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Il sogno di una scuola di umanità

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 00:31 In Immagini,Migrazioni | No Comments

Giovani studenti della scuola per stranieri di San Giuliano Milanese, da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Giovani studenti della scuola per stranieri di San Giuliano Milanese, da “Nel paese sognato” di M. Bivona

di Fabio Fancello

Dai tetti all’azione concreta

L’Italia vive un periodo storico in cui si parla di improbabili tetti alla presenza di bambini stranieri nelle scuole pubbliche e di corsi di italiano obbligatori per i richiedenti asilo, prima aboliti dalla stessa parte politica. È nello stesso periodo storico che ben si inserisce il documentario firmato da Marcello Bivona, dedicato alla scuola per stranieri di San Giuliano Milanese. Girato tra il 2024 e il 2025, oggi acquisisce probabilmente un significato diverso, che lo rende più urgente, e rappresenta una risposta abbastanza netta a tante domande che, quando si parla di migranti e accoglienza, nessuno sembra mai interessato a porsi veramente. Chi sono questi migranti? Quali sforzi compiono per costruire quella nuova vita a cui dicono di aspirare una volta giunti in Italia? Come rispondono la società e lo Stato italiano a tutto questo?

La realtà raccontata da Bivona è quella di un comune lombardo di 40.000 abitanti, di cui il 20% stranieri, del suo tessuto sociale e dell’opera di sensibilizzazione che lo stesso regista, supportato dal filmmaker Davide Polimeni, dal Comune di San Giuliano e dalla Fondazione Cariplo, intende portare avanti. La sua è una produzione a basso costo accolta con grande entusiasmo dai protagonisti, motivati nel dimostrare che, oltre alla cronaca legata a episodi di malaffare e a un pregiudizio ampiamente diffuso ai giorni nostri, esiste anche un grande bagaglio di umanità, di esperienze positive e formative, per ogni parte coinvolta. Come ha dichiarato lo stesso regista in un’intervista, questo è un «modello di cinema che attinge in presa diretta alla realtà» (Zanardi 2025[1]).

I protagonisti non sono solo i migranti provenienti da più parti del mondo, come Tunisia, Nigeria, Marocco, Egitto, Perù e Ucraina, ma anche i membri dell’associazione Orizzonte APS, residenti, professionisti e lavoratori, che si mettono a disposizione offrendo agli stranieri una formazione linguistica e accompagnandoli fino al conseguimento degli attestati di lingua, necessari per ottenere i permessi di soggiorno. La scuola non è solo luogo di apprendimento, ma anche di aggregazione sociale e di ascolto per i numerosi problemi che i migranti e le loro famiglie si trovano ad affrontare. È un laboratorio didattico e sociale, come spiega il direttore della scuola, Paolo Rausa, in cui l’imparare la lingua è già uno strumento di integrazione.

Reham Elfeky, insegnante di origine egiziana, da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Reham Elfeky, insegnante di origine egiziana, da “Nel paese sognato” di M. Bivona

Sentire di «fare qualcosa»

Gran parte del docufilm è dedicata alle attività svolte dalla scuola, che rientra nella Rete delle Scuole Senza Permesso, un’aggregazione di istituti scolastici rivolta ai senza diritti [2]1. Il regista raccoglie diverse testimonianze dagli allievi che frequentano i corsi, provenienti dal mondo arabo e dall’Africa, ma anche dal Sudamerica e dall’Ucraina. C’è chi dice di aver sognato l’Italia quando era dall’altra parte del mare, chi ripercorre il terrificante «viaggio della morte» che lo ha portato lì, chi ringrazia la scuola per averlo aiutato a integrarsi in un luogo in cui non riusciva a comunicare e chi adesso si è inserito, ha preso casa e torna a scuola per dare una mano agli altri. Sono esperienze spesso molto diverse tra loro, accomunate dal desiderio comune di una vita decorosa e dignitosa in terra italiana, per sé e anche per le proprie famiglie. Per raggiungere questo obiettivo, viene ribadito più volte, imparare la lingua italiana è fondamentale.

Tra gli intervistati ci sono anche diversi docenti, a volte “in prestito” da altre professioni, ma molto motivati. Una coppia di insegnanti, ad esempio, vede nell’insegnamento agli stranieri una forma di arricchimento personale di conoscenza su qualcosa di diverso, tra culture e usanze; una conoscenza che allontana la paura e il pregiudizio. Si dilungano sull’impegno dei loro allievi: alcuni arrivano a scuola dopo lunghe giornate di lavoro iniziate all’alba, magari dall’altra parte della città, rinunciando anche a cenare pur di essere presenti. Non mancano le difficoltà, come quelle degli ispanici che non riescono a ripulire la propria lingua, troppo simile all’italiano, o come gli arabi, che faticano ad adattarsi a un nuovo alfabeto, con vocali e consonanti diverse da quelle conosciute. Tra i docenti c’è anche Reham, che da quando aveva sei anni vive in Italia, dove ha studiato e dove oggi ha un lavoro da dipendente. Cittadina egiziana, come specifica, cerca di partecipare alle lezioni quando può, sentendo di star “facendo qualcosa” di bello e importante.

