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Il ruolo dell’alimentazione nella longevità dei sardi

Rappresentazione della Piramide alimentare della zona longeva della Sardegna, elaborata da Gianni Pes.

Rappresentazione della Piramide alimentare della zona longeva della Sardegna, elaborata da Gianni Pes

di Giovanni Mario Pes 

Una panoramica storica

La popolazione della Sardegna centro-orientale, in particolare quella residente nell’area montuosa compresa tra le regioni storiche dell’Ogliastra e della Barbagia, è caratterizzata da un’eccezionale concentrazione di centenari. La scoperta della longevità di tale area (comunemente nota come Zona Blu) risale agli ultimi anni del secolo scorso e agli inizi del secolo presente (Pes 1999; Poulain et al 2004). La proporzione di individui che raggiungono i cento anni di età risulta essere la più elevata al mondo (circa 61 centenari ogni 100.000 abitanti). Particolarmente sorprendente è la parità di genere osservata: contrariamente alla norma internazionale che prevede più centenarie di sesso femminile, in Sardegna finora il numero di centenari uomini e donne risulta essere pressoché equivalente. Tale scoperta ha attirato l’attenzione di demografi, gerontologi e media di tutto il mondo, contribuendo a costruire rapidamente per la Sardegna la fama di “terra dei centenari”, un’“isola della longevità” in cui sarebbe custodito il segreto della lunga vita. Tale immagine positiva, diffusasi in pubblicità, articoli divulgativi e persino materiale turistico, ha finito per oscurare, con scarsa memoria storica, la percezione ben diversa che dell’isola si aveva nei secoli passati.

Per lunghissimo tempo, infatti, la Sardegna è stata considerata quale luogo malsano e inospitale, flagellato da malattie endemiche e miseria. Nella letteratura storica e geografica, l’isola veniva citata quasi esclusivamente per i suoi aspetti negativi: il cronico sottosviluppo economico, le carenti condizioni igieniche, l’arretratezza dei costumi e soprattutto l’alta incidenza di patologie quali la malaria. Quest’ultima, endemica fino a metà del Novecento (Tognotti 1996), conferì a lungo alla Sardegna la reputazione sinistra di “isola pestifera”. Autori classici come Strabone e Pomponio Mela la descrivevano già in epoca romana come un’isola “pestilente e insalubre”, utilizzata dai Romani come terra di pena ed esilio. Ancora nel XIX secolo viaggiatori come l’inglese John Warre Tyndale lamentavano «l’insalubrità del clima… e la brevità della vita» in Sardegna (Tyndale 1849). Questa pessima fama di terra poco salubre perdurò sino al primo Novecento.

contentA partire dal secondo dopoguerra, tuttavia, l’immagine della Sardegna subì una radicale trasformazione. Fattori determinanti furono il risanamento sanitario (in primis la campagna anti-malarica condotta con successo intorno al 1950) e il miglioramento socio-economico progressivo dell’isola. Dagli anni ’60 in avanti, falliti alcuni tentativi di industrializzazione pesante, la Sardegna si sviluppò puntando sul turismo e valorizzando le proprie tradizioni e risorse ambientali, senza dimenticare la vocazione agro-pastorale. In questo contesto si inserisce anche la “riscoperta” della longevità sarda che finì per enfatizzare elementi identitari positivi quali lo stile di vita tradizionale, l’aria pura, la qualità degli alimenti locali e l’ospitalità degli abitanti. L’attenzione mediatica internazionale suscitata dalle ricerche sulla concentrazione dei centenari nell’entroterra ha consolidato la nuova rappresentazione dell’isola quale luogo privilegiato di longevità eccezionale. Si è così esorcizzata l’antica immagine di terra di malattie e povertà, rimpiazzandola con quella ben più gratificante di “isola di centenari”.

