
Carta dell’Abruzzo Ulteriore II nel 1855: il comune di Fiamignano si trova a ridosso della metà del confine Ovest
CIP
di Settimio Adriani, Veronica Paris
Il territorio-soglia: vivere sul confine
Ci sono luoghi che, più di altri, condensano nel proprio spazio fisico e simbolico una quantità sorprendente di confini. Non semplici linee di separazione, ma vere e proprie soglie esistenziali, nelle quali l’identità collettiva si forma per accumulo di frizioni, adattamenti, ambivalenze. È il caso del comune di Fiamignano, un vasto territorio dell’Appennino centrale, oggi incluso nella provincia di Rieti, costellato di una miriade di frazioni scarsamente abitate, che per secoli ha rappresentato – e continua a rappresentare – un punto d’intersezione tra mondi differenti. Più che trovarsi su un confine, è esso stesso un confine.
Questa condizione strutturale si è manifestata in ogni epoca secondo modalità diverse: istituzionali, economiche, culturali, ecologiche, antropologiche. Il territorio in questione è un laboratorio per osservare come i confini, lungi dall’essere entità statiche, si configurino come forme dinamiche e plurali, capaci di attraversare le vite, i paesaggi, le memorie. Non esiste un solo confine, ma una costellazione di limiti, intersezioni, passaggi.
Per comprendere il carattere profondo di questa soglia permanente, occorre partire da una constatazione: quella locale è una comunità che ha sempre abitato un margine, e proprio da tale collocazione ha sviluppato un’identità peculiare. La storia del luogo è segnata da mutamenti imposti, appartenenze ibride, forme di resistenza silenziosa, economie di sopravvivenza e linguaggi della memoria. In essa si riflettono, in forma concentrata, molte delle grandi trasformazioni che hanno attraversato l’Italia interna negli ultimi due secoli.
Questo lavoro si propone dunque di analizzare il paese capoluogo e le sue frazioni come metafora del confine, articolando l’analisi lungo nove assi tematici, ciascuno dei quali rimanda a una tensione strutturale che ne ha segnato il destino:
- Stati e frontiere: fino all’Unità, il territorio si collocava tra due entità politiche opposte – il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio – separate da confini reali (dogane, cippi, regimi giuridici), che strutturavano la vita quotidiana e i movimenti.
- Regione e appartenenza: il passaggio dall’Abruzzo al Lazio, nel 1927, non fu soltanto un mutamento amministrativo, ma la frattura di un’identità storica sedimentata, i cui effetti risultano tuttora percepibili nella memoria collettiva.
- Centro e margine economico: sospeso tra il Meridione povero e l’Italia considerata “avanzata”, incluso solo parzialmente nei programmi della Cassa per il Mezzogiorno, ma mai pienamente integrato, il territorio ha vissuto una condizione permanente di perificità strutturale.
- Mobilità e radicamento: la transumanza e le migrazioni stagionali – come quelle tardo ottocentesca e novecentesca verso la Sardegna per attività legate alla produzione casearia – mostrano un equilibrio fragile tra stanzialità e mobilità, tra appartenenza al luogo e diaspora temporanea.
- Ambiente e soglia ecologica: i confini tra bosco misto e faggeta, tra pascolo e terreno agricolo, tra sfruttamento e abbandono, evidenziano una continua negoziazione con l’ambiente, che impone i suoi ritmi e le sue resistenze.
- Lavoro e miseria: nonostante l’impegno costante, i terreni poco generosi hanno spesso restituito risultati minimi, rendendo il confine tra attività produttiva e povertà una realtà concreta, vissuta sulla pelle di intere generazioni.
- Oralità e scrittura: fino a buona parte del Novecento, la comunità si caratterizzava per una trasmissione prevalentemente orale del sapere: racconti, leggende, canti, poesia estemporanea, memoria storica, mentre la parola scritta rimaneva appannaggio quasi esclusivo dei ceti abbienti.
- Confini interni: una geografia invisibile, ma incisiva, che plasma ciò che unisce e ciò che divide all’interno dello stesso territorio.
- Esistere o scomparire: oggi il confine più attuale è quello tra restanza e spopolamento, tra il desiderio di mantenere viva la comunità e la progressiva rarefazione della popolazione, con il rischio concreto di una scomparsa definitiva.

Stemmi dei 99 castelli che secondo la tradizione hanno fondato L’Aquila, i resti di Rascino e Rocca Odorisio (bordati di rosso) sono situati nel comune di Fiamignano
Ognuno di questi confini non va inteso come una frattura netta, ma come una soglia porosa, uno spazio di passaggio, di ibridazione, di adattamento forzato o scelto. In tali soglie si costruiscono le relazioni, si sedimentano le memorie, si definiscono le strategie di sopravvivenza o di fuga.
Il territorio montano analizzato in questo articolo si propone, dunque, come uno specchio amplificato delle dinamiche profonde delle aree interne italiane, luoghi in cui il confine è stato ed è tuttora una condizione strutturale, non un’eccezione. Leggerne la storia significa interrogarsi sul significato stesso dell’abitare un margine, e sul futuro di quei territori che, pur sembrando periferici, contengono al loro interno la sintesi delle questioni centrali del presente: appartenenza, memoria, equità, sostenibilità, voce.
