Stampa Articolo

Il siciliano nella storia linguistica e sociolinguistica italiana

31534732611di Claudio Maugeri

Quando si affronta il tema della lingua italiana, è inevitabile confrontarsi con la straordinaria varietà linguistica che ha caratterizzato la storia della Penisola. L’Italia, prima ancora di essere una nazione politica, è stata una “nazione di dialetti”, un mosaico di idiomi locali che, per secoli, hanno rappresentato l’unico strumento di comunicazione quotidiana per milioni di persone. In questo scenario ricco e complesso si staglia la lingua siciliana, per il suo peso storico, la sua struttura autonoma e il ruolo che ha giocato nella formazione della cultura letteraria italiana. Tuttavia, il siciliano, come molti altri sistemi linguistici regionali, è stato a lungo relegato al rango di “dialetto”, nel significato pregiudizievole del termine che secoli di stereotipi e false credenze hanno forgiato.

Oggi, nel contesto di una rinnovata attenzione per le lingue regionali e minoritarie, il siciliano merita di essere riconsiderato per il suo valore culturale, la sua vitalità e la sua autonomia strutturale. Esso continua a vivere, a essere parlato e trasmesso in contesti familiari e comunitari, pur tra molteplici difficoltà dovute a un’erosione progressiva da parte dell’italiano e alla mancanza di politiche linguistiche di salvaguardia realmente efficaci.

In questo articolo, si intende esplorare la posizione del siciliano all’interno del panorama linguistico italiano, analizzandone le origini, il percorso storico e i rapporti intessuti con la lingua italiana, con cui da secoli convive in una posizione di subalternità.

9788859300069_0_0_0_0_0Lingua o dialetto?

La realtà linguistica italiana, fin dall’antichità, ha goduto di una grande ricchezza linguistica, dovuta in parte alla posizione geografica occupata dalla penisola, ponte millenario tra le culture dell’Occidente e dell’Oriente europeo. Come conseguenza di ciò, se in tempi moderni nel mondo definito “occidentale” si è imposta l’idea eurocentrica secondo la quale ad ogni nazione debba corrispondere una e una sola lingua, questa equazione si complica nel caso dell’Italia. Difatti, la realtà italiana continua ad essere tutt’altro che monolingue, risultato delle parlate, per la maggior parte neolatine, che storicamente si sono sviluppate su questo territorio dopo la caduta di Roma, ma che oggigiorno vedono i loro ambiti d’uso restringersi sempre più fino a scomparire dalla bocca delle nuove generazioni, sostituite dalla sola lingua italiana.

Per indicare queste parlate viene generalmente adoperato il termine “dialetti”, ma dare una definizione scientifica di cosa sia un dialetto e cosa lo differenzi da una lingua è tutt’altro che semplice ed è all’interno di questa difficoltà che si annidano e proliferano gli stereotipi e i campanilismi più disparati. Da una parte c’è chi vede nel termine una connotazione spregiativa, ricollegando alla parola “dialetto” un giudizio di valore per un sistema linguistico non abbastanza degno da poter essere chiamato “lingua”; d’altra parte, c’è chi fa del dialetto, sistematicamente definito “lingua”, la base di una rivendicazione identitaria, fino a costruire passati aurei che possano nobilitarne l’origine.

613-3Di fronte a tali considerazioni, il primo e più importante chiarimento da fare è che in linguistica non esiste alcun dato oggettivo che permetta di differenziare una lingua da un dialetto. La distinzione tra i due concetti è, infatti, unicamente di natura sociale, utilizzando una celebre massima attribuita al linguista tedesco Max Weinreich “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”. Si tratta sicuramente di un estremismo, ma nasconde una mezza verità; infatti, nell’attribuire a un sistema linguistico la denominazione di “lingua” subentrano delle categorie che poco hanno a che vedere con la linguistica, come: la supremazia militare, quella economica, un maggiore prestigio culturale e tante altre ancora. In sintesi, ogni lingua è potenzialmente un dialetto e ogni dialetto è potenzialmente una lingua, tutto dipende dal concetto di status politico e generalmente, una volta che questo viene acquisito, dalla maggiore standardizzazione e normatività a cui la lingua va incontro. In altre parole, ciò che ha permesso al fiorentino di diventare la lingua di tutta l’Italia a discapito, per esempio, del siciliano, non è assolutamente una differenza qualitativa, che sarebbe del tutto priva di scientificità, ma il maggior prestigio culturale di cui questo sistema linguistico ha goduto da un certo momento in poi della sua storia. La successiva diffusione del fiorentino su tutto il suolo italiano ha poi permesso di parlare di “lingua italiana”, così come la diffusione del castigliano su tutto il suolo spagnolo porta spesso ad utilizzare in maniera intercambiabile il concetto di “lingua spagnola” e così via; questo non implica assolutamente un rapporto derivazionale tra, ad esempio, italiano e napoletano o italiano e siciliano, essendo questi tutti sistemi linguistici evolutisi dal latino volgare parlato nelle rispettive aree.

