
Mehmet Muazzez Özduygu (1871-1956), Teatro delle ombre con Karagöz e Hacivat, Museo Statale di pittura e scultura, Ankara (Fonte: reddit.com)
di Roberta Marin
Il mondo del teatro ha sempre affascinato il pubblico, che lo ha approcciato con grande curiosità e lo ha apprezzato in tutte le sue svariate declinazioni. Una forma teatrale che viene considerata minore è quella del Teatro delle Ombre, in cui esperti burattinai fanno muovere delle figure che diventano i protagonisti di storie che soltanto in apparenza sono comiche o semplicemente umoristiche, ma che in realtà nascondono profonde denunce sociali, e spesso mettono alla berlina vizi e virtù dell’essere umano nel suo complesso. Le origini di questa tradizione sono ancora lontane dall’essere definitivamente identificate, ma c’è un’opinione comune secondo cui il Teatro delle Ombre si diffuse e si sviluppò nel bacino del Mediterraneo per merito di mercanti europei e di altre provenienze, che lo ‘importarono’ insieme ai beni, che sarebbero stati successivamente venduti nei mercati del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Europa.
In tutto il mondo islamico, la tradizione del narrare in pubblico storie e favole, tramandate oralmente di generazione in generazione, è ancora diffusa. A Marrakech, per esempio, nella famosa piazza Jemaa al-Fna nel cuore dell’antica medina, non è difficile imbattersi quotidianamente in capannelli di persone, formati soprattutto da bambini, che ascoltano interessati i racconti dei cantastorie, talvolta supportati in questo da semplici canovacci con disegni, che accompagnano e arricchiscono la trama. Le storie si ripetono come pure i personaggi che le popolano, sebbene i cantastorie cerchino incessantemente di aggiungere nuovi dettagli che rendano la narrazione più coinvolgente e avvincente. Senza dubbio il lavoro svolto dai cantastorie deve essere considerato come una forma di teatro popolare che trova la sua ragion d’essere nella creazione di storie basate su eventi realmente accaduti e su personaggi realmente esistiti, e il cui unico scopo, oltre a intrattenere i passanti, risiede nel tentativo di proseguire una tradizione che va ben oltre l’avvento dell’Islam e interessa tutte le culture mediterranee.
Se i cantastorie coinvolgono i passanti in piazze molto frequentate e alla fine del loro racconto si aspettano una piccola dimostrazione di gratitudine, preferibilmente sotto forma di una moneta o due, il cosiddetto Teatro o Teatrino delle Ombre è simile nel contenuto, ma diverso nell’espressione. Questa antica forma d’arte popolare originariamente utilizzava delle figure piatte di uomini ed animali ritagliate in pelle o pergamena e dipinte a colori vivaci. Ancora oggi, mani e braccia sono attaccate a dei bastoncini, manovrati dal burattinaio, mentre le gambe vengono lasciate libere di muoversi. Assecondando la trama delle storie, le figure costruite ed articolate in questo modo permettono al burattinaio di far camminare, danzare e lottare i personaggi, mentre attraverso la sua voce li fa parlare, cantare, litigare, ridere e piangere. Le scenografie sono sempre molto basiche, ma quello che era ed è a tutt’oggi essenziale è la presenza di uno schermo o un telo translucido accompagnato da una fonte di luce (un tempo venivano usate lampade ad olio o candele), che illumini da dietro le figure accostate allo schermo. In questo modo le loro ombre vengono messe in risalto e facilmente identificate dal pubblico, reso partecipe dal burattinaio, che ha il doppio ruolo di manovratore delle figure-personaggi e di cantastorie. L’illusione di reali immagini in movimento si ottiene sia grazie alla maestria del burattinaio-cantastorie sia alla collocazione strategica della fonte di luce.

