di Felice Tiragallo
Con queste note rievoco brevemente un’esperienza di documentazione in video della costituzione della casa Steri a Siddi come sede del Museo delle Tradizioni Agroalimentari della Sardegna. Dal marzo del 1998 all’ottobre del 1999 Vladimira Desogus ed io, con le nostre piccole videocamere, ci siamo recati periodicamente nel cantiere del Museo per filmare il prima, il durante e il dopo degli interventi di recupero, di risanamento e di riqualificazione sull’edificio di casa Steri e sulle sue pertinenze.
Di questo nostro lavoro di documentazione è stato ricavato un montaggio di circa 23 minuti, editato nel giugno del 2000 per essere proiettato durante la serata inaugurale del museo, nello stesso mese e anno, e ripresentato in occasione del venticinquennale del Museo (per vedere il video il link è: https://youtu.be/Mmx7cZ6u2-Q) in una celebrazione che nel luglio del 2025 ha radunato vecchi e nuovi amici di casa Steri.
Le immagini e i suoni raccolti in questo filmato sono le tracce di una sorta di diario di campo visivo che allude a un complesso di operazioni etnografiche avvenute fra le pareti di casa Steri e fra i confini delle sue pertinenze dall’inverno del 1998 all’estate del 2000. Cosa sia successo è stato nitidamente raccontato da Giannetta Murru Corriga nel suo contributo, al centro di questa raccolta.
Si trattava di rispondere in termini antropologici e museali a una domanda che, anche se riferita al destino di una piccola comunità agricola del Medio Campidano, era comunque cruciale e decisiva: cosa fare della memoria? Cosa fare della memoria di un passato recente in cui all’interno di una casa padronale nata nel Seicento si sono sviluppate nei secoli relazioni sociali di controllo, di partecipazione, di produzione e di distribuzione delle risorse per la vita quotidiana di una comunità rurale?
Il problema, come nota Murru Corriga, è che di questo passato, in termini sensoriali, a noi restano solo oggetti, manufatti e spazi ordinati. Mentre ai discendenti degli abitatori del passato resta anche, attraverso le generazioni, il ricordo o “il ricordo del ricordo” (Desogus 2007-2008). All’antropologa un simile accesso è negato. A lei spetta la ricostruzione e l’interpretazione delle tracce di questo mondo materiale, fatto di funzionalità e di affezione, da sviluppare ricorrendo a una cassetta degli attrezzi che consente di fare successive approssimazioni e di formulare ipotesi interpretative che saranno poi smentite o confermate. L’antropologa chiama in campo quindi tutte le sue possibilità di percezione di elaborazione di quanto vede e ascolta affinando uno sguardo esperto nel luogo della memoria, in cui cerca di cogliere tutte le implicazioni delle testimonianze materiali. Ovverosia di ciò che resta degli arredi, delle attrezzature, o delle decorazioni che qualificavano gli spazi di rappresentanza. Dovrà poi confrontare questi dati con le innumerevoli conversazioni informali o con le interviste etnografiche agli attori sociali implicati e considerare ciò che è stato ricordato e ciò che è restato nell’oblio (Augé 1993).
Cosa fare della memoria significa poi tradurre questo atto interpretativo in un progetto museale. Mettere cioè mano a un’operazione che sfocia, a sua volta, nella spazialità e nella materialità. Vladimira Desogus ed io abbiamo tentato di raccogliere alcune tracce audiovisive di questo lungo e intenso itinerario etnografico-museale. Lo abbiamo fatto con una serie di sopralluoghi che hanno finito di restituire come dei carotaggi, dei flash, di questa complessa vicenda analitica e creativa, che ha coinvolto Anna Maria Steri e i suoi familiari, Giannetta Murru Corriga, Chiarella Addari Rapallo e molte altre colleghe e colleghi, sotto lo sguardo partecipe di Alberto Mario Cirese.
Nella prima sequenza del film si vedono appunto Giannetta, Anna Maria, alcuni suoi familiari, Chiarella, con Paolo Sanjust (che con Isabella Braga e Carla Sanjust hanno curato la parte espositiva del Museo), aggirarsi fra gli spazi della Casa Steri nella sua condizione di partenza (marzo 1998). Spazi ingombrati da oggetti di tutti i tipi, dal senso oscuro, con tracce di abbandono o di uso occasionale; una situazione in cui era impossibile, all’inizio, ricostruire e decifrare «la vita sociale delle cose» (Appadurai 1986).
Il vagare delle due antropologhe dentro casa Steri sembra quindi a prima vista un atto cieco che riporta sempre al punto di partenza. Tuttavia, da queste immagini in cui seguo e filmo Giannetta e Chiarella, accompagnate da Anna Maria, fra le sale oscure e la polvere, emerge anche qualcos’altro. Cioè il fatto che muovendosi con questa intensità percettiva esse stanno prendendo le misure degli spazi, dei centri di movimento e di azione di coloro che li avevano abitati. Stanno cogliendo i punti di addensamento del senso: gli spazi della cucina, il mulino per le farine, il frantoio, i luoghi di rappresentanza, i vuoti-pieni dei magazzini per la conservazione della ricchezza della casa-fattoria. In particolare, Giannetta e Chiarella progressivamente imparano ad ‘abitare’ quegli spazi.
