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“In mezzo mar”: Creta, Venezia e la tamerice. Dialogo tra acqua, pietra e sale. Prove di palinsesto

Creta, Procession Fresco del vicino Archaeological Museum of Heraklion (ph. Roberta Morosini)

Creta, Procession Fresco, Aeroporto di Heraklion, riproduzione (ph. Roberta Morosini)

di Roberta Morosini

“In mezzo mar” evoca il verso dantesco (Inf. IX, 41) e apre Creta come isola situata nel cuore del Mediterraneo, luogo che da secoli si offre come palinsesto mediterraneo: uno spazio in cui ogni civiltà inscrive il proprio segno sulle tracce di quelle precedenti, e dove ogni strato, prima o poi, torna ad affiorare.

 Giunta all’aeroporto di Heraklion, mi accoglie una grande riproduzione della Procession Fresco del vicino Archaeological Museum of Heraklion, la più ricca collezione al mondo di testimonianze della civiltà minoica. Le figure dai profili rossi e dalle vesti leggere avanzano in fila, portando vasi, coppe e offerte rituali: un corteo che sembra emergere da un tempo sospeso, tra mare e montagna, come se la Creta preistorica continuasse a sedimentarsi nella Creta contemporanea. La scritta che accompagna l’immagine – Discover the origins of Europe – trasforma l’ingresso in isola in un vero e proprio varco narrativo: non solo un invito turistico, ma un gesto identitario.

Qui, nel cuore del Mediterraneo, si propone una delle genealogie possibili del continente, inscritta negli affreschi portati alla luce e custoditi nel museo, che restituiscono un mondo in cui le stratificazioni culturali parlano ancora con forza al presente.

È un ingresso emblematico: non un semplice annuncio turistico, ma l’apertura di una soglia mitica e storica, un richiamo a quel nodo fondativo in cui mito, geografia e identità si intrecciano da millenni. L’isola si offre subito come pagina originaria, come laboratorio di ciò che chiamiamo “Europa”.

mini_magick20180819-22056-pijr5oCome gli antichi manufatti che il mare restituisce alle sue rive, o come le città perdute disseminate tra deserti, isole e scogliere, la topografia e la cultura mediterranee rendono visibile un presente frastagliato, scritto su molteplici livelli sedimentati nel tempo. Lo mostrano bene i contributi raccolti in Spectral Sea: Mediterranean Palimpsests in European Culture (a cura di S. Nichols, J. Küpper, A. Kablitz, New York, Peter Lang, 2017). In questo senso, il “palinsesto mediterraneo” non è solo una metafora filologica: è una struttura di pensiero. Intreccia mito e storia, rovine e rinascite, scrittura e cancellature. Creta si fa testo vivente: continuamente riscritto da catastrofi, dominazioni, migrazioni, memorie, e da quelle sopravvivenze che riaffiorano sotto la superficie del presente.

“Venezia (i Morosini) e la tamerice” prolunga questo dialogo tra acqua e pietra, tra laguna e isola, dove perfino il sale – corrosivo e conservatore – diventa materia di memoria e di legame. Il viaggio nella memoria liquida di Creta, tra le tracce veneziane e le parole di Pandelis Prevelakis, restituisce l’isola – media mari posita – come una pagina stratificata: crocevia di civiltà e di oblii, luogo in cui la cura quotidiana resiste all’incuria del potere.

Lungo le sue coste, la tamerice – pianta di sale e di vento – emerge come una nuova figura del Mediterraneo-palinsesto: femminile, resiliente, generatrice; capace di trattenere memoria e di ricrescere dopo la rovina.

In mezzo mar: Creta, isola di mezzo
In mezzo mar siede un paese guasto,
  diss’ elli allora, “che s’appella Creta,
  sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto (Inf. XIV 94-96). 

«In mezzo mar siede un paese guasto» – ma dalle sue rovine, la scrittura rinasce come onda. Dal verso di Dante si apre un’altra geografia, dove Creta emerge come isola di mezzo, palinsesto di memorie e riscritture. Nella pietra e nel sale si inscrive la storia di una sopravvivenza: il Mediterraneo come libro d’acqua, che le civiltà cancellano e ricreano senza fine.

Nel cuore dell’Inferno XIV, da quell’isola guasta – Creta, un tempo culla dell’età aurea sotto il regno di Saturno – prendono origine tutti i fiumi infernali. Dentro il monte Ida siede il Veglio di Creta, immagine gigantesca dell’umanità corrotta: il capo d’oro, il petto d’argento, le membra di bronzo, ferro e infine d’argilla, segni del progressivo decadimento del mondo. Dalle crepe del suo corpo, solcate dalle lacrime che scendono fino al suolo, nascono le acque che formano l’Acheronte, lo Stige, il Flegetonte e il Cocito – un’intera geografia del dolore umano che fluisce da quell’isola di mezzo.

Così, in Dante, Creta diventa il centro del mondo spezzato, l’ombelico della storia dove il pianto dell’uomo si fa fiume e la rovina genera memoria. Questa visione simbolica si traduce, in Giovanni Boccaccio (1373–1375), in una lettura storica e concreta della rovina di Creta, di cui sarebbero responsabili i Veneziani. Per lui l’isola è paese guasto “per rispetto a quello che anticamente esser solea”: un tempo nobilissima, feconda di città e frutti, ma ora, sotto dominio veneziano, “tenuta tirannescamente”. Nel suo commento al canto XIV dell’Inferno, Boccaccio fa dell’esegesi un atto di denuncia. La rovina di Creta non è letta come semplice esito naturale o allegoria morale, ma come evento storico e politico: il risultato di una dominazione che svuota l’isola dei suoi abitanti e ne mortifica la fertilità. La spiegazione geografica — l’isola “in mezzo mar” — diventa così la soglia di una diagnosi più profonda, in cui il Mediterraneo appare fratturato, attraversato da rapporti di forza e da pratiche di sfruttamento coloniale. In questo quadro, la memoria dell’antica grandezza cretese non scompare, ma sopravvive come traccia ferita, come sapere del passato che insiste nel presente sotto il segno della perdita:

«Per lo qual priego dell’autore, Virgilio incomincia a discrivergli l’origine de’ detti fiumi, così: In mezzo mar siede un paese guasto, Diss’egli allora, che s’appella Creta. Creti è una isola dell’Arcipelago, ed è una delle Cicladi, e perciò dice che ella siede in mezzo mare, perché ella è, sì come ogni altra isola, intorniata dall’acque del mare; e chiamala paese guasto, e così è, per rispetto a quello che anticamente esser solea, per ciò che d’essa scrivono gli antichi che ella fu nobilissima isola, di molti e nobili abitanti, di molte città e fruttuosissima molto; e fu dinominata Creti da un re, il quale ella ebbe, che si chiamò Cres. Oggi la tengono i Viniziani tirannescamente e hanno di quella cacciati molti antichi paesani e gran parte d’essa, il cui terreno è ottimo e fruttifero, fanno star sodo e per pasture, per tener magri quegli della contrada» (Boccaccio, Esposizione litterale a Inf. XIV, 94–96).

