di Emanuele Vitale
Il Mediterraneo, culla di popoli e spazio di attraversamento, non è solo paesaggio: è un legame. Se l’acqua che ci unisce si ammala, la frattura non resta sotto la superficie.
“In cerca di luce” usa la fotografia subacquea come dispositivo simbolico e concreto per riportare al centro una responsabilità collettiva.
Il Mediterraneo non è solo un mare: è un archivio di rotte, una lingua fatta d’acqua che da millenni collega sponde diverse. È il nostro elemento comune, il luogo in cui identità, economie, rituali e memorie si sono incontrati e scontrati.
Per questo “In cerca di luce” non nasce come semplice lettura simbolica tra mare e terra, ma come invito a riconoscere una consapevolezza condivisa: se il Mediterraneo è la casa che ci unisce, dovremmo essere noi i primi a prendercene cura.
Il progetto costruisce una narrazione per immagini dove il corpo diventa grammatica: una figura in bianco, fragile, è il Mare; una figura più scura, materna e vigile, è la Terra. Il Mare appare intrappolato, rallentato, soffocato da reti e plastica: non come “denuncia illustrativa”, ma come esperienza fisica della perdita di respiro, della luce che si spegne, della bellezza che non basta più a salvarci. La Terra entra in acqua non per giudicare, ma per assumersi un gesto: avvicinarsi, sciogliere, sollevare. È la metafora più semplice e più difficile: la cura non è un pensiero, è un’azione.
La scelta del bianco e nero non è estetizzante. È una sottrazione. È un modo per togliere al colore la sua funzione anestetica. Perché oggi il colore è diventato il nostro più grande alleato nella rimozione: tutto è ancora “bello”, “blu”, “trasparente”, mentre sotto quella superficie il sistema collassa. Il bianco e nero, qui, non serve a nobilitare l’immagine, ma a renderla più crudele. Più inesorabile. Più inevitabile.
Sotto la superficie, tutto è sospeso: anche le nostre certezze. La sospensione diventa soglia, attrito, scelta.
Perché ciò che buttiamo via non scompare: torna. Attraversa correnti, porti, coste, e ci riguarda tutti, nord e sud, est e ovest. Il Mediterraneo ci ricorda che non esistono “altrove” comodi.
“In cerca di luce” prova allora a spostare lo sguardo: dalla colpa alla responsabilità, dall’emergenza alla relazione. La luce finale non è un lieto fine, ma una domanda aperta: se questa acqua è la nostra origine comune, quale gesto siamo disposti a compiere, oggi, per non perderla?
Perché il vero soggetto dell’opera non è il mare, non è la terra, non è nemmeno il corpo rappresentato. Il vero soggetto siamo noi, nel momento esatto in cui capiamo che non esiste più alcun “fuori” da cui osservare. Siamo già dentro.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Emanuele Vitale, fotografo italiano il cui lavoro esplora il rapporto tra corpo, acqua e paesaggio come dispositivi simbolici e percettivi. Attraverso la fotografia subacquea e performativa indaga temi legati all’identità, alla trasformazione e alla relazione tra essere umano e ambiente. Le sue opere sono state pubblicate su testate internazionali, tra cui Il Fotografo. Il suo lavoro si colloca nel contesto di una ricerca visiva che unisce dimensione poetica, tensione etica e costruzione di immagini come spazi di esperienza più che come semplici rappresentazioni.
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