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Il turismo degli intellettuali degli anni ’60. Quando Orgosolo era il centro del mondo

Murale di Francesco Del Casino

Orgosolo, Murale di Francesco Del Casino

di Francesco Del Casino

Credo che quello che io ed altri abbiamo chiamato “turismo politico-culturale” ad Orgosolo abbia avuto origine dalla presenza in paese nel 1952 di quello strano personaggio di antropologo che si chiamava Franco Cagnetta, come testimoniato anche dal regista Vittorio De Seta in un dettagliato articolo scritto intorno al ‘59-‘60. De Seta dice chiaramente che quando arrivò in paese per girare i suoi due primi bellissimi documentari a colori ebbe da Cagnetta tre nominativi di orgolesi che lo potevano aiutare. Si trattava di Umberto Goddi, Pasquale Marotto e Mario Battasi detto “Caribello”. Questi tre nomi si ritroveranno quasi sempre legati agli intellettuali, ai fotografi, ai giornalisti e ai politici che successivamente frequenteranno Orgosolo. Anche io, nel mio piccolo, fui un punto di riferimento anche se in modo più casuale.

Nell’ottobre del 1965 arrivai dalla Toscana ad Orgosolo per assumere l’incarico di insegnamento di Educazione artistica nella scuola media del paese. Avevo vent’anni, non conoscevo nessuno, ma avevo visto il film “Banditi a Orgosolo” di De Seta. La visione di quel film mi condizionò a tal punto che, posto davanti alla scelta della sede di insegnamento, indicai come prima opzione Orgosolo. Ero curioso di vedere se il regista di quel bellissimo film, aveva raccontato una storia di fantasia o aveva rappresentato la realtà.

banditi-a-orgosoloQuando arrivai in Sardegna non conoscevo assolutamente niente di quella grande isola. Avevo visto soltanto delle illustrazioni di quelle strane torri di pietra chiamate nuraghi. La Costa Smeralda iniziava appena a nascere e ancora non appariva sui rotocalchi. Anche il banditismo sardo era poco noto e non faceva notizia. L’unico bandito che conoscevo era il bandito Giuliano, le cui gesta trovavo nelle pagine dell’Europeo che sfogliavo nella sala d’aspetto del dentista. Del canto “a tenore” non sapevo assolutamente nulla tanto che la prima volta che in piazza “Su Ponte” sentii provenire da dentro una bettola un coro di quel genere lo scambiai per lo “scacciapensieri” siciliano. che è uno strumento musicale e non vocale.

In quel periodo ero molto impegnato nel dipingere e cercavo un posto di lavoro che mi desse una certa indipendenza economica, il tanto per comprare tele e colori. L’insegnamento mi interessava ma la priorità per me stava nell’avere uno stipendio fisso.  

Arrivato ad Orgosolo mi ritrovai immerso in un paese profondamente politicizzato e pieno di contraddizioni di ordine sociale. Presi servizio alla scuola media del paese e presi alloggio al Petit Hotel, un alberghetto in pieno centro che disponeva di due sole camerette, il cui tenutario si chiamava Umberto Goddi. II Petit Hotel era situato sopra una barberia dove, oltre ai capelli, si facevano tessere del PCI e si discuteva di politica. Umberto era appena tornato da un viaggio premio in Unione Sovietica per aver raggiunto un numero record di tessere di adesione al PCI. In questo contesto mi fu chiesto quasi subito quale fosse il mio orientamento politico, cosa che mi sembrò un po’ strana.

In quel periodo io ero convintamente cattolico ma leggevo gli scritti di Padre Balducci e avevo sentito parlare di quello strano prete di Barbiana che si chiamava Don Milani. Per dirla con i termini di quegli anni ero un “cattolico conciliare” o meglio ancora “del dissenso”. Il fatto che la domenica andassi alla Messa e facessi la comunione sembrava a molti, in particolare a quelli di sinistra, una cosa curiosa, ma questa mia scelta veniva comunque rispettata.

Mordenti

Giovanni Congiargiu (ph.Adriano Mordenti)

Umberto era un uomo socievole ed intelligente. Da subito cominciò a parlarmi dei problemi del paese e delle cose che più mi interessavano come il film di De Seta. Mi raccontò come era stato costruito il film, come la sceneggiatura veniva creata giorno per giorno, con modifiche continue, e perciò alla fine il film risultò essere pressoché un’opera collettiva a cui aveva partecipato attivamente la gente del paese. Di lì a pochi giorni feci la conoscenza di tutti gli “attori” del film. Ebbi occasione di conoscere anche la protagonista femminile del film, Vittorina, che, prima di emigrare in continente, lavorava come barista.

