Dal gesuanesimo al cristianesimo
Il nuovo libro di Vito Mancuso su Gesù e Cristo (Garzanti) sta avendo un’ampia risonanza mediatica e, malgrado la sua mole (800 pagine!) promette fin da ora di essere un altro successo editoriale dell’autore, dopo quelli che lo hanno reso famoso per la sua scelta di dare del cristianesimo una lettura spregiudicata, che prescinde dai dogmi della Chiesa.
Una posizione che si può, a seconda dei punti di vista, giudicare “aperta”, oppure “ambigua”, e che esonera Mancuso dal rispetto delle verità di fede, permettendogli al tempo stesso di rivendicare il titolo di “teologo”.
Su questa linea si muove anche la rilettura che Mancuso propone della figura di Gesù. Non è più possibile, secondo l’autore, sostenere, come ha fatto la Chiesa nella sua storia bimillenaria, che alla base della nostra fede stia la vicenda storica di un uomo che era effettivamente il Messia, il Cristo, come lo proclama Pietro a Cesarea di Filippo, secondo il racconto di Marco (8,29), o in cui era addirittura presente il Logos fatto carne, come si legge nel Prologo del vangelo di Giovanni (1,14). Per Mancuso il personaggio Gesù Cristo non è mai esistito.
E allora? Il cristianesimo è sorto dal nulla? No, certo, spiega l’autore. Ma alla sua origine c’è stata la figura – tutt’altro che rara, nel mondo ebraico – di un ebreo osservante, profeta escatologico-apocalittico e guaritore, che non pensava affatto di essere il Figlio di Dio, ma che annunciava l’imminente venuta del Regno, cioè della liberazione di Israele dal dominio degli occupanti romani e, soprattutto, dal potere religioso degli ebrei collaborazionisti.
L’avventura di questo rivoluzionario, come quella di tanti altri della storia ebraica, si è conclusa con la sua finale sconfitta e la sua storia sarebbe caduta nell’oblìo se non fosse stata ripresa, reinterpretata e trasfigurata da due suoi seguaci – uno diretto, Simone detto Pietro, e l’altro postumo, Paolo –, a cui si deve effettivamente la nascita della nuova religione. Sono stati loro che, andando al di là della fede ebraica praticata da Gesù e che possiamo chiamare gesuanesimo, ne hanno elaborato una del tutto diversa, centrata sulla sua persona, che è stata il cristianesimo. È stato Pietro – come evidenzia l’episodio di Cesarea – il primo a sovrapporre la identità mitica del Messia, del Cristo, al volto reale dell’uomo Gesù. Paolo poi ha ulteriormente trasformato questa immagine, facendo di lui il Figlio di Dio crocifisso e risorto
E mentre della prima religione, quella da Gesù, non è rimasto neppure il ricordo, la seconda, fondata da Pietro e Paolo, ha avuto diffusione in tutto il mondo ellenistico, dando luogo a una Chiesa sempre più strutturata, a una dottrina incentrata su dogmi ritenuti infallibili e a un culto organizzato.
Dunque, per Mancuso, «Gesù e Cristo sono due personaggi diversi». Uno reale, l’altro creato e creduto dalla comunità primitiva. «Gesù è storia, Cristo è idea» [1]. E basta rileggere i vangeli con questa consapevolezza per cogliere facilmente questo dualismo: «Gesù è un nome ebreo; Cristo è un nome greco. Ma non è solo una questione di nomi»: «Gesù nacque a Nazaret; Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno; Cristo era il Figlio unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle; Cristo era figlio unico. Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista; Cristo era cugino del Battista e non aveva bisogno di nessun maestro. Gesù non si capisce senza il Battista; Cristo non si capisce senza Pietro e senza Paolo».
Quel che è chiaro, in questa prospettiva, è l’infondatezza della fede cristiana professata nel “Credo” e che considera l’incarnazione di Dio «un evento storico (…) uno spartiacque prima del quale le cose erano in un modo e dopo del quale le cose sono mutate in un modo tutto diverso, a cui è necessario credere e partecipare per potersi salvare».
