Nell’epoca delle «passioni tristi» – sarebbe più esatto dell’apatia malinconica – provoca un mix di straniamento e di conforto partecipare ad assemblee pubbliche in cui persone di ogni età si incoraggiano a vicenda per dirsi che non tutto è perduto; che il meglio del passato va gelosamente preservato e rilanciato nella certezza che, nonostante la tragicità del momento storico, all’umanità è ancora riservato un futuro dignitoso. Una sensazione simile l’ho provata, ancora una volta, alla presentazione a Palermo, presso la sede di “Potere al popolo”, del libro di Giorgio Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis ed. 2025), che porta significativamente in esergo un verso del cantautore Pierangelo Bertoli: «Eppure il vento soffia ancora…».
In linea con il titolo rassicurante, l’autore – non certo privo di carisma comunicativo – ha affermato e ribadito che il socialismo, dato per morto come in altre epoche, è in procinto di risorgere, per una ragione decisiva: come aveva sentenziato la grande Rosa Luxemburg, avversaria inascoltata della Prima guerra mondiale, esso è l’unica alternativa alla barbarie, al suicidio del capitalismo, predone di vite umane e dello stesso ambiente naturale. Oggi il grido di allarme della Luxemburg risuona drammaticamente attuale, elevandosi
«dal genocidio che Israele compie a Gaza e da tutte le complicità occidentali che lo permettono, dal riarmo e dal militarismo che ci trascinano verso la Terza guerra mondiale, da un capitalismo che concentra una ricchezza immane nelle mani di pochi mentre precipita miliardi di persone nella miseria, da una catastrofe ambientale che viene ignorata e alimentata nel nome del profitto» (ivi: 10).
Cremaschi vede nelle manifestazioni in Italia a favore del popolo palestinese una prova che «il ghiaccio di anni di controrivoluzione liberista è rotto»; che ancora una volta, «proprio quando la notte si fa buia, si avvicina la luce». La crisi della «lunga marcia reazionaria dell’Occidente e delle sue élite» impone la «costruzione di una vera alternativa a essa» (ivi: 12).
Quale socialismo?
Il punto nevralgico è proprio qui: sulla diagnosi dei mali siamo d’accordo, a meno di cecità o cattiva fede, ma sulla terapia? L’autore la individua nel «socialismo». Cosa intendere con questo termine? Esso delimita un territorio, al di fuori del quale restano filo-capitalisti, conservatori, fascisti e reazionari di varia risma. Ma, al di qua del confine, a quale “socialismo” ci riferiamo? Sappiamo che nel linguaggio politico si registrano due significati principali: il socialismo nel vocabolario marxista (come fase di transizione, mediante la “dittatura del proletariato”, dalla società borghese alla società comunista) e il socialismo nel vocabolario non-marxista (come “socialdemocrazia” [1]; come trasformazione, per via di riforme democratiche, del capitalismo verso un assetto sociale da determinare nel corso del processo). La differenza radicale fra le due concezioni di socialismo è che la seconda ritiene irrinunciabili quelle conquiste della democrazia liberale che, invece, nella prima prospettiva sono solo la maschera illusoria della “dittatura della borghesia”.
Il libro non si preoccupa di sciogliere, preventivamente, questa ambivalenza semantica e di dichiarare quale delle due interpretazioni adotta. Grazie a questa indeterminazione, può così – secondo i casi – sottintendere l’una o l’altra accezione: più precisamente, può parlare di socialismo tout court se elenca vittorie e successi e di socialdemocrazia se si riferisce a sconfitte e insuccessi. L’unica concezione di socialismo esente da critiche resta così la concezione del socialismo come anticamera del comunismo: è vero che nel socialismo “reale” ci sono state delle pecche, ma la società (finale) senza classi è una condizione paradisiaca per raggiungere la quale nessun prezzo (neppure una fase di sospensione delle garanzie costituzionali “borghesi” e di monopolio dei poteri statuali da parte del Partito Comunista) è troppo alto. Senza questa chiave interpretativa – ammesso che sia corretta e non frutto di una mia incomprensione – si rischia di non cogliere il filo conduttore del volume che, con coraggio, affronta a 360 gradi le principali tematiche del momento storico.