Proprio nei primi giorni del mio soggiorno a Orgosolo, Umberto mi diede in lettura una rarissima copia della “famosa” Inchiesta di Cagnetta pubblicata da Moravia su Nuovi Argomenti. In seguito ebbi modo di leggere Tutto il miele è finito di Carlo Levi, Diario di una maestrina di Maria Giacobbe e, per merito dei miei amici del PSIUP, i volumi di Emilio Lussu, e della moglie Joyce. Il mio orizzonte si allargava sempre più e venivo a scoprire popoli per me fino ad allora sconosciuti come i Curdi, i guerriglieri della Guinea Bissau, dell’Angola e del Mozambico e l’esperienza dei fuoriusciti antifranchisti spagnoli.

Ricordo che una domenica – era il 1968 – sentii il resoconto di Carlo Gregoretti, giornalista de L’Espresso, che, appena tornato dal Vietnam, raccontava di avere visto un aereo schiantarsi a terra perché abbattuto da un solo colpo di fucile sparato da un vietcong. Fu proprio in quell’occasione che vidi per la prima volta Adriano Mordenti, un giovane fotografo romano, che scattò una sequenza di foto indimenticabili di Giovanni Congiargiu che discuteva con altri compagni sulla giusta lotta dei compagni vietnamiti e delle stupide diatribe fra i partiti comunisti sovietico e cinese. Giovanni era un militante del PCI molto fotogenico e particolarmente irruento nel discutere.

Quel giorno, insieme ai due giornalisti, dopo aver mangiato uova e salsicce a casa di Peppeddu Rubanu, Giovanni ci volle portare a casa sua per farci conoscere la moglie che aveva partorito da pochi giorni la terza figlia Titina. E proprio lì, nella camera della puerpera, si aprì un’accesa discussione sull’uso politico della religione che vedeva come protagonista il parroco, che era un prete anticonciliare e per di più di carattere alquanto astioso. Anch’io non fui risparmiato e mi fu richiesto con insistenza come riuscissi a coniugare il mio impegno politico di sinistra con la mia ancora salda fede cattolica. La discussione andò avanti per almeno due ore fra bicchierini di Vov e biscotti, fortunatamente senza svegliare la neonata. Erano tempi strani …ma belli.

Proprio al Petit Hotel una sera a cena, mi capitò di incontrare i primi “turisti” francesi. Uno era un ingegnere minerario, l’altro era uno strano scrittore di Grenoble. Quest’ultimo era molto conosciuto in paese tanto che lo chiamavano confidenzialmente “Ziu Vissenti” (in realtà il suo nome era Edouard Vincent). La presenza dei francesi era abbastanza consistente perché il film di De Seta aveva avuto un discreto successo in Francia e l’Inchiesta di Cagnetta era stata tradotta e pubblicata accompagnata da una decina di foto di Pablo Volta, Negli anni successivi divenni uno stretto amico di Ziu Vissenti. Era un uomo amabile e gentile ma quando si passava a parlare di politica internazionale manifestava una rigidità filosovietica tipica dei militanti del PCF. Per non parlare poi della sorella – che conobbi alcuni anni più tardi – che era ancora più rigida di lui.

Mentre nei paesi vicini gli insegnanti tendevano a fare gruppo a parte, a Orgosolo questo non succedeva. Ci davamo del tu con tutti anche se non tutti eravamo “compagni”. Mi piaceva questo atteggiamento cameratesco e il termine “compagno” allora assumeva un significato di grande valore. Pensai che la parola “compagno” avesse lo stesso significato che il termine “fratello” aveva avuto fra i primi cristiani.

Il paese di Orgosolo suscitava grande curiosità ed interesse ed era meta di diversi studiosi. C’era chi veniva per fare un reportage fotografico, chi per scrivere un libro, chi per pubblicare un articolo per qualche giornale. Ma prima di tutto si sentivano Amici del paese. Infatti venivano chiamati per nome: Franco era il fotografo Pinna, Pablo, anche lui fotografo, era Volta, Diego era lo studioso di canti popolari Carpitella, Joyce era la scrittrice e militante moglie di Emilio Lussu, Peppino era il giornalista Fiori, scrittore tra l’altro della famosa biografia di Gramsci.

