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Il Teatro Povero, le Aree Interne e “La casa silente”

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di Mariano Fresta 

Premessa 

Di Monticchiello, piccolo centro della Val d’Orcia, e del suo Teatro Povero si è occupato a  più riprese Pietro Clemente nella sua rubrica intitolata “Il Centro in periferia” che da alcuni anni è parte integrante di «Dialoghi Mediterranei»; sempre su «Dialoghi», nel numero del primo settembre 2017, Chiara Del Ciondolo e Gianpiero Giglioni, hanno fatto un ampio resoconto sia su cos’è il Teatro Povero sia su tutte le attività nate intorno ad esso; infine me ne sono occupato anch’io per illustrare i temi discussi in cinquanta anni di spettacoli del Teatro Povero (Dialoghi Mediterranei, n. 6, 2017), l’iniziativa che ha reso famoso l’antico castello medioevale.

Anche quest’anno c’è stata la rappresentazione del nuovo spettacolo, intitolato La casa silente che, da quanto si leggeva nel depliant pubblicitario, sembrava dovesse riguardare le cosiddette Aree Interne e le problematiche ad esse connesse; uno spettacolo, dunque, che avrebbe potuto innescare un dibattito piuttosto interessante. Devo premettere che, prima e durante la discussione dello spettacolo, affronterò delle questioni che potrebbero sembrare fuori luogo e che hanno invece tra di loro delle strette relazioni; tra l’altro, tali questioni, oltre al paese valdorciano, riguardano numerosi altri piccoli centri italiani.

Monticchiello (Comune di Pienza, provincia di Siena) ha assunto visibilità per essere stato tra i primi a sottoporre all’opinione pubblica nazionale la questione dei piccoli centri che si sono lentamente spopolati perché ubicati in zone di montagna o di alta collina o in territori marginali rispetto a quelli interessati alle trasformazioni sociali e strutturali avvenute nella seconda metà del secolo scorso.

Il problema di questi centri, chiamati successivamente “aree interne”, cominciò a manifestarsi, ma senza destare allora nessuna preoccupazione, nel momento più alto del boom economico: fu in quel periodo, infatti, che centinaia di migliaia di persone cominciarono a spostarsi non solo dal Sud al Nord d’Italia ma anche dai piccoli paesi verso i più grandi centri urbani in cui era facile trovare un lavoro e dove c’erano, oltre alle industrie, le scuole per i figli, gli ospedali, ma anche i cinema e altri luoghi dove soddisfare il tempo libero.

Dopo una crisi protrattasi all’incirca dal 1950 al 1960, in quel periodo in Toscana scompariva la mezzadria, il sistema che da secoli aveva caratterizzato la maggior parte delle campagne: i contadini abbandonavano i poderi, guidati dalle donne stanche di vivere in case senza acqua corrente, senza elettricità, senza servizi igienici e a contatto stretto con le stalle. Al periodo di stagnazione agraria sopravvenne un notevole cambiamento nell’agricoltura, in quanto le aziende agricole si trasformarono in imprese capitalistiche le quali sostituirono il lavoro manuale con l’introduzione di grandi macchine. Di conseguenza Monticchiello, come del resto gli altri piccoli centri agricoli, vide lo svuotarsi di molte delle sue case e la scomparsa progressiva delle attività artigianali e commerciali: il paese si avviava così verso la decadenza. 

L’impoverimento demografico fu sentito a Monticchiello come una minaccia da contrastare con fermezza: intanto, mentre si pensava come dare lavoro a chi era rimasto, occorreva uscire dall’isolamento ereditato dal sistema mezzadrile basato su una stanzialità poderale che ricordava la servitù della gleba; per questo per prima fu avanzata la richiesta agli Enti locali di asfaltare le strade  “bianche” che collegavano il borgo con Pienza, sede del Municipio, e con Montepulciano, sede dell’ospedale e degli istituti scolastici superiori.