Tra Stati e frontiere: il confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie
Prima dell’Unità d’Italia, il territorio del comune di Fiamignano si trovava in una posizione strategicamente ambigua, situato a ridosso della linea di separazione tra due delle principali entità statali della penisola preunitaria: da un lato, il Regno delle Due Sicilie, con la sua amministrazione borbonica, dall’altro, lo Stato della Chiesa, con la sua articolata struttura teocratica. Questo confine non era un’astrazione, bensì una presenza tangibile, marcata da cippi in pietra, dogane, gabellieri e pattuglie armate. Era una realtà quotidiana, inscritta nei percorsi, nei commerci, nelle alleanze locali e nei rischi del vivere.
A differenza di altre aree della penisola dove le frontiere erano più permeabili, qui la divisione era netta e sorvegliata, capace di condizionare in modo significativo la mobilità delle persone e delle merci. La comunità si trovava così a operare all’interno di un confine rigido, che però non riusciva a contenere del tutto la vitalità dei suoi abitanti, spesso costretti a spostarsi clandestinamente da un versante all’altro per necessità economiche, affettive o sopravvivenza.
Questa zona di confine era attraversata da un sentimento duplice: da un lato, l’orgoglio di essere un crocevia, un luogo di incontro tra culture diverse; dall’altro, il peso di vivere in una posizione esposta, che rendeva i suoi abitanti sospettabili agli occhi di entrambi i governi. Chi vive sul confine è sempre un potenziale traditore, o un collaboratore del nemico.
Con l’Unità d’Italia, il confine politico scomparve formalmente, ma non si dissolsero con la stessa rapidità le conseguenze che lo stesso aveva generato nel tempo. In molti casi, la zona appenninica tra Lazio e Abruzzo divenne un teatro marginale ma denso di conflitti postunitari, soprattutto legati al fenomeno del brigantaggio, che in queste terre si sviluppò non tanto come espressione di nostalgia per il vecchio regime, quanto come risposta disperata alla violenza della nuova statualità.
I boschi, le alture e le gole che circondano l’area offrirono rifugio a bande irregolari, composte da ex soldati borbonici, sbandati, contadini in rivolta e piccoli delinquenti. Ridurre tuttavia il brigantaggio a criminalità comune sarebbe fuorviante. In questi territori, la banda era spesso anche un’espressione sociale, una forma di giustizia alternativa, una reazione alla pressione fiscale, alla coscrizione obbligatoria e alla repressione armata messa in atto dalle nuove autorità piemontesi.
Il confine, dunque, non era scomparso con l’Unità: si era solo spostato, diventando una linea invisibile ma attivissima tra fedeltà e resistenza, tra inclusione ed emarginazione. La militarizzazione dell’area, le rappresaglie e i processi sommari contribuirono a produrre una memoria di diffidenza verso lo Stato, destinata a lasciare tracce profonde e durature nel tempo.
È significativo che la topografia della zona conservi ancora denominazioni che evocano quella stagione di conflitto: grotte utilizzate dai briganti, sentieri della fuga, luoghi associati a episodi di violenza o leggenda, narrazioni di eventi e circostanze tramandate in rima o consonanza.
La memoria popolare, trasmessa oralmente, non ha dimenticato le storie di chi “stava coi briganti” o li temeva, né quelle dei soldati che battevano le campagne. E anche quando questi racconti sono sfumati nel mito, hanno continuato a nutrire un immaginario di frontiera, in cui la legge è sempre un po’ altrove e la giustizia è spesso affidata all’astuzia o al silenzio.
In questo contesto, la comunità ha imparato a muoversi tra i poteri, ad adattarsi e a resistere. L’essere posta su un confine tra due Stati ha insegnato a sfruttarne le contraddizioni: lavorare su un versante e rifugiarsi sull’altro; comprare dove conviene e vendere dove c’è domanda; costruire alleanze e memorie non secondo le logiche ufficiali, ma secondo quelle dell’opportunità e della necessità.
Anche per questo, nel lungo periodo, la popolazione ha sviluppato una cultura della soglia, fatta di ambivalenze, adattamenti, memorie non lineari. Il confine tra Stati ha lasciato un’impronta profonda, ben oltre la sua durata storica. Ha contribuito a definire un modo specifico di abitare lo spazio, di interpretare il potere, di costruire identità non fisse ma fluide, capaci di sottrarsi alle definizioni univoche e di resistere agli incasellamenti.
In questa chiave, il confine preunitario non si configura soltanto come un dato storiografico, ma come una matrice culturale duratura, che continua a influenzare – seppure in modo progressivamente decrescente – il rapporto della comunità con l’autorità, con la legge, con il concetto stesso di Stato. Un’eredità fatta di sospetto e flessibilità, di autonomia e subordinazione, in cui il passato borbonico permane sottotraccia, come una geografia invisibile composta di abitudini, storie tramandate, silenzi significativi.
Appartenenza interrotta: il confine tra Abruzzo e Lazio
Nel 1927, con un decreto regio emanato durate il periodo fascista, il territorio in esame fu distaccato dalla provincia dell’Aquila, nella regione Abruzzo, e annesso alla nascente provincia di Rieti, nel Lazio. Questo mutamento, apparentemente tecnico, segnò in realtà una frattura profonda nella storia locale, proiettando la comunità in una condizione di transizione identitaria da cui, sotto molti aspetti, non è mai completamente uscita.