I conti con le conquiste liberali
La tesi di fondo di Cremaschi è condivisibile? L’esperienza dell’Unione Sovietica, dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, della Cina, della Cambogia, della stessa Cuba costituisce una seria, oggettiva, obiezione. L’autore parla della vittoria dell’URSS sulla Germania nazista nel 1945 per poi passare al crollo del muro di Berlino come emblema della vittoria del capitalismo: ma il quasi mezzo secolo di “socialismo reale” fra le due date – cioè l’orrenda dittatura sovietica imperniata sul capitalismo di Stato – non merita neppure due righe? Folte schiere di militanti nel mondo (tra cui fior fiore di intellettuali) hanno perduto la fede nel “Sol dell’avvenire” perché vittime inebetite della propaganda imperialistica borghese o perché hanno constatato che i crimini dei regimi “comunisti”, ai danni di popoli stranieri e dei propri stessi cittadini, sono riusciti a far rimpiangere l’autocrazia molto meno efficiente e capillare degli Zar e dei governi para-liberali? Il socialismo è stato ferito solo dagli attacchi esterni o anche, e soprattutto, dall’autolesionismo? Il vittimismo non esonera dall’autocritica gli individui né le organizzazioni politiche. Né ci se ne può uscire con qualche battuta umoristica: alla domanda posta da un mio amico alla presentazione del volume («I partiti comunisti sinora al potere non hanno compiuto errori da riconoscere?»), l’autore ha prontamente risposto: «Inutile guardare al passato. Errori? Ne faremo di nuovi». Nel libro stesso l’autore ricorda, con divertita approvazione, il consiglio datogli nel corso di una chiacchierata da un sindaco democristiano di Brescia:
«Voi comunisti fate troppo autocritiche. Guardate la Chiesa, tutti i suoi Papi, anche quelli che furono autentici mascalzoni, sono in fila nei ritratti appesi ai muri. La Chiesa fa le sue scelte, ma si fa carico di tutto il suo passato, per questo dura da duemila anni, voi comunisti con tutte le vostre autocritiche rischiate di non durare…» (ivi: 140).
Forse il consiglio del cattolico democratico lombardo andrebbe recepito con almeno due avvertenze. Innanzitutto che la Chiesa cattolica, a forza di non fare “autocritiche”, si sta sbriciolando come un venerando monumento del passato e già oggi è ridotto quasi all’irrilevanza sociale. Secondariamente che, se il dissolvimento non dovesse avvenire così presto come alcuni prevediamo, ciò lo si dovrebbe a un fattore di rilievo: che la Chiesa cattolica evita le “autocritiche” pubbliche ma, intanto, sottobanco, opera delle trasformazioni sostanziali di cui si accorgono – sterilmente allarmati – i suoi membri più retrivi, nostalgicamente conservatori.
I “sacri principi” del 1789 costituivano un complesso: libertà, uguaglianza, fraternità. La tragedia della storia successiva è consistita nel perseguirli separatamente e, con ciò, sfigurarli sino a farne la caricatura di sé stessi. Il liberalismo ha ridotto la libertà a individualismo auto-referenziale; il social-comunismo ha snaturato l’uguaglianza dei diritti politici a pari sudditanza nei confronti di uno Stato totalitario; Chiese e movimenti cristiani hanno enfatizzato la fratellanza di principio senza impegnarsi, concretamente, né per le libertà né per la giustizia sociale. Cremaschi è attento a sottolineare i disastri di una libertà senza uguaglianza («viviamo in un sistema che conserva e spesso esalta i valori e i principi della democrazia liberale, ma che li svuota progressivamente di ogni contenuto di eguaglianza sociale e dei diritti del lavoro, che privatizza i servizi pubblici e i beni comuni, che abbandona la pace in nome del riarmo e della guerra», ivi: 18), ma tace sui crimini di una uguaglianza senza libertà.