Le rivendicazioni assunsero forme nuove e sorprendenti: i Monticchiellesi, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni locali su di loro, decisero di diventare attori e di mettere in piazza i loro problemi rappresentandoli come spettacoli teatrali. Di essi si assunse il ruolo di regista Arnaldo Della Giovampaola per le esperienze che aveva fatto con i gruppi teatrali universitari; si aggiunse poi la fortuna di avere per diversi anni la collaborazione dello scrittore e giornalista Mario Guidotti, i cui genitori erano originari della Valdorcia, e che a quel tempo era a capo dell’ufficio stampa di Sandro Pertini, prima alla Camera dei Deputati e poi alla Presidenza della Repubblica; Guidotti seppe sceneggiare e trascrivere nei copioni teatrali i problemi dei Monticchiellesi; ci metteva, però, anche del suo, con disappunto della cittadinanza: così decise, con molta onestà, che era più opportuno tirarsi indietro e lasciare l’impresa ad altri capeggiati da Andrea Cresti, un intellettuale membro della comunità dei residenti, che da allora per molti anni è stato lo sceneggiatore e, dopo il ritiro di Della Giovampaola, anche il regista degli spettacoli. 

Monticchiello, Teatro povero, La casa silente

Monticchiello, Teatro Povero

Il Teatro Povero 

L’idea era quella di scegliere un argomento, tratto dalle esperienze di vita della comunità, sceneggiarlo e presentarlo come spettacolo all’opinione pubblica. Nei mesi invernali, buona parte dei Monticchiellesi si riuniva in un’assemblea per esaminare quali potevano essere i temi da rappresentare; in successive sedute, i temi venivano discussi per individuare quello più idoneo ad assumere la forma teatrale. Dopo aver acquisito tutti gli elementi, si passava alla sceneggiatura; quindi venivano assegnate le parti e cominciavano le prove. Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, si andava in piazza per quindici sere per sottoporre lo spettacolo al giudizio del pubblico.

In genere la rappresentazione si componeva di due atti: nel primo il tema era svolto così come poteva essere visto da una comunità contadina; nel secondo le argomentazioni contadine venivano confrontate con quelle che nascono da una mentalità e una sensibilità moderne. A conclusione della recita non si traevano conclusioni, ma il dibattito avvenuto sul palcoscenico era sufficiente a informare gli spettatori sulla questione e a metterli in condizione di essere loro a farlo. L’esperienza acquisita permise successivamente di sintetizzare in un unico atto lo svolgimento del tema.

L’attività del Teatro Povero quasi da subito apparve, anche a livello nazionale, come un’esperienza molto importante sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista politico generale, perché si trattava di un’operazione di largo respiro che metteva insieme temi sociali, politiche governative, ma anche argomenti di carattere etico; inoltre, la stessa preparazione dello spettacolo con la scelta del tema e con la sua sceneggiatura discusse in assemblee democratiche costituiva una novità che rompeva con la tradizione ottocentesca del teatro italiano destinato a rappresentare in genere un copione prodotto da un autore e già preparato scenicamente.

L’aspetto più considerevole, tuttavia, era quello di una complessa azione altamente culturale: sul palcoscenico (che nei primi tempi era una piazza del paese) avveniva un incontro-dibattito tra la cultura tradizionale e la cultura moderna. La prima era proposta dagli attori con la loro mentalità mezzadrile, con il dialetto, con l’espressività scenica di chi aveva cantato o aveva visto il Bruscello e il Segalavecchia, due forme di teatro contadino; la seconda nasceva dai bisogni e dalla loro eventuale soluzione dettati dalle trasformazioni sociali avvenute negli ultimi anni. 

Monticchiello, Teatro Povero, La casa silente

Monticchiello, Teatro Povero

Attorno al Teatro Povero 

Fu quasi naturale approfittare del successo e della risonanza a livello nazionale delle rappresentazioni del Teatro Povero per intraprendere attorno ad esso alcune attività che, oltre a provvedere all’organizzazione dell’iniziativa, potessero rinnovare la vitalità del borgo e offrire anche opportunità di lavoro per i giovani del paese e di quelli confinanti. Su questi aspetti non mi dilungo perché nel contributo di Del Ciondolo e Giglioni più sopra citato essi sono illustrati con dovizia di informazioni. Qui mi limito a dire che in effetti le ripercussioni di queste nuove attività sono state positive e hanno dato buone opportunità ad altre imprese nate sull’onda dell’entusiasmo della cittadinanza. Unico punto debole è che la base su cui si fonda la rinascita economica e culturale del paese è quella di un fenomeno piuttosto effimero come il turismo che, tra l’altro, è sempre più superficiale, attirato più dalla nomea dell’antico castello e dai suoi aspetti storico-estetici e dalla bontà della cucina locale, anziché da quelli formativi e civili. 

