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Il turismo non è sviluppo. Quando i luoghi diventano merci
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 03:07 In Cultura,Società | No Comments
CIP
di A. Battista Sangineto
C’è stato un tempo in cui il mare era semplicemente il mare, un paese era il luogo in cui si viveva e non un borgo, un sito archeologico apparteneva alla storia prima ancora che all’economia. Oggi quasi ogni cosa può diventare un prodotto turistico. Il mare porta i turisti, il paese trasformato in cartolina li attira, l’archeologia li convince a fermarsi, la storia diventa un racconto da vendere. Da qualche decennio, quando si parla del futuro della Calabria, del Mezzogiorno e dell’Italia, il turismo è diventato la parola che sembra tenere insieme tutto: patrimonio e sviluppo, bellezza e investimenti, territorio e mercato. Tanto che ci sembra ormai naturale pensare che ciò che un luogo possiede acquisti valore soprattutto quando riesce ad attirare qualcuno che viene da fuori.
Eppure questa conclusione, che l’aumento del turismo coincida con lo sviluppo, viene raramente sottoposta a verifica, soprattutto in una regione come la Calabria, alla quale da decenni viene ripetuto che il turismo rappresenterebbe una delle poche, se non l’unica, possibilità realistica di crescita. È una retorica pubblica, alimentata da governi e amministrazioni a ogni livello, che presenta il turismo quasi sempre come soluzione e quasi mai come problema. È anche una forma di quello che Cersosimo ha chiamato “normocentrismo”, la tendenza a fare del centro la misura di tutte le cose e a considerare i margini come realtà incomplete, destinate a conformarsi a modelli definiti altrove (Cersosimo 2026). La grancassa calabrese del “più turismo” è così assordante che la domanda più semplice rischia di apparire persino fuori luogo: è davvero questo ciò di cui hanno bisogno i nostri territori?
Non è necessario negare che il turismo produca ricchezza per mettere in dubbio questa equazione, perché il turismo è un’attività economica e, come tale, può produrre redditi, occupazione, rendita e profitti. La letteratura economica aveva già segnalato il problema della dispersione della spesa turistica fuori dall’economia locale (Britton 1982; Hohl, Tisdell 1995), mentre gli studi più recenti sulla “turistificazione” hanno mostrato gli effetti della crescita turistica sui mercati immobiliari, sugli usi dello spazio e sulle condizioni della residenza, per esempio, a Barcellona (Tozzi 2020; Cocola-Gant 2023).
L’incidenza della spesa turistica sull’economia regionale, da sola, non dimostra che il turismo produca sviluppo. Quando si guarda ai redditi e alla qualità del lavoro, il quadro è assai meno confortante. La spesa turistica pesa per l’11,5% dei consumi interni calabresi, più della media nazionale del 10,2% (Osserva Calabria 2026, su dati Banca d’Italia 2026), eppure nel 2024 la retribuzione media annua lorda del lavoro dipendente privato era la più bassa d’Italia, 15.880 euro contro i 24.486 della media nazionale (CGIA di Mestre, Ufficio Studi 2026). Secondo i dati INPS elaborati da Federalberghi (2025), nel 2024 il numero dei dipendenti del settore turistico oscillava fra circa 21.000 nei mesi invernali e oltre 47.000 ad agosto, con il 71% inquadrato in part-time e l’86% come operai. Anche l’allungamento della stagione, da solo, non basterebbe a modificare la composizione di un’occupazione caratterizzata dalla forte stagionalità, dal ricorso al part-time e dalla prevalenza di mansioni operaie. E questo non è il profilo di un’economia che porta una regione fuori dal sottosviluppo.
