Immigrazione e dinamiche linguistiche. Una ricerca a Mazara del Vallo

Kasba Mazara

di  Bianca Cusumano

La singolare alternanza di lingue e dialetti operata dai parlanti arabofoni di Mazara del Vallo ha reso la città siciliana luogo di osservazione linguistica di estremo interesse. Idiomi e codici sulla bocca degli immigrati si danno il cambio a seconda del referente, e l’opposizione diglottica lingua/dialetto si attenua e sfuma sino a risolversi in grovigli e intrecci linguistici tra il siciliano e l’italiano, l’arabo classico e il dialetto. La questione poi si complica per i figli dell’immigrazione, per quella giovane generazione che porta il peso e affronta la sfida della doppia appartenenza. Costantemente in-bet-ween-ness, a cavallo tra due culture, duplice identità e patrimoni linguistici plurali, l’attenzione è qui rivolta a questo singolare microcosmo socioantropologico, caratterizzato da oggettive dialettiche conflittuali e da indubbie risorse e potenzialità culturali. Nelle dinamiche di spostamento dei confini interni a questo laboratorio urbano si giocano e si negoziano forma e destini della stessa città, evoluzioni e traiettorie di quella che usa chiamare, sovente con arbitrarie e approssimative interpretazioni, integrazione.

Avamposto dell’Africa maghrebina, Mazara del Vallo è considerata – un po’ verosimilmente e un po’ sull’enfasi di certa retorica mediatica – la città più araba d’Italia. La prossimità geografica con la Tunisia e soprattutto la cospicua presenza di immigrati tunisini, insediatisi già a partire dalla fine degli anni Sessanta, confermano il rapporto privilegiato con le coste nordafricane e quella naturale e storica vocazione a intrattenere relazioni intense e assidue con il mondo arabo. Il canale che divide la Sicilia e la Tunisia è il cuore di quel Mediterraneo ove passa il confine tra due continenti, tra il nord e il sud del mondo; ma – come ci ha insegnato Matvejevic [1] – i confini sul mare sono per loro stessa natura liquidi ed effimeri, e il mare nella sua immensità e nel suo movimento si comporta come un «un cerchio di gesso», la costa ne segnala il margine per un attimo, per poi cancellarlo subito dopo, e ogni volta disegnarne uno differente. Sicilia e Tunisia sembrano tagliare in due il Mediterraneo ma non solo materialmente lo condividono. Il mare non conosce discontinuità né cesure e quel breve tratto di poche miglia è sempre stato parte capitale del “continente liquido” descritto da Braudel, spazio di comunicazione e di scambio, terra di mezzo, luogo di contrappunti e di mescolamenti, di negoziazioni e di ritorsioni. Qui la storia delle migrazioni è storia di lunga durata, «il cui peso fu immenso e il rumore appena percettibile» [2]. Qui Nord e Sud si capovolgono, Oriente e Occidente si contaminano fino a confondersi.

Se si considera che i siciliani hanno formato in passato una consistente comunità insediata a partire dall’Ottocento nel vicino Stato maghrebino, prima e anche dopo che questo diventasse protettorato francese, si capisce che l’attuale immigrazione tunisina in Sicilia ha poco a che vedere con il complessivo fenomeno della globalizzazione e va piuttosto inquadrata nel contesto della lunga storia tutta mediterranea. A guardar bene, la presenza dei tunisini a Mazara ha il significato di un ritorno. La riappropriazione di luoghi agli immigrati in qualche modo familiari ha secondato i processi di inclusione spaziale all’interno di un fitto reticolo comunitario. Qui Mazara ospita da più di quarant’anni una colonia di tunisini, in gran parte originari di Mahdīa, città per molti aspetti affine e prossima, con cui è stata gemellata nel 1973. Mazara e Mahdīa sembrano davvero formare insieme un formidabile ponte sospeso su questo precario braccio di mare e tra le due città c’è sempre stato un antico e proficuo rapporto. Attorno al nucleo di una piccola Mahdīa mazarese sta probabilmente modellandosi un laboratorio di società complessa o composita, il cui profilo ha tratti ancora incerti e indefiniti. Tuttavia, gli attori, consapevoli o inconsapevoli, di questi processi sono proprio i figli degli immigrati stranieri, in gran parte usciti dalla scuola tunisina ed entrati in quella italiana, dove continuano gli studi per tentare di inserirsi nel mercato del lavoro locale.