Fino ad allora, il paese aveva condiviso con l’Abruzzo una storia istituzionale, relazioni economiche, pratiche culturali, e una marginalità montana comune. La vicinanza con l’altopiano delle Rocche, con le valli dell’Aterno e con la conca aquilana non era solo geografica: si trattava di un tessuto consolidato di parentela, commercio, transumanza (seppure lungo direttrici differenti), lingua e consuetudini. La cultura orale, i modi di dire, la toponomastica e la cucina testimoniano ancora oggi quel legame antico, più resistente delle nuove etichette amministrative. Il passaggio al Lazio avvenne senza alcuna consultazione popolare, per effetto di una decisione calata dall’alto, coerente con la logica accentratrice del regime. L’intento era soprattutto di natura strategica: rafforzare la provincia di Rieti, appena istituita, aggregandole territori contigui ma culturalmente disomogenei, allo scopo di aumentarne il peso demografico e l’importanza amministrativa. Il territorio fu quindi assorbito in un’entità che non aveva scelto, e nella quale non si era storicamente riconosciuto.
Le conseguenze furono molteplici. Sul piano burocratico e gestionale si rese necessaria una riorganizzazione complessiva: uffici, tribunali, prefetture, registri.
Sul piano sociale, si spezzarono le reti tradizionali e si impose una nuova logica centro-periferia con la città di Rieti – distante, culturalmente differente e poco connessa – assunta come nuovo punto di riferimento. Il paese si trovò così a transitare da un’identità appenninica abruzzese a una lazialità imposta, vissuta perlopiù come esterna e distante.
Questo spostamento ebbe effetti anche sulla percezione del proprio posto nel mondo. La popolazione si trovò a convivere con una identità ambigua, sospesa tra il senso di appartenenza a un’area di montagna interna abruzzese e, formalmente, a una regione centrata su Roma, sul Tevere, su pianure agricole e zone costiere. Il disallineamento tra geografia culturale e geografia politica generò una condizione di liminalità: abitare in un luogo ufficialmente laziale, ma che “parla” abruzzese, cammina con i ritmi della montagna, e guarda con familiarità verso L’Aquila più che verso Rieti.
Ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, permangono tracce evidenti di questo confine ferito. Le feste patronali, le tradizioni orali, la toponomastica e i dialetti continuano a raccontare un’appartenenza che non coincide con quella sancita sulla carta. Anche i movimenti della vita ordinaria – l’accesso ai servizi sanitari, gli acquisti rilevanti, e molto altro – hanno continuato, e in parte continuano tuttora, a seguire la direttrice orientale verso l’Abruzzo più che quella occidentale. Tale orientamento resta particolarmente marcato per gli studi universitari, per la fruizione di cinema e teatro, per il bisogno di respirare un po’ di aria cittadina, anziché per una semplice passeggiata domenicale.
In questo senso, il confine tra Lazio e Abruzzo non si è mai del tutto stabilizzato. È diventato una frattura silenziosa, un elemento che accompagna la vita quotidiana del paese in modo sotterraneo ma persistente. La marginalità non è soltanto fisica, ma simbolica: essere sul bordo di una regione in cui non ci si riconosce pienamente significa sentirsi doppiamente periferici, lontani dal proprio centro storico e, al tempo stesso, invisibili al nuovo centro amministrativo.
Questo processo di dislocazione dell’identità riflette un fenomeno più ampio, che ha interessato molte aree interne italiane, costrette a ridefinirsi all’interno di nuovi assetti regionali o provinciali determinati da logiche istituzionali. In tale contesto, il territorio esaminato rappresenta un esempio paradigmatico di come un confine amministrativo possa diventare una frattura culturale, e di come la geografia del potere difficilmente coincida con la geografia del vissuto.
La soglia tra Abruzzo e Lazio, dunque, non è mai stata solo una linea sulla mappa. È stata – e rimane – un confine identitario, che attraversa le coscienze, le memorie, le nostalgie. Un confine che non separa solo due regioni, ma due visioni del mondo: da un lato, quella radicata nella montagna, nella fatica, nella solitudine e nella solidarietà del margine; dall’altro, quella legata a un centro distante, spesso percepito come estraneo. Una cesura che, pur muta, continua a parlare.
Tra promesse e assenze: il confine economico tra margine e sviluppo
Se l’Unità politica non cancellò i confini vissuti, l’Italia del secondo dopoguerra tentò qualcosa di simile sul piano economico: ricomporre lo squilibrio tra Nord e Sud attraverso piani di modernizzazione forzata, lasciando tuttavia ampie fasce del territorio in uno stato di semi-esclusione. Il territorio in questione – come molte comunità montane dell’Appennino – non fu mai pienamente dentro né del tutto fuori da questi processi: si configurò, ancora una volta, come un’area di confine. Non tanto geograficamente, quanto in termini di priorità economiche, flussi di investimenti, rappresentanza politica.
Negli anni Cinquanta, l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno fu accolta con un sentimento misto di speranza e scetticismo. Formalmente, la zona era considerata “meridionale” e dunque potenzialmente beneficiaria delle politiche straordinarie di sviluppo. Tuttavia, la sua posizione intermedia tra Abruzzo e Lazio, tra Meridione e Settentrione tra montagna e pianura, giocò a sfavore: il territorio fu percepito come marginale anche rispetto alla marginalità. Troppo povero per essere autonomo, troppo isolato per attrarre investimenti, troppo piccolo per esercitare un peso politico significativo.