Opportunamente qualifica il socialismo di cui vede la rinascita «ecologista, anticolonialista, femminista» (ivi: 24): ma non gli riesce di aggiungere alla lista «democratico» (o un suo equivalente semantico). È verissimo che «le democrazie occidentali oggi sono sistemi formalmente liberali» e sostanzialmente «oligarchici» che sbandierano, propagandisticamente e ipocritamente, «i loro valori di libertà, diritto, giustizia» (ivi: 26). Ma mi chiedo: un socialismo per il quale valga la pena lottare si prefigge di dare contenuto alle promesse liberali o di azzerarle? Dev’essere l’inveramento e il compimento (rivoluzionari) delle conquiste liberal-borghesi o la loro negazione (reazionaria)? Davvero «liberalsocialismo» è un «ossimoro» (ivi: 151) (Benedetto Croce, dal versante opposto, aveva scritto: un esempio di «cretinismo politico») o il socialismo liberale dei fratelli Rosselli, di Matteotti, di Gobetti, di Capitini, di Guido Calogero, di Norberto Bobbio è l’unico socialismo che ci salverà? Davvero è giusto lottare e morire per vivere come in Cina dove – l’autore lo scrive senza un’ombra di riserva, con compiacimento – «lo Stato e il partito comunista controllano il mercato» (ivi: 77)?
Social-comunismo e socialdemocrazia
Uno dei più apprezzati storici marxisti, Eric Hobsbawm, ha sostenuto che l’URSS è stata molto più funzionale ai diritti sociali dei lavoratori occidentali che dei propri cittadini[2] : infatti, per paura della rivoluzione social-comunista, i capitalismi europei hanno inventato lo Stato sociale e realizzato riforme legislative a favore dei salariati. Se, come ritengo, questa analisi è corretta, il crollo dell’Unione sovietica ha causato la crisi delle conquiste sociali dei lavoratori occidentali. Cremaschi inverte la prospettiva: «il primo nemico della controrivoluzione liberista è stato lo Stato sociale occidentale, con i suoi principi di eguaglianza sociale e controllo pubblico sull’economia» (dunque, verrebbe da commentare fra parentesi, non proprio un effetto spregevole della disprezzata socialdemocrazia!), «una forma parziale di socialismo la cui sconfitta ha travolto anche quella del socialismo reale» (ivi: 130). Con questo capovolgimento di prospettiva l’autore si esonera dal compito – ineludibile – di capire il fallimento del «socialismo reale» dal momento che lo si liquida come conseguenza della crisi della socialdemocrazia occidentale.
Ma anche a prescindere dal rapporto di causa ed effetto fra i due fenomeni, è un fatto che, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso [3], «la burocrazia comunista dell’Est europeo e dell’Unione Sovietica era traslocata nel campo liberista, così i gruppi dirigenti delle sinistre occidentali in gran parte, ovviamente con condizioni materiali e politiche molto diverse, traslocarono nello stesso campo» (ivi: 138).
Tutto vero: ma che spiegazione ne diamo? Ci limitiamo al punto di vista psicologico-etico («una burocrazia ormai corrotta» che pensava «fosse giunto il momento di trasformare in guadagno personale la fine dei propri ideali comunisti», ivi: 136)? Troppo poco “materialistica” come chiave di lettura! Non sarò certamente io a sottovalutare i fattori intellettuali e morali della storia, ma a patto di integrarli con altri “strutturali”: come le analisi degli economisti che, da più angolazioni, sottolineavano la necessità della libera concorrenza – con tutte le limitazioni giuridiche del caso – come condizione preliminare per misurare l’efficienza di un’impresa produttiva di beni o di servizi. La «controrivoluzione liberista» (ivi: 139) avrebbe vinto se il «socialismo reale» avesse socializzato equamente ricchezza materiale (dopo averla promessa al costo doloroso di una riduzione dei diritti politici) e non miseria? Per la verità, neppure il disagio economico di massa è stato condiviso equamente nei Paesi dell’Est europeo: Ralph Dahrendorf ed altri sociologi hanno dimostrato che in quei regimi le differenze di classe (dunque di proprietà dei mezzi di produzione) sono state sostituite con non meno odiose differenze di ceto (dunque di gestione del potere all’interno delle gerarchie del partito unico) [2].