Boccaccio contrappone l’antico e il presente, corrotto dal dominio veneziano. La sua Creta resta isola ferita, sospesa tra mito e storia. Anche oggi, in altre parole e immagini, ne riaffiora la forma. «Creta – scrive Ernesto Franco in Storie fantastiche di isole vere – è una pistola turca abbandonata da qualche pirata in fondo all’Egeo. Chiude a sud il mare della Grecia e i confini d’Europa come la smorfia di un pescatore che guardi lontano lo scintillio del mare. Sopra di lei le Cicladi sembrano ricordi che affiorano alla mente» (E. Franco, Storie fantastiche di isole vere, Torino, Einaudi, 2025: 94)

L’isola appare così, già prima di vederla: soglia e arma, frontiera e memoria. È il 20 agosto 2025. In volo da Napoli, ormai sull’Arcipelago, la sua forma si accende come un presagio, un punto di luce che affiora dal buio del mare. È il paesaggio che si è impresso in una delicata e intima immagine di Dante che mi riporta ai giorni della vendemmia, che ancora non si distingue, ma già parla per bagliori:

Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’ è vendemmia e ara.
(Inf. XXVI, 25–30)

E come nel canto di Ulisse, la luce che tremola sulla valle – lucciole, vigne, mare – diventa segno di partenza e di desiderio: ciò che si intravede da lontano, e già chiama al viaggio. Così anche l’isola, prima di farsi terra, si offre come costellazione tremolante, un pullulare di presenze che ingannano la distanza. È il momento in cui lo sguardo diventa soglia: ciò che si vede non è ancora reale, ma già chiede memoria. Come nel cerchio infernale, dove ogni fiamma è un’anima prigioniera del proprio inganno, anche qui la luce si fa segno di passaggio e di ferita. L’isola è un fuoco che chiama, un frammento di terra sospeso tra apparizione e ricordo.   

Quando scendo a Heraklion, la riconosco in questa immagine: i ricordi affiorano come le isole che la circondano, intrecciando geografia e genealogia. Il nome stesso dell’isola custodisce la storia del mondo e, per me, un frammento di Venezia inciso nel cognome Morosini.

Dopo la quarta crociata e la spartizione dell’Impero bizantino, dal 1204 i Veneziani conquistarono l’intera isola di Creta, che divenne ufficialmente il Regno di Candia. “Candia” designava sia l’isola nel suo complesso sia la città capitale – l’odierna Heraklion – trasformata nel principale avamposto veneziano dello Stato da Mar. Per oltre quattro secoli, Creta fu un crocevia strategico tra Oriente e Occidente, un luogo di fortificazioni, scambi culturali, rivolte e sovrascritture che ne fecero un vero palinsesto mediterraneo.

È dentro questo orizzonte veneziano che si iscrive la figura di Francesco Morosini Detto il Peloponnesiaco (1619–1694), 108º doge di Venezia, guidò la flotta veneta nella guerra di Morea e fu tra i protagonisti del lunghissimo assedio ottomano di Candia (1645–1669), ventiquattro anni di resistenza fra i più duraturi della storia militare. Difese la città fino alla resa del 1669. E il medesimo Morosini immortalato al Museo Correr di Venezia restituisce a mio padre un senso di familiarità, per quella somiglianza con lo zio Ciccio – Francesco, anche lui, e non solo per omonimia.

Il percorso nella memoria familiare e nella storia si apre per me alla Fontana Morosini, nel cuore di Candia: l’opera che porta il nostro nome. Mi avvicino come chi torna a una sorgente.

Fontana Francesco Morosini, Creta, 21 agosto 2025 (ph. Roberta Morosini).

Fontana Francesco Morosini, Creta, 21 agosto 2025 (ph. Roberta Morosini).

La Fontana Morosini venne inaugurata il 25 aprile 1628, giorno di San Marco, patrono di Venezia: una data scelta non a caso, capace di inscrivere l’opera nel cerimoniale politico e simbolico della Serenissima. Francesco Morosini, allora Provveditore Generale da Mar, aveva diretto i lavori per oltre un anno, convogliando l’acqua dalle sorgenti di Archanioti e trasformando il cuore di Candia in un luogo di incontro e di vita urbana. Per celebrare l’occasione fu persino coniata una medaglia con il suo profilo e l’immagine della fontana, testimonianza del ruolo che l’opera ebbe nella scrittura veneziana della città.

Situata nel centro della capitale del Regno di Candia (l’odierna Heraklion, Creta), la fontana – eretta nel 1628 e oggi non più funzionante come snodo idrico – rimane una traccia visibile di quel palinsesto mediterraneo, un segno inciso nella pietra che continua a raccontare le stratificazioni dell’isola. L’inaugurazione, nel giorno di San Marco, fu un rito di potere e di bellezza: Venezia offriva all’isola di Candia, alla Creta veneziana, il proprio respiro. La vasca di marmo, sorretta dai leoni della Serenissima, è ornata di ninfe, tritoni e delfini. Al centro svettava un tempo Poseidone, oggi assente – scomparso nel passaggio all’epoca ottomana – ma l’acqua scorre ancora, ininterrotta, come memoria indistruttibile. Tra i rilievi marini ritorna più volte la giovane Europa, serena sul dorso del toro, lo sguardo rivolto in avanti: non si volta mai indietro.

Il rilievo raffigura Europa rapita da Zeus sotto forma di toro: la figura femminile – anche se ormai erosa – è distesa o abbracciata al dorso dell’animale, mentre il toro avanza nel movimento del mare. Le onde scolpite intorno alle zampe ne sottolineano la corsa acquatica, e la torsione del corpo di lei evoca insieme paura e abbandono.

La figlia del re osa anche,
senza sapere chi è, sedergli in groppa,
e il dio si allontana senza parere dal lido,
mettendo sulla battigia le sue false orme;
poi va avanti e si porta la preda in mezzo
al mare. Lei guarda terrorizzata la spiaggia
che si allontana, e tiene con la destra un corno:
l’altra mano sta sulla groppa e le vesti tremando si gonfiano al vento.