Se si può quindi parlare di dialetti “italiani”, in quanto sistemi linguistici formalmente subordinati e presenti all’interno del territorio italiano, non si può invece affermare che questi siano dialetti “dell’italiano” (Loporcaro, 2009: 4-5). Ad ogni modo, solo negli ultimi anni l’Italia sta riuscendo a liberarsi, non senza qualche difficoltà, da una diffusa “dialettofobia”, come la definisce la dialettologa Carla Marcato (2015: 503-523) nel suo contributo alla voce “Vitalità e varietà dei dialetti” dell’opera enciclopedica “L’Italia e le sue regioni”:

«Il dialetto nella scuola veniva spesso deriso e disprezzato, considerato generalmente come un problema, una difficoltà nell’apprendimento dell’italiano; anche per questo in anni più recenti si è registrata una forte tendenza all’uso dell’italiano nelle famiglie e i genitori, tra loro dialettofoni, hanno cercato di usare l’italiano con i figli. D’altro canto, l’essere diventati italofoni può voler dire non aver timore del dialetto, considerarlo un valore positivo, una risorsa in più nel proprio repertorio linguistico. Di qui varie iniziative, anche di carattere normativo a livello regionale, per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico locale. Di qui anche varie forme di “risorgenze dialettali”. E periodicamente la questione dell’insegnamento del dialetto a scuola diventa oggetto di discussione. [...] Rispettare le differenze linguistiche dovrebbe essere la prassi nella scuola di un’Italia plurilingue che necessita di confrontarsi anche con il nuovo plurilinguismo connesso all’attuale immigrazione. [...] Ancora, il dialetto può essere oggetto di censura, di stereotipi e pregiudizi. Una certa dialettofobia è ancora diffusa in aree in cui, ancor oggi, il dialetto è maggiormente vitale. Da un’indagine condotta negli anni Novanta da Giovanni Ruffino in merito alle opinioni, espresse in forma scritta, di alunni di terza, quarta e quinta elementare, provengono osservazioni del tipo «La lingua italiana la usano le persone più importanti … invece il dialetto lo usano le persone che non hanno valore» (Palermo), «Mia mamma, quando parlo in dialetto, mi sgrida perché dice che non so parlare bene l’italiano, come mai parlo quella strana lingua?» (Soncino, Cremona), «l’italiano è molto gentile e invece il dialetto è scortese, però a me mi piace il dialetto» (Comiso, Ragusa): immagini piuttosto negative del dialetto alla cui diffusione hanno certo contribuito la scuola e l’acquisizione della lingua italiana» (L’indialetto ha la faccia scura. Giudizi e pregiudizi linguistici dei bambini italiani, 2006: 243, 151, 230).

In conclusione, si parla di “dialetto siciliano” e non di “lingua siciliana” non per ragioni linguistiche, né per motivazioni derivazionali, bensì per ragioni socioculturali che hanno fatto sì che il siciliano sia diventato nel corso della sua storia un sistema linguistico “satellite” rispetto a un altro (l’italiano appunto).

images-14L’origine dell’italiano

Com’è noto, l’italiano deriva dal latino volgare parlato nell’età tardo imperiale, ma la sua evoluzione è più complicata di quanto spesso si creda. Semplificando, dall’epoca di Dante in poi, quello che era ai tempi il volgare fiorentino ha avviato una lenta imposizione come lingua di cultura su tutto il suolo dell’attuale Stato italiano, sostituendo progressivamente il latino negli ambiti d’uso scientifico-letterari e legislativi.

