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Immagini di spartenza messinese. L’etnografia metropolitana di Giulio Conti

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

di Sergio Todesco

 Si scurdaru/ d’essiri puvireddi/ e pri lu munnu/

si nni jeru/ vistuti di strazzi./ Poi si ficiru/ 

giacchi cu jurnali/ e cu cartuni/ un tabbutu

pri ripusari. 

(Goliarda Sapienza)

Qualcosa va detta su queste fotografie in bianco e nero, risalenti presumibilmente alla fine degli anni ’50. Ricordo ancora il giorno in cui Giulio Conti, uno straordinario farmacista-fotografo che mi onorava della sua amicizia, entrando nel mio ufficio in Soprintendenza mi consegnò una cartella bianca di cartone, aprendo la quale emersero nove immagini drammatiche di migranti, colti proprio nel momento della loro spartenza dal Porto di Messina verso lidi lontani, America Australia o Argentina, chissà. Giulio mi disse in quell’occasione che me le regalava perché le conservassi e, all’occorrenza, potessi di esse fare buon uso.

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Le foto sono rimaste per tanti anni (la donazione risale alla fine degli anni ’90) private del “buon uso” che Giulio auspicava per loro. Pigrizia mia forse, o forse i tempi non erano ancora maturi perché ciò avvenisse. Ritengo che lo siano adesso che il fotografo non c’è più da anni, nei tempi bui che stiamo attraversando. Tempi in cui il fenomeno migratorio in questo primo quarto di secolo è divenuto un fatto talmente epocale che solo politici di mezza tacca, ciechi e stolidi possono pensare di fronteggiarlo erigendo muri. Tempi in cui le sofferenze e le lacerazioni affrontate dai nostri connazionali fino a non molti decenni fa non sono servite a conferire ai razzisti dei nostri giorni né l’intelligenza dei fatti storici né l’umana pietà che sempre qualunque dramma umano dovrebbe suscitare.

Spartenza è, nella lingua siciliana, l’abbandono dei luoghi natii per necessità, l’emigrazione forzata dalla povertà e dalla miseria, la fuga dalla propria terra e dal proprio villaggio per l’esigenza di trovare altrove, spesso in angoli di mondo assai lontani dal proprio, un’altra terra, un’altra patria. La storia dell’emigrazione siciliana negli anni ’50-’60 ci consegna un periodo di imponenti movimenti emigratori, e a livello antropologico una successione di piccole e grandi “apocalissi culturali”, secondo che essi riguardassero il trasferimento verso zone interne del Paese maggiormente industrializzate e necessitanti di grandi numeri di forza-lavoro, o che concernessero viaggi, spesso senza ritorno, verso Paesi esteri come la Francia, la Germania, il Belgio, la Svizzera e gli Stati Uniti. In questo periodo la Sicilia si segnalò come una tra le regioni italiane con il più alto tasso di emigrazione, seconda solo alla Calabria per l’alto numero di persone coinvolte. Nel solo biennio 1958-1960, ad esempio, la Francia accolse circa 130.000 siciliani, la Germania oltre 100.000. Parallelamente alla rete ferroviaria, utilizzata per le emigrazioni nei Paesi del continente europeo, i porti di Palermo e Messina furono i principali luoghi di partenza interessati dalle migrazioni oltreoceano, verso l’America o l’Australia.

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Di tutto ciò le immagini scattate da Conti al momento della partenza, del distacco dalla famiglia e degli addii, offrono un documento straordinario che, senza mai indulgere a un patetismo di maniera offrono viceversa la testimonianza lucida, pudica e al contempo di grande spessore sociologico su un fenomeno rispetto al quale le classi dirigenti del tempo avrebbero preferito stendere un velo, forse nella consapevolezza che lo sbandierato boom economico aveva come suo cinico contraltare la mutazione antropologica di interi pezzi di società che né il Risorgimento, né l’unità d’Italia e neanche i governi liberali pre e post-fascisti erano riusciti a riscattare da un endemico stato di subalternità.   

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Lasciando a storici e sociologi la ricostruzione e l’esame del fenomeno, le foto – a me pare – stimolano piuttosto considerazioni di altro genere sul viaggio “migratorio” che ancora ai nostri giorni, in triste corrispondenza con quello compiuto da milioni di meridionali tre quarti di secolo fa, si consuma pressoché quotidianamente sotto i nostri occhi assai spesso distratti. Cos’altro è infatti tale “trasferimento di corpi”, così dolorosamente presente nel nostro tempo, se non un viaggio fatto per necessità, per sfuggire a guerre, persecuzioni, carestie, povertà di vario genere, intrapreso nella prospettiva di raggiungere un luogo più vivibile, in cui impiantare, per un periodo determinato della propria esistenza o addirittura per tutta la vita, una nuova “patria”?