Franco Pinna

Franco Pinna

Per fare un esempio voglio raccontare il mio primo incontro con Franco Pinna. Era la primavera del ’68 verso le due del pomeriggio. Io ed Umberto stavamo chiacchierando quando qualcuno bussò alla porta. Andai ad aprire e mi si parò davanti un uomo con un impermeabile bianco e un sorriso smagliante che a me sembrò bellissimo. Le tasche erano gonfie di esposimetri e obbiettivi, in mano teneva la mitica LEICA ed al collo un’altra fotocamera a pozzetto 6×6. Umberto lo abbracciò e si baciarono, cosa allora rarissima ad Orgosolo. Si bevve un caffè ma la prima cosa che Pinna disse in modo perentorio fu che non poteva trattenersi più di mezz’ora perché quelli de L’Espresso gli davano la caccia e l’indomani doveva essere a Roma in tutti i modi. Dopo più di un’ora in cui aveva parlato con Umberto di amici comuni fra i quali apparivano i nomi di Federico Fellini, di Carlo Levi – quest’ultimo l’anno precedente aveva tra l’altro promesso un quadro in regalo a Umberto – dell’antropologo Ernesto De Martino, e del poeta e politico socialista Rocco Scotellaro, Pinna si alzò deciso a partire ma appena uscito di casa, al bar centrale di ziu Piredda trovò una piccola folla di “compagni” che volevano bere un bicchiere di vino coll’amico romano. E tra un bicchiere e l’altro si andò avanti fino a che l’ultima “corriera” per Nuoro era partita e le capre “mannalittas” avevano invaso la strada principale e i vicoli limitrofi. Allora Umberto prese in mano la situazione e decise di andare al posto telefonico pubblico di Ziu Nicola Monni, il quale fu istruito che alle telefonate provenienti da Roma doveva rispondere che Franco Pinna non era mai passato da Orgosolo: né oggi né domani e forse nemmeno dopodomani. Da quel momento Franco diventò uno dei tanti bevitori di “bianchino” che affollavano i bar. Era diventato, un latitante, protetto dal silenzio generale. 

Pinna non era partito, era rimasto in paese. Il giorno dopo, appena uscito da scuola, lo incrociai mentre entrava in una casetta nel rione di “Guscana”, mi accodai al gruppetto di amici e rimasi con lui fino a notte fonda. Il suo modo di fotografare era particolare. Mi resi conto di come lavorava: per prima cosa si metteva in relazione con le persone parlando di amici comuni e poi quasi di nascosto scattava le foto, ma non molte anche se disponeva di una delle prime macchine capaci di scattare a raffica. Il suo interesse era rivolto innanzi tutto alla gente, poi alle foto.

Nel 1976-77 arrivò in paese un giovanottone proveniente dalla Germania dell’Est, accompagnato da un giovane funzionario del Pci di Sassari. In poco più di una settimana intendeva fare un libro sulla Sardegna, cosa assurda. Il giovane funzionario di partito raccontava a tutti che il giovanotto era un fenomeno: era quello che aveva scattato una foto diventata famosissima dove in primo piano si vedeva un enorme marine americano tenuto sotto tiro da una giovanissima e piccolissima “Vietcong”. La foto era molto significativa ma chi l’aveva fatta, aveva avuto la fortuna, nello scattare decine e decine di foto, di incappare in questa immagine. Il fotografo era stato soltanto un “occhio” alla ricerca di una bella inquadratura. Non gli importava della gente, non ascoltava neanche quello che gli diceva l’interprete. Mi pare di ricordare che non assaggiò nemmeno il porcetto che veniva offerto dai pastori nel loro ovile vicino a Monte Fumai. Poco male, peggio per lui!

Pinna era diverso, ascoltava le persone che aveva davanti, parlava, partecipava alle discussioni e poi, se scattava alcune foto, annotava gli indirizzi per spedire alcune stampe alle persone fotografate. Peccato che allora ad Orgosolo non si desse molta importanza alle foto e molte di queste stampe sono andate perdute. Nella soffitta di Umberto, dove ho dipinto per tutto il primo anno della mia permanenza in paese, avevo visto, in un angolo, un plico di una ventina di foto di Franco tutte contorte dall’umidità Ancora oggi mi pento di non averle rubate.

Di fotografi ad Orgosolo ne sono passati tantissimi Orgosolo è sicuramente il paese più fotografato della Sardegna e spesso le persone fotografate sono le stesse. Ci sono fotografi che sono diventati amici del paese ma altri sono passati quasi inosservati o dimenticati come nel caso della fotografa Sebastiana Papa, di cui Umberto spesso mi parlava. E ancora non ho mai sentito i nomi di De Martis e tantomeno quello di Sheldon Machlin, che in ben due occasioni scattarono in paese almeno un centinaio di foto alle stesse persone fotografate da Volta o da Pinna. Non si è fatto mai menzione dei tre o quattro scatti fatti da Henri Cartier Bresson (fondatore della Magnum) che passò da Orgosolo in occasione forse della festa dell’Assunta, senza bisogno della mediazione di conoscenze paesane. Quando un mio amico fotografo di Sassari mi parlava delle foto di Bresson pensavo che si trattasse di fantasie che si raccontavano allora. Invece il bravo Bresson, con la sua solita leggerezza, fece tutto da solo e in modo indipendente.

Era forse il 1967 quando ad Orgosolo si verificò un fatto rilevante dal punto di vista politico-culturale. Noi più giovani, iscritti o non iscritti ai partiti, costituimmo un Circolo che chiamammo Circolo Giovanile che attirò moltissimi giovani e dove convivevano varie tendenze politiche di iscritti e di simpatizzanti ai partiti politici come il PCI, il PSIUP, una minoranza di democristiani e una componente eterogenea di cattolici. L’attivismo di questo gruppo fece sì che la cerchia di questo “turismo intellettuale”, rigidamente di sinistra, si allargasse, così che il punto di riferimento dei nuovi amici non era più solo la barberia di Umberto, ma anche il Circolo Giovanile.