Socialismo e nonviolenza
Con ogni ragione Cremaschi sottolinea l’analogia fra gli eventi che sono sfociati nella Prima guerra mondiale (1914-1918) e le cronache contemporanee e si sofferma sul dato apparentemente inspiegabile che, allo scoppio del conflitto bellico,
«la Seconda Internazionale, che univa tutte le principali organizzazioni socialiste e che aveva la sua ragione d’esistenza nell’unità dei lavoratori e dei popoli oltre ogni frontiera, si sciolse come neve al sole. I principali partiti socialisti si schierarono con i propri governi borghesi e reazionari nel sostegno alla guerra» (ivi: 32).
Questo voltafaccia clamoroso dovrebbe indurci ad aggiungere ancora un aggettivo al socialismo che può salvarci: “nonviolento”. Invece l’intera proposta delle organizzazioni politiche e sindacali di Sinistra – incluso questo libro per tanti altri aspetti illuminante – resta tutta interna al paradigma tradizionale, plurisecolare, della violenza. La rivoluzione o sarà armata o non sarà. Solo che con questa logica si accetta di giocare nel campo e con le regole del nemico, ma in condizioni di netta inferiorità militare, economica e culturale. Che facciamo per spodestare i Trump, i Netanyahu, i Putin di turno? Blocchiamo autostrade e ferrovie? Spacchiamo vetrine, assaliamo con bastoni i poliziotti, occupiamo gli uffici delle grandi multinazionali? Ri-organizziamo le Brigate Rosse? Spariamo, come Luigi Mangione negli Usa, ai «manager delle assicurazioni sanitarie» (il caso è ricordato, senza un cenno di disapprovazione, ivi: 186)? Prepariamo un colpo di Stato, impadronendoci del Quirinale e di Palazzo Chigi, magari con la prospettiva di chiedere, a golpe realizzato, la protezione internazionale di regimi dittatoriali come la Cina?
Non è piuttosto attraverso tutti gli strumenti ancora disponibili secondo la legalità costituzionale (elezioni, scioperi, boicottaggio di prodotti non-necessari, soprattutto lavoro di elaborazione culturale e di diffusione pedagogica capillare) che possiamo togliere consenso ai vertici del potere politico e finanziario? Cremaschi ricorda che «in Sudafrica l’apartheid e il capitalismo razziale sono stati sconfitti» (ivi: 74) e – sebbene molte pagine dopo – aggiunge il ruolo che le lotte nonviolente (da Nelson Mandela a Desmond Tuttu) hanno giocato prima, durante e dopo questa vittoria. Questo nesso merita molto più di un accenno en passant: checché ne pensasse Machiavelli, dei metodi iniqui compromettono irrimediabilmente i fini più nobili.
Ma qui si aprirebbe una parentesi immensa [3]. Cremaschi difende «l’odio» che «è un fondamentale sentimento umano, come l’amore» ed esemplifica con la tragedia più mediatica di questi mesi: «Come si può oggi non odiare i criminali israeliani e non amare il popolo palestinese?» (ivi: 201). Una domanda, sofferta e viscerale, che scoraggia qualsiasi tentativo di interlocuzione, intrisa com’è di equivoci concettuali e semantici difficili da sciogliere. Intanto perché riduce l’odio (e l’amore) a «sentimento», mentre esso arriva a maturazione quando diventa decisione consapevole di volere la sofferenza dell’altro (esattamente come l’amore è pienamente tale quando, al di là del piano emotivo, si fa progetto fattivo di cura e di promozione dell’altro). Poi perché colloca sullo stesso piano un governo con i suoi militari («i criminali israeliani») ed un popolo inerme (“il popolo palestinese»): sarebbe come se qualcuno sostenesse di provare odio verso le milizie di Hamas (per le vessazioni cui sottopongono gli stessi palestinesi di diversa opinione, per esempio gli obiettori di coscienza alla guerra) e amore verso i civili israeliani (almeno quanti non sostengono elettoralmente il governo Netanyahu e si sono visti trucidare i figli e le figlie rei di ballare troppo vicino a un confine, sia pur originariamente ingiusto).