(Ovidio, Metamorfosi, II, 868–875)

61-zupgunjl-_uf10001000_ql80_È una scena profondamente cretese: Creta è infatti il luogo dove Zeus, dopo aver attraversato il mare con Europa sul dorso, approda per unirsi a lei. Il mito, scolpito nella pietra di una fontana, diventa così emblema dell’isola – soglia tra Oriente e Occidente, tra rapimento e fondazione, tra acqua e terra.

Mi sgomenta la rievocazione di Europa in un monumento che porta il nostro cognome. In quella pietra che celebra Venezia, sento intrecciarsi il gesto del potere e quello del mito: l’isola offerta all’acqua e alla storia, la donna rapita che diventa nome, emblema, continente. E penso che forse ogni ritorno a Creta è anche un ritorno a quella ambiguità – tra conquista e dono, tra memoria e appropriazione – che ancora oggi segna il nostro mare.

La sua calma mi commuove e mi inquieta, come se celebrasse non il dolore del distacco ma la gloria del viaggio, l’egemonia di chi domina il mare. Un vero manifesto della cultura cretoveneta, dove mito, potere e acqua si intrecciano, Europa, scolpita sul bordo della vasca, diventa così un emblema della città e del Mediterraneo stesso: corpo portato via, identità in viaggio, origine del nome “Europa” che nasce da un attraversamento. Del resto i domini marittimi di Venezia appartenevano allo Stato da mar.

Nei primi secoli del dominio veneziano, la Creta orientale rimase isolata e scarsamente fortificata, esposta alle incursioni dei pirati. Il porto di Spinalonga aveva un ruolo commerciale limitato e serviva soprattutto per convogliare i prodotti agricoli verso altri scali dell’isola. Nel XV secolo i Veneziani costruirono saline nelle acque basse e ad alta concentrazione salina della baia di Spinalonga, avviando così una produzione sistematica di sale destinato all’esportazione. La crescente minaccia dei Turchi ottomani, unita ai cambiamenti introdotti dalla polvere da sparo e alle innovazioni nell’architettura militare, spinse Venezia a rafforzare le difese di Creta. Le fortificazioni furono potenziate e adattate al nuovo sistema bastionato (fronte bastionato). Grandi progetti furono eseguiti nelle città di Candia, Chania e Retimno, e nei porti strategici di Souda (1579) e Gramvousa (1584). «Questi interventi – osserva G. Moschovi – resero Creta una delle isole meglio difese di tutto il Mediterraneo» [1].

A Candia i lavori furono imponenti: bastioni, cortine murarie, porte monumentali ridisegnavano una città che era insieme porto e fortezza. Sul mare si innalzava la possente Fortezza di Candia, che gli Ottomani chiamarono Kulesi (“la fortezza dell’acqua”) – nome rimasto fino a oggi – mentre quello veneziano, Castello a Mare o Rocca a Mare, è ormai dimenticato. Divenne il simbolo della trasformazione della città, che culminò con la costruzione di una moschea e di un minareto nella parte meridionale del complesso, fino al 1913, anno dell’unificazione di Creta con la Grecia.

Il porto di Candia era probabilmente fortificato già in epoca ellenistica. Era protetto da un frangiflutti a nord-ovest e da un secondo a sud. All’estremità orientale sorgeva una torre-faro, forse costruita, insieme alla cinta fortificata, tra VII e VIII secolo d.C. per difendersi dalla minaccia araba. È probabilmente la stessa torre che i Veneziani chiamarono Castellum Communis: ne modificarono soltanto la parte superiore, ampliando la terrazza merlata secondo la tradizione militare occidentale, come mostra lo schizzo del 1415 di Cristoforo Buondelmonti, il prete fiorentino che nel Quattrocento salpò per le isole greche per salvarne il passato mitico. Una torre più piccola, posta all’estremità del frangiflutti meridionale, completava la difesa dell’ingresso del porto, almeno a partire dal periodo veneziano.

Sebastian de Pontault de Beaulien, Una libera interpretazione della città, in Les glorieuses conquests de Louis le Grand-roy de France,1694

Sebastian de Pontault de Beaulien, Una libera interpretazione della città, in Les glorieuses conquests de Louis le Grand-roy de France,1694

Un’incisione di Erhard Reuwich nella Peregrinatio in Terram Sanctam di Bernhard von Breydenbach,  stampata a Magonza nel 1486 [2], è una delle più antiche rappresentazioni a stampa della città. La xilografia mostra il porto fortificato, le mura veneziane e le navi nel mare aperto. Reuwich, che accompagnò Breydenbach nel viaggio da Venezia alla Terra Santa, disegnò dal vero le città e i paesaggi, poi tradotti in legno con sorprendente efficacia narrativa. La Peregrinatio rappresenta così l’inizio della cartografia figurativa moderna, in cui testo e immagine costruiscono insieme un’esperienza di attraversamento e di memoria.

Nell’incisione si riconosce una prima forma della fortezza veneziana di Candia, ma non ancora il “Koules” monumentale che vediamo nelle versioni cinquecentesche e seicentesche (Pontault, Coronelli ecc). Nella parte destra della veduta, affacciata sul mare, si distingue una torre tonda isolata, collegata alle mura urbane da un tratto di banchina. È quasi certamente la torre-faro o “Castellum Communis”, la primitiva fortificazione che difendeva l’imboccatura del porto (citata nelle fonti veneziane del XIV–XV secolo). Non ha ancora la struttura bastionata del XVI secolo, ma è già un presidio marittimo – l’embrione di quella che diventerà la Fortezza a Mare o Koules. Reuwich mostra Candia come porto fortificato: mura alte, torri quadrate e quella torre sul mare che fa da soglia fra la città e l’acqua. È una visione pre-bastionata, ancora gotica, ma già segno della vocazione veneziana alla difesa e al controllo del mare.

Da questa xilografia, l’archetipo della “fortezza d’acqua”: una città che si affaccia sul Mediterraneo come sentinella, molto prima della grande trasformazione cinquecentesca. In essa, il viaggio diventa mappa e memoria: la fortezza e il mare si specchiano come due linguaggi della stessa civiltà d’acqua.

Nella metà del XVII secolo, un disegnatore militare e cartografo al servizio di Luigi XIV, Pontault de Beaulieu realizzò numerose vedute di città e teatri di guerra, e una mappa delle fortificazioni del Mediterraneo.