L’andirivieni tra le due rive, incentivato dalla prossimità geografica, non rende paradossalmente più chiara e vicina la prospettiva del definitivo ritorno. Ha un senso eminentemente simbolico il fatto che sulle labbra di alcuni tunisini il nome di Mazara del Vallo sia stato ribattezzato come Mahdīa del Vallo. Il dato geografico e le vicende storiche che legano le due città sembrano aver generato nell’immaginario degli immigrati una terza località, uno spazio virtualmente altro dove è possibile far coesistere il luogo d’origine e quello d’arrivo, il passato e il presente, la memoria e il futuro.

A dispetto di tutti i prestiti linguistici di cui il siciliano è permeato, i mazaresi di origine maghrebina sembrano non possedere un unico codice di comunicazione. Il francese, il dialetto tunisino e quello siciliano sono sapientemente alternati secondo le circostanze, mentre l’italiano sembrerebbe l’idioma meno usato per comunicare. L’eterogeneità linguistica della comunità araba di Mazara e la capacità dei parlanti di muoversi all’interno di un orizzonte comunicativo composito, connotato da stili e codici diversi, sono strettamente legate al senso di identificazione comunitaria. Se l’arabo è il codice attraverso cui i membri della comunità maghrebina si identificano in una riconoscibile collettività di appartenenza, il dialetto, con la sua plasticità e versatilità, sembra essere la lingua che più efficacemente li pone in relazione con una pluralità di luoghi e di realtà sociali.

L’economia della pesca ha fatto ripopolare di tunisini la vecchia casbah araba, ma il siciliano conosciuto dagli immigrati è strettamente legato alle formule più note e conosciute. Le stentate competenze linguistiche del dialetto locale e, ancor di più, dell’italiano, lasciano presupporre che i rapporti tra la comunità araba e i mazaresi non siano qualitativamente intensi, ma piuttosto limitati alla convivenza e alla coabitazione. Gli immigrati sono percepiti come membri di una collettività, omogenea al suo interno ma periferica rispetto alla città, la comunità araba per l’appunto. Ambiguamente indicata dai mezzi di comunicazione di massa come felice emblema di integrazione interculturale, Mazara non conosce eventi di violenza conflittuale tra immigrati e autoctoni probabilmente perché non c’è interazione, ovvero piena comunicazione. Se non ci sono evidenti segni di attrito e intolleranza è forse perché «le due comunità non sono generalmente interessate a sviluppare relazioni sociali e si limitano ai contatti obbligati negli spazi pubblici da entrambe frequentati. […] Nonostante l’inevitabilità della convivenza multietnica e pluriculturale, il mazarese e il tunisino che s’imbarcano nello stesso peschereccio e che a terra frequentano le stesse botteghe, s’incontrano ma non si vedono, si sfiorano ma non si toccano, si tollerano ma non hanno motivo né interesse ad interagire» [3]. In questo contesto le dinamiche linguistiche sembrano obbedire a logiche e funzioni prioritariamente strumentali. Termini e strutture derivanti dall’arabo e dal siciliano sono assunti e adottati nella misura in cui possono rendere più facili gli scambi comunicativi.

Ma se restringiamo lo sguardo ai giovani immigrati, la loro interlingua in formazione è ancora largamente incerta e indeterminata. Il repertorio linguistico della maggior parte della seconda generazione di tunisini rischia di essere il prodotto di due percorsi di apprendimento incompleti, essendo ancora sospesi tra due ordinamenti scolastici e due patrie. Rispetto ai loro padri, che vivono più a mare che a terra e hanno poche occasioni di entrare in rapporto con la città, i figli hanno la possibilità di condividere spazi e situazioni con i loro coetanei italiani e presentano, pertanto, un repertorio linguistico più complesso, più frastagliato, più contraddittorio, anche in dipendenza della frammentarietà delle esperienze biografiche e scolastiche. Si profila per loro un processo di apprendimento che non sembra pervenire a un fecondo plurilinguismo quanto piuttosto alla competenza di due mezze lingue, sia sul versante dell’arabo sia su quello dell’italiano. Per quanto riguarda l’italiano, quello con cui entrano in contatto e che potremmo definire il potenziale bilinguismo d’arrivo, è quella lingua che s’intrama, si intride e si combina in mille incastri con un ancora vitale e sanguigno dialetto siciliano.

