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Il sì suona sempre meno nella lingua del Belpaese

Posted By Comitato di Redazione On 1 gennaio 2020 @ 01:19 In Cultura,Società | No Comments

 

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Palermo, Auguri ai turisti stranieri (ph. N. Giaramidaro)

di Nino Giaramidaro

Non saremo mai più accorati. Dopo otto secoli circa questa parola di tristezza scomparirà dai dizionari e dal nostro lessico, il quotidiano dire per cercare relazioni con il prossimo. Come diremo? Forse ci rifugeremo nell’heartfelt, inglese sino ad ora non di esportazione ma forse già acquattato (si può dire, si capisce?) nelle brume portuali, aeree e pedonali intorno a Greenwich. Oppure più nessuno riesce a provare accoramento per qualcosa, nessuno più ha il tempo per accorarsi, anche di fronte a un accaduto o accadente che lo meriterebbe.

Più di tremila (3.126, le hanno contate) le parole che sono per precipitare nel disuso: più nessuno le vuole e forse sono andati in prescrizione i modi di sentire che esse cercano di esprimere e comunicare.

Scomparirà “carabattola”, parola più vecchia di Gesù, il quale la disse al paralitico di Cafarnao: «Surge, tolle grabattum tuum, et ambula» (Marco 2,9). E “le povere carabattole” di Carlo Emilio Gadda che nella Fiera di Senigallia – mercatino delle pulci di Milano – dove «le scatole di biscotto zuppo approdano all’isola della Disperazione» e «la nostra specie meccanica e incerottata viene a dimettersi, esausta, tra le braccia di questa rigattiera benigna, ma implacabile». Lì le carabattole «avevano enfiato le valigie». Enfiato: forse, fra qualche anno, per leggere Gadda ci vorrà uno studioso di lingue agonizzanti.

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Palermo, Avviso per soli turisti stranieri (ph. N. Giaramidaro)

Non ci saranno più “malefatte” né, all’opposto, “meritevoli” e delle “utopie” ci libereremo al più presto, così potremo essere positivi e operativi senza sciupare tempo – il tempo è denaro – dietro a sogni e alla fantasia che una volta si sperava andasse al potere. Pure “disonorevole” cadrà nel baratro, perché sembra che non ci sia quasi nulla che oggi possa giustificare l’uso di questo vocabolo; ma il suo contrario, onorevole, rimane. Speriamo, largamente, come aggettivo.

Non si può qui dar conto di tutte le parole identificate in procinto di ruzzolare nel dimenticatoio, però se ne può proteggere un gruppetto usandole a voce alta e scrivendole nella grafia più bella che si possiede; come a rifare quei compiti punitivi delle elementari quando i maestri ordinavano una pagina intera con la parola che era stata lesa da una storpiatura. Insomma, non sarebbe male se si diventasse “uomini parola” così come nel libro di Raymond Douglas Bradbury – e nel film di Francois Truffaut – Fahrenheit 451, gli “uomini libro” imparavano a memoria interi volumi perché quei cartacei corruttori del popolo erano destinati al rogo.

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Palermo, C’è qualcuno che ancora preferisce l’italiano (ph. N. Giaramidaro)

La lunga battaglia contro il depauperamento del lessico ha avuto il suo velenoso esito: l’impoverimento dell’argomentare, del ragionamento e della capacità di comunicare con conseguenze non lievi sull’attività del pensiero. Il mito politico-letterario delle quattrocento parole, sempre quelle, affinché tutti potessero capire, si è rivelato un micidiale marchingegno repressivo contro l’ampliamento del lessico che avrebbe consentito lo sviluppo della propria personalità intellettuale e della capacità di comprensione. Invece, nel prossimo vocabolario Zingarelli le parole moriture saranno segnate da un fiorellino di buone intenzioni. Anche nei più nobili intenti spunta fuori il segno della distinzione, il marchiare, il segnalare, anche dolce, di qualcosa che non ci appartiene pienamente.

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Palermo, Il Dizionario gigante della Manifestazione AreaZ

Dal 20 al 26 ottobre si è svolta la manifestazione itinerante in diverse città – anche a Palermo – #AreaZ: un vocabolario gigantesco che sulla quarta di copertina aveva uno schermo sul quale si alternavano cinque dei 3.126 termini da salvare perché chiunque potesse sceglierne uno: una parola in pericolo, adottarla e diffonderla con cartoline o sui “social”, oppure tramite mezzi di fortuna – posso aggiungere? – quali bigliettini (sì, i pizzini) scritti a mano per chi ancora possiede una grafia non degenerata nel geroglifico o nell’antico e caro scarabocchio; ma anche detti e ridetti con passaparola pure se tedioso, con laico salmodiare. Una specie di guerra partigiana contro attenzionare, efficientare, situazionale e promozionare, sendare, briffare, skills – sia soft sia hard – e l’apericena più o meno alcolizzata.

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Palermo, Lo schermo sulla quarta di copertina del megadizionario

E sì, ci vogliono degli esempi: «Non si aggiorna un calendario degli appuntamenti, ma si schedula (da to schedule) la giornata; non si suddivide una competenza, la si splitta (da to split); non si riparte da zero, ma si resetta (da to reset); non si inoltra un messaggio di posta elettronica, ma lo si foruarda (da to forward); fino al più terrificante di tutti, ad oggi insuperato ed inarrivabile: non ti aggiorno sulla situazione, ma ti briffo (da to brief, ragguagliare)» (Alfredo Ferrante, Corriere.it, 9 novembre 2011, blog Italians di Beppe Severgnini).