Castelli, in  ms.  Latin 4825, fol. 10v, ca. 1466, artista non identificato,   in Carta di Creta (Insula Candie),  Liber Insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti (ca. 1420–1430)

Castelli, in ms. Latin 4825, fol. 10v, ca. 1466, artista non identificato, in Carta di Creta (Insula Candie), Liber Insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti (ca. 1420–1430)

In Les glorieuses conquêtes de Louis le Grand. la rappresentazione di Candia, assediata tra 1648 e 1669, è una libera interpretazione a volo d’uccello: più celebrativa che topografica, mescola rilievo militare e visione simbolica. La città appare come un corpo fortificato, ferito ma ancora saldo, immagine della fine del dominio veneziano e dell’inizio di una nuova geografia mediterranea: Sebastien de Pontault de Beaulieu metà del 17 sec. una libera interpretazione di Candia.

Il Castellum Communis fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1508; nel 1523 si decise di demolirlo e di costruire al suo posto una fortezza secondo i principi della difesa bastionata (fronte bastionato), in coerenza con il nuovo piano generale delle fortificazioni urbane avviato nel 1462. Una fortezza minore sorse anche sul frangiflutti meridionale, come si può dedurre dal modello ligneo del porto del 1614 oggi conservato al Museo Storico Navale di Venezia.

Con i Veneziani, la Fortezza venne edificata prima del 1535 in calcarenite – pietra di conchiglie e coralli che sembra custodire la voce del mare – a protezione dell’ingresso del porto e come guardiana della città. All’interno, tra sale che odorano di salsedine e pietra, sopravvive la memoria di quella Candia che Buondelmonti ci lasciò in una mappa del XV secolo: una città più volte distrutta da terremoti, guerre e incursioni turche, di cui oggi restano soltanto frammenti di luce e di memoria.

Castelli, in  ms.  Latin 4825, fol. 10v, ca. 1466, artista non identificato,   in Carta di Creta (Insula Candie),  Liber Insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti (ca. 1420–1430)

Castelli, in ms. Latin 4825, fol. 10v, ca. 1466, artista non identificato, in Carta di Creta (Insula Candie), Liber Insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti (ca. 1420–1430)

Il liber di Buondelmonti è uno dei primi “libri d’isole” illustrati del mondo egeo. Buondelmonti visitò personalmente Creta tra il 1415 e il 1420. Nei suoi manoscritti l’isola è solitamente rappresentata in posizione verticale, con il nord in basso, accompagnata da toponimi in latino e in greco e contrassegnata da piccole icone architettoniche che indicano città e fortezze. Questa carta di Creta è orientata con sud in alto – cioè è “rovesciata” rispetto alle nostre mappe moderne, un’inversione sud-nord propria della tradizione umanistico-mediterranea che caratterizza i testimoni del Liber Insularum Archipelagi di Cristoforo Buondelmonti.

Nel suo atlante, Buondelmonti rappresentava spesso le isole dell’Egeo e del Mediterraneo con il sud in alto e il nord in basso, seguendo la convenzione dei portolani medievali e delle carte nautiche veneziane e bizantine, che privilegiavano la prospettiva del navigatore proveniente da nord (cioè dall’Egeo verso Creta o Cipro).

Nell’immagine: in basso (cioè a nord) si trova Candia / Heraklion, la capitale veneziana; in alto (cioè a sud) le regioni più montuose e meno abitate; il verde costiero indica il litorale, mentre le piccole torri e case rosse rappresentano fortificazioni, monasteri o città principali.

Guardare quella mappa [3], qui, all’interno del Castel a Mare, è come aprire un varco nel tempo: la città riemerge dalla carta mentre fuori il mare continua a battere le mura come allora. Camminando sulle terrazze della fortezza, penso che la fontana e il Castel a Mare parlino lo stesso linguaggio: l’una riversa acqua nel cuore della città, l’altro la trattiene all’orizzonte, separando la città dal nemico. Due volti dello stesso progetto di potere: l’acqua che nutre e la pietra che difende, insieme scolpiscono l’immagine di una Venezia che si voleva eterna, riflessa nell’acqua e incisa nella pietra. 

«E la forza del vento che pettina un fitto orizzonte di ulivi che, con uguale forza, gli resistevano morbidi ma nemmeno troppo piegati, in un gioco che pur essendo movimento annullava il tempo». 

Come osserva Fernand Braudel, gli ulivi incarnano il Mediterraneo, che in questa pianta riconosce il proprio volto più autentico, e per me è sempre stata la pianta dell’accoglienza, così fino a quando arrivo a Rethymno. Nella Fortezza veneziana, una scultura custodita nella Casa del Rettore – Wooden Boat with Seven Snakes di Kalliopi Lemos – mi riporta a quegli ulivi posti ad affacciarsi al mare. Il movimento di quegli ulivi al vento richiama più quello delle onde del mare. «Per me – scrive Franco – Creta sono innanzitutto questi ulivi al vento» (ivi: 95).

Una barca reale, un tempo usata per trasportare migranti, ora vuota; a bordo, sette serpenti d’acciaio che si attorcigliano come onde immobili. Il numero sette evoca la pienezza, i serpenti la ciclicità e il rinnovamento. Collocata nella fortezza veneziana affacciata sul mare, quest’opera sembra dare voce alla memoria dell’isola, alle partenze forzate, agli esili, agli approdi: il Mediterraneo come cripta in perenne movimento.

Le parole di Pandelis Prevelakis, nella Cronaca di una città, sembrano raccontare proprio questa sensazione che si prova alla Fortezza di Rethymno:

«C’è molta gente, sia del paese che forestiera, la quale ama andare in giro sulla fortezza e sprofondare lo sguardo nel mare e nella città con i suoi giardini. […] Ogni feritoria e ogni merlo, ogni bastione richiamerà alla mente un episodio di guerra sempre glorioso per la gente della città e umiliante per gli stranieri aggressori. Pur evocando le prodezze del passato, esulterai alla vista della città con le sue case ben tenute, le sue strade allineate, e chiese le moschee e gli altri edifici imponenti e tutt’intorno i giardini e i cimiteri, anch’essi verdi come i giardini. Eppure, se io dovessi dire il mio parere sulla strada da prendere a chi vuol passeggiare per liberarsi dagli affanni, gli indicherei invece con il dito quell’ampia riva, dato che – così mi sembra – i luoghi che rammentano la storia e altre circostanze fanno girare il sangue nelle vene e, d’altra parte, guardando la città dall’alto non eviti di mischiarti nel tuo tempo. La solitudine ha un fascino diverso! Passo per passo scuoti da te la polvere accumulata, e la tua anima si denuda lentamente come la spada che si sguaina. Allora senti dentro di te una voce che dà la risposta al mare e al vento e al cielo e a tutte le cose di tutti i giorni e di sempre. Senti la piccola onda che ti dà il benvenuto baciandoti i piedi e la sabbia che ti carezza le piante e le nuvole che ti salutano sospese nel cielo innocente. Tutto ciò è un incanto semplice ma prepotente e la dolcezza che arreca è un dono inafferrabile che hai l’impressione di non dover mai più perdere. E se ti capita di esser distolto dal tuo rapimento per la presenza d’un uomo, non preoccuparti, anch’essa sarà intonata a tutto il resto! Sarà un rematore che canta nella sua barca, o qualche pescatore che ti sorpasserà, scalzo come te, sul lido al momento del tramonto, e con il sole alle spalle che gli indora il contorno della testa e a ogni passo gli fa scintillare il calcagno rosso e rotondo come una mela. Al tuo ritorno la città risplenderà nelle luci della sera, le cucine manderanno il loro profumo nell’aria e ti sentirai invadere da una serenità come dopo l’incontro con buoi che rientrano dai campi. Se hai l’anima gentile, questo è il momento di andare con la mente a Retimno, e ai suoi abitanti, a quelli di oggi e a quelli d’altri tempi, e meditare sopra la loro sorte» (ivi: 19–20).

Singolare che l’opera sia accolta proprio nella Casa del Rettore. Qui il luogo del potere veneziano diventa spazio di memoria del Mediterraneo presente.

defaultCome ho avuto modo di discutere altrove [4], tra il 1313 e il 1315 Paolino scrive in volgare veneziano il De regimine rectoris, un trattato in tre libri sul governo del rettore, anzi sul buon governo del rettore. Il primo libro tratta del governo di sé medesimo, perché chi regge un governo deve avere anzitutto cura e controllo di se stesso; il secondo del governo della famiglia; l’ultimo del governo della res publica. Siamo certi della data di composizione di quest’opera perché Paolino stesso ci spiega nel primo capitolo del I libro, dunque proemiale, di averla dedicata al duca Marino di Creta, quel Marino Badoaro che dal luglio 1313 al settembre 1315 resse il «fioritissimo Regno di Candia», con il grado supremo di Duca, come ci informa fra’ Giovanni degli Agostini nella Istoria degli Scrittori Viniziani. Inoltre, Paolino definisce sin dai primi capitoli la sua metodologia di storico rifacendosi a Seneca (citato esplicitamente), impegnandosi a ricordare e sistemare gli eventi del passato come esempio per i contemporanei:  

«la memoria de le chose passade mostra a l’omo molto de le chose che de’ avegnire: e chu’no se recorda de le cosse pasade, sì co disse Seneca, a perso cò ch’ello à vivudo: pertanto li grande pincipi soleva far scriver li gran fati che a li soi tempi avegniva» (I, vii, 12–17). 

Nel proemio latino, Paolino scrive:

«Il frate Paolino offre il dono desiderato al magnifico e prudente signore Marin, onorevole duca cretese. Ecco il libro sul giusto governo edito per Voi in volgare secondo il [vostro] desiderio; e il reggitore che ne segua gli insegnamenti sarà in grado di riscuoter il grido di vittoria del regno eterno. Qui [nel libro] si danno insegnamenti sufficienti sul governo di se stesso, della sua casa e delle genti soggette (sudditi). Ho pensato di procedere in primo luogo partendo dal governo di se stessi, perché lo richiede il principio di utilità e di ordine. E in primo luogo dell’ordine, perché prima di tutto noi siamo per noi stessi […]. Il reggitore, dunque, volga di tanto in tanto la sua mente […] alla lettura di questo libro affinché per caso non gli risulti vergognosa la massima del vangelo ‘se un cieco guida un cieco, entrambi cadono nella buca’». 

Data la venezianità del trattato, è difficile seguire fino in fondo la polemica di Giorgio Cracco, al quale dobbiamo studi magistrali sulla Venezia del Trecento, attenti ai rapporti fra potere politico, ideologia oligarchica e reti coloniali dello Stato da mar. Per Cracco, le idee del De regimine, al di là delle intenzioni, risulterebbero estranee all’ambiente lagunare [5]: in laguna – sostiene – non c’era posto per un rector dominus dei consilia; nel nuovo assetto si preferiva l’autorità diffusa: il rettore motore mobile dello Stato, le leggi come congegno funzionale. Ne emergerebbe un principe taumaturgico ma poco incisivo. Al contrario, già fra’ Giovanni degli Agostini, nella prefazione sulla vita e le opere degli scrittori veneziani, vede riflessa nel trattato la cura che Venezia ha esercitato sin dalla nascita della Repubblica: commercio, rigore delle leggi, governo della città, che il minorita estende ai territori della Serenissima. Né si tratta di un libro per un principe qualunque, come notava l’abate Rossi proponendo il titolo del testimone perugino (De regimine rectoris) invece del generico De recto regimine: Paolino ha in mira una sola condizione di uomini, i rettori di città.

La specificità veneziana emerge già nella lettera dedicatoria: Paolino si rivolge al destinatario come duca di Creta e non — come sarebbe stato lusinghiero per un veneziano — duca di Candia. È una scelta lessicale consapevole, che mostra rispetto per la terra occupata recuperandone il nome antico. Emblematici, in questo senso, sono l’illustrazione del leone marciano, che svetta con la spada in mano a simboleggiare la giustizia esercitata nel regno di Candia, e la rappresentazione dell’isola suddivisa in sestrieri secondo il modello urbano veneziano.

Il regno tutto di Candia delineato a parte a parte, et intagliato da Marco Boschini venetiano. Al serenissimo prencipe e regal collegio di Venetia, Venezia, 1651

Il regno tutto di Candia delineato a parte a parte, et intagliato da Marco Boschini venetiano. Al serenissimo prencipe e regal collegio di Venetia, Venezia, 1651

Nel disegno di Boschini, il leone alato domina l’isola in una postura vigilante: non soltanto un emblema politico, ma una dichiarazione visiva di sovranità che traduce in immagine la lunga presenza veneziana a Creta (1212–1669). L’emblema richiama la diffusione del leone marciano su fortezze, porte urbiche e palazzi amministrativi, e insieme allude alla natura composita dell’isola, vero palinsesto mediterraneo in cui tradizioni bizantine, latine e venete si sono sovrapposte nel tempo. Boschini restituisce così, in una sintesi iconografica di grande forza, la complessità storica e culturale di Creta sotto la Serenissima.