La stessa popolazione della penisola acquisirà molto lentamente la consapevolezza che quella forma di latino da loro parlato si stava ormai irrimediabilmente distanziando da quella usata nei secoli precedenti nell’impero. Fu solo attorno al X secolo che iniziarono a comparire documenti in cui si registra una lingua parlata ormai percepita come altra rispetto al latino e prima di allora chi scriveva aveva l’abitudine di trasporre in latino quanto veniva detto. Il primo di questi documenti è il celebre Placito capuano del 960, un atto notarile redatto da un notaio di nome Atenolfo in cui viene riportata la testimonianza di un certo Gariperto in un volgare italiano (campano per l’esattezza), probabilmente scelto per estendere la comprensione del verbale a un pubblico più ampio ed “estraneo” alla causa, il che suggerirebbe una consapevolezza della distanza linguistica dal latino.

Nel Duecento il volgare iniziò a invadere la produzione artistica e religiosa. San Francesco d’Assisi compose in umbro il suo Cantico delle creature e alla fine del secolo una raccolta anonima di novelle toscane nota come Novellino testimonia una forma di italiano già più vicina a quella moderna. Tuttavia, il volgare fiorentino divenne il punto di riferimento per la letteratura grazie soprattutto a Dante e Petrarca, che fissarono lo standard poetico, e Boccaccio, che nel XIV secolo consolidò ulteriormente la tradizione prosastica fiorentina. Dunque, come tutte le lingue che hanno avuto nel tempo un processo di standardizzazione, anche l’italiano è nato dall’elaborazione di una parlata locale promossa a lingua dell’uso nazionale; nel caso dell’italiano, però, più che l’uso è la letteratura ad averlo reso la lingua che conosciamo oggi. Dall’elaborazione letteraria che Dante, Petrarca e Boccaccio fecero del loro dialetto durante il Trecento, il fiorentino intraprese il suo cammino di identificazione con la lingua dell’Italia colta soprattutto grazie all’azione dei grammatici del Cinquecento, su tutti Pietro Bembo, che la posero a modello dell’uso scritto. La maggiore differenza con le altre grandi lingue neolatine è proprio in questa peculiare azione unificatrice che, nel caso dell’italiano, fu svolta dalla letteratura e non da una monarchia nazionale accentratrice come in Francia o Spagna, in grado di imporre una determinata parlata attraverso politiche linguistiche. D’altronde, l’unità nazionale arriverà diversi secoli dopo rispetto ai Paesi citati.

Ad ogni modo, il policentrismo linguistico italiano durò fino oltre la metà dell’Ottocento. Inoltre, oltre al prestigio letterario, il dialetto di Firenze fu aiutato anche dell’importanza svolta dal centro toscano all’interno del Rinascimento e dalla sua posizione di medianità sia con il latino sia tra le parlate meridionali e settentrionali della penisola italiana.

b118917cover39281Il policentrismo linguistico

La lingua italiana veniva comunemente definita toscana o lingua fiorentina fino al Settecento. Tuttavia, non bisogna immaginare che questo fiorentino venisse effettivamente parlato dalla popolazione della penisola. Questa lingua rimase per secoli relegata allo scritto colto e questo spiegherebbe perché, a differenza delle altre grandi lingue di cultura, l’italiano non ha avuto dall’inizio dell’epoca moderna ad oggi un’evoluzione strutturale tale da distaccarsi totalmente dalla fase medievale. Difatti, l’evoluzione del dialetto fiorentino posteriore al Trecento venne accolta solo molto parzialmente all’interno dell’italiano letterario, rendendolo a lungo “arcaico”. Fino al 1861, sebbene sarebbe eccessivo affermare che l’italiano venisse utilizzato solo nello scritto, era però molto poco utilizzato nel parlato o comunque ristretto a pochi dotti, a tal punto che alcuni autori si spinsero a definirlo una “lingua morta”. Così annota il linguista Paolo D’Achille (2010: 25-26):

«Fino all’unificazione nazionale nel 1861, l’italiano fu comunque una lingua usata soprattutto (anche se non solo, come troppo semplicisticamente si è creduto in passato) nello scritto, tanto che poté essere giudicata da alcuni autori una “lingua morta”, proprio come il latino classico [...]. Se consideriamo la quantità di coloro che, ancora fino all’inizio del Novecento, sapevano leggere e scrivere, certamente molto bassa [...], dobbiamo concludere che prima dell’Unità l’italiano, al di fuori della Toscana (dove lingua e dialetto sono sempre stati in rapporto di contiguità), era una lingua nota a un numero di persone alquanto ridotto, almeno per quello che riguarda la “competenza attiva”».