Senonché ogni viaggio, ogni fatto migratorio, comporta in egual misura tanto una – sia pur parziale e provvisoria – messa in discussione della propria cultura, posta per così dire in crisi dall’incontro con sistemi culturali diversi (e spesso oltremodo diversi) dal proprio, quanto il bisogno di ri-negoziare, secondo forme nuove e nuovi equilibri, la propria identità, che nel nuovo contesto territoriale ed esistenziale richiede perentoriamente di essere declinata in maniera differente che nel passato. All’interno di tale – spesso drammatica – dialettica si giocano i meccanismi sottesi all’abusato proverbio secondo il quale “partire è un po’ morire”.

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Tutto ciò appare, in nuce, nelle immagini scattate da Giulio Conti. La cui portata simbolica è talmente pregnante che sarei portato ad attribuir loro quella nascosta intenzionalità, quell’enteléchia di cui parlava Leonardo Sciascia a proposito del ritratto fotografico. Anche le foto di Giulio mostrano una loro enteléchia, una capacità – che l’immagine fotografica di un volto umano in grado eminente possiede – di contenere già tutto intiero in se stessa il proprio télos, il mistero inestricabile della persona e  delle sue memorie, della propria ancora inespressa storia futura.

Cosa dicono a me queste immagini? Innanzitutto il dolore del distacco, lo strazio di lasciare la terra, la casa, gli affetti, le memorie condivise. È una spartenza che spartisce a metà la persona, ne squarcia l’integrità frammentandola in molteplici vissuti esistenziali.

A questo dolore si accompagna la presentificazione della nostalgia futura, la consapevolezza cioè che da quel momento in poi (da quando un sibilo di sirena e una fuliggine di fumaiolo consumeranno il distacco dai propri ancoraggi) la persona si troverà per sempre a mezza parete, come recita il titolo di un bel libro dell’etnopsichiatra Michele Risso. Né di qua né di là, in perenne bilico tra due mondi, quello che si è lasciato e quello che non è ancora, e forse non potrà mai essere interamente, il proprio.

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Altre foto lasciano intravedere il particolare rapporto dei migranti con i propri poveri patrimoni oggettuali. Se, come sostengono molti studiosi (uno per tutti, Jean Baudrillard) gli oggetti posseggono, oltre a e forse più del valore funzionale e di quello di scambio, anche un valore segnico e uno simbolico, il sistema degli oggetti che ogni persona si crea è chiamato a conferire domesticità, ancoraggio a ben determinati quadri simbolici di riferimento, in una parola identità sociale ed esistenziale.

Da qui deriva la disarticolazione di tale sistema, rappresentata dalle sparute suppellettili che il migrante si porta appresso, la quale non costituisce altro che un ulteriore impoverimento delle riserve protettive da quello che Ernesto de Martino chiamava «il rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile». L’anomia e la crisi radicale di una presenza libera. 

Ohi, chi spartenza dulurusa e amara!
chiángiunu puru i petri di la via!
chiángiunu l’occhi mêi, fannu funtana…
chiángiunu ca si spàrtunu di tía!

’Mèrica, chi ti vija arsa di fôcu!
comu di fôcu fai ’ddhumari a mia…
ió partu, e lassu ’stu felici lôcu,
ma lu me’ cori resta ’nsemi a tia…
 
La navi ’nta lu portu si prepara…
’spetta la me’ partenza ura pe’ ura…
cu li làcrimi tôi la navi vara…
cu li suspiri mêi si ferma n’ura…

Ohi, chi spartenza dulurusa e amara!
chiángiunu puru i pêtri di la via!
chiángiunu l’occhi mêi, fannu funtana…
chiángiunu ca si spàrtunu di tía!
 
Ió partu, non però ’sta vita mia
si parti e si ndi vaci a la strania…
o mamma, benidìcimi li panni!
ca staju partendu di li to’ cumanni…
 
Partu, ca sù costrettu di partìri…
ca non la pozzu cchiù ’sta vita fari!
li pianti, li lamenti e li suspiri
nun mi fannu di tia licenziari…
Ohi, chi spartenza dulurusa e amara!
chiángiunu puru i petri di la via!
chiángiunu l’occhi mêi, fannu funtana…
chiángiunu ca si spàrtunu di tía!
 
Ohi, chi spartenza dulurusa e amara! 
Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Così poetava Otello Profazio nella sua Canzone dell’emigrante. E veramente nei canti di spartenza si coglie tutto l’oltraggio delle memorie, tutto il venir meno della terra sotto i piedi, tutta la varia e spietata apocalisse culturale che fa perdere ogni contorno alle cose e alle esistenze.

Lontano da dove? Non è più dato saperlo. Il drammatico mosaico di sguardi che Giulio Conti ci consegna rivela come ormai l’avventura di questi migranti si giochi sotto l’egida dell’incertezza. Il viaggio viene dunque da essi vissuto come esperienza di continua de-costruzione di una realtà, quella che si sta per lasciare e che progressivamente si sedimenta nel ricordo assumendo contorni sempre più vaghi, e di faticosa costruzione di una realtà nuova, nella quale occorrerà negoziare fortemente le proprie cifre identitarie facendole interagire con le varie e articolate determinazioni (territoriali, sociali, esistenziali) sottese alla nuova patria.  