Il direttore della scuola, Paolo Rausa incoraggia gli alllievi prima dell'esame per la certificazione A2, da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Il direttore della scuola, Paolo Rausa incoraggia gli allievi prima dell’esame per la certificazione A2, da “Nel paese sognato” di M. Bivona

Missione Senza Permesso

Nel documentario sono presenti alcune scene costruite appositamente per spiegare, attraverso le parole e le immagini, il funzionamento della scuola. Come quando alcuni ragazzini chiedono a Ornella Bongiorni, membro di Orizzonte APS e moglie di Paolo Rausa, delle informazioni sulle iscrizioni o come quando lo stesso Rausa spiega a dei minori l’importanza della scuola per il loro futuro e gli presenta la possibilità di frequentare delle scuole professionalizzanti. La sequenza è utile per far capire quali sono i diritti garantiti ai minori stranieri nel nostro Paese e quanto sia importante, per loro, pensare alla propria formazione per stabilirsi nel territorio. Anche nella scuola professionale viene spiegato che il primo requisito è padroneggiare la lingua italiana, fondamentale per comprendere le lezioni, ma anche per aiutare le loro stesse famiglie, con le quali è indispensabile parlare in italiano anche in casa, così facilitandone l’apprendimento anche ai genitori.

Sono inseriti alcuni filmati d’archivio, tra cui quelli del quartiere popolare di Rogoredo, dove è nata una delle prime scuole di italiano. La sequenza serve a introdurre Fabio Mantegazza, direttore di una scuola nata per coprire una mancanza da parte dello Stato, a cui tuttavia non voleva sostituirsi, e rivolta a persone con il bisogno e il diritto di imparare la lingua, una fascia sommersa che lo Stato da solo non riesce a coprire. Mantegazza racconta anche della nascita della Rete Scuole Senza Permesso, frutto dell’aggregazione di cinque istituti milanesi, che hanno scelto questo nome perché aperte a tutti i migranti: chiunque poteva venire, in quanto persona portatrice di diritti. Le scuole si occupano della preparazione agli esami di certificazioni linguistiche A2 e B1, spesso richieste in ambito lavorativo e necessarie per chiedere, ad esempio, la cittadinanza.

Il racconto arriva fino ai giorni prima degli esami di lingua di livello A2, mentre il regista mostra gli allievi intenti con gli ultimi ripassi e in preda alla classica tensione preesame. In questi momenti diventa sempre più evidente quanto il rapporto tra allievi e insegnanti si evolva spesso in una sincera e solidale amicizia.

Il libraio Sergio Farci , da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Il libraio Sergio Farci  da “Nel paese sognato” di M. Bivona

Dal Sud del mondo a Serenella

Nella sua costruzione narrativa, Bivona approfondisce anche il contesto di alcuni luoghi, in particolare nel quartiere Serenella, dove sorge la sede centrale della scuola e dove, da qualche anno, esiste un comitato di quartiere che si interessa dei problemi e delle necessità dei residenti. Alcuni esponenti ne raccontano l’evoluzione, da meta di immigrati pugliesi, napoletani, calabresi e siciliani, a quartiere multietnico con alcune attività gestite proprio dagli stranieri.

Molti degli intervistati hanno un accento chiaramente meridionale; sono immigrati a loro volta e spiegano, meglio di tante altre cose, il senso di alcune iniziative promosse dal comitato, come la realizzazione del primo corso di italiano per stranieri, in cui ogni residente dava una mano facendo da insegnante. Tutti sono concordi nel definire il quartiere come uno dei più vividi del sud milanese, sicuro e vivibile, con attività aperte fino a tardi. Concordano anche nel ribadire l’importanza della scuola per uno sviluppo sano della zona, come fa il libraio Sergio, la cui libreria storica, negli anni, è stata frequentata anche dai bambini stranieri che aspettavano la madre al ritorno dal lavoro.

Anche il direttore Rausa racconta l’evoluzione della città: da comunità agricola, destinataria della prima grande immigrazione dal Sud Italia, tra agli anni Ottanta e Novanta, è diventata meta della migrazione dal Sud del mondo. La scuola che hanno realizzato è stata da sempre aperta agli stranieri da tutte le parti del mondo, anche a chi non ha mai studiato o a chi è arrivato già con una laurea. Trovare il modo di tenerli insieme li ha spinti a costruire un sistema di classi a più livelli, che sono aumentate anche nel numero e nei turni orari, per favorire donne e bambini al mattino e lavoratori rientranti la sera.