Contemporaneamente cominciò ad arrivare un nuovo strano tipo di turismo, quello che l’arguzia di Ziu Vissenti, battezzò “la Babilonia”. Gruppi di donne, in genere svedesi, arrivavano in pullman, guidate da una simpatica capo-agenzia di Alghero, passavano qualche ora sotto i lecci di Su Dentes a mangiare porcetto e a bere vino per poi finire in un traballante ballo generale.

Peppe Ferrara, grande documentarista attivo in quel periodo, girò due cortometraggi. In uno di questi dal titolo “A Orgosolo la terra ha tremato” (1971) inserì una spassosa sequenza dove pastori e braccianti, scapoloni alquanto attempati, appoggiavano con delicatezza la testa tra le procaci “tette” di queste “svedesone” mezze ubriache. L’Internazionalismo proletario cominciava a scricchiolare e si apriva ad un altro tipo di amicizia.

Murale di Lussu a Orgosolo

Orgosolo, Murale di Lussu

Ho visto una sola volta Emilio Lussu a Orgosolo. Credo fosse nel ‘68, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche. Lui era già vecchio e non era candidato. Ricordo che nel pomeriggio si era sparsa la voce che sarebbe arrivato Lussu per partecipare ad una riunione che si sarebbe tenuta nella sezione del PSIUP. All’ora prevista la sezione era piena zeppa di gente, c‘erano anche molti compagni del PCI perché Emilio era molto rispettato nonostante ci fossero a volte divergenze politiche fra i due partiti. Effettivamente era un personaggio mitico, era stato capitano della Brigata Sassari nella guerra del 15-18. In occasione di quell’incontro non mancarono vecchi commilitoni che si avvicinarono a Emilio per ricordargli piccole storie vissute in trincea. Non so quanto queste storie fossero reali perché tutti i vecchi combattenti sardi volevano dimostrare di aver conosciuto il comandante in modo particolare e confidenziale. In queste occasioni Lussu sorrideva un po’ sornione e cercava di svicolare. Non sempre le cose che gli venivano raccontate corrispondevano al vero, ma non voleva mancare di rispetto a questi vecchi compagni di guerra davanti a tanta gente.

La cosa che impressionò noi più giovani fu una sua frase. Ricordo che era seduto di fronte al famoso manifesto di Che Guevara, manifesto che era appena arrivato da Roma e che tenevamo come una reliquia. Lussu, guardando con intensità quel manifesto disse: «Quando guardo quella grande testa non posso non pensare a Carlo Pisacane: tutti e due volevano liberare i contadini, i poveri e da loro furono incompresi e traditi». L’associazione tra Che Guevara e Pisacane per noi entusiasti guevaristi ci sembrò piuttosto strana e discutibile. Noi giovani “rivoluzionari”, che vedevamo come il fumo negli occhi il Risorgimento e che conoscevamo superficialmente Pisacane, non capivamo un aspetto importante delle scelte di vita di Lussu, come ad esempio il suo interventismo e il suo legame coll’ala progressista e rivoluzionaria del movimento ottocentesco.

Eppure nella biblioteca di quella piccola sezione di paese c’era un libretto sugli scritti di Pisacane pubblicato dalle Edizioni del Gallo dirette da Gianni Bosio, ma noi non lo avevamo letto. Bosio era un grande intellettuale che nelle sue ricerche dava grande importanza alla storia orale e che fondò poi l’Istituto De Martino. Un giorno arrivò a Orgosolo, accompagnato da Joyce Lussu. Ci sembrò un uomo silenzioso e quasi disinteressato alla politica attiva. Quel giorno, mentre Joyce e Giovanni Moro litigavano furiosamente sull’intervento dell’Urss in Cecoslovacchia, lui si aggirava per la stanza, raccoglieva qualche copia di vecchi volantini, un vecchio manifesto stampato male e analizzava con attenzione la nostra povera biblioteca che però a volte conteneva delle perle rare. Ricordo che Bosio fu attratto da tre o quattro numeri della rivista ufficiale del movimento situazionista che qualcuno ci aveva spedito dalla Francia e che nessuno di noi aveva letto. Più tardi, mentre eravamo a pranzo al solito Petit Hotel, Bosio mi fece notare che era importante catalogare almeno una copia di tutti i volantini che pubblicavamo perché la storia era fatta anche dalla storia raccontata oralmente, o scritta sui fogli volanti e disegnata sui manifesti. Infine mi chiese se avevo mai sentito cantare in sardo una canzoncina che assomigliasse a “Donna lombarda”. Secondo la sua ipotesi in tutte le regioni d’Italia c’era una canzone simile, faceva eccezione la Sardegna. La sera, dopo aver girato per le case di una decina di “compagni”, ripartì con l’ultima corriera per andare a dormire a Nuoro a casa di Raffaellino Marchi, ma, purtroppo, ad Orgosolo una canzone simile a “Donna lombarda” non l’aveva trovata