Così come è infondata tutta la costruzione teologica di Paolo, che, sulla scia di Pietro, ha trasformato la sconfitta storica di un semplice rivoluzionario ebreo nel sacrificio del Figlio di Dio, che offre liberamente la sua vita per redimere l’umanità dal peccato originale. Dando luogo, così, a una religiosità in cui tutta la vita umana viene posta sotto il segno angoscioso della colpa.
Ciò che è vecchio e ciò che è nuovo nella teoria di Mancuso
Non è questa, evidentemente, la sede per una puntuale analisi critica di queste affermazioni. Si può subito osservare, però, che la contrapposizione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede fatta da Mancuso non è affatto originale. Essa risale a una celebre conferenza di Martin Käler, nel 1892 e, da allora, ha costituito il filo conduttore di quelle interpretazioni dell’evento cristiano che, contrapponendosi a quella delle Chiese, volta a volta hanno privilegiato il personaggio storico, Gesù, spogliandolo della sua aura divina – come ha fatto Ernest Renan nella sua celebre Vita di Gesù (1863) –, oppure, come Rudolf Bultmann in Nuovo Testamento e Mitologia (1941), hanno enfatizzato il ruolo creativo della primitiva comunità cristiana nell’elaborazione della nuova fede, valorizzando esclusivamente il significato esistenziale dell’annuncio e arrivando a mettere perfino in dubbio l’esistenza storica di Gesù.
Quello che costituisce l’originalità della posizione di Mancuso, in questa storia ermeneutica, è che egli da un lato nega l’identificazione tra Gesù e Cristo fatta dal cristianesimo tradizionale, dall’altro però rifiuta di metterli in alternativa e di scegliere uno dei due a scapito dell’altro.
«Il punto, infatti, è che Gesù e Cristo, la Storia e l’Idea, non si escludono a vicenda, non sono tra loro per nulla incompatibili; anzi, dato che rappresentano due dimensioni costitutive di ognuno di noi, Gesù e Cristo hanno in realtà bisogno l’uno dell’altro, così come ognuno di noi ha bisogno sia della Storia sia dell’Idea».
Dopo aver portato le ragioni per differenziare i due personaggi, egli propone, dunque, di mantenere entrambi al cuore di un possibile neo-cristianesimo che sia rispettoso della storia, ma non rinunzi all’idea. «È importante – spiega l’autore – distinguere per poi unire a un livello più alto». «Il mio scopo, quindi, non consiste nel separare definitivamente Gesù e Cristo distruggendo la loro bimillenaria simbiosi, come molti hanno fatto e continuano a fare; consiste piuttosto nel separarli per poi ricostruirne la simbiosi su basi nuove, in modo che torni a essere accettabile per la coscienza contemporanea».
Da qui il titolo del libro: non “Gesù Cristo”, ma “Gesù e Cristo”, dove la “e” non accentata indica la distanza e al tempo stesso la congiunzione tra le due figure.
Una salvezza senza redenzione
Ma qual è il contenuto dell’“idea” che deve sempre essere associata alla storia? Mancuso lo chiarisce ribadendo il significato della sintesi che egli pone al cuore del suo “neo-cristianesimo”: «Abbiamo bisogno sia di sapere come andarono realmente le cose, sia di sapere come farle andare avanti noi qui e ora».
Al cuore del cristianesimo non c’è la rivelazione che «Dio è amore» (1Gv 4,8), che egli ha voluto donarsi, nel suo Figlio, per la nostra salvezza, ma un altissimo messaggio morale, che ci insegna come dobbiamo vivere per realizzare pienamente la nostra umanità. La «Buona Notizia» non è che Dio viene a salvarci, ma che noi possiamo salvarci da soli, liberandoci dall’idea di essere immersi in uno stato di peccato da cui possiamo essere riscattati solo da un Altro.
E poiché «non è un evento sacrificale, (a cui si partecipa mediante i sacramenti, battesimo ed eucaristia, quello che la grande tradizione ha sempre pensato) che ha cambiato il corso della storia», per conseguire questa «salvezza senza redenzione», secondo Mancuso,
«il mezzo salvifico è l’etica, è la vita buona, è la vita giusta. Questa etica professata e vissuta non fa altro che esprimere una logica eterna (…). Cristo non è colui che salva perché ha offerto il suo corpo sulla croce con un sacrificio, con il suo sangue, con l’espiazione del peccato originale, ma è colui che salva nella misura in cui aderiamo a questa logica eterna che da sempre accompagna il mondo e che il lui si è manifestata».
