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Immagini e parole nella letteratura araba per l’infanzia

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2020 @ 01:49 In Cultura,Letture | No Comments

frontespizio-le-poussin-nest-pas-un-chiendi Laura Isgrò

Lo scenario culturale attuale, in continuo mutamento, include molteplici forme espressive e manifestazioni di carattere socio-politico, socio-economico e, soprattutto, relazionale. L’abitudine a considerare l’alterità attraverso i media, ormai decisamente “social” e pericolosamente poco attendibili, conduce i fruitori di notizie a consolidare idee preconcette, pregiudizi e a crearne di nuovi, mobilitando diverse forme di intolleranza che si esplicitano sia nel linguaggio verbale sia in quello non verbale, rischiando di sfociare nella discriminazione.

Il discorso, così generalizzato, riguarda la società adulta gravemente compromessa dall’onda mediatica omologante e facinorosa contro cui, probabilmente, non è riuscita a costruire uno scudo interpretativo adeguatamente protettivo della propria autonomia di giudizio. L’età giovanile è la più esposta ai danni della globalizzazione multimediale, dannosa perché costantemente fuori controllo e fluttuante in una dimensione spazio-tempo che non corrisponde ai luoghi e ai ritmi reali.

Può rappresentare un argine e un’alternativa l’azione educativa e, in particolare, l’educazione alla lettura sin dall’infanzia. La letteratura per la gioventù di tutte le culture ha sempre avuto lo scopo di veicolare stimoli cognitivi ed emotivi perché avvenisse un approfondimento della conoscenza dell’io, un interessamento verso l’altro, l’apertura al mondo tramite canali valoriali essenziali. Anche se romanzi e racconti della tradizione orale, scritta e inediti, non hanno sempre avuto un atteggiamento scevro da stereotipi, l’educazione alla lettura prevede tuttavia lo sviluppo del pensiero critico. Tanto più che all’interno delle società plurali convivono persone di culture profondamente differenti.

Queste culture approdano nelle scuole che ormai è necessario si orientino al cambiamento a favore dell’approccio interculturale, inteso come co-costruzione di relazioni e di interpretazioni della realtà. Conoscere il patrimonio culturale dei bambini sin dalla scuola dell’infanzia è un’esperienza fondamentale per l’insegnante, e può farlo anche attraverso i libri. Assumendo la veste del ricercatore, il docente scoprirà che grazie alla voce diretta degli scrittori di altri mondi, è possibile imparare a decostruire i pregiudizi e a osservare con un atteggiamento fenomenologico l’alterità, favorendo l’avvicinamento e il dialogo fra le culture dei propri alunni.

51reeahyrll-_sx370_bo1204203200_A supporto di quanto fin qui espresso, considerata la ricca presenza di alunni – soprattutto di seconda generazione – le cui radici culturali sono originarie del Medio e Vicino Oriente, risulta particolarmente illuminante per chi si occupa di educazione, di didattica e di scrittura per l’infanzia, il saggio di Mathilde Chèvre, ricercatrice presso l’IREMAM (Institut de recherches et d’études  sur le monde arabe et musulman, Aix-en-Provence), dal titolo Le poussin n’est pas un chien. Esso offre un’analisi accurata della letteratura per l’infanzia del mondo arabo a partire dagli anni Settanta del Novecento fino agli anni Duemila, prendendo in considerazione la storia editoriale di Paesi che hanno segnato una svolta nella concezione della dimensione infantile delle svariate culture presenti sul territorio siriano, libanese ed egiziano. Il libro è stato edito nel 2015 dalla casa marsigliese Le port a jauni e attende di essere pubblicato quanto prima in Italia.

La disamina effettuata da Chèvre mette in evidenza la concezione di scrittori, illustratori ed editori della letteratura infantile araba come terreno fertile per lo sviluppo ideologico, educativo, sociale e anche come luogo privilegiato per affrontare tematiche che riguardano la comunità e dove è possibile lasciare ampio spazio al sogno.

Come spesso accade, le creazioni innovative nascono da una condizione travagliata. Negli anni Settanta si sviluppa una corrente letteraria per bambini profondamente animata dal soffio ideologico del suo tempo. Un tipo di letteratura concepita «come luogo di rivendicazione, espressione e infine creazione di un’identità araba. Artisti, caricaturisti, autori siriani, egiziani e libanesi si dedicano alla scrittura e all’illustrazione per bambini per descrivere se stessi e disegnare il loro futuro idealizzato».