Nel libro Cremaschi insiste – con formule efficaci e convincenti – sulla condanna dell’esperimento Gaza in cui il capitalismo occidentale sta testando la praticabilità del suo progetto imperialistico. Mi chiedo: se avesse speso una sola riga delle 245 pagine per condannare Hamas e la strage del 7 ottobre 2023 avrebbe indebolito o incrementato il consenso dei lettori-elettori alla causa del popolo palestinese? È opponendo parzialità a parzialità, negando la sofferenza di un popolo (che non è identificabile tout court con il suo governo) per enfatizzare la sofferenza di un altro (che non è neppur esso identificabile con il suo governo), che si conta di intaccare l’egemonia totale dei blocchi politico-industriali-finanziari capitalistici?
La logica nonviolenta, abissalmente lontana dalla logica di Cremaschi ma non altrettanto dal marxismo [4], è imperniata su almeno due capisaldi: «equivicinanza» (che è il contrario della «equidistanza») alle sofferenze di due popoli in guerra, per indurli a trascendere l’opposizione in nome della vulnerabilità umana che li accomuna; e, nei confronti dei governi responsabili di carneficine belliche, distinzione fra «odio» (condanna, ripudio) delle politiche, da una parte, e, dall’altra, sospensione di giudizio morale sugli attori di tali politiche (proprio come Danilo Dolci affermava di odiare la mafia ma non i mafiosi). Il governo sionista e soprattutto i suoi elettori vanno convinti [4] che un ribaltamento radicale della loro impostazione ideologico-politica sarebbe una liberazione per loro stessi, non solo per i palestinesi.
L’autore ribadisce più volte che «la sconfitta dell’imperialismo occidentale e della controrivoluzione liberista è condizione necessaria per riprendere la marcia del socialismo in Europa e in Occidente» (ivi: 139-140). A prescindere dalla tesi altrettanto – o ancor più – vera che solo «la marcia del socialismo» (cioè delle esperienze politiche positive, convincenti, a partire dagli enti locali e regionali) può «sconfiggere» «l’imperialismo occidentale», rimane la grande domanda: come? Con quali mezzi? Con che genere di mobilitazioni? Con quale obiettivo finale? Cremaschi sostiene che «la libertà d’impresa è la libertà che uccide tutte le altre libertà, se la si mette addirittura come primo principio» (ivi: 152): dobbiamo allora abolire – come primo passo e come méta finale – il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione? Se ne è convinto lo dica esplicitamente e, di conseguenza, spieghi perché la più grande potenza mondiale “comunista” attuale (la Cina “popolare”) proprio su questo punto ha fatto marcia indietro. Oppure ammetta il principio socialdemocratico che la libertà d’impresa va detronizzata; degradata dal primo al secondo o terzo posto, limitata e regolata da istituzioni statali forti di ampio consenso civico ma non abolita, dal momento che – almeno in questa fase evolutiva del “legno storto” (Kant) che è l’umanità – essa è la libertà che garantisce tutte le altre libertà rispetto al dominio di una burocrazia statale al servizio dei vertici di un partito unico.
Riaccendere la passione per il cambiamento radicale
La questione palestinese non è l’unico argomento in cui Cremaschi adotta toni netti, unilaterali. Il suo intento (lodevole!) è di riaccendere la passione per il capovolgimento del “sistema” dominante e forse, in un comizio o in un dibattito televisivo, non si può andar troppo per il sottile e si deve risultare trancianti (dico “forse” perché rivolgersi al pubblico come fosse un bambino di 12 anni, e neppure troppo intelligente, era il consiglio di Silvio Berlusconi ai militanti di “Forza Italia” – e non ha elevato lo standard medio della coscienza politica). Ma se si scrive un libro, si può e si deve far prevalere l’onestà intellettuale.