Monticchiello,  Museo del Teatro Povero

Monticchiello, Museo del Teatro Povero

Il Museo 

Il felice incontro che si ripeteva a Monticchiello nell’annuale spettacolo tra la cultura contadina e quella moderna non poteva non destare interesse presso gli studiosi di demologia e antropologia che, quasi contemporaneamente agli inizi del Teatro Povero, avevano avviato in quel territorio una ricerca sul teatro tradizionale toscano. Non solo questi studiosi sono stati presenti ad ogni nuovo spettacolo, ma hanno seguito tutte le iniziative in cui si discuteva di quell’esperienza e se ne verificavano i risultati.

Cosicché, quando si pensò di istituire in provincia di Siena il museo dedicato al teatro popolare toscano, Monticchiello non ebbe rivali nel diventarne sede; il Te.Po.Tra.Tos. (Teatro popolare tradizionale toscano), come fu denominato il Museo, ad imitazione del Teatro Povero fu concepito come esposizione di una cultura tradizionale che si serviva però di una interattività con il pubblico modernissima, sorretta da una strumentazione multimediale ed elettronica che, per quegli anni, fu tra le prime sperimentazioni nel campo museale. Ma tutto il lavoro di ideazione progettazione e realizzazione ebbe il carattere della sperimentazione: per circa tre anni l’opera impegnò sia gli studiosi, sia artigiani ed esperti di varie specialità chiamati a dare concretezza alle idee. L’ideazione del Museo prese spunto dalle riflessioni di Pietro Clemente sulla museografia etnografica [1], mentre la sua realizzazione scenografica fu opera di Andrea Cresti e la parte didattica fu affidata al sottoscritto. Tutto sarebbe stato più difficile senza il contributo fondamentale di Gianfranco Molteni che è stato il principale e infaticabile creatore della rete dei musei etnografici senese. 

Monticchiello

Monticchiello

Aree interne 

Se a Monticchiello le attività del Teatro povero hanno promosso iniziative di carattere economico e lavorativo e hanno offerto al paese la possibilità di sopravvivere e una vitalità superiore a quella del passato, altre migliaia di piccoli centri, più sfortunati o impossibilitati a creare occasioni efficaci e tali da difendersi dal pericolo del degrado economico e dello spopolamento, sono rimaste indietro e rischiano oggi la totale scomparsa. Per questo nel 2012 Fabrizio Barca, ministro del governo Monti, propose l’istituzione della “Strategia Nazionale delle Aree Interne” (SNAI), con lo scopo di «dare una risposta ai bisogni di territori caratterizzati da importanti svantaggi di natura geografica o demografica» e che sono «distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e troppo spesso abbandonati a loro stessi, che però coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione. L’Italia più “vera” ed anche più autentica, la cui esigenza primaria è quella di potervi ancora risiedere, oppure tornare». E qualcuno aggiunge che questo 60% del territorio nazionale è anche il più fragile e il più soggetto ai pericoli di frane, di alluvioni e di incendi, perché è l’Italia delle montagne, dei fiumi, dei boschi che hanno bisogno di una sorveglianza costante e di una continua manutenzione; e cioè di una popolazione sufficiente per un adeguato presidio.

Dalla istituzione della SNAI è passato più di un decennio senza che tuttavia si siano visti risultati sostanziosi, a parte alcune piccole esperienze locali, come si può leggere in alcuni testi pubblicati recentemente [2]. Tra l’altro, è opinione dei vescovi italiani, comunicata in un documento firmato dai cardinali Zuppi ed Accrocca (il 26 agosto 2025), che «nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali» [3].

I vescovi tuttavia non si sono limitati a ricordare la cattiva gestione dell’ultimo decennio: il brano che ho citato si trova, infatti, in un documento formulato per denunciare una decisione presa nei primi mesi di quest’estate dall’attuale governo e pubblicata (in totale clandestinità) nel nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027: il quale all’Obiettivo 4 recita: 

«Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita» [4].