Questa proiezione di sovranità, così potente sul piano visivo, trova un corrispettivo nella politica istituzionale veneziana del XIII secolo, volta a regolare non solo i territori d’Oltremare, ma anche i rapporti tra Venezia e le città che le chiedevano rettori veneziani. Nel 1283, con una nuova legge nota come Serrata del Maggior Consiglio, venne concesso ai forestieri di eleggere i loro rettori tra i nobili veneziani (si veda, ad esempio, la lapide di Fermo sopra la Torre del Porto, che già nel 1267 ricorda il reggimento di Lorenzo Tiepolo); al tempo stesso, però, si proibiva a questi ultimi di accettare l’incarico senza il beneplacito della Signoria.

Come spiega Giovanni degli Agostini, «sapeano di tal maniera vincere i cuori altrui con la loro piacevolezza i Viniziani nel reggere i popoli, che a gara le Città tutte li richiedevano». Per evitare dunque che un numero crescente di nobili si trasferisse fuori dalla città lagunare, la Repubblica stabilì, con un decreto del 1273, che «Nobiles Veneti non possint esse Rectores in locis alienis», ovvero che i nobili veneziani non possono essere rettori in luoghi stranieri.

Anche Petrarca in una lettera inviata il 10 agosto del 1364 ad un suo amico di Bologna, così descriveva la Serenissima Repubblica di Venezia:

«La nobilissima città di Venezia, che è oggi l’unica dimora di libertà, pace, giustizia, l’unico rifugio dei buoni, l’unico porto a cui chi vuol vivere bene può dirigere la sua imbarcazione squassata da ogni parte da tempeste di tiranni e di guerre, città ricca d’oro ma più di fama, potente per ricchezze ma più per virtù, fondata su solidi marmi ma resa salda dal fondamento ancor più solido della concordia cittadina, cinta da salsi flutti ma resa sicura da consigli ancor più salsi, non credere che si glorii e goda per aver recuperato l’isola di Creta, che, pur se grande per antichità del nome,è tuttavia piccola cosa per animi grandi – piccole eccetto la virtù sembrano tutte le cose per quanto grandi –, ma per l’esito che è stato quale si conveniva, cioè non per la sua vittoria, ma per quella della giustizia» (Petrarca, Sen. IV 3, 3). 

Il Ducato di Candia a partire dal 1211 ospitava l’aristocrazia veneziana mandata dalla Repubblica a difendere l’isola, in seguito alle frequenti sommosse dei suoi abitanti (1274, 1277, 1283–1299, 1341), dovute principalmente alle differenze religiose tra la Chiesa latina e quella greca, ma anche a una massiccia ingerenza di Venezia che aveva fatto dell’isola uno specchio della Repubblica, dividendola in feudi, raccolti in sei regioni, ciascuna assegnata a patrizi di uno dei sei sestieri di Venezia, ai quali donava terreni e proprietà a condizione che li difendessero in nome della madrepatria.

Gli abitanti includevano patrizi mandati da Venezia a governare l’isola, nobili cretesi e nobili veneziani, discendenti di colonizzatori veneziani, e ospitava residenti di passaggio, mercanti in particolare e commercianti. La comunità ebraica era stata confinata, come a Venezia, alla Judaica, un’area circoscritta all’interno delle mura bizantine. L’organizzazione politica dell’isola venne modellata su quella della Repubblica veneziana con un insieme di assemblee al cui vertice era il Duca (esattamente come a Venezia lo era il Doge). Il Duca veniva eletto dal Maggior Consiglio ed era assistito da due consiglieri, anche se le questioni amministrative erano decise dal Maggior Consiglio di Candia composto da tutta la nobiltà veneziana residente nella colonia e da tutta la nobiltà greca dell’isola.

Creta, nell’ottica del dominio veneziano nel Mediterraneo orientale, occupava una posizione centrale lungo le ricche rotte commerciali, e la ricchezza dei centri urbani e dei suoi prodotti la rendevano una preda ambita. Il ducato di Candia era una delle colonie più strategiche dell’impero veneziano del Levante, lo Stato da Màr o d’Oltremare. Eva Stamoulou, ricorda le riflessioni di Benjamin Arbel su cosa significasse per il Mediterraneo orientale la colonizzazione d’Oltremare per il dominio geopolitico di Venezia, inclusa quella di Creta: 

«I porti costituivano stazioni d’approdo nelle rotte del commercio internazionale, empori e centri di smistamento, dove le risorse naturali e umane venivano sistematicamente sfruttate affinché la ricchezza fluisse dalla periferia verso il centro: così Venezia poteva sostenere il proprio impero senza intaccare le risorse della madrepatria» [6].

Ma Creta valeva più di ogni altra isola dell’Arcipelago, perché era per Venezia il crocevia di traffici e commerci dell’Egeo e di tutto il Mediterraneo orientale.    

L’opera di Lemos nella Casa del Rettore mi riconduce inevitabilmente alle motivazioni che spinsero Paolino a rivolgersi al rettore di Candia, e chiamando l’isola da lui governata con il suo nome antico, Creta, e non con la denominazione imposta da Venezia, egli compì un gesto di notevole significato politico e culturale. È un atto di consapevolezza storica e di prudenza diplomatica: chiamare l’isola Creta equivaleva a riconoscerne la dignità e la memoria, a restituirle la voce della sua storia prima del dominio veneziano. Questa scelta linguistica, apparentemente marginale, rivela invece la sottigliezza di Paolino e la sua visione etico-politica del governo: egli invita il duca non solo ad amministrare, ma a comprendere, a «ricordare e sistemare gli eventi del passato come esempio ai suoi contemporanei», perché, come scrive rifacendosi a Seneca, «la memoria de le chose passade mostra a l’omo molto de le chose che de’ avegnire: e chu’no se recorda de le cosse pasade, sì co disse Seneca, a perso cò ch’ello à vivudo» (I, vii, 12–17). Le parole di Paolino richiamano una concezione della memoria come strumento conoscitivo e politico: ricordare significa interpretare il passato per orientarsi nel futuro, mentre dimenticare equivale a smarrire la propria stessa esperienza di vita.