In paese ormai eravamo abituati all’apparizione di personaggi famosi. Ricordo che una sera di primavera arrivò a Orgosolo il Prof. Ignazio Delogu, docente universitario e responsabile per il PCI del settore culturale di Spagna e America Latina. Mentre giravamo da una casa all’altra ci raccontò della sua recente visita, insieme al poeta spagnolo Rafael Alberti, a casa di Pablo Picasso, che abitava allora a Vallauris. Per me, che ero picassiano fino al midollo, fu una notte indimenticabile. Tanto che mi dimenticai quasi di salutare la persona che era con il Prof. Delogu, un uomo dagli occhi neri e profondi, avvolto in un mantello nero di foggia spagnola e che ci fu presentato come uno dei tanti esiliati antifranchisti e pittore. Ora viveva a Matera. Si chiamava Jose Ortega. Per tutta la notte ascoltò attentamente tutto quello che gli raccontava la gente in sardo, ma non disse una sola parola, sorrideva solo dolcemente alle poche battute in spagnolo di Delogu. Qualche mese dopo, in una bancarella di libri usati vicino alla stazione di Roma, trovai una piccola monografia della sua opera pittorica (Ed. Riuniti) e mi resi conto della grandezza di questo silenzioso pittore che finì i suoi giorni a Bosco nel Cilento dove ancora si aspetta l’attuazione di un museo che esponga degnamente le sue opere.

In una di queste sere, mentre aspettavamo la solita pastasciutta nella trattoria di Umberto, ci ritrovammo assieme ad un’allegra compagnia. C’erano Ziu Vissenti, Franco, un giornalista di “Paese sera”, di cui non ricordo il cognome, il regista Alberto Negrin, che stava tentando di girare il suo primo cortometraggio e Diego Carpitella che da due o tre giorni registrava alcuni canti tradizionali. Per passare il tempo ci si mise a cantare tutto il corale della sinfonia n. 9 di Beethoven con grande soddisfazione di tutti e, visto il risultato, ripetemmo l’operazione con grande divertimento. Mi pare che Carpitella si fosse esibito in un assolo in perfetto tedesco, mentre noi facevamo l’accompagnamento.

Franco Cagnetta

Franco Cagnetta

Tutto questo succedeva in quel microcosmo di Orgosolo e in quel piccolo spazio che rispondeva al nome di Petit Hotel. Credo che questo tipo di turismo all’origine fosse collegato al fenomeno, molto triste per il paese, del banditismo. In fondo anche Cagnetta e De Seta erano stati attratti dal fenomeno del pastore sardo che diventa bandito e non certo dal belato delle pecore. Però il tutto era guidato da un interesse politico-sociologico serio e profondo che rientrava nella seconda fase del neorealismo italiano. Quello che interessava non era il “bandito” come personaggio da rotocalco, ma si cercava di capire quali fossero le ragioni politiche e culturali che portavano queste persone a fare certe scelte. Anche ziu Vissenti che girava in lungo e in largo la Barbagia sulla sua R4 portava nascosto all’interno dei pantaloni un foglio ripiegato in quattro di 10.000 lire e scherzando diceva: “Questi sono per quando incontrerò il bandito”. È morto in Colombia a 85 anni, ma il bandito non l’ha mai incontrato.

In questo mondo spiccava il nome di Graziano Mesina ma posso sinceramente dire che Mesina non ci interessava molto né tantomeno eravamo attratti dalla sua popolarità che tra il ‘65 e il ‘ 66 stava crescendo. Ricordo che una sera durante un’intensa discussione con due giornalisti, di cui non ricordo il nome, uno di questi, che ci era stato presentato come comandante di brigata durante la guerra partigiana, ventilò l’idea di Graziano Mesina come ipotetico capo guerrigliero. Totoni Davoli, poi divenuto mio cognato, fece una sonora risata, si scolò l’ennesimo “bianchino” e tutto finì li. Eliseo Spiga, quasi in contemporanea, scrisse sull’argomento un piccolo libretto che a Orgosolo non ebbe alcun successo. Posso fare un esempio concreto a proposito di Grazianeddu, in paese detto “Deledda” (non so perché). Mesina e lo spagnolo Miguel Atienza, riuscirono a scappare dal carcere di San Sebastiano dove erano rinchiusi.