Henri Rivière, Théatre d’Ombres au Le Cabaret Chat Noir, Parigi, 1890 (Fonte: Wikimedia Commons, CC-PD-Mark)
Il Teatro delle Ombre sembra essere emerso in Asia Centrale, in Cina o in India nel I millennio a.C., anche se è stato documentato con maggiore precisione soltanto a partire dalla dinastia Sung (960-1279) in Cina (collezionemariasignorelli.it). Sebbene la tradizione sia molto antica, gli spettacoli proposti sono ancora molto apprezzati sia da adulti che bambini. Nel sud-est asiatico, in particolare in Indonesia, Malesia, Thailandia e Cambogia, rappresenta una forma di intrattenimento ancora in auge, ma è presente anche in alcuni Stati europei, come Germania, Francia e Grecia, e negli Stati Uniti. Lo si può incontrare in Medioriente e Nord Africa, in particolare in Turchia, Egitto, Tunisia e Siria. In quest’ultimo Paese è stato elevato al rango di patrimonio culturale immateriale dall’Unesco nel 2018.
Malgrado l’ampia diffusione, ci sono ancora delle perplessità riguardo l’origine e lo sviluppo di questa tradizione popolare nel mondo islamico. Stanton e Banham sostengono nel loro The Cambridge Paperback Guide to Theatre che non ci siano prove di un’attività teatrale degna di questo nome nel mondo mediorientale tra il terzo e il tredicesimo secolo, neppure dopo la nascita e la diffusione dell’Islam nel settimo secolo. Le prime testimonianze della presenza di quella che diverrà una tradizione ampiamente adottata nei Paesi di religione islamica vengono fatte risalire al periodo immediatamente successivo alle invasioni mongole. È probabile che questa tradizione sia stata introdotta infatti dalle dinastie mongole che stabilirono i loro imperi nel mondo islamico, come ad esempio quella degli Ilkhanidi (1260-1335). Nonostante i membri delle suddette dinastie si convertirono all’Islam, mantennero un forte legame con le tradizioni sino-mongole originarie, inclusa quella del Teatro delle Ombre. Questa peculiare forma teatrale si modificò inevitabilmente entrando in contatto con la cultura e la tradizione islamica, di cui incorporò svariati elementi, il che nel tempo portò a considerarla una forma di spettacolo indigena.
Non ci sono molti resoconti scritti o orali sullo sviluppo del Teatro delle Ombre nel mondo iraniano. Al contrario, si trova una documentazione più ampia ed articolata riguardo alla Turchia ottomana e alle regioni sottoposte alla dominazione dei potenti sultani ottomani, come ad esempio l’Egitto (Stanton & Banham 1996: 241-2). Si ha notizia inoltre che il Teatro delle Ombre divenne popolare in Europa già nel diciassettesimo secolo per opera di mercanti e viaggiatori che, tornando dalle lontane terre dell’India e della Cina così come dal più vicino Medioriente, portarono con sé non solo spezie, seta, tappeti ed altre merci ricercate ma anche alcune pratiche culturali tipiche di quelle regioni. In Francia, il Teatro delle Ombre divenne noto con il nome di ombres chinoises (ombre cinesi), mentre in altri Paesi europei venne ribattezzato come ‘la lanterna magica’. Nel 1781 nel castello di Tiefurt in Germania, celebre come punto d’incontro per la cosiddetta ‘Corte delle Muse di Weimar’, lo stesso Goethe contribuì a far costruire un teatro in cui questi spettacoli potessero svolgersi. Ad oggi, le compagnie teatrali che si cimentano in questa arte popolare sono un discreto numero e si possono incontrare in oltre 20 Paesi.