Kais e Manel, da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Kais e Manel, da “Nel paese sognato” di M. Bivona

Kais e Manel

Tra gli allievi della scuola c’è una coppia di tunisini, originari di Monastir. Il regista li mostra al primo incontro con Rausa, il quale li invita a frequentare la scuola. Kais parla poco italiano, Manel ancora meno. La coppia ha due bambini, una giunta in Italia a otto mesi, l’altro nato proprio nel nostro Paese dopo la traversata. Inizialmente Manel aveva rifiutato la scuola perché deve prendersi cura di loro, ma ha accettato quando le sono state proposte delle lezioni al mattino riservate alle madri con bambini.

È una coppia che ritorna in vari passaggi del documentario, mentre studia a scuola e anche in alcuni momenti di convivialità. Andando avanti con la narrazione si vede cambiare anche la loro capacità linguistica. Lo si nota, ad esempio, nel racconto di Keis sulla traversata del Mediterraneo con Manel incinta, in una barca dal motore rotto, che ha ospitato quarantuno persone a bordo per circa ventisette o ventotto ore di navigazione. Il mare agitato faceva paura, li ha privati del sonno e sarebbe stato fatale senza il salvataggio di una nave più grande.

Kais rimane uno dei soggetti preferiti dagli autori del documentario, che lo seguono anche a Palermo, quando, insieme a Rausa, si presenta alla convocazione presso il tribunale di competenza, in quanto migrante sbarcato a Lampedusa, per ottenere finalmente il permesso di soggiorno.

Pap Kouma, giornalista e scritore senegalese, da "Nel paese sognato" di M. Bivona

Pap Kouma, giornalista e scritore senegalese, da “Nel paese sognato” di M. Bivona

Pap Kouma e l’identità italiana

Un’altra figura ricorrente nel documentario è quella dello scrittore e giornalista senegalese Pap Kouma, che torna più volte con i propri commenti. Chi arriva in Italia da adulto, spiega, si ritrova come in una gabbia, con le ali tarpate. L’incapacità comunicativa penalizza la ricerca di un lavoro, di una casa e la sopravvivenza stessa. Lui stesso racconta che quando è arrivato ha dovuto imparare tutto da solo, perché non c’erano scuole serali, ma aveva grande voglia di comunicare.

Inoltre, ci sono molte cose che un italiano dà per scontate per consuetudine culturale, ma che lui stesso ha faticato a capire, perché non aveva nessuno che gliele spiegasse; ad esempio, la differenza tra le calzature invernali e quelle estive, che in Africa non esiste, o cosa siano un pronto soccorso e il medico di guardia. Da quarant’anni in Italia, oggi cittadino italiano, non ha perso le sue radici, ma afferma, citando Aimé Césaire, che «bisogna radicarsi nella cultura, essere porosi ai soffi dell’universo».

Ribalta, infine, la questione sugli stranieri, alludendo all’improbabile esistenza di una purezza italiana e chiedendosi chi siano davvero gli italiani, se i discendenti degli spagnoli o degli arabi, se mescolati con i tedeschi o con gli austriaci. Non sono gli stranieri di oggi a far diventare l’Italia multiculturale, lo era già da prima, con i francesi e con i normanni e con una lingua che contiene parole arabe che forse neanche gli arabi usano più.

La politica che si oppone alla società multiculturale forse dovrebbe tornare indietro almeno fino ai Romani. Lo stesso Sant’Agostino, tra i padri della religione cattolica, è venuto dall’Africa ed era nero come lui. Ma è proprio nella multiculturalità che risiede la bellezza dell’Italia, che ha saputo metabolizzare le contaminazioni e le ha rese un unicum. Chiunque è stato di passaggio ha lasciato una traccia, così come probabilmente faranno anche loro adesso. L’Italia li cambierà, ma loro cambieranno l’Italia. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] A. Zanardi, “Storie di migranti: “Un film per sfatare i luoghi comuni””, Il Giorno Milano, 17 giugno 2025. https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/storie-di-migranti-film-per-ba248802
[2] https://www.scuolesenzapermesso.org/

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Fabio Fancello, dottorando di ricerca in “Processi formativi, modelli teorico-trasformativi e metodi di ricerca applicati al territorio” presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania e cultore della materia in “Storia dei Nuovi Media” presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha studiato cinema d’impresa, documentario antropologico e cinema archeologico. Si interessa di cinema e audiovisivo, cultura popolare, patrimonio culturale e cineturismo e collabora con realtà editoriali e produzioni audiovisive.

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