I progetti di infrastrutturazione giunsero tardi e in modo frammentato. Strade, ponti, acquedotti e, più recentemente, la fibra ottica, furono costruiti quando ormai risultavano di scarsa utilità, poiché la popolazione residente era già residuale. Il progetto di industrializzazione a valle – il nucleo Rieti-Cittaducale – ebbe vita breve e, paradossalmente, contribuì ad accelerare lo spopolamento delle aree montane. Il paese restava infatti troppo lontano dai principali assi di sviluppo, privo di accesso a reti logistiche, e carente di servizi essenziali e funzioni amministrative che potessero trattenere la popolazione.
La montagna stessa, un tempo risorsa fondamentale per l’economia agro-pastorale, agli occhi dei pianificatori statali diventò un ostacolo alla modernizzazione. L’agricoltura di sussistenza, praticata su terreni difficili e scarsamente produttivi, non venne valorizzata né trasformata. Al contrario, le politiche di sviluppo rurale furono spesso pensate per contesti collinari o di pianura, ignorando le specificità ambientali e culturali delle aree montane. Il risultato fu un paradosso: gli investimenti concepiti per colmare un divario in questi luoghi finirono per consolidarlo.
In tale scenario, la popolazione locale sviluppò una forma di adattamento passivo e, allo stesso tempo, creativo: la marginalità venne assunta come condizione permanente, e affrontata attraverso strategie individuali o familiari, più che collettive. La risposta fu, ancora una volta, il movimento: l’emigrazione stagionale, la transumanza trasformata in trasferimento definitivo, la partenza verso le grandi città o verso l’estero. Le case rimasero, ma sempre più spesso disabitate. I paesi si svuotarono lentamente, non per un crollo improvviso, ma per un logoramento continuo.
In questo contesto, il confine tra lavoro e povertà diventò estremamente sottile. Lavorare non significava più garantirsi un futuro, ma soltanto sopravvivere nel presente. I pascoli demaniali malamente utilizzati a beneficio della comunità resistente, i pochi impieghi stagionali e i campi avari, non garantivano alcuna stabilità. Il lavoro, che altrove era diventato strumento di emancipazione, manteneva qui tratti arcaici, spesso non retribuiti in denaro, legati a forme di economia informale o familiare. Molte attività – come la coltivazione in appezzamenti scoscesi alla custodia del bestiame – richiedevano fatica e dedizione, ma non producevano valore riconosciuto dal mercato. La dignità del lavoro restava salda, ma il risultato economico era fragile, al punto che la precarietà e il desiderio di fuggire altrove divennero una condizione non eccezionale, ma strutturale.
Questa zona di confine economico, tra sviluppo e abbandono, è ancora oggi percepibile nei paesaggi: infrastrutture importanti mai completate o sottoutilizzate, edifici nei centri storici in rovina, superfici agricole progressivamente e naturalmente evolute in boschi o pascoli, silenzi amministrativi.
La modernizzazione è passata accanto, senza generare veri benefici. L’inclusione promessa dalle politiche postbelliche si è spesso tradotta in una nuova forma di esclusione, più sottile e meno violenta di quella ottocentesca, ma non per questo meno incisiva.
Eppure, proprio in questa soglia tra benessere e sopravvivenza si sono sviluppati saperi locali, pratiche di resilienza ed economie della parsimonia, che costituiscono oggi un patrimonio immateriale di enorme valore. La comunità ha saputo resistere, malgrado tutto, attraverso reti di solidarietà, economie domestiche e un sapere concreto del limite. Nonostante le promesse mancate e le occasioni perdute, il territorio è rimasto un luogo vivo nella memoria, anche per chi è partito.
In definitiva, il confine economico vissuto non è stato solo un differenziale tra ricchi e poveri, tra centro e periferia. È stato – ed è – una condizione di doppia invisibilità: troppo povero per pesare, troppo piccolo per essere ascoltato, troppo resistente per suscitare emergenza. Tuttavia, proprio per questo, esso si rivela straordinariamente capace di svelare i limiti delle narrazioni ufficiali sullo sviluppo e di ricordare che non tutti i territori possono progredire seguendo logiche standardizzate e ricorrenti.

Carta della Cassa per il Mezzogiorno: il comune di Fiamignano si trova nell’area grigia a Nord del confine tracciato in grassetto tra Sud e Centro (cartina tratta dalla relazione al disegno di legge n. 1170, istitutivo della “Cassa”, presentato al Parlamento il 17 Marzo 1959 dal Presidente del Consiglio De Gasperi)
Il confine mobile: tra stanzialità e migrazione
In molte aree dell’Appennino, la sedentarietà è stata meno assoluta di quanto si possa credere. Se il paesaggio montano e agricolo appare oggi come il segno di una comunità ferma, legata alla terra, la storia racconta l’immagine di un equilibrio sempre instabile tra il radicamento e il movimento, tra il permanere e il partire. In questo quadro, il territorio considerato ha vissuto per secoli sul confine tra stanzialità e mobilità ciclica, spesso forzata, ma diventata col tempo una vera e propria forma culturale.
Il fenomeno più emblematico di tale tensione è la transumanza, cioè il trasferimento stagionale delle greggi e dei pastori dai pascoli montani estivi verso le pianure romane e viterbesi durante l’inverno. Per lungo tempo, tale pratica ha costituito l’ossatura economica e simbolica della comunità: partivano uomini e animali, restavano donne, anziani e bambini. I paesi si svuotavano e si riempivano secondo un ritmo annuale che scandiva non solo l’economia, ma anche la struttura sociale e affettiva.