L’impero ottomano è già stato menzionato in precedenza, ed è proprio dalla Turchia che partirà questa breve panoramica su alcuni dei Paesi del bacino del Mar Mediterraneo in cui il Teatro delle Ombre si è sviluppato ed è ancora presente. È in Turchia infatti che il Teatro delle Ombre ha ottenuto probabilmente i maggiori successi grazie a due dei suoi personaggi-ombra più famosi, e cioè Karagöz (letteralmente ‘Occhio Nero’ in turco) e Hacivat (abbreviato nel tempo in ‘Hacı İvaz’, che significa ‘İvaz il Pellegrino’). Nel corso degli anni, Karagöz e Hacivad sono diventati così celebri, anche oltre i confini del loro Paese di origine, da passare non soltanto a identificare i personaggi combinaguai delle storie di cui sono i protagonisti indiscussi, ma anche la stessa forma teatrale, tanto che il Teatro delle Ombre turco e non solo viene chiamato spesso come il Teatro di Karagöz e Hacivad o più semplicemente Karagöz. I due personaggi divennero popolari durante il periodo ottomano, anche se non è chiaro quando furono messi in scena i primi spettacoli. Secondo alcuni storici del teatro contemporanei, la prima pièce comica si svolse in Egitto per intrattenere il sultano Selim I, che si trovava nel Paese per strappare la regione alla dinastia dei Mamelucchi (1517-20) e alla fine ci riuscì. Secondo lo scrittore e viaggiatore Evliya Çelebi (1611-82), d’altro canto, la prima rappresentazione ebbe luogo in precedenza e cioè quando Karagöz e Hacivad avevano preso vita per il piacere del sultano Bayezid I, che regnò dal 1389 al 1402.
Distaccandosi dagli eventi storici e affidandosi invece alle leggende, che spesso però contengono un nucleo di verità, ci si imbatte in due storie altrettanto interessanti e forse veritiere. La prima indicherebbe che l’originaria rappresentazione di Karagöz ebbe luogo quando un povero suddito si presentò al sultano e, invece di lamentarsi delle sue condizioni di vita, improvvisò uno spettacolo di burattini per raccontare in forma di commedia quanto fossero corrotti i suoi funzionari. Il sultano apprezzò così tanto lo spettacolo da decidere di nominare il burattinaio a Gran Vizier e di punire i corrotti. La seconda leggenda narra invece che i personaggi di Karagöz e Hacivat sono stati ispirati da persone realmente esistite, e più precisamente da due scalpellini che avevano trovato lavoro nella costruzione della moschea Ohran Gazi a Bursa, intorno alla metà del quattordicesimo secolo. Svogliati, goffi e disinteressati al lavoro, calunniavano gli altri operai, creando un ambiente di lavoro insopportabile. Venuto a conoscenza del loro comportamento, il sultano ordinò la loro esecuzione. I due cialtroni furono inaspettatamente e imprevedibilmente rimpianti così tanto da colleghi e conoscenti, che vennero fatti rivivere nei ben noti personaggi di Karagöz e Hacivat.
Non si saprà mai con certezza l’origine di queste due maschere della tradizione ottomana, ma quello che si può affermare senza ombra di dubbio è che divennero molto popolari in tutto l’impero ottomano, dalla Siria all’Egitto, dalla Grecia ai paesi balcanici, come ad esempio in Bosnia Erzegovina, dove ancora oggi vengono organizzati spettacoli con i due anti-eroi come protagonisti (FUNCI 2025).
Al centro delle storie ci sono sempre gli scontri tra il popolano Karagöz, costantemente con le tasche vuote e alla ricerca di facili guadagni, e l’altolocato Hacivat, che dimostra di aver studiato, parla correttamente il turco ottomano ed usa un linguaggio letterario. I piani messi in atto da Karagöz per arricchirsi facilmente falliscono sempre, malgrado il ragionamento e il pragmatismo di Hacivat, che cerca in ogni modo di arginare l’impulsività del compagno. Altri personaggi accompagnano i due protagonisti nelle loro scorribande, e sono delle rappresentazioni stereotipate di diversi gruppi etnici che hanno vissuto sotto il dominio ottomano, come armeni, albanesi, greci, e arabi, solo per citarne alcuni. Da queste situazioni paradossali si generano delle gag esilaranti, che rallegrano sia adulti che bambini e che in Turchia sono particolarmente associate al periodo del Ramadan (Patterson 2026).