A questo scopo, secondo l’autore, non è indispensabile credere nel vangelo, perché le tracce di questo messaggio morale sono disseminate in egual misura in tanti altri testi che racchiudono la grande tradizione spirituale dell’umanità. A titolo di esempio egli cita il capitolo 125 del Libro dei morti dell’Antico Egitto, scritto 1.500 anni prima del cap. 25 del vangelo di Matteo – quello in cui il Figlio dell’uomo dice ai salvati: «Ebbi fame e mi avete dato da mangiare, ebbi sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito…» – in cui si leggono espressioni analoghe: «Ho onorato Dio con ciò che egli ama. Ho dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, una veste all’ignudo e una barca a chi non l’aveva».
Questo non significa che la religione debba essere ridotta all’etica. «La forza del cristianesimo deve essere la sua capacità di tornare a ripresentarsi come teoria della salvezza e come teoria delle cose ultime, come contatto, comunione con l’eterno». Questo contatto, però, non comporta la verità dogmatica di una rivelazione storica.
È significativo che Mancuso faccia riferimento a Paul Knitter, un teologo, che già molti anni fa aveva contestato l’affermazione contenuta negli «Atti degli apostoli» (4,12), secondo cui in nessun altro nome può esserci salvezza se non in quello di Gesù. Per Knitter «c’è più nel Cristo/Logos che nel Gesù storico. Il Cristo può comparire, in modi diversi ma reali, in altre tradizioni e figure storiche, all’infuori di Gesù» [2] Per lui «il nome al di sopra di ogni altro nome – il Cristo – può andare sotto molti nomi storici: Rama, Krishna, Isavara, Purusha, Tathagata» [3] .
A chi, cristiano, fosse rimasto perplesso di fronte a questo universalismo, Knitter spiegava che esso non esclude affatto l’adesione convinta alla propria fede, come la consapevolezza della relatività dei giudizi estetici non impedisce a un uomo di affermare che sua moglie è la donna più bella del mondo, senza la pretesa, ovviamente, che questo giudizio sia fondato nella realtà.
Anche per Mancuso Dio è presente in ogni religione, non perché tutte provengano da un Ente trascendente, ma perché esse esprimono il divino che c’è già nell’umano e che non va cercato altrove. È in questa logica che, presentando il suo libro al Palazzo Ducale di Genova, davanti alla domanda se Gesù fosse solo un uomo o anche Dio, ha risposto:
«Era sia uomo che Dio, ma bisogna capire cosa si intende con questa espressione. Tra umanità e divinità non c’è un fossato invalicabile. Come dicono le grandi religioni, noi dobbiamo arrivare a sentire questa identità che sta tra il mistero divino e il mistero umano, quindi sì, Gesù era il figlio di Dio ma non era l’unico, sono convinto che anche qui in questa sala ce ne sono, perché il divino non è “altro” rispetto all’umano, ma piuttosto la perfezione dell’umano. Gesù ha portato a compimento la missione di essere a immagine e somiglianza di Dio».
Si trova qui il fondamento ultimo della nuova versione della salvezza, non più dovuta all’amore di un Dio personale – che si dona, nel suo Figlio, scendendo fin negli abissi più tenebrosi del male del mondo per redimere le sue creature che ne sono schiave –, bensì la presa di coscienza da parte nostra che non dobbiamo aspettare nessun Salvatore, perché noi stessi siamo “Figli di Dio” al pari di Gesù, e quindi in grado di salvarci esercitando la nostra libertà.
Si può unire ciò che si è separato?
È la conferma di quanto si anticipava all’inizio a proposito della liquidazione, da parte di Mancuso, della fede bimillenaria della Chiesa. Fede – espressa, quando ancora essa era indivisa, dal concilio di Nicea (325) e ribadita da quello di Costantinopoli (381) – «in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». La teologia dell’autore non si pone nell’alveo di questa tradizione, ma rompe decisamente con essa, al punto da farci chiedere se sia legittima l’espressione, da lui usata, «neo-cristianesimo».