In quell’anno scolastico 66-67 insegnavo alla scuola media n°3 di Nuoro e tutte le ragazzine della mia classe avevano le foto dei due giovani banditi ritagliate dai giornali e incollate nei loro diari. Li consideravano degli eroi. Tutto ciò non avveniva ad Orgosolo. Si parlava di Mesina come uno dei vari latitanti di paese, a volte come un ragazzo sfortunato, a volte con un silenzio che la diceva lunga ma mai come un eroe. Peppino Fiori, dopo uno dei vari arresti di Graziano, tentò di fare un’intervista ai ragazzi della mia classe ma non ci ricavò niente di eclatante. Ci fu solo un ragazzo che veniva da una famiglia in cui anche il cane era del PCI, che, grattandosi la testa, disse: «I sequestri non sono una cosa buona, non è così che si fa la giustizia sociale …però a questi riccastri della Costa Smeralda, ogni tanto, una strigliata ci vorrebbe!».

Pietro Clemente ricorda, sempre nello spirito di questo “turismo culturale”, di essere venuto a Orgosolo da Cagliari con un gruppo di compagni universitari e del PSIUP nell’occasione della rappresentazione di una pièce teatrale dal titolo “Voi che scrivete del nostro lavoro”, realizzata dal Centro Universitario Teatrale e scritta da Giuseppe Caboni e Salvatore Pinna. In quell’occasione la gente del paese aveva mostrato sulla porta della casa della presunta fidanzata di Mesina, dei fori di proiettile sparati dai carabinieri. Secondo la gente del posto il bandito non si trovava in quella casa a dispetto delle forze dell’ordine. Ma poi passato il tempo si seppe che c’era stato veramente.

Orgosolo, Pratobello

Orgosolo, Pratobello (ph. Adriano Mordenti)

Ho conosciuto Giangiacomo Feltrinelli e gli ho parlato due volte. Feltrinelli credeva che la rivoluzione potesse cominciare dalla Sardegna e negli anni 68/69 vi era transitato. Si diceva che a Orgosolo era di casa e che era un finanziatore del Circolo Giovanile che fu una delle organizzazioni delle lotte di quegli anni e in particolare della lotta antimilitarista di Pratobello. Ma non vi era niente di fondato. Io lo vidi una prima volta nel ‘68 a Oristano in un incontro semiclandestino con alcuni compagni del nascente Potere Operaio di Cagliari. L’incontro avveniva dopo l’occupazione di quattro giorni del Comune. In quell’occasione erano stati prodotti sette o otto volantini e lui si offri di pubblicarli nella collana dei libretti rossi accanto a quello di Fidel Castro. A noi non ci parve il vero. La seconda volta lo vidi a Baunei al 2° convegno contro il Parco del Gennargentu. Di ritorno a Nuoro insieme ad altri due compagni ci fiondammo dentro la sua macchina, sicuri che ci avrebbe raccontato chissà quante cose sulla Bolivia e su Cuba. Invece non aprì bocca per tutto il viaggio perché aveva mal di denti o forse già pensava di passare in clandestinità e non si fidava di noi. Fu una grande delusione per noi tre.

Si sono fatte tante fantasie sui suoi rapporti con Orgosolo, ma sono certo al 99% che lui in paese non ci sia mai venuto e certamente non al Circolo. Riguardo ai finanziamenti, gli unici soldi veri ci arrivarono nel ‘69 da Camilla Cederna attraverso un vaglia di 100.000 lire, frutto di una raccolta tra i suoi amici milanesi. Giovanni Muravera teneva l’amministrazione del Circolo in quel periodo e può darsi che, fra i tanti documenti non catalogati che ancora detiene nel suo disordinato “archivio”, si possa ritrovare la ricevuta dell’unico consistente finanziamento ricevuto dal Circolo in quel periodo. L’incontro con la Cederna avvenne un pomeriggio nella sede del circolo. Ricordo che, intorno al tavolone che occupava metà della stanza, vidi una piccola donna sorridente sovrastata da una decina di ragazzi ai quali faceva domande molto precise e ascoltava con molta attenzione le risposte. Erano altri tempi e altra professionalità!

Chi parla di Feltrinelli che vagava in giro par Orgosolo, non sa quale era il clima che si viveva in paese. Uno come Feltrinelli era ben noto ad almeno un centinaio di compagni e sarebbe stato subito riconosciuto. Orgosolo di allora non era quella di questi ultimi 20 anni piena zeppa di turisti a cui ormai nessuno fa attenzione. Allora se arrivava uno “istranzu” veniva subito osservato con attenzione e si facevano ipotesi sulla sua provenienza, e da come si muoveva, da come era vestito si capiva al volo a quale categoria di persone appartenesse. Un pomeriggio, ai tempi del movimento di lotta contro l’occupazione militare dei pascoli di Pratobello, scese dalla corriera un giovane dai lunghi capelli biondi, con piccoli occhialini tipo Gramsci e una vistosa giacca a quadri. Noi, cinque o sei compagni del Circolo, che eravamo appoggiati al muro dall’altra parte della strada, lo riconoscemmo subito come un giornalista. Era più difficile individuare la testata del giornale a cui apparteneva. Facemmo tre ipotesi: “L’Espresso, “Paese Sera” ma anche “L’astrolabio” (una bella rivista diretta da Ferruccio Parri). Quando si avvicinò a noi e si presentò come Giancesare Flesca de “L’Astrolabio” si scoppiò tutti in una fragorosa risata. Non c’era bisogno di presentazioni. Ci ricompensò con una bellissima foto di Mordenti in copertina. Figurarsi se non avremmo riconosciuto un personaggio famoso come Feltrinelli.