Secondo i dati del Censimento permanente riferiti al 2023, in Calabria si contano 1.391.674 abitazioni per 1.838.568 residenti, una casa ogni 1,3 abitanti (Istat 2025; Istat 2026c). Di queste abitazioni, 587.521, pari al 42,2% del totale, sono vuote oppure occupate soltanto da persone non residenti, una quota superata soltanto in Valle d’Aosta e in Molise (Istat 2026a). Le abitazioni di questa categoria non si trovano soltanto nelle aree costiere o montane a vocazione turistica. Nell’area urbana cosentina, che comprende Cosenza, Rende e Montalto Uffugo, sono 12.482 su 68.712, pari al 18,2% del patrimonio abitativo (elaborazione su dati Istat 2026c). Il problema, dunque, non riguarda soltanto le seconde case per le vacanze: è il complesso del patrimonio abitativo a risultare sproporzionato rispetto alla popolazione.
Questa sproporzione abitativa ha una storia insediativa di lungo periodo. La risalita verso le alture, che dalla fine dell’antichità aveva portato molte comunità ad abbandonare le pianure e le coste (Sangineto 2021), fu seguita molto più tardi, fra Ottocento e Novecento, da una discesa verso le aree pianeggianti e litoranee. Nel quadro delle trasformazioni economiche e sociali della Calabria postunitaria, l’emigrazione contribuì intanto a svuotare molti paesi dell’interno e delle alture (Bevilacqua 1985: 142-183). Ben diversa, per tempi e caratteri, fu l’espansione edilizia costiera, che si intensificò negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento (Bonavita 2012; Foresta 2018) e che la Regione Calabria ha ricondotto alla cosiddetta “marinizzazione”, legata in buona misura all’attività turistica (Regione Calabria 2003). La nuova urbanizzazione costiera si fondò sulla diffusione delle seconde case, spesso concepite per essere abitate soltanto per pochi mesi all’anno (Bonavita 2012). La sproporzione fra edificazione e popolazione è misurabile: fra il 1971 e il 2011, nei comuni costieri analizzati da Bonavita, esclusi Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone e Lamezia Terme, le abitazioni aumentarono di oltre il 140%, a fronte di una crescita dei residenti di appena l’11% (Bonavita 2012). Nel 2016, inoltre, l’87,2% dei posti letto turistici regionali si concentrava sulle coste (Regione Calabria 2019).
Mentre tutto questo edificato testimonia il fallimento di decenni di espansione cementizia, continuiamo a pensare che la soluzione sia attrarre nuova domanda dall’esterno, anziché domandarci perché la regione non abbia trattenuto la propria popolazione, che fra il 2001 e il 2024 è diminuita di circa 177.000 residenti, l’8,8% (Istat 2006; Istat 2026b). La retorica pubblica della “valorizzazione” incontra così quella della “turistificazione”, e una regione che non è riuscita a sostenersi come economia stabile per chi la abita si propone di reinventarsi come economia dell’ospitalità per chi la visita (Montanari 2013). Il problema non è assegnare una funzione turistica alle abitazioni non occupate da residenti, ma chiedersi perché una regione con questo patrimonio, con città che perdono popolazione e università che formano migliaia di giovani, continui a pensare il proprio futuro solo come capacità di vivere di turismo.
Quello del turismo estrattivo, del resto, non è un problema solo calabrese o italiano. A Lisbona come a Roma, a Barcellona come a Venezia, la crescita dell’economia turistica è entrata in conflitto con il valore residenziale e sociale dei luoghi (Settis 2014; Giuzio 2024; Cocola-Gant 2023; Alexandri et alii 2026). Gli studi sulla “turistificazione” non si limitano a esaminare il sovraffollamento turistico, ma analizzano anche le trasformazioni degli usi dello spazio, la pressione sui mercati immobiliari, la sostituzione delle attività rivolte ai residenti e la perdita dei rapporti sociali che legano le persone ai luoghi (Cocola-Gant 2023; Hidalgo et alii 2023).