Oltre che presso i vescovi italiani, la decisione governativa ha trovato, forse un po’ tardivamente, una opposizione pressoché generale, anche in quelle forze politiche che negli ultimi anni avevano sottovalutato la situazione. L’attuale governo, quindi alla chetichella, in un silenzio omertoso, invece di studiare e progettare eventuali soluzioni per bloccare l’agonia di questi paesi, propone una politica di eutanasia: non farà, cioè, nulla che possa resuscitare queste comunità, non spenderà un centesimo per migliorarne la situazione, si preoccuperà invece di accompagnarle alla fine definitiva fornendo solo un aiuto «socialmente dignitoso». Poiché non è per nulla chiaro quali potrebbero essere i provvedimenti per attuare questo aiuto «socialmente dignitoso», l’idea che viene in mente è quella della creazione di un’altra agenzia, magari gestita clientelisticamente, che metterà a disposizione dei pochi e anziani abitatori di queste comunità qualche badante e fornirà loro le medicine e qualche presidio medico per accompagnarli, ovviamente in maniera dignitosa, fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Forse sarà dignitosamente gratuito anche l’ultimo trasporto …

La decisione del governo, oltre che grave ed irresponsabile, è semplicemente paradossale: ci sono, infatti, molte persone in Italia gravemente ammalate, incurabili, che chiedono di poter morire per non soffrire più, ma ostinatamente Istituzioni, burocrazia e i movimenti politici sostenitori del governo si tappano le orecchie per non sentire i loro lamenti di dolore e disperazione e negano, non solo ai richiedenti ma a tutti i cittadini, il diritto di fare scelte sulla propria vita. Invece promuovono un suicidio “dignitosamente assistito” addirittura per i ventitré milioni di cittadini che vivono nelle Aree Interne. 

302296711_381044130896201_737192272754664452_nLa casa silente 

La distopia negli ultimi anni è diventata una moda cui non si sottrae una buona parte della narrativa contemporanea. Invece di affrontare direttamente i problemi dell’oggi, si preferisce spostarli in un tempo futuro lontano da noi, quando non saremo più in grado di risolverli e raccontando le cose come se si trattasse di una favola. In genere la narrazione distopica ci presenta un mondo di tipo orwelliano, sul modello del romanzo 1984, governato da un potere misterioso, dispotico, autoritario e fortemente illiberale: un mondo simile a quello di certi romanzi di fantascienza in cui alla fine, però, c’è un eroe che salva tutti.

Così è nello spettacolo monticchiellese del 2025 intitolato La casa silente: la storia si svolge in un futuro non molto lontano (è il 2059), quando i paesi si sono già spopolati, i pochi abitanti rimasti sono costretti a vendere le loro abitazioni ai ricchi, che governano per mezzo dei Facilitatori e che non apparendo mai in carne ossa sono sempre evocati con molta vaghezza. Si capisce, alla lunga, che si tratta di ricchi riuniti in società anonime che amministrano un enorme capitale finanziario e si disinteressano della vita di coloro che non appartengono alla loro classe sociale.

Questa, dunque, la situazione di Monticchiello che appare nella rappresentazione: i pochi giovani vivono in microscopici appartamenti di periferia, non hanno figli perché si trovano in condizioni economiche che non permetterebbero loro di mantenerli; quei rari bambini nati nei paesi di quelle province non abitano con i loro genitori ma sono affidati ad educatori in sedi lontane dalle famiglie. Pure gli anziani sono rimasti in pochi, costretti ad aspettare la loro fine biologica, dopo la quale le loro abitazioni saranno distrutte per dar modo ai ricchi di costruire le proprie.

Il centro del dramma è costituito da una casa apparentemente abbandonata il cui anziano proprietario è scomparso da tempo, non si sa se morto o nascosto in qualche luogo segreto. I Facilitatori, quindi, ne ordinano la demolizione; dopo la quale si scopre che la casa è piena di rozzi giocattoli contadini, di cimeli storici come la bandiera dell’Anpi e quella del partito (mai spiegata ma sempre avvoltolata e di colore rosso), di innumerevoli oggetti quotidiani, accumulati dal proprietario perché reperti e simboli della vita e della storia della comunità ormai inesistente. Intanto si svolge l’incontro annuale tra i bambini e i loro genitori, presieduto dai Facilitatori a cui sono messi in bocca idee e concetti pedagogici piuttosto banali ed autoritari, alla Valditara per intenderci, facilmente sbeffeggiati dalla spontaneità libertaria dei bambini (anche questa alquanto banalizzata). Nello scompiglio provocato dalle incomprensioni tra genitori, facilitatori, bambini ed anziani (che simpatizzano con i più piccoli), scompare un ragazzino. A questo punto sulla scena rimangono gli operai incaricati di sgombrare la casa demolita da quelle vecchie cianfrusaglie, perché gli altri sono andati via alla ricerca del bambino scomparso.