Solo l’aumento dell’alfabetizzazione nell’Italia post-unitaria inizierà a diffondere la lingua tra le frange più umili della popolazione, fino alla sua quasi totale imposizione nel secolo scorso, frutto delle migrazioni interne, dell’urbanizzazione, delle mutate condizioni sociali e, soprattutto, dello sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione di massa.

ayout 1L’origine del siciliano

Tra i “dialetti” italiani, l’unico che può rivendicare una tradizione letteraria consapevole antecedente allo stesso fiorentino è il siciliano. Si fa qui riferimento all’esperienza della “Scuola poetica siciliana”, un gruppo di lirici attivi nel XIII secolo che diedero vita con le loro composizioni alla prima produzione letteraria in un volgare italico di cui si abbia testimonianza. Tuttavia, quello che può sembrare un dato di estrema importanza culturale, si rivela invece quasi irrilevante per capire le origini e lo sviluppo del siciliano nel corso del Medioevo, dal momento che il siciliano delle liriche, pervenuteci solo attraverso manoscritti toscani (e dunque parzialmente toscanizzate), è comunque una lingua poetica altamente convenzionale, probabilmente distante dal parlato dell’epoca (Varvaro, 2019: 37).

Le origini del siciliano vanno ricercate più indietro nel tempo, ma le testimonianze scarseggiano. Quel che è noto è che dopo la caduta dell’Impero romano occidentale la Sicilia conobbe secoli di invasioni che determinarono precise geografie linguistiche. Attorno all’anno mille in Sicilia venivano utilizzate almeno tre lingue: il greco, specialmente nell’area nord-orientale, l’arabo, portato nell’isola dai colonizzatori arabo-berberi nei due secoli precedenti e che probabilmente conobbe una qualche diffusione anche tra i siciliani “autoctoni”, e una forma di latino volgare siciliano che sembrerebbe essere stata più relegata alle campagne. Tuttavia, ciò non significa che ogni popolazione fosse divisa in compartimenti stagni e incomunicabili, al contrario, le popolazioni di origine greca, latina e araba certamente annoveravano diversi bilingui (se non trilingui) tra i suoi abitanti.

Dalla conquista normanna all’età moderna

La scarsità di informazioni riguardanti l’evoluzione del latino nell’isola durante l’alto Medioevo ha portato alcuni linguisti a ipotizzarne addirittura una totale scomparsa prima dell’anno Mille, per poi essere reintrodotto in una veste del tutto differente dai normanni con un processo di rilatinizzazione. Ad oggi, questa tesi viene spesso tacciata d’estremismo (Varvaro 2019: 31), poiché, probabilmente, ciò che accadde sotto i sovrani normanni fu piuttosto: un incremento della componente romanza (già esistente) della popolazione, con variabili processi di livellamento linguistico tra il volgare “autoctono” e quello “importato”; una rinnovata importanza attribuita al latino in ambito governativo, ai danni del greco e dell’arabo; infine, una drastica diminuzione della componente arabo-berbera della popolazione, come risultato della guerra contro i normanni.

Da quel momento in poi, il siciliano intraprende il percorso che lo porterà alla sua configurazione moderna, attraversando tra Duecento e Trecento un processo di standardizzazione dovuto a grandi spostamenti di popolazione che conferirà maggiore uniformità al volgare isolano. Sotto il dominio aragonese, il siciliano inizierà ad essere usato come vera e propria lingua nazionale del Regno di Sicilia, venendo talvolta adoperato negli ambiti d’uso amministrativi al posto del latino. Tuttavia questa situazione di equilibrio verrà rotta dalla progressiva introduzione dell’italiano come lingua scritta dalla fine del Quattrocento. La popolazione dell’isola, quasi totalmente analfabeta, continuerà comunque ad utilizzare il siciliano nella conversazione quotidiana, il che porterà alla creazione di una situazione diglossica comune a molte zone d’Italia in cui a fianco del “dialetto”, lingua nativa di tutta la popolazione, si imporrà l’italiano (e non più il latino), lingua degli ambiti culturali più elevati.

L’italiano come lingua parlata

Durante i secoli successivi, il fiorentino trecentesco si vide elevato tra tutti i dialetti grazie all’influenza di Bembo, dando vita a un italiano scritto condiviso. Da quel momento e fino al XIX secolo si consolidò un equilibrio stabile tra lingua scritta e parlate locali, usate nella comunicazione quotidiana anche tra persone colte. All’atto dell’unificazione nazionale (1861), come stimato da Tullio De Mauro, soltanto il 2,5 % della popolazione era italofona. Altre stime più ottimistiche, come quelle di Arrigo Castellani, ne collocano la percentuale al 10 %, poiché considerano i toscani come italofoni “per diritto di nascita”, tuttavia si era ancora molto lontani da una vera competenza attiva in lingua italiana da parte delle masse. Il dibattito sul bisogno di una lingua comune coinvolse intellettuali come Cattaneo, Tommaseo, De Sanctis e Manzoni (madrelingua milanese per sua stessa ammissione), che con il suo celebre romanzo I promessi sposi e il suo proposito di “sciacquare i panni in Arno” giocherà un ruolo cruciale nell’affermazione del fiorentino come modello nazionale per la prosa moderna.