La transumanza, oltre a essere una pratica economica, rappresentava una forma di conoscenza del territorio e del tempo. Chi partiva portava con sé non solo masserizie e bestiame, ma storie, relazioni, consuetudini. I tratturi – antichi sentieri erbosi – erano vie di comunicazione, ma anche linee simboliche di un’identità mobile, profondamente diversa da quella agricola, più legata alla stanzialità del ciclo del grano e dell’orto. In questo senso, i paesi oscillavano continuamente tra due logiche di vita: la casa e la strada, il villaggio e il cammino, la stalla e il pascolo remoto.
Nel corso del Novecento, con il declino della pastorizia tradizionale, il movimento non cessò, ma si trasformò. Alla transumanza si affiancarono nuove forme di mobilità: molti partivano come pastori dipendenti, tosatori ambulanti o lavoratori agricoli occasionali, altri come casari verso la Sardegna, dove si formarono comunità professionali riconosciute e apprezzate. Altri ancora si diressero verso le grandi città italiane o all’estero, spesso in modo definitivo. Non si trattava più del ritmico andare e tornare stagionale, ma di una diaspora stabile, in cui le radici venivano conservate più nella memoria che nella presenza fisica.
Eppure, anche in questa nuova fase, la mobilità non ruppe il legame con il paese. Al contrario, molti emigranti mantennero una relazione viva con la comunità d’origine: attraverso le rimesse, le visite estive, i racconti trasmessi a figli e nipoti. La partenza non significava dimenticanza, ma un altro modo di appartenere. Così, l’identità locale si costruiva non solo su chi restava, ma anche su chi tornava, o su chi non smetteva di ricordare.
Questa condizione di soglia – tra il vivere in un luogo e l’essere costantemente in partenza – ha generato una cultura ambivalente: da un lato, il forte radicamento territoriale, fondato su una conoscenza minuta delle terre, delle stagioni, dei confini naturali; dall’altro, il sapere del movimento – meteorologico, geografico, sociale – che costituiva una componente essenziale dell’esperienza quotidiana. Le case erano state costruite per essere resistenti, ma anche per essere lasciate. Le famiglie erano abituate al distacco, senza per questo smettere di essere comunità.
Ancora oggi, questa dualità tra restare e partire è visibile nella struttura urbana, nei racconti familiari, nelle feste patronali che – sempre con più difficoltà – si popolano di “ritornanti”. La comunità è fatta di presenze e di assenze, di corpi e di memorie, di voci che arrivano da lontano. Il territorio stesso è, in un certo senso, una casa costruita su una soglia, che guarda contemporaneamente verso il passato agricolo e il futuro incerto della mobilità.
In questa prospettiva, il confine tra stanzialità e mobilità non è una linea, ma un campo di tensione permanente, che ha plasmato l’identità collettiva molto più di qualsiasi appartenenza amministrativa. Non si tratta soltanto di spostamenti fisici, ma di forme culturali dell’esistenza, che definiscono il modo di concepire il tempo, la fatica, il legame con la terra e con gli altri.
La cultura dell’andare e quella del restare si intrecciano così in ogni storia familiare. E ancora oggi, chi parte spesso ritorna, almeno con la memoria, e chi resta vive circondato dall’eco di chi è andato. Questo continuo oscillare tra lontananza e radicamento costituisce una delle espressioni più profonde del confine che caratterizza la comunità: non essere né interamente fermi, né interamente mobili, ma abitare l’interstizio tra queste due condizioni.
Il margine naturale: tra il bosco e il campo
In un territorio montano, l’ambiente non è mai uno sfondo neutro, ma un attore primario, una presenza costante che determina ciò che si può fare e ciò che non si può fare. Le montagne che circondano il territorio comunale ne hanno definito, per secoli, limiti e possibilità: vie di accesso difficili, inverni lunghi, altitudini che restringono le coltivazioni. Ma anche risorse fondamentali – acqua, legname, pascoli – e un paesaggio che, pur avaro, ha garantito sostentamento a generazioni di famiglie.
Uno dei confini più concreti e allo stesso tempo più simbolici è quello che separa – o unisce – il bosco e il coltivo, la faggeta e il campo lavorato, il pascolo e l’orto familiare. Questa soglia naturale è sempre stata un punto di frizione e di negoziazione: fino a che punto spingersi nel bosco per tagliare legna senza comprometterne l’equilibrio? Quanto disboscare per ricavare appezzamenti coltivabili? Quanto lasciare incolto perché soddisfi il pascolo brado?
In queste terre di mezzacosta e di altopiano, la faggeta era la regina silenziosa del paesaggio: alberi slanciati, clima fresco, sottobosco povero, ma ricco di tracce. Le faggete, pur meno produttive rispetto ai boschi misti, erano fondamentali per il legname da ardere e per il carbone, ma anche limite fisico e simbolico tra il “selvatico” e il “domestico”. Più in basso, boschi misti e radure si alternavano a piccoli appezzamenti strappati alla pendenza. Tra questi due mondi non esisteva nessuna linea netta, bensì una transizione fatta di scelte stagionali, decisioni familiari, strategie collettive.