Mentre però i demolitori stanno svuotando la casa, ecco che irrompe in scena Tacito, il suo proprietario, che ha trovato il bambino che si era smarrito. Il lavoro di sgombero viene quindi bloccato, tutti tornano festosamente in scena: ciascuno degli anziani si prende parte dei cimeli in ricordo della loro vita passata, ai due giovani che desiderano mettere su famiglia ed avere dei figli Tacito, per agevolarli, regala loro la sua abitazione in cambio dell’appartamentino in periferia. Dopo questo lieto fine, la scena si svuota: restano solo Tacito e il bambino che chiede al vecchio di raccontargli la storia del Teatro povero.

E qui finisce la favola, da intendere non solo nel significato che a questa parola (fabula) davano gli antichi Romani, e cioè di “commedia teatrale”, ma proprio di favola, nel senso delle storielle che una volta le nonne raccontavano ai nipotini: c’era una volta … Sul dramma, dunque, delle Aree interne, e cioè di migliaia di paesi che comprendono più di venti milioni di cittadini italiani, nemmeno una frase, nemmeno una parola. Su altri eventi tragici che stanno sconvolgendo il mondo nell’indifferenza complice di molti governi, un silenzio assordante. Insomma una commediola per vacanzieri estivi, con qualche coloritura vernacolare toscana, insaporita con un po’ di nostalgia e resa sopportabile dalla maestria recitativa degli attori più anziani.

La regia si adagiava comodamente sulla superficialità dei contenuti, con qualche incursione nelle zuccherose commedie televisive, nell’assenza totale di quello spirito epico e brechtiano che circolava nei drammi diretti da Andrea Cresti; e senza soprattutto quella coscienza che aiuta a riconoscere le problematiche complesse che, se non possono essere risolte nell’immediato, si devono almeno discutere e cercare di capire. 

Monticchiello, Teatro povero, La casa silente

Monticchiello, Teatro Povero

Che è successo? 

A chi ha sempre seguito le vicende del Teatro Povero e dei suoi spettacoli, quest’ultima recita ha destato  qualche perplessità e fatto nascere qualche pessimistica considerazione; la moltitudine degli altri spettatori ha invece applaudito sentitamente, sazia e contenta per le confortanti cose viste ed ascoltate e soprattutto per il buon piatto tradizionale di pici al ragù consumato nella Taverna del Bronzone o seduti ai numerosi tavoli sistemati nella piazzetta tra la chiesa e il Granaio che ospita il Museo.

Già, i tavoli nella piazzetta trasformata in ristorante all’aperto … Lo scorso 4 agosto, per la prima volta vedevo la piazzetta piena di gente seduta a bere e mangiare; avevo sempre visto negli anni precedenti gruppi di persone in piedi in attesa del proprio turno per entrare alla Taverna del Bronzone, un ristorante alla buona, ricavato da un locale sotterraneo della chiesa e, in parte, fonte di sostentamento per il Teatro Povero; la piazzetta era anche il simpatico luogo di incontro di amici e conoscenti, estimatori delle rappresentazioni monticchiellesi,  che si ritrovavano lì dopo un anno dall’ultimo spettacolo.

Questa novità mi ha sorpreso e risvegliato il senso di curiosità: ho cominciato a girare tra i tavoli per capire cosa fosse successo negli ultimi dodici mesi in cui ero stato lontano da Monticchiello. Mi sono accorto che la porta del Museo era aperta per lasciare passare i camerieri con i vassoi contenenti piatti e bicchieri. Proprio sulla soglia del Museo c’era uno dei dirigenti della Cooperativa del Teatro Povero a cui ho chiesto: «Che succede qui?». La sua è stata una risposta evasiva: «Oh niente, è un semplice baretto …» e mi lascia per andare a salutare altre persone. Mi sono ripromesso di ritornare a Monticchiello in una delle settimane successive, dopo la fine della stagione teatrale, per vederci e capirci meglio. 