Nel caso di Napoli, per esempio, la conversione di parte del patrimonio residenziale in alloggi turistici e i processi di espulsione connessi alla trasformazione del centro storico sono stati documentati. Napoli mostra bene perché il problema non possa essere ridotto alla semplice alternativa fra turismo e abbandono, dal momento che la città continua a essere abitata, attraversata, vissuta (Esposito 2023; Silva, Tozzi 2022; Tozzi 2022: 89, 94). Proprio questa vitalità, tuttavia, può diventare, come ho sostenuto altrove (Cosenza 2026), una risorsa da estrarre, poiché non soltanto i musei e il patrimonio culturale, ma anche la storia, il cibo, i mercati, i bassi, la pizza, lo street food, le strade e persino le immagini dei quartieri possono fornire all’economia turistica valore e rendita. Il problema, dunque, non è soltanto quanti turisti una città riesca ad attirare, ma quale parte della città venga progressivamente organizzata intorno alla loro presenza e che cosa questo comporti per chi la abita.
Non si tratta di stabilire se il turismo sia “buono” o “cattivo”, ma di interrogarsi sulla funzione che gli abbiamo attribuito: portare una regione dal sottosviluppo allo sviluppo trasformando in valore economico ciò che il territorio possiede. Il turismo non si limita a utilizzare un territorio, ma lo consuma, mentre il capitale che vi opera ne estrae il valore accumulato nel corso dei secoli e dei millenni. Il visitatore acquista una camera o un pasto, ma consuma anche un paesaggio, una città, una storia e modi di vivere che l’impresa turistica non ha prodotto e che, venduti, diventano merci. Il profitto può essere immediato e privato, mentre il costo della trasformazione ricade sul territorio e sulla società che lo abita.
La “turistificazione” si inserisce in processi più ampi, nei quali il patrimonio abitativo è considerato un bene finanziario (Giuzio 2024; Gainsforth 2025). Un recente studio sulle città dell’Europa meridionale (Alexandri et alii 2026) legge insieme “gentrificazione”, “turistificazione” e finanziarizzazione immobiliare come aspetti di uno stesso processo, nel quale la casa perde la funzione di spazio della riproduzione sociale per diventare strumento di investimento e di estrazione della rendita. Anche la retorica della valorizzazione turistica, letta così, si rivela appropriazione del valore prodotto dal territorio. È il meccanismo che Macaluso e Teti chiamano “paese-market”, un luogo che, come ogni mercato lasciato a sé stesso, «non redistribuisce, ma concentra» (Macaluso, Teti 2026).
La questione degli alloggi rende particolarmente evidente il costo sociale della “turistificazione”. Nelle città sottoposte a maggiore pressione turistica, una parte del patrimonio abitativo viene sottratta alla residenza e destinata a usi più redditizi, mentre per chi vive di lavoro e non di rendita trovare una casa a un prezzo sostenibile diventa sempre più difficile. Le proteste che negli ultimi mesi stanno attraversando le città europee mostrano che la questione non riguarda più soltanto il numero dei turisti o la pressione esercitata sulle città, ma anche la possibilità stessa di continuare ad abitarle (Kassam 2026).
Da archeologo, non posso accettare che il patrimonio della cultura sia considerato semplicemente una risorsa da mettere a reddito, perché è il risultato materiale di una lunga storia di rapporti fra società e territorio, testimonianza di modi di abitare che si sono formati nel tempo. La fine di un mondo non coincide sempre con la scomparsa delle sue forme materiali, che possono sopravvivere a lungo alla civiltà che le aveva prodotte (Wickham 2005; Sangineto 2026b). Il patrimonio non è soltanto urbs, l’insieme delle forme materiali che il tempo ci ha consegnato, ma è inseparabile dalle civitates, dalle comunità che hanno costruito, abitato e trasformato quelle forme nel corso della storia, come già ricordava Nicia agli ateniesi in ritirata da Siracusa, quando diceva che “ἄνδρες γὰρ πόλις, καὶ οὐ τείχη οὐδὲ νῆες ἀνδρῶν κεναί”, ossia che la città sono gli uomini e non le mura né le navi vuote di uomini (Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII, 77, 7). Separare il patrimonio dalla società che lo ha prodotto significa rischiare di conservarne le forme e di perderne il significato. Un monumento, un centro storico, un paesaggio archeologico non sono semplicemente cose che possediamo e che possiamo mettere a valore, ma sono porzioni viventi di una storia ancora leggibile nei luoghi e, proprio per questo, appartengono anche al presente di chi quei luoghi li abita (Settis 2014; Sangineto 2026a).