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Le valigie di cartone gonfie dei generi di prima necessità e fagotti di stoffa con i viveri da consumare durante la lunga traversata. Alcuni portavano una fisarmonica, un mandolino, una chitarra o un violino, sorta di Lari domestici cui demandare il mantenimento di una sicurezza, la possibilità di muoversi mantenendo un ancoraggio significativo al proprio universo.

Cosa dunque ci rivelano queste nove immagini in bianco e nero? Che a dispetto degli oltre sessant’anni trascorsi da quelle giornate storiche ancora una volta de re nostra agitur! Nella consapevolezza che la sfida epocale delle migrazioni oggi assume connotazioni complesse per numero di rifugiati in cerca di vite nuove, per le cause che provocano flussi che agli occhi dei più paiono inarrestabili, la società civile italiana ed europea, fino a oggi alquanto tiepida quando non ottusamente ostile, deve interrogarsi se per caso al di là delle posizioni di paura e rifiuto e delle forme di ghettizzazione che spesso ci rammentano i tristi tempi dei lager, non esista una più umana possibilità di integrazione, un’integrazione che pur rimanendo rispettosa delle reciproche diversità si renda sempre più consapevole fino a trasformare in risorsa ciò che oggi sembra solo una minaccia.

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Porto di Messina, fine anni 50 (ph. Giulio Conti)

Il problema, come ha sostenuto Domenico Quirico, è quello dei diritti. Ogni uomo, in quanto cittadino del mondo, ha il diritto di spostarsi per cercare migliori condizioni di vita. Se l’Occidente inizia a negare questi diritti abdica alla propria identità storica e si consegna all’egoismo istituzionalizzato. I migranti oggi stanno mettendoci di fronte alla scelta se perseverare nel nostro télos di libertè, égalitè, fraternitè (e ancora più indietro, ai precetti evangelici dell’amore, della carità, dell’accoglienza) o imboccare un cammino fatto di paura, diffidenza, esclusione e barbarie. I migranti possono, in definitiva, aiutarci a non smarrire la nostra identità.

Non può esistere vera accoglienza che non preveda un processo, più o meno lungo e articolato, di inclusione. Le identità monolitiche, autoreferenziali, sempre uguali a se stesse non possono più avanzare diritti di cittadinanza in un pianeta globalizzato come quello che abitiamo e che ci abita con i suoi nodi irrisolti.

Giulio Conti

Giulio Conti

Claude Lévi-Strauss ci ricorda che «il barbaro è anzitutto l’uomo che crede nella barbarie». I nostri ormai lontani concittadini, che lasciavano il porto di Messina alla ricerca di nuovi orizzonti di senso, ci dicono ancora – attraverso le immagini di Giulio Conti – che le identità autentiche, quelle che hanno fatto la storia degli uomini, sono le identità plurime, contaminate, meticce, frutto di interazioni, scambi, stratificazioni. Le identità costruite pazientemente da uomini in cerca di altri uomini, che una volta trovati uniscono parte delle proprie esistenze, delle proprie culture, dei propri sogni.

Dedico queste riflessioni alla memoria di Giulio Conti, che – in tempi migliori di questi che ora viviamo – ha voluto lasciarci queste schegge di umanità dolorante, perché potessimo un giorno rispecchiarci in esse. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Riferimenti biblio-discografici 
Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti, Bompiani, 1972. 
Francesco Brancato, La svolta demografica e l’emigrazione, in Storia della Sicilia, diretta da Rosario Romeo, IX, Palermo, 1977: 149-178.
Ernesto de Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, 1977. 
Delia Frigessi Castelnuovo, Michele Risso, A mezza parete. Emigrazione, nostalgia, malattia mentale, Einaudi, 1982. 
Claude Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Einaudi, 1967. 
Grazia Messina, Il lungo viaggio dei siciliani nel mondo, “Dialoghi Mediterranei”, n 56, luglio 2022. 
Otello Profazio, La canzuni dill’emigranti, in L’Italia cantata dal Sud, Fonit Cetra, 1969. 
Domenico Quirico, https://www.youtube.com/watch?v=CFmcAV4BOR0&ab_channel=Mesostico 
Giovanni Raffaelli, Siciliani nel mondo, in Storia della Sicilia, a cura di Francesco Benigno e Giuseppe Giarrizzo, Laterza, 2003: 113-133.
Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, 2001. 
Goliarda Sapienza, Ancestrale, prefazione e cura di Angelo Pellegrino; postfazione di Anna Toscano, Milano, La Vita Felice, 2013. 
Leonardo Sciascia, Sulla fotografia, a cura di Diego Mormorio, Mimesis, 2021.

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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, in corso di stampa.

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