Rivolgersi al duca in qualità di rettore di Creta significava, dunque, ammonirlo con discrezione a rispettare la tradizione, la storia e la cultura di quel territorio che Venezia aveva fatto “specchio della Repubblica”. Nel richiamarlo alla prudentia e alla conoscenza del passato, Paolino non si limita a comporre un manuale di etica politica, ma costruisce un vero e proprio dispositivo di mediazione tra centro e periferia, tra Venezia e la sua più preziosa colonia. La sua voce francescana, intrisa di sapienza morale e storica, sembra voler riequilibrare il rapporto di potere, suggerendo che il buon governo – de recto regimine rectoris – nasce solo dal riconoscimento dell’altro e dalla memoria condivisa delle “chose passade”. In questo senso, il De regimine rectoris può essere letto come una forma di pedagogia politica veneziana ante litteram: un testo che rispecchia l’ideologia della Serenissima, ma allo stesso tempo la interroga e la umanizza, trasformando la gestione coloniale in un esercizio di responsabilità e di conoscenza.

Per questo, quando entro nella Casa del Rettore e guardo la barca di Lemos, sento risuonare la lezione di Paolino: governare è riconoscere l’altro e la sua storia. Nel Trecento, chiamare l’isola Creta significava rispettarne la dignità; oggi, in quello stesso luogo, un relitto abitato da “sette onde d’acciaio” tiene viva la memoria dei corpi in transito. E fuori, gli ulivi al vento continuano a muoversi come il mare: sono loro – non i serpenti – a insegnarci il ritmo dell’accoglienza, e a ricordarci di continuare a rivolgere lo sguardo al mare, in maniera consapevole.

Lo stesso sguardo rispettoso e consapevole che Paolino rivolge a Creta sembra riaffiorare secoli dopo nella pietra e nell’acqua della Fontana Morosini: anche qui Venezia parla attraverso le sue forme, trasferendo nel cuore di Candia il proprio linguaggio simbolico. Ma, come nel trattato del francescano, sotto il gesto del potere scorre la memoria di un incontro più profondo tra due mondi – quello della città lagunare e quello dell’isola che ne riflette, come in uno specchio d’acqua, la luce e le contraddizioni. 

Creta, Venezia e la tamerice 

E tornano le parole di Franco e Prevelakis a intrecciarsi con le mie, con i ricordi, con il presente e il futuro.

«La decadenza della nobile cittadina si può leggere in questa strada come in un libro aperto. Vecchietti affabili, che in altri tempi avevano commerciato con Scio, con Smirne, con Costantinopoli e Trieste, siedono oggi sfaccendati davanti alle loro vetrine, con uno spolverino in mano, un giornale o un altro strumento della vita sedentaria, e meditano sul passato» [7].

Tuttavia, scrive Franco 

«le cose più importanti, a Creta, sembrano essere quelle che non si vedono, e che forse non si sono mai viste. (…) I racconti dicono per esempio che a Creta sia nato Zeus che viene nascosto in una grotta sul monte Ida. E ti accorgi che sono un monte e una grotta, non molto dissimili da qualsiasi altro monte e da qualsiasi altra grotta. Proprio in quel niente, forse grazie a quel niente, risplende tutta la forza che gli uomini lasciano nelle loro tracce più profonde, che sono, ancora una volta, i racconti, le parole [8]. 

In quel niente che trattiene il mito, Creta si fa centro del mondo: luogo dove la scrittura nasce (è uno dei luoghi dove è stata inventata la scrittura, una scrittura che ancora non riusciamo a comprendere del tutto»: 95), e si perde, dove Zeus si nasconde bambino, dove i tori sfidano gli uomini nei salti impossibili delle pitture minoiche, e dove ancora – sulla pietra della Fontana Francesco Morosini – Europa cavalca il toro attraverso le onde.

Nella visione di Franco, Creta è un centro mobile del Mediterraneo, un’isola che concentra in sé le contraddizioni della storia: nascita e rovina, scrittura e silenzio, civiltà e pirateria. Il suo essere “isola senza navi” ne fa una metafora potente della perdita e della sospensione, mentre la memoria dei palazzi senza mura e dei salti sul toro evoca una cultura che ha scelto l’apertura e la sfida al limite. In questo senso Creta non è solo un luogo geografico, ma un palinsesto di civiltà: le tracce visibili e invisibili di ciò che resta dell’umano dopo il naufragio, ma le cui tracce di quasi tutto questo le può trovare ancora oggi sull’isola.

Così Creta diventa per me l’ombelico di una storia e di una geografia insieme mitica e personale. Plinio la definisce media mari posita (Naturalis Historia, IV, 12), baricentro del Mediterraneo, quasi umbilicus maris. Virgilio, nel libro III dell’Eneide, la celebra come culla ancestrale dei Troiani: dopo l’oracolo di Apollo a Delo, Anchise ricorda che il loro capostipite Teucro proveniva da Creta e li esorta a partire; vi fondano Pergamea, ma una peste devasta uomini e campi – segno che quella non è la terra destinata. Solo allora i Penati appaiono in sogno a Enea e gli rivelano la vera patria: l’Italia, terra di Dardano (Eneide III, vv. 104–129). Creta resta pertanto una genealogia mancata ma necessaria, prima rivelazione del destino che si iscrive nella materia del mondo. Sul monte Ida, a Creta, Dante Alighieri colloca la statua del Veglio, dalle cui lacrime hanno origine i fiumi infernali:

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta. (Inf. XIV, 97–99) 
Sirena, Fontana Francesco Morosini, Heraklion (ph. Roberta Morosini, 21 agosto, 2025)

Sirena, Fontana Francesco Morosini, Heraklion (ph. Roberta Morosini, 21 agosto, 2025)

«Diserta» è la montagna che un tempo era ricca «d’acqua e di fronde» e che ora appare abbandonata, consumata, come una cosa vecchia (vieta, lat. vietus). Creta non è soltanto posta al centro del Mediterraneo: diventa il perno simbolico del mondo, il luogo in cui la frattura della statua segna il passaggio dall’età dell’oro alla storia. Ma anche qui la rovina non è semplice fine: diventa dispositivo genealogico, il punto a partire dal quale la storia può essere narrata.

Per Boccaccio, lettore e continuatore di Dante, Creta è la «casa comune» delle genti, nodo di connessioni fra Asia e Grecia, fra mito e storia: il luogo in cui Europa, rapita dalla sua terra, genera una stirpe di re sapienti. Come ho ricordato anche nelle pagine di Dialoghi Mediterranei, in un mio recente intervento sull’idea di Europa secondo Dante e Boccaccio, Creta si configura così insieme come mito di fondazione e spazio di transito, origine lacerata ma indispensabile di una genealogia mediterranea. 