Lo sviluppo è, scriveva Pasolini negli Scritti corsari, «un fatto pragmatico ed economico»; il progresso una nozione «ideale (sociale e politica)» (Pasolini 1975: 220). La distinzione è decisiva, perché la crescita economica non comporta necessariamente un progresso sociale. Se una città guadagna visitatori ma perde residenti, se il valore degli immobili aumenta mentre si restringe la possibilità di abitarvi, se il patrimonio viene visitato sempre più mentre la società che lo ha ereditato si impoverisce, la crescita turistica può accrescere il valore economico dei luoghi e insieme consumare le condizioni materiali e sociali che li rendono abitabili. Chiamare tutto questo sviluppo, come fa la retorica pubblica, significa confondere la crescita del mercato turistico con il progresso di chi quei luoghi li abita.
La proposta di governare il turismo, invece di limitarsi a promuoverlo, nasce dalla constatazione che gli affitti brevi, presentati come forma di economia della condivisione, siano diventati in molti casi strumenti di speculazione finanziaria. Governare il turismo significa intervenire sulla destinazione delle abitazioni, sull’uso dello spazio, sulla qualità del lavoro e sulla distribuzione dei benefici. Regolare un’attività economica, tuttavia, non significa farne una promessa di sviluppo. Anche nella sua forma meglio regolata, infatti, il turismo continuerebbe a estrarre valore da un patrimonio che si rigenera con difficoltà, perché costituito da paesaggio, storia e forme di vita. La regolazione può contenerne i danni, ma non sostituire la costruzione di un’economia capace di rinnovarsi attraverso il lavoro, la conoscenza e la produzione (Tozzi 2022: 96).
La Calabria potrebbe investire nella trasformazione e nell’esportazione agroalimentare, come aveva dimostrato l’esperienza della cooperativa Coras, il cui marchio arrivò a essere presente sul 40% degli agrumi consumati in Emilia-Romagna e Lombardia (Ferrara 2025); nella meccanica e nell’elettronica; nelle tecnologie per l’energia e l’ambiente e nella ricerca biomedica, con esperienze nate anche all’Università della Calabria; e soprattutto nel software e nei servizi digitali, con gli spin-off 3DResearch e Cal-Tek e la sede calabrese di NTT Data (Università della Calabria 2026; NTT DATA Italia 2024). Uno studio sui sistemi produttivi ad alta tecnologia nel Mezzogiorno individua proprio questi ingredienti, impresa esogena, capitale umano, ricerca universitaria, segnalando però che tutto dipende dall’intervento pubblico, la cui efficacia si è notevolmente ridotta (Cersosimo, Viesti 2013). Sono, per ora, “punti” di innovazione in una rete ancora fragile: alla metà del 2024 le startup innovative erano appena il 2,81% delle società di capitali calabresi attive, costituite da non più di cinque anni, una delle incidenze più basse in Italia (InfoCamere 2024). La diffusione dell’innovazione resta circoscritta e Cersosimo (2026) descrive questa condizione con l’efficace immagine del passaggio dalle “macchie di leopardo” ai “punti di ghepardo”.
Abbiamo passato decenni a costruire case per una popolazione che diminuiva. Abbiamo consumato il paesaggio per costruire un’economia che non è riuscita a trattenere i suoi abitanti e ora ci viene proposto di consumare quel che resta dei luoghi vendendolo ai turisti. Abbiamo trasformato il patrimonio della cultura in una risorsa economica e ora misuriamo il successo della sua valorizzazione contando quanti voli dall’estero portano visitatori che vengono a consumarlo come una merce. Misuriamo, ormai, il valore dei nostri territori dalla capacità di attrarre chi li visita, non da quella di trattenere chi li abita, ed è così che finiamo per chiamare sviluppo ciò che ci impoverisce.
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