostra patria è il mondo intero (Ispe edizioni).
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