Quando, uscendo dal museo Storico di Heraklion, una guardia, che ha saputo io fossi una Morosini, mi ferma e dice: «I Morosini hanno lasciato bellezza, acqua, ponti, strade», sento che qualcosa si ricompone. Non solo orgoglio, non solo confusione: questa storia non mi appartiene per diritto, ma mi viene restituita come un invito.

La fontana continua a sgorgare nella piazza: l’acqua scorre sulle pietre e lava i nomi senza cancellarli. Creta non appartiene ai Veneziani, né ai Morosini; è un crocevia di memorie, l’ombelico del Mediterraneo, un laboratorio di civiltà. Qui mito e storia si intrecciano, e il passato non si fissa come monumento, ma si deposita come memoria viva, pronta a generare futuro. Eppure la stessa acqua che conserva, lentamente consuma. Scorrendo sulle pietre, corrompe i nomi incisi, storpia “Francesco” e “Morosini”: segno di quella incuria delle civiltà che sanno celebrare la gloria, ma dimenticano la cura. Un cameriere zelante, con un retino, toglie le foglie dalla vasca, come a restituire attenzione al luogo con un gesto minimo e quotidiano. Intanto Europa continua il suo viaggio — e con lei la riflessione — tra ciò che resiste e ciò che si perde.

Layout 1Creta non è – e non sarà mai – un’isola “di qualcuno”: media mari posita, come scrive Plinio nella Naturalis Historia (IV, 12), «posta in mezzo al mare», ha attraversato le epoche e le potenze senza lasciarsi possedere, restando crocevia di memorie e laboratorio di civiltà. A Retimno, come racconta Pandelis Prevelakis nella Cronaca di una città, la bellezza nasce da quella cura amorosa degli abitanti verso la loro città: «C’è molta gente, sia del paese che forestiera, la quale ama andare in giro per la città e guardarla dall’alto…. Ti sentirai spensierato; i tuoi occhi si rinfrancheranno e sentirai affiorare in te ricordi che ti entusiasmano». Una visione che oppone la dedizione silenziosa di chi abita alla negligenza delle civiltà dominanti, che, dopo aver costruito, dimenticano.

Lungo la costa di Heraklion vedo delle piante che mi incantano: piegate dal vento, disegnano nell’aria una calligrafia lieve, come gli ulivi descritti da Ernesto Franco a Creta. Le guardo a lungo, e più tardi, al Museo di Storia Naturale, mostro la foto e chiedo come si chiamano. Cercano la definizione e mi rispondono: “tamerici”.

Sono piante che vivono di sale e di vento, che traggono nutrimento proprio dal mare. Scopro che Virgilio le nomina nelle Georgiche (II, 434) come figlie della sabbia e della salsedine. E allora capisco meglio perché fosse stato necessario approdare a Creta: era ora di sostituire la tamerice all’ulivo. La tamerice è l’immagine di Creta, resiliente come lei, legata a un destino connesso al mare che corrompe e insieme dà vita – figura di un Mediterraneo che si alimenta del proprio mare, delle sue incursioni e delle sue colonizzazioni, trasformandole in memoria e racconto. Al femminile: forza generatrice che vuole cambiare racconto.

All’ulivo di Braudel, emblema di un Mediterraneo ordinato e produttivo, subentra la tamerice: pianta del litorale e del vento, che resiste al sale e custodisce un’altra idea di civiltà – più fragile, più errante, eppure ancora viva di cui canta la sirena sulla fontana Morosini. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] The Harbour and Islet of Spinalonga in the Venetian Period, in Spinalonga, Athens, Hellenic Ministry of Culture and Tourism, Archaeological Receipts Fund, 2010: 15). 
[2] Bernhard von Breydenbach, Peregrinatio in terram sanctam. Un pellegrinaggio in Terra Santa., a cura di Isolde Mozer, Early New High German Text and Translation, Berlino, 2010
[3]  Di Creta e dell’isolario di Cristoforo Buondemonti, Liber archipelagi, mi son occupata in “Islands of the Aegean.Pages in a Sea of Paper. From Apollo to the Infidel Turk, Buondelmonti’s geopolitical Archipelago”. In Spazi letterari del Mediterraneo for Annali. Sezione romanza, vol, 65, 3, 2023: 31-62. http://www.serena.unina.it/index.php/aionromanza 
[4] Cfr. Morosini, “Le ‘favole’ dei poeti e il ‘Buon Governo’: il trattato in volgare veneziano De regimine rectoris e il De Diis gentium et fabulis poetarum”, in Paolino Veneto. Storico, Narratore, Geografo, a cura di R. Morosini – M. Ciccuto, Venetia/Venezia per Roma, L’«Erma di Bretschneider», 2019: 161–208 e in particolare cito da 176-188.
[5] G. Cracco, La cultura giuridico-politica nella Venezia della “Serrata”, in Storia della cultura veneta, vol. 2, Il Trecento, a cura di G. Folena, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1976: 238-271.
[6] B. Arbel, Colonie d’ Oltremare, in Storia di Venezia, a cura di A. Tenenti e U. Tucci, Roma 1996: 987.
[7] Cronaca di una città: 21.
[8] Franco, Storie fantastiche: 96.

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Roberta Morosini, professore Ordinario presso UCLA (USA), ha insegnato presso l’Università L’Orientale di Napoli e Wake Forest University. Si occupa di “Umanesimo blu” come in Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio (Viella, 2020, finalista MARetica 2021) e nella sua prossima monografia Dante’s Blu Humanism. The Mediterranean-Archipelago. Rivers and Sea of Exile in the Commedia. Studia in chiave pan-Mediterranea i rapporti cristiani-musulmani (Dante, il Profeta e il Libro, L’Erma di Breschneider, 2018 e ora in inglese Dante, Moses and the Book of Islam, 2024), gli attraversamenti delle donne, e in generale la rappresentazione artistica del mare nel Trecento e negli Isolari del Rinascimento.  Tra le sue recenti pubblicazioni, Dante, Fra’ Macario e i calzari di Gesù-Francesco a Bosa. L’incontro dei tre vivi e dei tre morti (Mediando, 2021), Rotte di poesia e rotte di civiltà. Il Mediterraneo degli Dei nella «Genealogia» di Boccaccio e Piero di Cosimo (Castelvecchi, 2021), I cieli naviganti. Domenico Rea, Boccaccio e Napoli (Mediando, 2023).

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