unnamedLa lotta di Pratobello contro la base militare è stata molto raccontata sia per iscritto che attraverso canzoni, immagini e fotografie Noi del Circolo avevamo capito quanto erano importanti questi strumenti per dare visibilità alla lotta e per questa ragione nelle settimane precedenti invitammo giornalisti e fotografi a partecipare all’evento. Così arrivarono da Roma Adriano Mordenti e da Cagliari Alberto Rodriguez. Inoltre per la prima volta anche noi del circolo potevamo disporre di un nostro fotografo. Si trattava di Gesuino Battasi, che aveva comprato da poco una buona macchina fotografica e fece il suo apprendistato con Adriano che, pur essendo più giovane, era più esperto tecnicamente. Fu così che la lotta di Pratobello fu documentata da varie decine di foto, alcune delle quali passate alla storia. La partecipazione dei giornalisti fu invece più deludente ma la potenza dell’immagine si stava imponendo. E certe foto divennero iconiche.

Arrivavano a Orgosolo studiosi e intellettuali di vario tipo. Ho conosciuto l’etnomusicologo Diego Carpitella nel 67-68 ma già da prima, intorno al 52-54, lui aveva fatto le prime registrazioni del canto a Tenore, e già nei primi anni sessanta circolava qualche disco con la registrazione del rosario cantato dalle “prioresse”, tra queste spiccava la voce di mia suocera Zia Marinnassia. Inoltre a metà degli anni sessanta un folto gruppo di uomini e donne aveva rappresentato Orgosolo all’interno di uno spettacolo musicale diretto dal regista Alberto Negrin nientemeno che al Piccolo di Milano. Mi pare che il titolo dello spettacolo fosse “Ascoltate brava gente”. Fu in quella occasione che il poeta Peppino Marotto diede inizio alla sua attività pubblica di poeta “politico” in lingua sarda. Ed è merito suo se ad Orgosolo il canto tradizionale si è sempre caratterizzato come un canto fortemente legato ai fatti di attualità e in generale ai temi sociali. Questa tradizione continuò in particolare con il gruppo diretto da Giuseppe Rubanu e in varie forme continua tuttora.

A Orgosolo allora si cantava molto con il modulo tradizionale ma noi del Circolo fummo presto conquistati dai canti politici della Resistenza e appena si riuscì ad avere l’indirizzo dell‘Istituto De Martino si fece una colletta e comprammo tutti i “Dischi del Sole” e perciò conoscevamo a memoria i canti anarchici, comunisti e socialisti oltre quelli dei nuovi cantanti come Ivan Della Mea, Giovanna Marini e Caterina Bueno. Inoltre, non so come, nell’estate del ’68, arrivò ad Orgosolo il cantautore torinese Fausto Amodei che cantò ininterrottamente per due giorni e ci fece conoscere moltissime canzoni che noi in fretta e furia registrammo su un registratore mezzo scassato, cosicché anche quelle canzoni entrarono a far parte del nostro repertorio. All’epoca l’unico modo di comunicare era per lettera, sistema alquanto lento, ma ciononostante eravamo riusciti a creare una fitta rete di scambi di documenti e di volantini che ci permise di entrare in contatto con molta gente e di disporre di moltissime informazioni.

Voglio raccontare un episodio che mi capitò in un giorno d’estate di non so quale anno. Mentre passavo per la via centrale del paese fui chiamato dall’interno di un bar dove, in mezzo ad un gruppetto di compagni, mi apparve la mole corpulenta di Danilo Dolci in pantaloncini corti. Era già anziano ma ancora vigoroso e quando gli ricordai che ai tempi del terremoto del Belice noi del Circolo avevamo ristampato un loro volantino sulle responsabilità del Governo di allora, si dimostrò piacevolmente sorpreso e quasi si commosse. Un paio d’anni dopo anche questo grande uomo morì, purtroppo quasi dimenticato. I suoi metodi di lotta, così originali come i digiuni collettivi e gli scioperi alla rovescia, sembravano a molti, anche di sinistra, superati o velleitari. Solo ora ci accorgiamo di quanto quei metodi fossero validi.