Monticchiello, Teatro povero, La casa silente

Monticchiello, Teatro Povero

Inversione di tendenza 

A quanto sembra, è successo che nella gestione delle complesse attività del Teatro Povero c’è stata una inversione di tendenza: hanno preferito sfruttare gli aspetti del turismo consumistico anziché privilegiare quelli socioculturali che hanno caratterizzato per più di mezzo secolo Monticchiello, magari ripensando a come rinnovare la tradizione teatrale che non può più attingere alla sorgente del mondo mezzadrile; questo, infatti, è scomparso ormai da decenni e non è nemmeno ricordato nei libri di storia: in una rappresentazione di qualche anno fa una ragazza, che recitava nello spettacolo, confessava di non aver conosciuto la mezzadria perché nata quasi quaranta anni dopo la fine di quel mondo. Per questo sembrerebbe opportuno sostituire i vecchi problemi con quelli odierni, come appunto quello delle Aree Interne e della politica che le riguarda o di altre questioni di scottante attualità.

Niente di tutto ciò: solo una dignitosa recita di un raccontino per fanciulli ingenui. Eppure il Teatro Povero era nato per rappresentare la povertà materiale e culturale cui era costretto il mondo mezzadrile, per riscattarsi da quella vita amata e nello stesso tempo odiata, per chiedere per sé e per tutti gli altri di poter vivere in un mondo più giusto, più onesto, senza guerre. Vero è che in genere “con la cultura non si mangia” o si mangia poco e male, e che coloro che lavorano nella cooperativa e sopportano la fatica di attività diverse hanno diritto ad essere rimunerati adeguatamente; credo che con una maggiore sensibilità politica e sociale si sarebbe potuto trovare un onesto compromesso tra le esigenze degli operatori e il mantenimento di quel livello culturale che è stato del Teatro Povero. Fosse stato così, si poteva rappresentare la Casa silente facendo riferimento alla storia più recente di Monticchiello e alla questione delle Aree Interne, coerentemente con lo spirito che ha sempre animato le attività del Teatro Povero.

Invece si è scelto di percorrere una scorciatoia, la più banale forse e che molto probabilmente non ha sbocchi per il futuro: finito l’overtourism, resterà la piazza vuota senza più neanche i tavolini. Non è per fare del banale moralismo, ritengo, però, che bisognerebbe avere più rispetto di quelle generazioni che nel teatro vedevano uno degli strumenti del loro riscatto storico ed umano e di quello di tutti coloro accomunati dalle stesse condizioni di vita. Monticchiello era diventato il simbolo dei piccoli centri disposti a lottare pur di sopravvivere: non credo che i mezzi per farlo possano essere quelli della ristorazione, magari aggiungendo, come è stato fatto, alla Taverna del Bronzone il Ristorante Bronzino in cui si presentano piatti della cucina più moderna e cerebralmente elaborati. 

Monticchiello,  Museo del Teatro Povero

Monticchiello, Museo del Teatro Povero

La visita al museo 

In ossequio a quanto mi ero ripromesso, sono ritornato a Monticchiello per capire lo stato delle cose: il paragrafo precedente ne è in qualche modo il resoconto. La visita non poteva non concludersi senza dare un’occhiata al Museo Te.Po.Tra.Tos..Sono entrato non dall’ingresso ma dalla porta di uscita, facendo così il percorso all’inverso. Sulla destra i “velatini” che il Cresti aveva usato per dire che il personaggio regale del Bruscello disegnato su di essi non era altro che il contadino raffigurato sulla tavola retrostante: il velatino è illuminato ma non la tavola dietro: così l’esposizione non ha senso. Sulla sinistra, la stanza del pozzo, attrezzata con sistemi multimediali ed elettronici che avrebbe aiutato i visitatori a capire il rapporto tra ciclo dell’anno e teatro contadino: essa è ora del tutto inerte e silenziosa. Più avanti, la “camera oscura”, dove i visitatori avrebbero avuto il primo impatto con la cultura contadina e la sua espressività, adesso sguarnita del tutto e per questo insignificante. Continuando sono arrivato a quella che era la sala didattica con il plastico di tutta la Toscana su cui era possibile vedere i luoghi, in cui era testimoniata l’usanza del teatro, e tutti i generi della drammatica popolare (Maggio, Bruscello, Zinganetta, Sacra rappresentazione, Maggiolata ecc. ecc.). Sulle pareti, erano stati collocati dei pannelli didattici che informavano i visitatori su cos’era il teatro popolare, sulle caratteristiche delle rappresentazioni, sui loro significati, sulla funzione sociale, chi ne erano stati gli studiosi, ecc. Sparito tutto, nel disprezzo totale di chi vi aveva impiegato intelligenza, studio, tempo e passione. Solo un trionfale bancone da bar a dimostrazione che la cultura non dà da mangiare. 