Il film documentario, come nota Bill Nichols, condanna a una inevitabile incapacità ad astrarre nozioni e conoscenze generali (Nichols 2006). Ma, d’altro canto, il film regala una sorprendente ricchezza di dettagli, sfumature e conoscenze da riferire al reale fenomenologico. In questo senso i corpi, gli sguardi, i toni di voce di chi si aggira con una forte tensione percettiva per le stanze di casa Steri mostrano la progressiva estensione di una affordance (MacDougall 1998, Gibson 1999), cioè di una crescente “presa” e conoscenza sensoriale con l’ambiente e che emerge prima della sua coscienza in chi vi è immerso.
A nostra volta, Vladimira ed io, con le nostre videocamere, siamo stati in qualche modo portati a un identico approccio immersivo e interpretativo, quando, col progredire delle nostre visite al cantiere, abbiamo incontrato il fare e il saper fare delle maestranze impegnate nel restauro della Casa-museo.
Ci siamo quindi impegnati a mostrare e a valorizzare l’insieme delle competenze tecniche e dei gesti esperti delle maestranze che si sono occupate di riportare la casa padronale, con tutte le sue articolazioni funzionali e di rappresentanza, a un nuovo senso espositivo ma rispettoso del passato.
Il progetto di restauro si incentrava, credo, proprio nel lasciare evidenti questi connotati sociali e simbolici, sia pure all’interno di una nuova funzionalità dell’edificio, cioè quella museale. In questo senso, chi vedrà il video potrà cogliere almeno il nostro tentativo di fissare e di rendere percepibili i saperi dei muratori e degli artigiani che avevamo davanti all’obiettivo. Il recupero delle tegole, il rifacimento delle coperture, con l’uso di incannucciati nuovi, trattati con malta e impermeabilizzanti, il rifacimento degli interni e il recupero filologico delle decorazioni in pittura, il rinnovamento dei pavimenti in legno sono gli aspetti più evidenti di questo meticoloso lavoro di restauro. Ma tutto questo è documentato, appunto, nel video.
Quello che invece devo affidare solo alle parole è il ricordo e la testimonianza della vita e del lavoro di Vladimira Desogus, la giovane antropologa con cui ho condiviso questa esperienza e che ci ha lasciato anzitempo gettandoci nel dolore, ma lasciandoci anche in eredità un sentimento di gratitudine e di conforto. Gratitudine e conforto per aver potuto incrociare con lei i nostri percorsi di vita, anche in questo specifico caso del restauro di Casa Steri.
Vladimira aveva e sapeva trasmettere entusiasmo e passione. Sul campo era capace immediatamente di stabilire un rapporto umano con le persone di cui, come qui, documentava il lavoro. Ho ripensato spesso alla facilità con cui si sintonizzava con i suoi interlocutori, con cui condivideva il ritmo interno del loro agire e di come sapeva trasferirlo nelle immagini. Brava a interagire, brava a scherzare e a sgombrare imbarazzo e tensione dalle situazioni, Vladimira non era mai invasiva. Faceva sempre in modo di rendere chiara la motivazione della sua presenza e del suo lavoro di ricerca. Sapeva mostrare la curiosità e l’amore per i fenomeni culturali che studiava, dal collezionismo spontaneo ai saperi impliciti ed espliciti dei mondi rurali in Sardegna, dentro e fuori i musei.
A Siddi la sua intesa e il suo l’affiatamento con Giannetta Murru Corriga e con gli altri partecipanti al progetto facevano di Vladimira una presenza che contribuiva grandemente a sviluppare con tutti una atmosfera di condivisione, di partecipazione collettiva animata da allegria e ambizione per il compimento di un buon lavoro, in cui tutto conta; ideare, progettare, organizzare e realizzare e documentare. Un gioco di squadra di cui Vladimira dava l’esempio e che ci confortava tutti. Vorrei conservare la fiammella dell’entusiasmo per la ricerca donatoci da Vladimira il più a lungo possibile e cercare di trasmetterlo.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
Appadurai A., 1986, ed., The Social Life of Things. Commodities in Cultural Perspective, Cambridge University Press, Cambridge.
Augé M., 1993, Les formes de l’oubli, Payot, Paris.
Desogus V. (2007-2008), Dallo strumento all’oggetto da collezione. Il collezionismo spontaneo in Sardegna, Tesi di Dottorato in Metodologie della ricerca etnoantropologica, VII ciclo, Università degli Studi di Siena.
Gibson J., 1999, Un approccio ecologico alla percezione visiva, Il Mulino, Bologna (ed. or. The Ecological Approach to Visual Perception, Erlbaum, Hillsdale, N. J., 1986).
Nichols B., 2006, Introduzione al documentario, Il Castoro, Milano (ed. or. Introduction to documentary, Indiana University Press, Bloomington, 2001).
MacDougall D., 1998, Transcultural Cinema, Princeton University Press, Princeton (ed. it. Cinema transculturale, ISRE, Nuoro, 2015).
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Felice Tiragallo, professore associato di discipline demo-etnoantropologiche presso l’Università degli Studi di Cagliari, si occupa di mutamento culturale, di antropologia visuale e di cultura materiale. Dirige, presso l’Ateneo di Cagliari, il Laboratorio di Etnografia Visiva. Fra i suoi testi: Restare paese (2005), Visioni intenzionali (2013) e Max Leopold Wagner fotografo. La Sardegna oltre il linguaggio (2018).
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