Non mancano, a onor del vero, episodi storici in cui la longevità dei sardi era già stata segnalata, quasi a smentire la reputazione di terra malsana. Già durante la dominazione spagnola, il canonico Martín Carrillo (Visitador General nel 1612 per ordine di Filippo III) menzionò nei suoi rapporti l’aspettativa di vita relativamente elevata dei sardi, segnalando probabilmente un dato sorprendente per l’epoca. A distanza di alcuni decenni, lo storico sassarese Francesco Angelo de Vico (1580–1648) cercò di confutare l’opinione comune sull’insalubrità isolana proprio ricorrendo alla longevità dei suoi abitanti. Vico lasciò scritto, esagerando, che in nessun luogo “si invecchia” più che in Sardegna, sostenendo che molti sardi superavano i cento anni, alcuni arrivando persino a 120, e che persone di 80 o 90 anni si incontravano in ogni angolo dell’isola. La tesi di Vico scatenò una disputa con un religioso cagliaritano, fra’ Salvatore Vidal (al secolo Giovanni Andrea Contini), il quale in un pamphlet del 1643 ribatté elencando una lunga serie di ultracentenari sardi che egli stesso affermava di aver conosciuto personalmente. Tra questi figuravano individui che avrebbero raggiunto età straordinarie (95, 110 fino a 125 anni) in vari paesi del sud della Sardegna. Per quanto probabilmente esagerati, tali resoconti seicenteschi rappresentano uno dei primi riconoscimenti dell’esistenza di persone eccezionalmente longeve nell’isola.

Stele funeraria del I secolod. C. Tertenia dedicata ad un uomo di 80 anni

Tertenia, Stele funeraria del I secolo d. C. dedicata ad un uomo di 80 anni

Nel Settecento si trovano altre attestazioni degne di nota. Il gesuita Francesco Cetti, docente nell’ateneo sassarese, riferì di casi documentati di individui ultra-centenari e condusse un’analisi quantitativa sulle età alla morte in Sardegna (Cetti 1777). Nei registri parrocchiali di Cagliari degli anni 1760–75 egli trovò che circa 162 defunti su 4499 (oltre il 3,5%) avevano superato gli 80 anni, proporzione alquanto superiore a quella osservata a Parigi nello stesso periodo (circa 2,3%). Il gesuita interpretò tali dati come evidenza indiretta di un ambiente relativamente salubre, capace di favorire la sopravvivenza fino ad età avanzata nonostante le avversità socio-economiche del tempo. Anche altri studiosi locali a fine ’700 e ’800 citarono esempi di longevità in Sardegna, pur considerandoli curiosità più che regola. Nel complesso, questi antecedenti storici suggeriscono che la presenza di centenari non è un fenomeno del tutto nuovo per l’isola, esistono indizi perfino in epoca romana di alcuni individui che avrebbero raggiunto il secolo di vita (Floris 2021), sebbene soltanto in anni recenti essa sia divenuta oggetto di studio sistematico e motivo di orgoglio identitario per la popolazione sarda.

42779_2022_152_fig1_htmlDieta tradizionale e longevità in Sardegna: dalla dieta pastorale alla transizione alimentare

Tra i molteplici fattori invocati per spiegare l’eccezionale longevità della popolazione sarda, gli stili alimentari tradizionali occupano un ruolo di primo piano. Numerosi studi scientifici concordano sul fatto che una dieta prevalentemente a base vegetale, ricca di nutrienti, costituisca uno dei pilastri di una vita lunga e in salute. In Sardegna, analogamente a quanto osservato nell’isola greca di Icaria, altra zona di longevità del Mediterraneo, la popolazione anziana ha seguito per gran parte della vita un tipico regime mediterraneo tradizionale. Esso si caratterizza per il consumo quotidiano di cereali integrali (in primis pane di grano e orzo), legumi (fagioli, ceci, fave), verdura (soprattutto sotto forma di minestre), frutta di stagione e frutta secca (noci, mandorle), il tutto accompagnato da moderate quantità di alimenti locali di origine animale (Pes 2015). Nelle comunità pastorali dell’Ogliastra e della Barbagia, per secoli cuore della futura Zona Blu sarda, le principali fonti proteiche animali sono state i derivati ovini e caprini, latte e formaggi, e più occasionalmente, la carne suina e il pollame allevato in loco. Le uova comparivano nella dieta con moderazione, così come il pesce, consumato solo sporadicamente a causa della posizione geografica interna di questi villaggi (l’accesso al pesce avveniva tramite scambi o attraverso il consumo di pesce essiccato).

Un posto importante nella cultura alimentare sarda spetta inoltre al vino rosso locale (in particolare il Cannonau), tradizionalmente bevuto in piccole dosi ai pasti. Benché i nutrizionisti in genere non considerino le bevande alcoliche come particolarmente salutari e ne suggeriscano un consumo moderato, il vino rosso fornisce tuttavia polifenoli antiossidanti e anti-infiammatori; studi in vitro hanno ad esempio mostrato che estratti di Cannonau possiedono effetti protettivi contro processi infiammatori cellulari (Tuberoso 2013), suggerendo un potenziale contributo nel contrastare l’infiammazione cronica tipica dell’invecchiamento. Completano il quadro l’uso predominante di olio d’oliva come grasso di condimento, elemento cardine della dieta mediterranea, ricco di acidi grassi monoinsaturi benefìci, e l’impiego residuale di grassi animali (strutto) per lo più retaggio del passato. 