A pensarci ora, sembra davvero che Orgosolo fosse il centro del mondo. Ricordo che una domenica del ‘ 67, arrivò, insieme a Joyce Lussu, un americano nero di Detroit. Pensammo fosse delle Pantere Nere, scoprimmo poi che in realtà era del Sindacato operaio metalmeccanico. Era il primo uomo di colore che appariva in paese. Durante l’assemblea, fra le tante cose che ci raccontò, dette un giudizio molto negativo del piccolissimo partito comunista USA. Dopo alcuni giorni arrivò dalla Federazione del PCI un comunicato che formulava il sospetto che il nero americano fosse un agente della CIA. Miserie della politica!

Tempo dopo arrivò ad Orgosolo un altro uomo di colore. Questa volta si trattava di un africano del partito di Nelson Mandela che aveva sulla testa due condanne a morte. Rimase in paese tre o quattro giorni. Era un uomo molto gentile e colto: parlava 4 o 5 lingue e anche un po’ di italiano. Fu ospitato a casa di mia suocera che, in un primo momento si sentì un po’ in difficoltà ad ospitare un uomo di colore nella propria casa. Ma quando i figli le ricordarono che anche Gesù aveva sicuramente la pelle piuttosto scura ed era un ricercato, obbedì alla sacra legge dell’ospitalità. Mi sembra si chiamasse Zola Sonkosi.

Tra i tanti turisti culturali c’erano anche personaggi poco chiari. Ricordo che nei giorni precedenti alla lotta di Pratobello, arrivò al Circolo un bellissimo ragazzo che si presentò come un compagno del Movimento studentesco di Roma. Aveva i capelli lunghi, una leggera barba e portava un basco nero con al centro una splendente stella metallic. Sembrava uscito dalla fotografia del Che scattata da Korda.

Non sembrava uno sbruffone. Ci chiese se era possibile andare a vedere i pascoli dove si sarebbe svolta la manifestazione contro le basi militari. Un giovane pastore, Amedeo M. che doveva andare a governare i maiali in zona, si offrì di accompagnarlo in moto carrozzella. Dopo due ore tornarono in paese e il bel giovanotto andò a prendere la corriera, accompagnato da un gruppetto di ragazzi del Circolo che guardavano ammirati il luccichìo della stella metallica.

Solo dopo qualche mese, scoprimmo che, durante un’affollata assemblea all’Università di Roma La Sapienza, questo bellimbusto aveva preso la parola e aveva raccontato la sua avventura ad Orgosolo. Raccontò che un gruppo di pastori armati lo avrebbero preso, bendato e portato in una grotta dove era ammassata una montagna di armi, armi che sarebbero servite a fare la futura rivoluzione sarda. Che razza di millantatore!

E poi, agli inizi degli anni ’80, tutto cominciò a cambiare. Il periodo più bello di questa avventura cominciò ad avviarsi al termine e a prendere altre strade. I compagni arrivavano ad Orgosolo sempre più divisi in piccoli gruppi o partitini in cerca di proseliti. Anche noi non eravamo più genuini come qualche anno prima.

Pablo Volta

Pablo Volta

Nel ’79, Pablo Volta riapparve ad Orgosolo dopo una lunga assenza passata fra Roma e Parigi. Si interessò molto all’esperienza dei murali, si recò a Mamoiada a fotografare, dopo tanti anni, i “suoi” Mammutones e infine si stabilì a S. Sperate. Le sue apparizioni ad Orgosolo si fecero sempre più rare, gli amici di un tempo erano sempre di meno e la realtà del paese era diversa. Anche Ziu Vissenti evidentemente non riconosceva più il “suo” paese e, dopo decine di anni in cui aveva passato almeno un mese all’anno fra i pastori del Supramonte, sparì e si stabilì a Belvì. Non credo che sia rientrato a Orgosolo più di due o tre volte. Un giorno arrivò la notizia che era morto nel sonno a Bogotà in Colombia.

II turismo gastronomico, a base di spuntini, cominciò a dilagare. I viaggiatori alla Lawrence erano finiti: ora c’erano solo pullman carichi di turisti pronti a scattare migliaia di foto ai murali e ai piatti tipici. Chissà cosa avrebbe detto Franco Pinna?! 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Francesco Del Casino, nato a Siena nel 1944, formatosi all’Istituto d’Arte “Duccio di Buoninsegna” e a Firenze da Renzo Grazzini, è stato tra i pionieri del muralismo italiano. Fin dagli anni 60 diviene il principale autore dei dipinti famosi in tutta la Sardegna, e a Orgosolo, dove si trasferisce per insegnare educazione artistica nelle scuole, inizia la sua attività realizzando nel 1975 i primi murales per celebrare i trent’anni della Liberazione dal nazifascismo. Il suo legame con la Sardegna è sempre forte e, insignito della cittadinanza onoraria di Orgosolo, vi ritorna in varie occasioni. Suoi famosi murales sono a Nuoro e a Pau dove dipinge opere per i 130 anni della nascita di Gramsci e i 700 di Dante.

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