Monticchiello, Teatro povero, La casa silente

Monticchiello, Teatro Povero

Conclusioni 

Il 10 novembre 2012 si svolse a Buonconvento una riunione tra studiosi di demoantropologia, i responsabili dei sei musei della cultura tradizionale e l’assessore alla cultura della provincia di Siena. La crisi economica del momento, disse l’assessore tra le altre giustificazioni, non ci consente più di gestire i sei musei, occorre accorparli con quelli di arte esistenti negli stessi centri. In effetti, tutto l’intervento dell’assessore era improntato all’eufemismo: non si trattava di accorpamento, ma di chiusura dei musei mediante una lunga agonia, nemmeno “dignitosamente assistita” come quella delle Aree Interne. E da allora i musei etnografici della provincia di Siena sono stati condannati a chiudere i battenti.

Non è un caso isolato, perché molti altri musei del genere presenti in molte località italiane stentano a mantenersi in vita; tra l’altro, è andato via via perdendosi tutto l’entusiasmo degli anni dal 1970 al 1980 che aveva contribuito al proliferare dei musei della “civiltà contadina” o di denominazioni similari, perché, allontanandosi nel tempo il ricordo di quella società rurale annullata da quella industriale e dei consumi, l’interesse per la storia del passato è naufragato in un presente più allettante e meno impegnativo,  ma forse più superficiale.

La crisi dei musei etnografici è tale che quattro degli studiosi che più si sono spesi nell’idearli e farli nascere, hanno distribuito un volantino in cui si parla sia delle «molte sconfitte subite», ma anche delle «nuove resistenze museali, già attive o possibili»; basandosi su queste vogliono ripartire con un seminario nazionale dedicato «al lavoro, alle battaglie e ai tanti cantieri aperti da Gianfranco Molteni» [4].

Se il Museo di Monticchiello fosse stato in attività, sarebbe stato un punto di partenza molto importante e soprattutto un efficace simbolo di resistenza per questa coraggiosa volontà di riprendere il lavoro interrotto da un amministrativo atto burocratico e da un mancato rispetto della storia, degli studi e degli studiosi che ne sono stati i creatori. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note 
[1] Clemente P., Graffiti di museografia antropologica italiana, Protagon, Siena 1989 e 1996.
[2] Si veda, per esempio, il libro di F. Tantillo, L’Italia vuota. Viaggio nelle aree interne (Laterza, Bari 2023) che ho recensito con il titolo Le mille iniziative dell’Italia spopolata in «Dialoghi Mediterranei», n. 63, settembre 2023.
[3] È stato merito del giornalista Alfonso Scarano del Fatto quotidiano (30 giugno 2025) a rendere pubblico il documento governativo.
[4] Il Piano delle Strategie Nazionali delle Aree Interne (PSNAI), elaborato dal Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud – Presidenza del Consiglio dei Ministri, è consultabile in rete (ultimo contatto il 18 sett. 2025).
[5] I firmatari del volantino sono Pietro Clemente, Paolo De Simonis, Claudio Rosati e Mario Turci.  
Sitografia 
Su Monticchiello, sul Teatro Povero e sul Museo TePoTratos si trovano su Internet molti siti. Quello ufficiale del TP è il seguente: https//teatropovero.it. Chi volesse vedere qualche immagine sul Museo com’era fino a qualche anno fa, può andare sulla pagina apposita, ancora attiva il 18 settembre 2025, quando l’ho consultato.

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadinoLo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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