L’autore stigmatizza, opportunamente, «l’ideologia del merito», specie se adottata «ai bisogni elementari, quelli che dovrebbero essere garantiti da ogni società democratica avanzata» (ivi: 153). Ma c’è la possibilità che il “merito” (inteso come riconoscimento di alcune qualità relative a determinate funzioni sociali) sia preferibile ai criteri seguiti nella distribuzione di incarichi e opportunità al di sopra dei «bisogni elementari»: il criterio dell’appartenenza a famiglie danarose e a società segrete (nei regimi liberal-borghesi) o a partiti e sindacati governativi (nei regimi socialisti)? È attraverso slogan semplicistici che escludono la valorizzazione dei frammenti di verità contenuti nelle dottrine degli avversari, che vogliamo contribuire alla vera evoluzione dell’umanità?
Ancora: Cremaschi riporta [5] , come capziosa, la tattica propagandistica che, per abbattere le conquiste dello Stato sociale, si indicassero, come nemici dei lavoratori in servizio, «i pensionati, che rubavano soldi per godere di pensioni favolose e privilegiate, che chi era al lavoro non avrebbe potuto raggiungere» (ivi: 154). Una tattica ignobile, ma per denunziarla non sarebbe più incisivo riconoscere che le politiche del Welfare State sono state effettivamente, in alcuni casi, sbilanciate a favore di certe categorie di lavoratori (del settore pubblico)? Chi di noi non ha conosciuto uomini e donne che, a neppure quarant’anni d’età (dopo quindici o venti anni di contributi) e senza motivazioni né di salute né di famiglia, hanno avuto la possibilità di andare in quiescenza e hanno goduto, per altrettanti quarant’anni, del trattamento pensionistico? Oppure dobbiamo difendere a spada tratta anche quei provvedimenti legislativi prodotti dalla convergenza fra rivendicazionismo di Sinistra e assistenzialismo clientelare di Centro?
Cremaschi asserisce che «non c’è futuro per il pianeta» se non si afferma il «socialismo». Davvero gli ecologisti, anche più radicali (come i teorici della “decrescita” quali Maurizio Pallante in Italia e Serge Latouche in Francia), preferiscono «parlare di ambiente e non di socialismo perché si teme di ridurre il consenso alla propria iniziativa» (ivi: 158) o, piuttosto, perché l’impianto antropocentrico delle politiche social-comuniste non ha consentito (e non consente tutt’ora) agli Stati socialisti di ridurre i tassi d’inquinamento dell’aria e dell’acqua? Non ho visitato tutto il pianeta, ma sinora non ricordo un luogo in cui l’atmosfera sia più irrespirabile che a Pechino.
Cremaschi dedica un capitolo a sanità e scuola. Ancora una volta dice tante cose giuste, ma sorvola su altre almeno altrettanto vere e necessarie. Prescindo dall’ambito sanitario dove non ho competenze, ma come tacere sugli equivoci del Sessantotto per cui l’esigenza (sacrosanta) di elevare il livello di istruzione di tutti i cittadini e le cittadine si è troppo spesso capovolto in un livellamento verso il basso? Don Milani – che faceva studiare i suoi ragazzi anche di domenica – è stato strumentalizzato per teorizzare come democratica, popolare, una scuola che distribuisce diplomi cui corrisponde sempre meno una preparazione effettiva, anche perché ridotta ad ammortizzatore della disoccupazione intellettuale: una grande agenzia di collocamento di laureati che, per ragioni ideologiche analoghe al livellamento degli studi nelle scuole che hanno frequentato da alunni, hanno acquisito il titolo di studio con impegno e fatica decrescenti [5].
Molto belle, anche per gli accenti autobiografici, le pagine dedicate al femminismo e alle lotte contro il patriarcato maschilista (ivi: 229-235), nelle quali mi sarebbe piaciuto che l’autore avesse evidenziato che la rivoluzione femminista è stata una delle più radicali degli ultimi duecento anni pur essendo del tutto aliena da metodi violenti. Ho trovato meno convincenti altre pagine conclusive in cui, ad esempio, si critica (giustamente) il Nobel per la pace a Maria Corina Machado e si esalta il «potere socialista e antimperialista» (ivi: 240) di Maduro in Venezuela, senza la sia pur minima riserva nei confronti della sua politica interna riguardo agli oppositori.