Le nostre parole sono diventate pietre – nel Belpaese il sì stenta a suonare (Dante) – incomprensibili tanto che soltanto un quindicenne su venti padroneggia la lingua, sa distinguere i fatti dalle opinioni quando legge un testo su un argomento che non gli è familiare, afferra il significato delle singole parole (rapporto Ocse 2018, una triennale indagine internazionale che misura le competenze in lettura, matematica e scienze degli studenti quindicenni di 79 Stati).

È legittimo sostenere che un nuovo italiano va delineandosi, infarcito di sigle, acronimi, troncature e stroncature, ma soprattutto di anglo-americanismi accolti come andando in soccorso del vincitore, specie da parte di coloro i quali mai sono entrati in confidenza con l’italiano.

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Palermo, Negozio provvisorio (ph. N. Giaramidaro)

L’entusiasmo di essere “in” induce anche il più modesto geometra a far scrivere sulle sue impalcature “work in progress” anziché il più familiare “lavori in corso”, sono molti i negozi – scusate, show room, store, market, supermarket e hypermarket, outlet, crash & chary dove tutto è on sale – che credono di acquisire importanza stampando “next opening” al posto della ragionevole “prossima apertura”. Sono i “fanatici” complici della avanzante colonizzazione dai volti “foschi” e molteplici.

I romani nei territori conquistati imponevano la lingua e poi la moneta e leggi. Modello ricalcato da tutti i conquistatori, cioè colonizzatori. Il portoghese è una lingua ufficialmente parlata anche in Brasile, Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Capo Verde, São Tomé e Príncipe, Macao e Timor Est. È la sesta lingua madre del mondo con un “garbuglio” di 240 milioni di parlanti detti lusofoni. Il lascito dell’enorme impero coloniale portoghese estintosi venti anni fa con la restituzione di Macao alla Cina.

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Palermo, Pubblicità (ph. N. Giaramidaro)

Questo nostro pidgin “bizzarro” ma “premonitore” (scriverò tra virgolette le parole che so insidiate), non si capisce quali guadagni assicuri a chi lo promuove. Certo, anche il più “riottoso” utilizzatore dell’italiano, che da lontane residenze giunge in città per i suoi acquisti, rimane perplesso di fronte a tali “forbiti” annunci. Che sono pieni di consonanti con suoni aggrovigliati e stridenti. E impronunciabili in una terra dove le consonanti doppie servono a dare ritmo alla parola, estrinsecano quella musicalità che gli accenti invisibili scandiscono in un plurisecolare alternarsi di bemolle e diesis. Adriano Sofri, interrogato sulla questione, ha risposto ad una ragazza che l’inglese bisogna studiarlo, capirlo e parlarlo «così si apprezzerà la bellezza dell’italiano».

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Palermo, Vale come Apertura (ph. N. Giaramidaro)

Non voglio difendere a tutti i costi il passato – che è il presente della memoria. La lingua cambia come tutte le cose, anche quelle che si scrivono nel nostro cielo. Leggendo un libro degli anni ’20-’30 ci si sente un po’ estranei sia a causa del lessico sia per le strutture sintattico-grammaticali. Ne è passata di letteratura per giungere alla lingua che oggi parliamo e scriviamo. Ma quest’affollamento sul viale del tramonto di parole che contengono significati direttamente collegabili all’esercizio del pensiero, sembra un volerci riportare ad un vocabolario eccessivamente “laconico”, impoverito e incurante della grammatica, come quello adottato dalle tv e dai selvaggi televideo, e dalla più parte di scriventi sui social.

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Palermo, Solo per stranieri (ph. N. Giaramidaro)

Credo che per ascoltare un italiano non raffazzonato convenga sintonizzarsi sulle televendite: un linguaggio piano, efficace, senza lode ma pure senza infamia. È più naturale il conversare di coloro che vendono quadri, gioielli, vestiti, frullini, tagliapatate ecc. di quello di molti predicatori e predicatrici televisivi che si rifugiano in metriche cacofoniche per conferire al loro eloquio le sembianze di litanie della sacralità televisiva.

Provate a pronunziare “sightseeing” (giro turistico) e quindi trovate qualcuno che vi sciolga il nodo alla lingua. È stampato sugli autobus rossi che “caracollano” per Palermo dedicati, appunto, ai turisti. Anglofoni. Ma se uno di Salaparuta volesse farsi un giretto non troverà l’equivalente scritta in italiano bensì il rudimentale “acchianassi” del cocchiere che invita sulla sua palermitanissima carrozza tirata da un elegante “ronzino”.

Insomma, ci siamo ridotti ad un tardivo allarme, persino da parte della Crusca. Tutti sono concordi nel dire che bisogna difendere la lingua, preservarla. Come fanno i francesi che chiamano ordinateur il computer e non vivono nessuna angoscia per la sorte del loro linguaggio. Lo scrittore keniota Thiong’o Ngugi Wa, una delle voci più autorevoli dell’Africa, autore del saggio Decolonizzare la mente (Jaca Book), rivendica la scelta di non scrivere più in inglese, «la lingua di un imperialismo postcoloniale e culturale che tiene ancora in scacco un intero continente». Ma intanto potere economico, medicina, scienza, politica si sono fatti i loro idiomi. Inaccessibili, blindati. Abbondanti di sillabe, sigle, acronimi tutti esoterici. Secondo i quali il Ministero per i beni e le attività culturali e turismo – dilatazione linguistica della burocrazia – diventa Mibact, un “conato” che somiglia a un muggito balbuziente.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie scattate in occasione del terremoto del 1968 nel Belice.

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