In estate, i pascoli d’alta quota venivano raggiunti dai pastori in una verticalità che completava la transumanza orizzontale. In inverno, le greggi scendevano a quote più basse, dove i campi coltivati avevano già restituito i loro pur modesti raccolti. Lo stesso terreno poteva dunque cambiare funzione nel corso dell’anno, essere arato in primavera, sfalciato in estate, pascolato in autunno. Questo sistema ecologico complesso richiedeva una conoscenza profonda dell’ambiente e dei suoi ritmi: una vera e propria cultura dell’equilibrio e del limite, che oggi rischia di andare perduta.
Il confine tra pascolo e campo non era soltanto ecologico, ma anche sociale e simbolico. Il campo rappresentava il lavoro quotidiano, la fatica visibile, l’impegno individuale o familiare; il pascolo, invece, aveva un carattere più collettivo, meno formalizzato, spesso oggetto di contese implicite. Il bosco, infine, era una soglia ambigua: luogo di risorse, ma anche di pericolo, di animali selvatici, di confini vaghi. Nella cultura orale, non a caso, la selva è spesso sede di racconti, paure, sparizioni, confini morali.
Con il declino dell’agricoltura tradizionale, questa soglia ecologica si è alterata. Molti campi sono stati abbandonati, lasciando spazio al rimboschimento spontaneo. Il pascolo, un tempo praticato da tanti piccoli allevatori, è diventato appannaggio di pochi grandi armentieri – spesso residenti altrove – e le faggete, gestite perlopiù in modo discontinuo, hanno progressivamente riconquistato terreno. Il confine si è spostato, ma senza scomparire: oggi separa l’antico coltivo incolto dalla copertura forestale che avanza, la memoria dell’ordine rurale dall’incedere del selvatico.
Il risultato è un paesaggio apparentemente naturale, ma in realtà profondamente culturale, nel quale ogni albero, ogni radura, ogni muretto a secco, ogni intervento di ristrutturazione – riuscito o meno – racconta una storia di presenza umana, di equilibrio precario, di adattamento e di resistenza. In queste geografie sottili si legge ancora la fatica del vivere al margine, del mantenere una comunità in equilibrio tra lo sfruttamento delle risorse e la loro tutela.
Oggi, proprio in questa soglia ecologica si giocano nuove forme di valorizzazione del territorio: il turismo lento, l’escursionismo, la riscoperta delle antiche pratiche agro-silvo-pastorali. Resta tuttavia aperta la questione più profonda: può una comunità sopravvivere se i suoi confini ecologici vengono cancellati o ridotti a semplice attrazione paesaggistica? Può esistere futuro se si perde il sapere che consentiva di vivere tra la faggeta e il campo?
Questo confine naturale, come gli altri fin qui descritti, non è un residuo del passato, ma una chiave interpretativa del presente. Parlare di bosco, pascolo e coltivo significa interrogarsi sul modo in cui una comunità abita il proprio spazio, sulle tensioni tra uso e rispetto, tra economia e memoria, tra sopravvivenza e visione. Ancora una volta, si tratta non di separare, ma di abitare una soglia e di riconoscerne il valore.
La soglia fragile: tra lavoro e miseria
Nel contesto montano dell’area in esame, il confine tra lavoro e miseria non è mai stato netto, ma sempre sfumato: una linea sottile che definisce una condizione di precarietà strutturale. La fatica quotidiana del lavoro agricolo e pastorale, pur incessante e spesso eroica, non è mai stata sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa e stabile. Il territorio – difficile, povero di risorse, con terreni spesso incoltivabili o di bassa resa – ha imposto da sempre un’implacabile legge: molto lavoro, poco frutto.
L’agricoltura praticata nel comprensorio, caratterizzata da appezzamenti piccoli, scoscesi e insufficientemente attrezzati, ha sempre prodotto raccolti scarsi e incerti. Le condizioni climatiche, l’esposizione ai venti, le gelate tardive e l’aridità estiva hanno ulteriormente aggravato la coltivazione di leguminose, cereali, ortaggi e foraggi. Il pascolo, pure essenziale, risultava limitato nella quantità e nella qualità, e non garantiva una fonte di reddito adeguato. La sovrapposizione di questi vincoli ambientali con una rete infrastrutturale carente ha alimentato un circolo vizioso di fatica senza ricompensa.
In questo scenario, il lavoro non rappresentava soltanto una necessità economica, ma un vero e proprio imperativo sociale e culturale. L’identità del luogo si è costruita storicamente sulla capacità di resistere alla povertà attraverso la diligenza, la solidarietà familiare e una gestione sapiente delle risorse disponibili. Tuttavia, questa lotta continua ha spesso prodotto una frattura tra impegno e risultato, alimentando condizioni di ristrettezza diffusa, che non venivano percepite come eccezionali, ma come integrante del destino collettivo.
Questa soglia tra lavoro e miseria si manifestava anche in forme sociali di marcata disuguaglianza sociale. Pochi disponevano realmente di terra fertile o di bestiame in quantità tale da avere sicurezza; molti altri vivevano di occupazioni precarie, lavori saltuari o attività informali. L’alfabetizzazione limitata e la mancanza di opportunità amplificavano ulteriormente la vulnerabilità economica. Inoltre, il lavoro domestico e agricolo femminile, non retribuito, restava invisibile nel calcolo del reddito, pur risultando essenziale per la sopravvivenza delle famiglie.
Il confine tra lavoro e miseria non era dunque solo economico, ma anche morale e culturale: il lavoro era portatore di dignità e speranza, ma la miseria costituiva la condizione materiale con cui spesso si conviveva senza illusioni. Non si trattava infatti solo di una povertà di mezzi, ma anche di una povertà di possibilità, di risorse alternative e di reti di protezione efficaci.