Tutto questo ha portato alla situazione attuale, nella quale, sebbene i dialetti continuino ad esistere, sempre più persone apprendono l’italiano come lingua materna e lo utilizzano sempre più spesso non solo nello scritto ma anche nel parlato in quasi tutte le situazioni comunicative. Dall’Ottocento ad oggi la lingua è passata da prettamente scritta a parlata dalle grandi masse, attraverso una sistematizzazione linguistica durata fino almeno agli anni ‘50 del secolo scorso. A cambiare è stata inoltre anche la centralità di Firenze e della Toscana nell’influenza sulla lingua, persa a scapito di Roma e dei centri industriali del nord.

Dalla diglossia alla dilalia 

Così, l’italiano può essere considerato ad oggi lingua materna di quasi ogni individuo che nasca e cresca in Italia. È proprio questo punto ad aver portato Berruto nel 1987 ad elaborare un concetto diverso da quello della “diglossia” e che meglio potesse descrivere la realtà linguistica italiana: la “dilalia”. La differenza tra questi due concetti è sottile, ma fondamentale, tanto che si potrebbe affermare che l’Italia è passata nel corso dei secoli da una situazione “diglossica” a una “dilalica”. Secondo una citazione tratta dalla voce “bilinguismo e diglossia” consultabile sull’Enciclopedia dell’italiano (Dal Negro, 2010):

«Per secoli (almeno a partire dal Cinquecento e fino ai primi decenni del XX secolo) l’italiano ha conosciuto sì una diffusione estesa a tutta la penisola, ma assai limitata per quanto concerne gli ambiti d’uso e la stratificazione sociale. In tutti i contesti di comunicazione informale e parlata i codici in uso hanno continuato a essere i dialetti e le lingue di minoranza presenti sul territorio. Come nota De Mauro (1995: 34), la “lingua comune, insomma, non si offriva al singolo come una realtà ‘naturale’, immediatamente acquisibile vivendo la vita associata di ogni giorno, privata o pubblica”. La descrizione che De Mauro dà dell’Italia al momento dell’unità (e che resta tutto sommato valida, seppure in lento dinamismo, fino alla Seconda guerra mondiale), sembra corrispondere bene alla definizione di diglossia. Mutando le condizioni sociali del Paese, e con il diffondersi dell’italiano a fasce sempre più estese della popolazione, la rigidità del modello diglottico viene meno sviluppandosi verso un tipo di repertorio, tipico dell’Italia contemporanea, che Berruto (1987) ha chiamato «dilalìa». Diversamente dalla diglossia, nella dilalìa (in cui pure si hanno una varietà A e una B) vi è sovrapposizione funzionale tra le varietà nei domini d’uso informali, così come nella socializzazione primaria, mentre l’italiano (lingua A) resta l’unica possibile nei domini funzionalmente alti: in un certo senso si può dire che l’italiano sia ‘sceso’ erodendo a mano a mano lo spazio del dialetto e sovrapponendosi ad esso».

In altre parole, il termine diglossia indica una situazione linguistica stabile in cui due varietà di lingua coesistono all’interno di una stessa comunità, ma hanno funzioni sociali e culturali distinte. Una varietà è considerata “alta”, l’altra “bassa” e questo è stato per secoli il caso dell’italiano e dei dialetti regionali.