Storicamente le rappresentazioni durante il Ramadan aumentavano di numero e si svolgevano in luoghi pubblici, come i caffè, o in case private. Al termine delle giornate di digiuno, le persone si riversavano per le strade per celebrare insieme e per assistere nei caffè agli spettacoli che coinvolgevano Karagöz e Hacivat. Fino al Tanzimat, parola con cui si indica il complesso delle riforme avviato nel diciannovesimo secolo nell’impero ottomano, il tema delle gag era più ampio, arrivando a toccare la satira politica e facendo riferimenti sessuali non troppo velati. Le autorità ottomane si stancarono della troppa libertà offerta da questi spettacoli e ben presto la scure della censura si abbatté sugli artisti, e le storie di Karagöz e Hacivat subirono una trasformazione radicale, da cui non si sono più liberati.
Lo studioso Metin And (1927-2008), divenuto celebre per le sue ricerche e le pubblicazioni sul teatro tradizionale turco, ha confermato che il Teatro delle Ombre divenne popolare in Turchia all’inizio del sedicesimo secolo e che fu importato dall’Egitto (And 1977). Con molta probabilità le sue affermazioni hanno preso spunto dalla osservazione diretta degli eventi raccontati dallo storico arabo Muhammad ibn Iyas (1448-1522/24) e contenuti in una cronaca di grande importanza per la storia dei tardi Mamelucchi e dei primi anni della dominazione degli ottomani in Egitto (Dakroub 2013). Secondo Ibn Iyas infatti il sultano Selim I, conquistatore dell’impero mamelucco, assistette ad uno spettacolo del Teatro delle Ombre in cui il deposto sultano mamelucco veniva assassinato. Trovò l’intrattenimento così coinvolgente e a suo modo comico, che fu ordinato al burattinaio di seguirlo a Istanbul, dove avrebbe continuato ad organizzare gli spettacoli per il piacere del figlio e della corte.
Tra il 1908 e il 1918, l’orientalista boemo Paul Kahle (1875-1964) ha avuto modo di studiare tra le altre cose, la tradizione del Teatro delle Ombre in Egitto e la sua diffusione nei Paesi del Nord Africa. Per merito delle ricerche condotte principalmente al Cairo, il cui ricchissimo fondo archivistico è conservato a Torino, si conoscono sia i personaggi che popolano il Teatro delle Ombre sia i copioni. Kahle fu il primo a cercare di mettere ordine tra le diverse tipologie dei personaggi e di trovare un nesso tra l’arte della miniatura e dell’oggettistica mamelucca e la creazione delle figure che hanno animato il Teatro delle Ombre egiziano (Kahle 1911).
Le figure del Teatro in Egitto hanno delle tipicità, sono di grandi dimensioni, e si distinguono per un design sofisticato ed elegante. Kahle ha anche raccolto e catalogato svariati copioni, tra i quali Il vecchio faro (Al manar al qadeem), in cui vengono narrate le battaglie dei mamelucchi contro i crociati e in cui si snoda il dialogo in rima tra i due personaggi principali, Al Haziq e Al Rakhim. Mentre il primo è la personificazione dell’uomo senza coraggio, il secondo cerca in tutti i modi di prendere parte alla guerra e esorta l’amico a fare lo stesso. Il titolo ha trovato ispirazione nel celebre Faro di Alessandria, dove nel copione molte battaglie ebbero luogo. I dialoghi e le scaramucce tra i due personaggi ricordano molto da vicino Karagöz e Hacivat, quindi non è da escludere che i ben più famosi personaggi del Teatro delle Ombre turco-ottomano siano stati ispirati dai predecessori mamelucchi. Ci sono altri copioni che raccontano storie diverse, come ad esempio l’amore travagliato tra il musulmano Taader e la cristiana Alam che si conclude con la conversione di lei all’Islam e il pellegrinaggio di entrambi alla Mecca, o come la sfortuna che continua a perseguitare un contadino, che con l’intervento di uno sceicco diventa pescatore, ma mentre è concentrato sul suo nuovo lavoro, scivola dall’imbarcazione e viene afferrato da un coccodrillo. Tutti coloro che hanno assistito alla scena si mobilitano per aiutarlo.
Le storie rappresentate sono a volte molto semplici, a volte più elaborate, ma quello che è necessario sottolineare è che lo spettatore non assiste a delle improvvisazioni, come accade in altre regioni del Medioriente e del Nord Africa, ma la trama si basa su testi scritti, una forma letteraria codificata non utilizzata in precedenza.