Questa condizione ha determinato nel tempo un fenomeno di rilevanza assoluta: la spinta migratoria. La precarietà del lavoro agricolo e pastorale ha indotto molte famiglie a cercare altrove condizioni di vita migliori, dando impulso decisivo a flussi migratori stagionali e permanenti, con conseguenze profonde sull’organizzazione sociale e demografica del territorio.
La fatica del lavoro, in questo contesto, si lega a un sentimento di rassegnazione e resilienza. Da un lato, il lavoro si fa simbolo di identità e appartenenza; dall’altro, la carenza strutturale impone una condizione di sopravvivenza che limita fortemente ogni possibilità di sviluppo o miglioramento. Pertanto, in questa zona di confine, l’equilibrio tra lavoro e miseria è stato e rimane fragile, segnando profondamente il destino della comunità.
Oggi, sebbene le condizioni siano mutate e molte forme di lavoro tradizionale siano scomparse o trasformate, questo confine continua a rappresentare un elemento di fondo essenziale nella corretta interpretazione della realtà attuale. Le eredità della povertà storica si intrecciano con le sfide contemporanee dello spopolamento, della precarietà economica e della difficoltà di creare opportunità nuove senza rinnegare la memoria di un passato fatto di fatica e resistenza.
Oralità e scrittura: la memoria senza inchiostro
Fino alla metà del Novecento, la società si è caratterizzata come una “comunità senza scrittura” nel senso più concreto e culturale del termine. La cultura, la storia, le tradizioni e persino gli eventi della vita quotidiana non trovavano espressione scritta in modo diffuso, ma si trasmettevano principalmente per via orale. Racconti, leggende, poesie, proverbi, canzoni e persino notizie importanti venivano tramandati di generazione in generazione attraverso la parola viva.
La scarsa alfabetizzazione tra le classi popolari, dovuta sia alle limitate opportunità educative, sia alle condizioni economiche difficili, confinava l’uso della scrittura a una cerchia ristretta: i ceti più abbienti, oltre ad alcune figure istituzionali come il parroco o il maestro. Ciò ha generato una frattura profonda tra chi poteva accedere alla cultura scritta e chi si affidava esclusivamente alla memoria orale, rendendo quest’ultima non solo un mezzo di comunicazione, ma un vero e proprio tessuto connettivo della vita comunitaria.
In questo contesto, l’oralità non era semplicemente un modo alternativo di comunicare, ma rappresentava una forma di sapere dinamica e partecipata, capace di adattarsi ai cambiamenti e rafforzare il senso di appartenenza. Le storie raccontate attorno al focolare o nelle piazze erano momenti di socialità e di consolidamento identitario. Attraverso la parola si conservavano i ricordi storici, le genealogie familiari, le vicende locali, i riti e le festività.
Il progressivo passaggio alla scrittura – divenuto più diffuso solo nella seconda metà del Novecento – ha segnato un cambiamento culturale profondo, modificando i rapporti di trasmissione della memoria e contribuendo ad aprire il paese al mondo esterno. Tuttavia, questa transizione ha anche implicato una perdita: il mondo della parola orale, ricco di sfumature, improvvisazioni e partecipazione collettiva, ha iniziato lentamente a dissolversi, lasciando spazio a forme di conoscenza più formali e meno condivise.
La condizione di “comunità senza scrittura” riflette dunque un confine culturale, che ha segnato per lungo tempo la vita e l’identità del luogo: una linea di demarcazione tra tradizione e modernità, tra memoria collettiva e individualismo nel sapere, tra il potere diffuso della parola e l’autorità della scrittura.
Confini interni: la soglia invisibile delle appartenenze minute
Tra tutti i confini che attraversano il territorio, ve n’è uno – multiplo – che non appare sulle mappe, e che tuttavia plasma in profondità la vita quotidiana della comunità: quello dei rapporti interni. Si tratta di un confine sottile, spesso taciuto, fatto di campanilismi tra paesi vicini, rivalità tra associazioni culturali, invidie familiari sedimentate nel tempo, incomprensioni personali che si trasformano in racconti collettivi. È un confine domestico, minuscolo e al contempo potentissimo, capace di orientare alleanze, partecipazioni e appartenenze.
La frammentazione del territorio in numerose frazioni – ciascuna con la propria storia, i propri santi, i propri ritmi – ha sempre alimentato una competizione sommessa, fatta di confronti e paragoni: chi organizza la festa più riuscita, chi mantiene meglio il proprio centro, chi “tiene ancora gente” e chi, invece, si è svuotato. Il campanilismo non è solo espressione di orgoglio identitario, ma anche un modo per misurare la sopravvivenza, un indicatore simbolico di vitalità o declino.
Questo schema si riproduce anche sul piano aggregativo. Le associazioni, spesso nate per custodire la memoria o animare la vita comunitaria, finiscono talvolta per muoversi su binari paralleli, con collaborazioni episodiche e competizioni sotterranee. La scarsità di risorse economiche, ma soprattutto umane, amplifica tali dinamiche di confronto: ogni evento diventa terreno di prova, ogni progetto un segnale di presenza. In questo quadro, agire insieme è difficile non per mancanza di volontà, ma perché ogni realtà teme di perdere la propria fragile visibilità.