Precedentemente, l’editoria per la fanciullezza si dedicava alla pubblicazione di libri scolastici, religiosi, riviste specializzate, traduzioni di fumetti e di classici in voga nell’Occidente. I drammatici fatti del 1967 portarono gli intellettuali arabi a immaginare una ricostruzione dell’identità culturale, a partire dalla gioventù, destinata a fondare la società del futuro prossimo. Era necessario sperimentare un codice espressivo più moderno e accessibile ai destinatari, cominciando da un linguaggio scritto e da illustrazioni in grado di rappresentare una gioventù forte e determinata a portare avanti il rinnovamento.

3«L’illustratore degli anni Settanta è politicamente impegnato poiché contribuisce attraverso il suo lavoro a risvegliare il popolo dei bambini, e fa omaggio al patrimonio pittorico popolare e antico». Gli scrittori e gli illustratori degli anni Settanta si posero il problema di indagare quali elementi mancassero nella loro società perché avvenisse l’emancipazione araba. Apparve evidente che mancavano storie appositamente scritte per i bambini. Lo scopo principale era quello di trasmettere a tutti gli arabi fin dall’infanzia le fondamenta di un’identità politica ben delineata. Vi era una determinazione piuttosto spinta nel veicolare messaggi politici e sociali attraverso contenuti e immagini, con toni realistici, forse troppo crudi e poco adatti all’infanzia, nonostante la buona intenzione di inventare una lingua nuova.

L’aspetto più eclatante che accomunò diversi scrittori e illustratori fu un progetto editoriale panarabo che consisteva nella ricerca comune in Iraq, Siria, Libano, Egitto, di soluzioni espressive di ausilio ideologico per la causa palestinese. I disegni e le narrazioni costituivano un unico ideale appello alla Resistenza. Furono pubblicate parecchie storie che denunciavano la scelleratezza dell’occupazione del nemico e che sollecitavano il bambino a partecipare alla lotta, secondo le sue possibilità. Astuzia e coraggio erano le “armi” dei ragazzi, mentre il sostegno logistico ed emotivo erano strumenti prettamente riservati alle ragazze. I colori, i tratti delle figure, l’idioma avevano l’obiettivo di orientare l’immaginario infantile verso la rivendicazione della propria identità panaraba. Scrittori ed editori si spostavano nei vari territori condividendo pensieri, modalità espressive e lavorando a stretto contatto.

d1b66275d3182cf94eb9ada8b468d129-vintage-illustration-book-illustrationsL’idea comune era quella di non scindere le identità arabe, ma crearne una, compatta e fiera, ispirata al recupero della tradizionale Umma. Questo genere di letteratura ebbe un grande successo nei Paesi dove fu distribuita e diede un forte impulso finanziario al settore editoriale. Tuttavia, molti di quegli artisti degli anni Settanta intervistati dalla studiosa hanno rivelato che fu un grave errore fare del libro per bambini uno mezzo di diffusione ideologica, trascurando completamente la dimensione dello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei fanciulli nelle sue diverse fasi.

Con la nuova visione della letteratura dell’infanzia che inizia negli anni Duemila si ha un netto cambiamento di prospettiva. Innanzitutto bisogna fare riferimento alla trasformazione sociale che il meccanismo multitasking della globalizzazione ha provocato con l’era digitale. La necessità di comunicare qui e ora, velocemente, con uno spiccato senso di adattamento al mercato cinematografico e televisivo, alle tendenze di consumo della popolazione mondiale, ha decisamente condizionato la visione del fanciullo e i genitori degli anni del Duemila. Pertanto la nuova generazione di artisti arabi si è fatta portavoce di una concezione dell’età infantile meno filosofica, meno astratta e per nulla politicamente schierata. Inoltre, Chèvre fa notare come da quel momento l’attenzione dell’editoria verso le tappe dello sviluppo dei bambini sia fortemente incrementata.

6Probabilmente l’influenza delle teorie pedagogiche moderne occidentali hanno inciso su questo cambio di rotta. In Libano e in Egitto non mancano scuole e università americane e questo può aver contribuito a incentivare la diffusione di stili e metodi educativi più vicini ai gusti e alla sensibilità occidentale. Inoltre, lo sviluppo di un’educazione di massa ha avuto notevoli conseguenze sul rapporto della persona in formazione con la famiglia e con la società nel suo complesso. L’istruzione scolastica introduce una differenziazione tra generazioni, a vantaggio dei più giovani.