Spogliato del suo lessico più arcaico e a dispetto degli invadenti italianismi, il dialetto siciliano interferisce non solo nella fonetica ma anche nella morfologia e nella sintassi dell’italiano, in una consapevole compenetrazione tra i due codici in rapporto a situazioni e funzioni comunicative diversificate. Meno intenzionale e poco consapevole è invece l’alternanza attestata presso i giovani tunisini di Mazara. I due codici, italiano e dialetto siciliano si avvicendano in un uso combinato, ma senza distinzione di sorta. Il referente, il dominio e il contesto linguistico non sono presi in considerazione nell’atto comunicativo. Il dialetto, considerato alla stregua dell’italiano, può funzionare da veicolo di integrazione in alcune aree del tessuto urbano.

A questo riguardo può essere opportuno fare riferimento alla rilevazione dialettale condotta a Mazara del Vallo, che si poneva l’obiettivo di verificare le permanenze lessicali degli arabismi nel dialetto siciliano [4]. Dalla rilevazione dialettale è emerso che le dinamiche linguistiche sembrano obbedire a logiche e funzioni prioritariamente strumentali. Termini o strutture derivanti da italiano o siciliano sono assunti e adottati nella misura in cui possono rendere più facili gli scambi comunicativi. Si può leggere in questa chiave la tendenza dei giovani figli degli immigrati a privilegiare certe forme del siciliano foneticamente più salienti. Del resto, le loro consuetudini linguistiche sono in qualche modo simmetriche a quelle della popolazione locale, la loro interlingua in formazione ancora largamente incerta e indeterminata è in fondo speculare a quell’italiano regionale parlato dai mazaresi. Nella dialettica lingua/dialetto non è soltanto la prima componente a plasmare e modellare la seconda. Alla luce dei risultati della ricerca condotta a Mazara, il dialetto, infatti, sembra interferire e penetrare nella fonetica ma anche nella morfologia e nella sintassi dell’italiano. Dialettismi sono impiegati in senso letterale e ancor più in senso figurato o traslato ed elementi idiomatici, costrutti e parole sono entrati nell’italiano regionale parlato da non pochi adolescenti mazaresi, anche limitatamente con funzioni ludico-espressive.

Non è tutto. Un ulteriore input linguistico per i giovani immigrati è la lingua della scuola, che potremmo considerare un terzo livello, oltre all’italiano e al siciliano. Del resto, una porzione non indifferente del loro tempo viene trascorso tra i banchi di una scuola che, almeno in potenza, potrebbe essere canale di socializzazione. In realtà, lo standard di lingua italiana richiesto impone un bagaglio comunicativo estremamente elevato. Non solo per i nuovi arrivati, ovvero per chi ha iniziato le scuole in Tunisia e arriva in Sicilia, ma anche per i giovani ragazzi nati a Mazara e, nella maggior parte dei casi, cresciuti ascoltando il tunisino. La comprensione dei testi scolastici presenta poi difficoltà ancora maggiori: il lessico settoriale della disciplina, la costruzione complessa e i periodi lunghi richiedono un livello di conoscenza linguistica superiore alle competenze dello studente. Del resto, pochi o nulli sono gli interventi scolastici previsti. Non è istituito alcun corso di base di lingua italiana, né sono promossi programmi alternativi a loro dedicati perché possano acquisire la competenza linguistica necessaria. Si aggiunga che sostanzialmente ancora modesto è il livello dei processi di socializzazione con i compagni di classe. Così stando le cose, non è difficile immaginare l’esito di queste esperienze scolastiche: nella maggior parte dei casi si assiste al precoce abbandono della scuola e alla ricerca di un lavoro. Il rischio è che i giovani elaborino il disagio e la frustrazione dell’insuccesso e della marginalità in forme conflittuali e di devianza sociale.

Le cose non diventano più semplici neppure se guardiamo il versante della lingua araba. Se l’unica lingua ufficiale della Tunisia è l’arabo classico, in concreto non è la lingua madre di nessun parlante. Connessa ad ambiti accademici, religiosi o comunque altamente formali, l’arabo standard è il codice alto, è la lingua degna del Sacro Libro ma inappropriata per la comunicazione orale quotidiana. Per le seconde generazioni, l’arabo rimane quasi solamente “astratta” scrittura del Corano o voce di una radio o di un canale tv satellitare diffusa tra le budella della casbah, poco altro. Mai utilizzato ai fini della comunicazione, l’arabo classico è solo bisbigliato, letto o ripetuto nelle sue formule mnemoniche. Chi ha cominciato le scuole in Tunisia, ha appreso i primi rudimenti della scrittura araba classica, ma avrebbe necessità di impratichirsi ancora. Una situazione che potremmo definire anfibia, un “alfabeto” a metà e non ancora padroneggiato. La comunicazione orale ordinaria, quella che domina la vita quotidiana, si svolge in dialetto tunisino, sia all’interno della famiglia che nelle relazioni amicali.