Anche le famiglie, nucleo primario della comunità, custodiscono confini intricati, eredità di vecchie dispute, contese per un terreno, per la proprietà di un rudere, per incomprensioni mai del tutto sanate. Questi legami spezzati o irrigiditi non impediscono la convivenza, ma la rendono più silenziosa, più prudente. La soglia tra una famiglia e l’altra non è solitamente ostile (anche se talvolta lo è, palesemente), ma impenetrabile: ci si conosce tutti, e proprio per questo si evitano gli attriti, mentre le distanze permangono sotto forma di abitudini discrete, scelte misurate, inviti selettivi.
Sul piano individuale, infine, i confini si fanno ancora più sottili: piccole rivalità, antiche offese, sensibilità ferite, differenze di carattere che, in un microcosmo così ridotto, assumono un peso enorme. In questi spazi ristretti, l’individuo porta sempre con sé la memoria di ciò che è stato, e ogni gesto – un saluto, una presenza o un’assenza – si carica di significato.
Questi confini interni non vanno interpretati come fratture distruttive, ma come esiti di una lunga storia collettiva: paesi nati in isolamento, famiglie radicate nella stessa terra da secoli, associazioni che cercano di tenere vivo ciò che sta svanendo. Sono confini che, paradossalmente, testimoniano ancora la vitalità di una società che, pur ridotta nei numeri, continua ad attribuire valore ai rapporti, ai confronti, agli equilibri minuti della convivenza.
In un territorio dove quasi tutto rischia di dissolversi, questi confini sono allo stesso tempo fragili e ostinati: una mappa invisibile che conserva affetti, memorie e tensioni che, pur piccole, raccontano la profondità di un vivere comunitario che non si arrende alla scomparsa.
Esistere o scomparire: il confine finale
Oggi il territorio si trova sospeso su un confine cruciale, quello tra la sopravvivenza e l’estinzione. Non si tratta più di una linea tracciata sulle carte o di una separazione materiale tra territori, ma di una soglia esistenziale, silenziosa e profonda, su cui si muove una comunità che resiste, ma progressivamente si assottiglia.
Lo spopolamento, avviato già agli inizi del 1900, ha accelerato intorno alla metà dello stesso secolo. Le case vuote, le scuole chiuse, le strade deserte e le attività commerciali che chiudono sono diventate segni tangibili di un’assenza che si espande. Le generazioni più giovani sono emigrate altrove in cerca di lavoro, studio, possibilità. Quelle rimaste invecchiano in un tempo che sembra essersi dilatato e impoverito, pur conservando ancora – con dignità e tenacia – la memoria del luogo.
La restanza, oggi, è una scelta consapevole, spesso difficile e talvolta solitaria. Chi resta custodisce non solo case e campi, ma anche storie, saperi, gesti quotidiani che rischierebbero altrimenti l’oblio. Tuttavia, restare comporta il confronto costante con una struttura che si indebolisce: servizi che si riducono, occasioni che mancano, relazioni sociali che si diradano.
Il confine tra l’abitare e l’abbandonare non è solo fisico, ma anche emotivo. Chi se ne va non sempre si distacca completamente, e spesso ritorna per le feste, per la commemorazione dei defunti, per nostalgia, alimentando un rapporto intermittente, fatto più di memoria che di presenza. La comunità vive così in bilico tra ciò che è stato e ciò che resta, tra la dimensione del ricordo e quella della sopravvivenza attiva.
Il rischio è che il confine si trasformi in soglia definitiva: dalla marginalità alla scomparsa, dalla periferia alla cancellazione. Eppure, anche in questo scenario, resistono due domande radicali: si può ancora vivere in questi luoghi senza ridurli a simulacri del passato? È possibile immaginare un futuro in un territorio che sembra guardare sempre all’indietro?
In tale orizzonte incerto, la storia di questo territorio montano si fa metafora di molte altre comunità dell’Appennino e delle aree interne italiane, sospese tra la memoria e il rischio dell’estinzione. La linea tra l’esistere e lo scomparire è oggi la più delicata e profonda, perché investe il senso stesso di abitare, di appartenere, di trasmettere.
A racchiudere questa tensione con parole semplici e cariche di verità restano le voci degli anziani, ultimi depositari di una memoria ancora viva. Come quella di un uomo del posto che, partito da giovane per imbarcarsi e girare il mondo, e tornato solo dopo la pensione, dichiara: «Questo è un luogo di soglie. Soglie di montagna, di storie, di addii e ritorni. Non è mai un posto dove si resta fermi, ma dove si resta con la speranza di non andare via del tutto».
Questa speranza, fragile e tenace, è in fondo ciò che ancora tiene vivo il territorio e la sua comunità, sull’orlo di un confine che resta aperto tra passato e futuro, tra sopravvivenza e possibile rinascita.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Settimio Adriani, laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia e ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che ha insegnato a contratto presso le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti), di Roma “La Sapienza” (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, sulla quale ha pubblicato numerosi saggi.
Veronica Paris ha frequentato il Liceo pedagogico con indirizzo socio-economico di Rieti, si è laureata in Scienze della Formazione e del Servizio Sociale presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Attualmente è impiegata come Assistente Sociale in una Cooperativa Sociale dove svolge le mansioni di coordinatrice dei servizi di assistenza domiciliare e assistenza scolastica. Come socia della Pro Loco di Fiamignano si interessa delle attività socio-culturali che l’associazione organizza nel territorio, curandone in particolare gli aspetti socioculturali.
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