In passato, per educare i figli in modo moderno, si davano in lettura libri tradotti dalle lingue occidentali. Attualmente invece, l’enorme produzione di albi e libri per l’infanzia di artisti arabi offre ai bambini arabi grande spazio alla fantasia e alla creatività. Le numerose case editrici propongono sia storie tradizionali riadattate in chiave moderna con linguaggio e stile figurativo proporzionato all’età del bambino, sia racconti tramandati oralmente (che in questo modo vengono conservati nel tempo), sia storie originali con riferimenti all’attualità. Lo spirito che anima gli artisti non è più collettivo e panarabo come quello degli anni Settanta: i narratori del Duemila guardano all’individuo unico, al soggetto a cui viene dedicata una storia vista come un frammento di vita esemplare nella sua semplicità e poeticità, come possono esserlo la scoperta e lo stupore di una bambino che si affaccia al mondo. Gli albi presi in esame dalla studiosa, per la maggior parte, presentano un’ottima qualità artistica nei disegni, nel linguaggio strutturato per specifiche fasce d’età, nei materiali di cui è composto l’oggetto-libro. L’aspetto che colpisce maggiormente è che questi libri mostrano un certo livello di astrazione poetica resa possibile grazie alla connessione con il mondo naturale di cui i bambini sono i più abili intermediari, se pensiamo alla fase animistica che attraversano prima dell’età scolare.

8Dâr al-Hadâ’iq, nata in Libano, è la prima casa editrice a considerare il bambino in una dimensione-tempo che gli appartiene, indicando l’età a cui sono destinate le opere pubblicate. Questo accorgimento rivela l’avvio del cambiamento di prospettiva nel rapporto adulto-bambino. Viene compiuto uno sforzo creativo per immaginare come immagina il bambino, per scoprire quali sono gli oggetti e gli argomenti che possono affascinarlo e qual è la sua percezione dello spazio e del tempo. Vengono affrontati in modo divertente e con un lieto fine assicurato, alcuni tipici problemi di relazione fra bambini e adulti, come il rispetto delle regole per la civile convivenza e l’affermazione del «sé» divergente. Non mancano albi e libri dedicati alle storie di amicizia fra coetanei dei quali alcuni con disabilità confermando, in queste pubblicazioni recenti, l’orientamento ideologico di tipo valoriale ed etico.

Tali tematiche sono sicuramente ricorrenti nella letteratura per l’infanzia occidentale e hanno trovato sviluppo sin dalla fine degli anni Settanta. Eppure, come afferma Chèvre,

«se è vero che l’Occidente è il “maestro iniziatore” che ha spinto gli artisti arabi sul percorso della letteratura per bambini, è altrettanto vero che scrittori, illustratori ed editori non stanno considerando la loro creazione in termini di imitazione ma, al contrario, vogliono affermare un’identità araba».

image2Rânyâ Hussayn Amîn, autrice e illustratrice egiziana, ad esempio, racconta che il personaggio femminile principale delle sue storie, Farhâna, è nata dall’osservazione di sua figlia che, crescendo, stava cercando di affermare la propria identità e il suo bisogno d’indipendenza. Farhâna è dunque un’invenzione generata dalla realtà che assume la fisionomia della fanciulla non perfetta ma libera, forte e indipendente. Questo genere di personaggi è molto amato dai bambini perché possono facilmente rappresentare un modello con cui identificarsi. Protagonisti di storie vicine ai vissuti personali dei lettori, sono orientati all’affermazione della propria personalità e alla comprensione del mondo. Secondo le conclusioni della Chèvre anche l’infanzia araba, oggi, può trovare dunque un punto di riferimento fondamentale per la propria identità attraverso una letteratura appositamente dedicata.

«Scrittori, illustratori ed editori degli anni Duemila hanno stabilito i canoni di questa letteratura creativa: una lingua araba modernizzata per essere accessibile e divertire i piccoli nelle loro diverse fasi di sviluppo attraverso temi propri della realtà del bambino moderno. Samâh Idrîs è uno dei pionieri della letteratura infantile contemporanea: è uno dei primi a rivendicare la scelta di una scrittura letteraria di tipo dialettale e di argomenti vicini alla realtà quotidiana tipicamente libanese».

imageIn pochi anni al Cairo, a Beirut e a Damasco nascono case editrici specializzate nella pubblicazione di libri per l’infanzia. Il mercato editoriale è pienamente avviato. Gli artisti s’impegnano nella ricerca di personaggi e ambienti che parlino in modo diretto al cuore dei bambini recuperando anche storie dell’antica tradizione orale con la loro estetica che si riverbera nei ritratti, nei tratteggi dei paesaggi urbani e naturali reinterpretati nella nuova luce dell’oggi. La ricerca degli scrittori è indirizzata inoltre a creare una varietà linguistica letteraria di nuova ispirazione, che tiene conto sia delle qualità musicali e dell’eleganza del codice alto sia dell’immediatezza, dell’espressività e della comprensibilità dei dialetti in uso. Gli artisti cercano tipi di scrittura che rendano fruibili ai giovani lettori le molteplici dimensioni della lingua, i diversi registri, la mobilità delle forme sonore con cui si manifesta il linguaggio verbale. Altrettanta cura viene dedicata allo studio e alla realizzazione della parte grafica degli albi e dei libri. L’illustrazione è l’aspetto estrinseco della narrazione stessa, è l’apparato simbolico che dà una possibile traiettoria visiva all’immaginario. Chèvre, attraverso le pagine del suo libro, lascia parlare un grande pittore, Samîr Sâyigh, a proposito del senso dell’arte figurativa araba:

«Prima dell’Islam, il luogo della scrittura era l’uomo, che conosceva le poesie e le storie a memoria, la cui trasmissione avveniva da persona a persona. L’arte islamica è nata con la scrittura sotto la forma della calligrafia, dell’arabesco o dell’ornamento. Quest’arte si basa su una visione diversa rispetto a quella occidentale. Non si basa sull’artista, sull’io dell’artista, e non parla di nessun sentimento personale. L’arte islamica non ha lo scopo di raccontare storie strettamente connesse al tempo. L’arte occidentale rappresenta una temporalità e la lotta dell’individuo con l’esistenza, con se stesso, con gli altri, con la morte, con la vita, con il cielo, con l’inferno, con il tempo. Rappresenta i sentimenti. L’arte islamica no, non affronta tutto questo, ma si fonda su una visione assoluta: se un artista vuole rappresentare un albero, non lo fa osservandolo in modo soggettivo, ma disegnerà l’architettura dell’albero. Il mondo intero è una costruzione, un’architettura. L’arte araba è basata sulla struttura del mondo. Non descrive il mondo, lo attesta. Il pittore che disegna l’albero è come l’albero. Non è seduto davanti all’albero che sta disegnando, ma è seduto con esso».

7Segue, nel saggio, una riflessione molto interessante sul significato della rappresentazione bidimensionale delle figure e sull’importanza grafica data alle cornici, alle spirali e ad altri dettagli. Il principio che intreccia questi speciali codici simbolici è riferito all’essenzialità della narrazione visiva che stimola nel lettore e nell’osservatore l’immaginazione degli elementi apparentemente mancanti, come la profondità e il movimento. L’idea è che le immagini non debbano essere descrittive o dire tutto. Il fruitore d’arte è chiamato in prima persona ad agire nell’arte stessa che si sta dispiegando davanti ai suoi occhi e dentro la sua mente. Questo modo d’intendere il linguaggio figurativo è tutt’ora presente nelle edizioni per l’infanzia e deriva orgogliosamente dalle opere letterarie miniate del Medioevo.

Chèvre compie un’ulteriore importante considerazione che nasce dallo studio degli albi di recente pubblicazione: le illustrazioni non seguono i canoni della prospettiva tipicamente occidentale. La prospettiva assolve la funzione di punto di vista del mondo da parte del soggetto che sta osservando. Questa tecnica stabilisce il ruolo di chi guarda e dà indicazioni evidenti di cosa guardare. La persona sta all’esterno dello scenario e guarda; partecipa qui e ora alla scena ponendosi un passo indietro. La percezione dello spazio e dell’ambiente narrativo dell’immagine secondo la concezione araba, invece, racchiude lo sguardo di chi osserva in un universo costituito da una struttura globale in cui ogni punto è collegato agli altri e fa parte di un tutto. Non viene posto un confine fra osservatore e immagine; non vi è fra essi una suddivisione gerarchica. Tale concezione invita lo spettatore a entrare a far parte della scena che è l’oggetto della narrazione anche attraverso una semplice cornice geometrica che conduce dall’esterno all’interno, nella dimensione più intima di ciò che sta accadendo, favorendo l’immedesimazione e l’immaginazione. In questo modo «le piccole cose tendono alle grandi cose; l’universale conduce all’interiorità; l’interiorità è aperta al mondo; tutte le cose sono collegate e interdipendenti».

La letteratura araba per l’infanzia di oggi offre stimoli per conoscere e approfondire tematiche e stili espressivi utili per comprendere le culture che incontriamo fra i banchi di scuola e per le strade, spesso in modo troppo superficiale. Ancora una volta la narrazione di storie per iscritto e per immagini avvicina all’arte, supporta la conoscenza dell’altro, propone alternative agli stereotipi, costituisce un valido fattore di protezione dall’intolleranza e di inclusione sociale.

Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020

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Laura Isgrò, vive a Palermo, dove ha conseguito la laurea in Lettere classiche e il Diploma di regia e recitazione teatrale presso la scuola di teatro Teatès diretta da Michele Perriera. Da qualche tempo effettua un percorso di riflessione scientifica sulla tauromachia. Attualmente sta avviando un progetto di ricerca nell’ambito della pedagogia interculturale.

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