In sostanza, la maggior parte dei figli degli immigrati tunisini ha perduto la capacità di scrivere in arabo e non ha ancora gli strumenti della scrittura in lingua italiana. Ovvero, colui che si muove tra più identità di riferimento, diversi spazi sociali e geografici, non possiede una competenza strutturata di due idiomi distinti ma nella sua parlata si registra piuttosto il prodotto ancora confuso e indistinto di una combinazione complementare delle due grammatiche, effetto di un’interlingua impegnata a usare tutte le risorse disponibili indipendentemente dalla loro origine. La conoscenza incompleta dei due codici priva le seconde generazioni delle varietà colte dell’una e dell’altra lingua, ovvero di quelle risorse comunicative che costituiscono importanti requisiti per l’accesso al mondo del lavoro qualificato. Si potrebbe parlare di doppia diglossia sovrapposta, ovvero dell’esistenza di due relazioni diglottiche in sovrapposizione: l’arabo e il tunisino, e l’italiano e il siciliano.

Se è vero che nei processi d’acculturazione le competenze linguistiche rappresentano un indicatore sensibile e attendibile dei livelli d’integrazione, da questo punto di vista, a Mazara la lunga convivenza interetnica non pare dunque abbia esitato un livello di evoluzione e maturazione tale da produrre una vera e feconda integrazione. Nel mosaico dei codici differenziati da loro adottati, l’identità di questi giovani figli di immigrati, di questi mazaresi-maghrebini che frequentano le scuole italiane, vedono la televisione italiana ma apprendono in casa il valore della lingua materna – lingua sacra in quanto parola di Dio, forma e sostanza del Corano – non sembra passare per l’italiano, ma neppure per l’arabo. Passa probabilmente attraverso quegli “idiomi” dialettali che saranno minoritari e indubbiamente impoveriti ma conservano ancora una irresistibile forza di attrazione e di influenza. Il rischio più grave per queste nuove generazioni sarebbe quello di restare nel guado, di parlare e conoscere due mezze lingue, di perdere cioè il possesso della lingua araba senza imparare quella del nuovo Paese, per effetto di quel bilinguismo «sottrattivo» o «imperfetto» [5] che finisce col generare una padronanza ridotta delle due lingue, il cosiddetto «semilinguismo».

Se è vero che la sociolinguistica studia i rapporti tra la lingua e la società, tra le strutture morfologiche, sintattiche e lessicali della comunicazione da un lato e le dinamiche socioculturali dei contesti urbani dall’altro, allora l’immigrazione rappresenta senz’altro un formidabile test non solo del nostro sistema di convivenza civile ma anche del nostro regime linguistico, dello stato di salute della nostra lingua, delle prospettive che maturano e si profilano all’orizzonte. A seconda della situazione sociolinguistica che evolverà, non è escluso si possa formare una lingua di contatto, una varietà mista, scaturita da una interlingua in cui il dialetto conserva il ruolo privilegiato di mediazione e di intersezione, ma anche paradossalmente di promozione sociale.

Dialoghi Mediterranei, n.4, novembre 2013
Note

[1] Matvejevic P. (1991), Mediterraneo. Un nuovo breviario, Garzanti Milano: 17

[2] Braudel F. (1997), Capitalismo e civiltà materiale, Einaudi Torino: XXI

[3] Hannachi A. (1998), Gli immigrati tunisini a Mazara del Vallo, Cresm, Gibellina: 91-92

[4] Ricerca effettuata nell’estate del 2009, preliminarmente alla stesura della tesi di Laurea Sopravvivenze lessicali di arabismi nel dialetto di Mazara del Vallo: una ricerca sul campo (Università di Bologna, anno accademico 2008-09, rel. D. Cevenini), alla quale si rimanda per la metodologia e i risultati ottenuti.

[5] Vedovelli M. (2002), L’italiano degli stranieri, Carocci, Roma

 

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