Tornando alla situazione siciliana, dal XVI secolo fino almeno alla metà del XX secolo, si può parlare chiaramente di diglossia e non di dilalia, in quanto l’italiano era la lingua dell’amministrazione e della letteratura colta, ma non era la lingua ereditaria della popolazione, che era invece il siciliano, lingua del popolo, dell’oralità e della trasmissione informale. Ciascuna varietà di lingua aveva un suo dominio specifico d’uso, mentre con la dilalia la coesistenza linguistica è diventata molto più fluida. In una situazione dilalica una persona eredita entrambi i codici linguistici e può alternarli in base al contesto, ma la varietà alta (l’italiano) tenderà a erodere gli ambiti d’uso di quella bassa (il siciliano). Così, in Sicilia l’italiano ha progressivamente conquistato anche gli spazi del parlato quotidiano grazie alla scuola obbligatoria, ai mass media, alla mobilità sociale e all’influenza della cultura nazionale. Il siciliano è ancora parlato da molti, ma spesso in forme “ibridate” con l’italiano, il passaggio tra le due varietà è molto più frequente e le nuove generazioni iniziano a perdere l’uso del dialetto. Di conseguenza, a prefigurarsi è un destino tutt’altro che roseo per il siciliano, che con la scomparsa delle generazioni più anziane andrà contemporaneamente incontro alla scomparsa di coloro i quali possono ancora definirsene parlanti “nativi”.

als31-1000Il siciliano oggi

Oggi, la stragrande maggioranza dei siciliani è in grado di parlare italiano in maniera fluente, ma la capacità di usare il siciliano (o un italiano regionalizzato fortemente influenzato dal siciliano) in contesti familiari, amicali o affettivi si mantiene viva. Difatti, se la dialettofonia, dal secolo scorso ad oggi, ha conosciuto un drastico calo in molte zone d’Italia, questo non è avvenuto in Sicilia, dove il dialetto conosce ancora una grande vitalità.

Tuttavia, in molti casi il parlante non utilizza esclusivamente né l’italiano né il siciliano, bensì una commistione dei due sistemi linguistici. Ad esempio, capita che le due varietà si mescolino nella stessa frase, o che si usi l’italiano con inflessioni fonetiche siciliane, o ancora che si inseriscano parole siciliane in discorsi in italiano (in genere con una funzione di rafforzamento espressivo) e si adatti il lessico italiano a strutture sintattiche siciliane. Questa dinamica, tipica della dilalìa, si configura attualmente come una forma di sopravvivenza del dialetto tra la popolazione più giovane, che difficilmente è in grado di comunicare utilizzando esclusivamente il siciliano senza incorrere in diversi prestiti o calchi dall’italiano (più o meno consapevolmente).

Inoltre, a minare la futura sopravvivenza di questo sistema linguistico più che il naturale contatto con la lingua italiana è il pregiudizio riguardo a chi ne fa uso. Difatti, anche nei contesti familiari e amichevoli, un eccessivo uso del siciliano è oggi visto come sinonimo di mancanza di cultura. Il dialetto viene associato alle classi più povere e marginalizzate ed è questo il motivo per il quale, a partire dal secolo scorso, il suo impiego tra i genitori e i figli in età infantile è stato progressivamente censurato. La nuova classe media italiana era infatti desiderosa che i figli potessero parlare ed esprimersi in un italiano privato dalle influenze dialettali, oggetto di rimproveri puntuali in ambito scolastico e di un generale stigma societario.

Giovanna Alfonzetti (2012: 156), al termine di uno studio sulla commutazione di codice tra i giovani in Sicilia, afferma che:

«Come si è visto, molti giovani tendono piuttosto a comportarsi come il “bilingue ideale” di Weinreich (1953: 73): si servono di vari dispositivi per segnalare il cambiamento di codice e commutano per una ragione specifica, cioè con una funzione comunicativa, che richiede di essere evidenziata, affinché il parlante possa mostrare l’uso intenzionale del codice dialettale. Per converso, l’uso inconsapevole e funzionalmente non motivato del dialetto rischia di essere percepito da molti giovani come inappropriato, diventando oggetto di censura, di prese in giro o di canzonature, come è emerso da alcuni esempi del corpus analizzato e come ha riscontrato anche Cerruti (2003) tra i giovani torinesi».

In effetti, parlare dialetto in un lungo discorso, in modo fluente e spontaneo da parte dei giovani è considerato più o meno esplicitamente un segno di inferiorità sociale o di provincialità. Ciò che viene accettato, valutato positivamente, e in alcuni casi anche perseguito come forma di appartenenza al gruppo, è solo un uso ridotto, controllato, consapevole e simbolico del dialetto, le cui connotazioni espressive vengono sfruttate in uno stile nel quale sia palese che la commutazione è una strategia consapevole finalizzata a certi scopi, siano essi ludici, ideologici o artistici.