Mancuso la difende sottolineando che, in definitiva, nella sua sintesi sono recuperati entrambi i termini della formula tradizionale, anche se una “e” indica la necessità di riconoscere la loro differenza. È ciò che egli chiama «distinguere per unire a un livello più alto». In realtà la sua stessa terminologia tradisce un equivoco quando, invece di «distinguere» Gesù da Cristo, parla di «separarli per poi ricostruirne la simbiosi su basi nuove».
Perché la distinzione si dà tra aspetti di una stessa realtà – sono distinti il colore di un oggetto e la sua larghezza – e può quindi valere se si vuole marcare la differenza tra l’umanità di Gesù e la sua divinità mantenendo ferma l’unità della sua persona. Quello che Mancuso fa, invece, è di distribuire queste caratteristiche su due personaggi diversi, radicalmente separati l’uno dall’altro, e spesso contrapposti l’uno all’altro. La sua, perciò, di fatto non è una distinzione, ma una separazione, come lui stesso in qualche espressione ammette. Ma a questo punto si tratta di unire due figure – una storica, l’altra mitica – tra loro eterogenee. E questa, più che una «simbiosi», è una somma arbitraria di realtà differenti.
Tanto più problematica appare questa operazione in quanto, come ha osservato Andrea Grillo, Mancuso resta fin dall’inizio prigioniero di una logica positivistica che contrappone i fatti storici e ciò che non si riduce ad essi, escludendo a priori la loro compenetrazione. Ma «utilizzando da un lato una storia appiattita sui fatti e dall’altro un dogma che prescinde dalla storia, non si può che arrivare alle “vite parallele” di Gesù e di Cristo» [4]. E le parallele, per quanto ci si sforzi, non si possono far incontrare.
Ma in questo modo si elimina l’essenza del cristianesimo, che sta precisamente nella prospettiva della comunione totale tra Dio e l’uomo, di cui la persona di Gesù Cristo è la piena realizzazione. Dio non è più lontano e non si manifesta attraverso dei mediatori, come in altre religioni, ma viene personalmente a condividere la nostra condizione umana, in tutto fuorché nel peccato. Questa è stata fin dall’inizio la carica rivoluzionaria della rivelazione cristiana, quella che duemila anni fa ha provocato la reazione dei contemporanei di Gesù, scandalizzati e decisi a lapidarlo «perché – gli dissero – tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). Ed essa viene cancellata dalla lettura di Mancuso.
Così come non è vero che Dio ci ama tanto da assumere la nostra umanità, venendo a condividere la nostra vita, anche nei suoi aspetti più problematici e drammatici, prendendo su di sé la sorte di tutti i crocifissi della storia. Quello che conta è scoprire – con l’aito del vangelo o di qualunque altro testo sacro che la esprima – «la logica eterna» del bene e del male e Cristo non è Dio nostro fratello, bensì «colui che salva nella misura in cui aderiamo a questa logica eterna che da sempre accompagna il mondo e che il lui si è manifestata».
Certamente, si può ammirare lo sforzo intellettuale che ha portato Mancuso a questa articolata elaborazione concettuale e rispettare la «fede personale» che egli può mantenere viva – ci dice – grazie ad essa. Ma questo non è più il cristianesimo.
Neo-cristianesimo o post-cristianesimo?
Queste osservazioni critiche non devono far dimenticare che il tentativo di Mancuso nasce dall’esigenza, pienamente condivisibile, di una rilettura dell’annuncio cristiano che lo renda di nuovo accessibile e attraente per gli uomini e le donne del nostro tempo. È l’autore stesso a descrivere il quadro in cui il suo libro è maturato: «Oggi la maggior parte degli occidentali si dice del tutto serenamente non-cristiana (…). Il progressivo declino del cristianesimo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti e un processo, a mio avviso, inarrestabile».
Le previsioni, infatti, non sono confortanti: «Gli occidentali avranno sempre meno a che fare con il cristianesimo, di cui non conoscono la dottrina e la storia, non frequentano i riti, non ne leggono il libro sacro, non accettano i valori, ignorano le preghiere. Dal punto di vista religioso qui in Occidente siamo di fatto in una situazione descrivibile come “post-cristiana”».