Un’evoluzione diversa ha avuto il Teatro delle Ombre in Tunisia. È di una certa rilevanza notare che questa forma teatrale non si è sviluppata contemporaneamente a quella in Egitto, per esempio, o in altre regioni del Medioriente, ma molto più tardi. Sembra infatti che sia stata introdotta soltanto nel diciannovesimo secolo e che sia stata fortemente influenzata ed ispirata dal Teatro delle Ombre turco-ottomano (Maakel 2011). Anche i ben noti Karagöz e Hacivat, i cui nomi vennero arabizzati in Karagoz e Haji o Haziwiz, vennero adottati come personaggi centrali delle pièce. Nonostante i personaggi siano gli stessi, le figure che li rappresentano sono molto basiche, quasi primitive, specialmente se messe a confronto con la ricchezza di colori e di dettagli delle creazioni turche e all’eleganza e complessità nel design di quelle egiziane. Anche in Tunisia l’improvvisazione non fa più parte del Teatro delle Ombre, ma ci sono un certo numero di copioni, che sono diventati parte integrante della tradizione, come ad esempio Il limone, La barca e L’altalena, tra gli altri.
Il Teatro delle Ombre sta lentamente scomparendo dalla tradizione teatrale e culturale del bacino del Mediterraneo, soppiantato da altre forme di intrattenimento più tecnologiche e limitato nel suo potenziale sviluppo dalla morte degli ultimi maestri burattinai. Sebbene si possa pensare che il futuro di questa tradizione sia a tinte fosche, in realtà sono stati compiuti notevoli sforzi sia da grandi organizzazioni transnazionali, come l’UNESCO, sia da associazioni e singoli individui, per mantenere viva questa antica forma teatrale e per renderla accessibile a un pubblico più vasto. In virtù del contributo offerto da queste menti illuminate e visionarie, Karagöz e Hacivat insieme a tutti gli altri allegri personaggi che popolano il Teatro delle Ombre, continueranno a far sorridere adulti e bambini con la loro inesauribile comicità, che, tuttavia, nasconde un’analisi acuta e incisiva dei tempi e della società contemporanea.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
M. And, Karagöz: theatre d’ombres turc, Dost, Ankara, 1977.
K. Dakroub, ‘Arabic Shadow Theater’, in Puppetring. Puppet, Shadow, and Marionette Magazine, 19 dicembre 2013 https://www.puppetring.com/2013/12/19/arabic-shadow-theater-by-karim-dakroub/ (accesso 7 febbraio 2026)
P. Kahle, ‘Islamische Schattenspielfiguren aus Egypten II’, Der Islam, 2 (1911): 143-95.
M. Patterson, ‘The Magic and Splendor of Karagöz—Turkish Shadow Puppets’, Daily Art Magazine, febbraio 2026, https://www.dailyartmagazine.com/karagoz-turkish-shadow-puppets/ (accesso 11 febbraio 2026)
S. Stanton and M. Banham, The Cambridge Paperback Guide to Theatre, Cambridge University Press, Cambridge and New York, 1996.
‘Il Teatro delle Ombre’ in https://www.collezionemariasignorelli.it/teatro_ombre_testo.htm (accesso 9 febbraio 2026)
‘Karagöz: Turkish theater’, Islamic Culture Foundation (FUNCI), June 2025, https://funci.org/karagoz-turkish-theater/?lang=en (accesso 11 febbraio 2026).
______________________________________________________________
Roberta Marin, ha conseguito la laurea in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico all’Università di Trieste ed ha completato il suo corso di studi con un Master in Arte Islamica e Archeologia presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. Ha viaggiato a lungo nell’area mediterranea e il suo campo di interesse comprende l’arte e l’architettura mamelucca, la storia dei tappeti orientali e l’arte moderna e contemporanea del mondo arabo, iraniano e turco. Collabora con la Khalili Collection of Islamic Art e insegna arte e architettura islamica in istituzioni pubbliche e private nel Regno Unito e in Italia.
______________________________________________________________