Altrettanto perplesso, direi proprio scettico, mi lasciano le espressioni di entusiasmo per le manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese realizzate nello scorso autunno, salutate dall’autore come l’inizio di un «movimento politico globale che rappresenta la prima vera alternativa alla tendenza liberale reazionaria e guerrafondaia finora dominante» (ivi 241): chi come me ha attraversato il ’68 ha visto troppe volte sgonfiarsi tanti movimenti i cui aderenti hanno molto presto ripiegato le bandiere, rinunziando non solo ad attrezzarsi intellettualmente e a fortificarsi eticamente, ma persino a scomodarsi dal divano per andare a votare. Ho la convinzione che anche in questi casi Cremaschi scambi per previsioni i suoi desideri. Ciò non è un motivo sufficiente per negare, a lui e ai suoi lettori consenzienti (alla presentazione palermitana ce n’erano tre al suo fianco, ma nessuno di diverso parere) l’augurio di alimentare l’entusiasmo e la speranza: ce ne fossero come lui, altrettanto ardenti, infiammati dalla voglia di difendere, diffondere e attuare la Costituzione italiana!
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Mi riferisco al noto E. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1998.
[2] Ho esposto e discusso il volume di R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe nella società industriale, Laterza, Roma-Bari 1974 (ed. or. inglese 1959) nel mio “Potere e classi sociali secondo Ralf Dahrendorf” in Annali del Liceo classico “G. Garibaldi” di Palermo, n. 14 – 16 (1977 – 1979): 403- 425.
[3] Trovo interessante che un esponente storico del comunismo siciliano, Antonio Minaldi, abbia da poco pubblicato un libro – Gandhi ad Auschwitz. Elogio della nonviolenza (e sue problematiche), Multimage, Firenze 2025 – dove, pur con le imprecisioni di chi non ha familiarità con la letteratura nonviolenta, spiega la sua “conversione” da una prospettiva di lotta “armata” ad una alternativa, non meno ma più rivoluzionaria (sul volume le recensioni mia e di Andrea Cozzo, rispettivamente su: https://www.zerozeronews.it/per-una-elaborazione-esistenziale-e-politica-del-sessantotto/ e su: https://www.pressenza.com/it/2025/11/qualche-appunto-su-gandhi-ad-auschwitz/ ).
[4] Cf. Aa.Vv. (a cura del Movimento Nonviolento), Marxismo e nonviolenza, Editrice Lanterna, Genova 1977 e Aa.Vv. (a cura della Fondazione “Centro Studi Aldo Capitini» e del Movimento Nonviolento, Nonviolenza e marxismo, Libreria Feltrinelli, Milano 1981). Per iniziare a orientarsi: G. Pontara, “Il pensiero etico-politico di Gandhi”, saggio introduttivo a M.K, Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi, Torino 1996 (prima edizione 1973).
[5] Cf. D. Miccione, Lumpen Italia, LetteredaQalat, Caltagirone 2022.
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Augusto Cavadi, già docente presso vari Licei siciliani, co-dirige insieme alla moglie Adriana Saieva la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo. Collabora stabilmente con il sito http://www.zerozeronews.it/. I suoi scritti riguardano la filosofia, la pedagogia, la politica (con particolare attenzione al fenomeno mafioso), nonché la religione. Tra le ultime sue pubblicazioni: La mafia desnuda – L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” (Di Girolamo, 2017); Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo, 2018), Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Spazio Cultura Edizioni, 2020); La filosofia come terapia dell’anima. Lineamenti essenziali di spiritualità filosofica (Diogene Multimedia, 2019); Voglio una vita spregiudicata. La spiritualità di chi crede di non averne alcuna (Diogene Multimedia 2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (Diogene Multimedia 2020); O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune (Algra 2021).
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