In sintesi, nel futuro del siciliano si prevede un uso che tenderà sempre più al semplice rafforzamento espressivo, mentre lo sviluppo di una competenza attiva completa sarà reso sempre più difficile in assenza di uno sviluppo di un’inedita tolleranza verso i sistemi linguistici regionali.

senza-moviri-gnituIl siciliano nei media contemporanei

Nel panorama mediatico contemporaneo il siciliano occupa una posizione ambivalente. Se da un lato strumenti come i social network, la musica giovanile e le produzioni audiovisive garantiscono alla lingua regionale una nuova e inedita visibilità, dall’altro tutto questo non sempre coincide con un consolidamento delle pratiche di scrittura né con una maggiore consapevolezza metalinguistica da parte di chi la utilizza. Al contrario, in molti casi la circolazione digitale del siciliano sembra rafforzare forme di uso spontaneo e non standardizzato, spesso basate su una trascrizione puramente fonetica.

Un primo elemento centrale è infatti la diffusa convinzione che “il dialetto si scrive come si parla”. Questa idea, intrinsecamente connessa all’assenza di un’alfabetizzazione nella lingua regionale, produce quello che può essere definito un modello di ortografia spontanea, in cui la scrittura non segue norme condivise ma l’orecchio individuale del parlante. Il quale è autore di contenuti online, commenti o addirittura testi musicali attraverso grafie personali, variabili e incoerenti che mai prima d’ora avevano conosciuto una tale facilità di diffusione. Il risultato è una frammentazione ortografica che, pur aumentando la libertà espressiva, riduce la stabilità del codice scritto e rende difficile la costruzione di una norma condivisa.

Un esempio concreto nel panorama dei media musicali contemporanei potrebbe essere quello del brano “Senza moviri gnitu” pubblicato nel 2025 dal rapper catanese L’Elfo. In questo caso, la scelta del titolo riflette chiaramente un’ipotetica trascrizione della sequenza fonetica percepita, piuttosto che una resa ortograficamente standardizzata. La forma “gnitu”, infatti, altro non è che l’unione tra articolo indeterminativo “un”, che nel dialetto catanese è reso “‘n” per aferesi, e il sostantivo siciliano “jitu” (dito), in cui la semiconsonante /j/ viene assimilata alla nasale precedente, dando luogo al nesso palatale /ɲ/ (grafia gn in italiano) e, quindi, trascritta come “gnitu” dal rapper catanese.

A questo scenario si aggiunge oggi il ruolo crescente dell’IA nella produzione dei contenuti in rete. Difatti, i modelli linguistici con i quali viene addestrata l’intelligenza artificiale sono proprio i testi presenti online in quella determinata lingua, tra cui materiali non sempre revisionati e le produzioni spontanee di cui si è discusso. Questo forma un cortocircuito visibile a chiunque provi ad interfacciarsi con l’IA nella propria lingua regionale, poiché se i dati di partenza sono incoerenti o imprecisi, anche i risultati tenderanno a riprodurre tali imperfezioni e senza un’adeguata revisione di quanto prodotto si innescherà un circolo vizioso di errori.

Accanto alle criticità evidenziate, è tuttavia necessario riconoscere come i nuovi mezzi di comunicazione rappresentino anche una formidabile opportunità per una nuova vitalità del dialetto. I social costituiscono un potente strumento per la divulgazione e la valorizzazione della lingua e ne sono un esempio le numerose pagine e iniziative che propongono contenuti interamente in siciliano, come notiziari diffusi attraverso piattaforme quali Instagram, oppure i progetti di divulgazione linguistica che utilizzano i social per promuovere la conoscenza della lingua e della cultura siciliana al grande pubblico. A queste si affiancano alcune piattaforme di apprendimento online, che negli ultimi anni hanno iniziato ad includere anche alcune lingue regionali (tra cui il siciliano), offrendo percorsi di studio online con tutor reali.

In tal senso, è particolarmente significativo osservare come una parte consistente dei fruitori di questi contenuti sia costituita dai discendenti dell’emigrazione siciliana del secolo scorso. Per molti figli e nipoti di emigrati, l’apprendimento del siciliano rappresenta infatti un modo per ristabilire un legame con la propria storia familiare e con le proprie radici culturali (quando non direttamente con i loro parenti rimasti in Sicilia), recuperando quella che era la lingua quotidiana dei nonni, dei bisnonni e, più in generale, dei propri avi. Il digitale non costituisce soltanto uno spazio di trasformazione della lingua, ma anche un potente strumento di trasmissione intergenerazionale e di ricostruzione dell’identità culturale, contribuendo (in assenza di una reale tutela e di un’istruzione formale) a dare nuovo slancio alla diffusione e alla vitalità del siciliano ben oltre i confini geografici dell’isola.