Da qui il proposito di contribuire alla nascita di «quella che Teilhard de Chardin chiamava “Religione a misura della nuova Terra”», nella convinzione, espressa dal teologo gesuita, «che sia il Cristianesimo – purché opportunamente pensato e ripensato – a contenerla in nuce».
Siamo dunque davanti a uno sforzo che merita rispetto anche da parte di chi, come chi scrive, non lo considera riuscito. A patto, però, di tenere sempre presente che l’essere diventati minoranza non è di per sé un motivo, per i cristiani, di cambiare le loro certezze fondamentali.
Il vangelo di Giovanni racconta che anche Gesù fu abbandonato dalle folle, che in un primo momento lo avevano seguito con entusiasmo e che poi si trovarono disorientate e scandalizzate davanti al suo insegnamento, non a caso, quello che riguardava il mistero divino della sua persona: «“Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (…) Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo»” E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”? (…) Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6, 35-42. 66).
Non entriamo nel merito della storicità dell’episodio. Esso è comunque di sicuro una testimonianza che la comunità cristiana primitiva, in cui questo testo è stato custodito, era ben consapevole della difficoltà di fondo del messaggio cristiano, la coincidenza nella stessa persona del «figlio di Giuseppe» e di colui che è «disceso dal Cielo».
Nella sua storia la Chiesa ha cercato di ridurre l’impatto spiazzante di questo scandalo, evidenziando la ricaduta umana del messaggio e ritraducendolo, di epoca, nei termini più comprensibili alla sensibilità del tempo. Senza però rinunziare al suo contenuto dirompente.
L’alternativa proposta da Mancuso, invece, è la riduzione del cristianesimo a una delle tante religioni che considerano Gesù, al pari di Buddha, di Confucio, di Lao Tze e di tutti i grandi spiriti della storia, come maestri di saggezza umana. Niente partecipazione alla croce e alla resurrezione di Cristo mediante i sacramenti, niente comunità fraterna riunita intorno all’eucaristia. Rimane la coscienza individuale. «Non c’è nessuna istanza superiore alla coscienza, alla mia coscienza, alla coscienza umana. Io penso che obbedendo alla coscienza si obbedisca allo Spirito Santo».
Ma questa non è la cura del cristianesimo in difficoltà, è la sua eutanasia. Un rinnovamento cercato per la triste constatazione che le chiese sono vuote si conclude con l’abolizione delle messe, che le rende superflue. In questo modo la proposta di Mancuso, motivata dall’accorata denuncia di «una situazione descrivibile come “post-cristiana”», finisce per essere, più che un neo-cristianesimo, una forma emblematica di post-cristianesimo.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Tutte le citazioni sono tratte dall’articolo pubblicato su «La Stampa» del 9 dicembre 2025 e da un’intervista rilasciata lo stesso giorno al «Corriere della Sera», in cui Mancuso stesso espone sinteticamente l’essenziale della propria posizione, spesso riportando alla lettera brani del libro.
[2] P. Knitter, La teologia cattolica delle religioni a un crocevia, in «Concilium» 22 (1986), n.1:139-140.
[3] Id., Nessun altro nome? Un esame critico degli atteggiamenti cristiani verso le religioni mondiali, tr. C. Danna, Queriniana, Brescia 1991:101.
[4] A. Grillo, Il romanzo su Gesù, Cristo e Vito, in «Settimana News» del 1 dicembre 2025.
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Giuseppe Savagnone, dal 1990 al 2019 è stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito «www.tuttavia.eu, pubblicandovi settimanalmente un editoriale nella rubrica “Chiaroscuri”. Scrive per quotidiani e periodici e collabora con «Tv2000», «Radio in Blu», «Radio Vaticana» e «Radiospazionoi». Nel 2010 ha ricevuto il premio «Rocco Chinnici» per l’impegno nella lotta contro la mafia. Tra le sue pubblicazioni, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella Editrice, Assisi 2015; Il gender spiegato a un marziano, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016; Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, Edizioni Dehoniane, Bologna 2018, Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova, Edizioni Dehoniane, Bologna 2021.
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