9788843063499_0_0_536_0_75Conclusioni

Il lungo percorso che è stato qui sommariamente ricostruito mostra come il siciliano, ben lungi dall’essere un semplice “dialetto” marginale, rappresenti un sistema linguistico ricco, complesso e radicato nella storia culturale del Paese. Il suo sviluppo, dalla tarda latinità attraverso i secoli delle dominazioni straniere e alla progressiva marginalizzazione nella modernità, riflette le grandi dinamiche sociopolitiche che hanno attraversato la Sicilia e l’Italia intera. La sua vicenda è paradigmatica di un destino che ha coinvolto molti idiomi regionali, ridotti, per ragioni extralinguistiche, a meri strumenti della comunicazione familiare e privata o relegati a un semplice elemento folklorico e stereotipato.

La classificazione del siciliano, e di altre lingue regionali, come “dialetto” non trova giustificazione scientifica sul piano linguistico, si tratta bensì di una scelta dettata da motivazioni di ordine sociale, culturale e politico. Tutto ciò pone interrogativi fondamentali per il futuro riguardo le modalità con le quali è possibile salvaguardare questa ricchezza linguistica nazionale e trasmetterla non solo come un valore identitario, ma con una nuova consapevolezza privata dai pregiudizi che hanno in parte causato la caduta in disuso di questi sistemi.

Oggi, in un’Italia sempre più multiculturale e plurilingue, la riflessione sul siciliano, come su tutte le lingue storiche locali, non riguarda solo il passato, ma investe direttamente il presente e il futuro dell’identità nazionale. Promuovere il rispetto e la conoscenza del siciliano e delle altre lingue regionali significa non solo tutelare un patrimonio a rischio, ma anche riaffermare il valore della diversità e della pluralità interna al Paese, degna di essere conosciuta, insegnata, parlata e amata anche, e soprattutto, nella contemporaneità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici
Alfonzetti G., I giovani e il code switching in Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani (Materiali e ricerche dell’Atlante linguistico della Sicilia 31), Palermo 2012.
Antonelli G., L’e-taliano, tra storia e leggende, in S. Lubello, L’e-taliano. Scriventi e scritture nell’era digitale, Franco Cesati Editore, Firenze 2016: 11-28.
Berruto G., Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, Roma 1987.
D’Achille P., L’italiano contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2010.
Dal Negro S., Bilinguismo e diglossia, in Enciclopedia dell’italiano, a cura di Simone R., Treccani, Roma 2010.
De Mauro T., Il dizionario della lingua italiana, Paravia, Torino 2005.
Fiorentino G., Nuova scrittura e media: la metamorfosi della scrittura, in G. Fiorentino, Scrittura e società. Storia, Cultura, professioni, Aracne, Roma 2006: 1-25.
Graffi G., Scalise S., Le lingue e i linguaggi, introduzione alla linguistica, Il Mulino, Bologna 2013.
Leoni F. A., Maturi P., Manuale di Fonetica, Carocci, Roma 2002.
Loporcaro M., Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, Roma-Bari 2009.
Marcato C., Vitalità e varietà dei dialetti, in L’Italia e le sue regioni. L’età repubblicana. Culture, a cura di M. Salvati e L. Sciolla, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2015: 503-523.
Matranga V. e Sottile R., La variazione dialettale nello spazio geografico, in Ruffino G., Lingue e culture in Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2013: 215-274.
Ruffino G. (a cura di), Lingue e culture in Sicilia, vol. I-II, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2013.
Serianni L., Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria, UTET, Milano 1989.
Sottile R., La rivincita del dialetto. Non al posto ma accanto all’italiano, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 31, maggio 2018.
Sottile R., Mescolare dialetti, comporre musica, cantare storie, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 47, gennaio 2021.
Trovato S. C. (a cura di), Vocabolario siciliano, vol. V, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2002.
Varvaro A., Profilo di storia linguistica della Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2019.

_____________________________________________________________

Claudio Maugeri, docente di lingua (spagnola e araba) e discipline letterarie nella scuola secondaria di primo e secondo grado, si occupa di dialettologia e sociolinguistica. Ha conseguito la laurea magistrale nel 2024 presso la facoltà di “Scienze Linguistiche per l’Intercultura e la Formazione” dell’Università di Catania con una tesi dal titolo “Tra lingue e dialetti: analisi sociolinguistica della comunità marocchina dell’area ionico-etnea”.

_____________________________________________________________

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>