Si può dunque definire l’alimentazione tradizionale delle zone longeve sarde come una variante locale della dieta mediterranea, fortemente legata ai prodotti del territorio e alla stagionalità. Rispetto ad altri modelli mediterranei ben studiati (ad esempio la dieta contadina di Creta negli anni ’50, spesso considerata il prototipo della dieta Mediterranea), il regime sardo presentava alcune peculiarità degne di nota. Innanzitutto, l’ambiente montano dell’Ogliastra ha favorito una produzione cerealicola mista: oltre al frumento, largamente panificato in tutta l’isola, in Barbagia si coltivava diffusamente l’orzo, cereale più resistente sui terreni collinari marginali. Il tradizionale pane d’orzo (su pan’e orju) era consumato regolarmente soprattutto dai pastori (Murru-Corriga 1992); esso presenta un indice glicemico più basso rispetto al pane di grano e apporta benefici metabolici, contribuendo a ridurre il rischio cardiovascolare associato a diete ad alto tenore di carboidrati (Behall 2004). La dieta sarda era infatti molto ricca di carboidrati complessi, il consumo di pane poteva superare 500 gr al giorno pro capite nelle famiglie contadine, ma gli effetti pro-infiammatori di un così alto apporto glucidico erano probabilmente compensati dall’intensa attività fisica quotidiana (es. la transumanza e i lavori agricoli).

Un secondo elemento caratterizzante era l’abbondanza di minestra di verdure e legumi: il classico minestrone sardo includeva cipolla, finocchi, carote, patate e legumi misti (fagioli, piselli, fave), spesso insaporito con erbe aromatiche locali. In Ogliastra la minestra veniva preparata talvolta con aggiunta di brodo di maiale e abbondanti patate. Proprio queste ultime meritano un accenno: la loro presenza nella dieta tradizionale sarda era sorprendentemente elevata, analogamente a quanto riscontrato in alcune popolazioni longeve non mediterranee (es. gli Hunza del Pakistan e i centenari andini), un fatto curioso, considerando che il carico glicemico della patata risulta elevato, e un consumo eccessivo di tuberi si associa a maggior rischio di diabete. Nel caso sardo, però, gli eventuali effetti negativi delle patate erano mitigati sia dalle modalità di cottura sia dal contesto dietetico generale: le patate venivano prevalentemente lessate (anziché fritte) e condite con grassi (olio d’oliva o lardo) i quali ne abbassano l’indice glicemico riducendo il picco di glucosio post-prandiale. Inoltre, il consumo di patate avveniva nell’ambito di pasti ricchi di fibre, proteine vegetali e grassi salutari, rallentandone così l’assorbimento. Questi accorgimenti, uniti alla già menzionata attività fisica, facevano sì che alimenti potenzialmente “obesogeni” come il pane e le patate non producessero, in quel contesto tradizionale, le patologie metaboliche che invece colpiscono le popolazioni moderne sedentarie.

Un altro aspetto fondamentale era la bassa frequenza di consumo di carne nella dieta tradizionale sarda. Fino agli anni ’50, la carne, prevalentemente di maiale o di animali da cortile, veniva consumata solo poche volte al mese (Pes 2015), in genere in occasione di festività religiose, matrimoni o altre ricorrenze. L’apporto proteico di origine animale era quindi garantito principalmente dai latticini, prodotti in abbondanza grazie all’economia pastorale (pecore e capre da latte). Dopo il 1950-60, con il miglioramento delle condizioni economiche e la transizione alimentare post-bellica, anche in Sardegna si è osservato un progressivo aumento dei consumi di carne (innanzitutto bovina), nonché un maggior apporto di altri alimenti un tempo rari come pesce, zuccheri raffinati, frutta e verdura in varietà più ampia, oltre a oli vegetali industriali. In altre parole, la dieta dei sardi si è “modernizzata”, avvicinandosi per certi versi al modello alimentare italiano e occidentale in genere. Questo passaggio epocale, comune a tutti i Paesi industrializzati (descritto teoricamente dal nutrizionista Barry Popkin come nutrition transition), ha implicazioni ambivalenti sulla salute e sulla longevità, che la comunità scientifica sta cercando di comprendere a fondo.

81101bc1-c77f-4b52-a4e5-5e78f82315a6Da un lato, la sopraggiunta abbondanza alimentare e la diversificazione della dieta introdotte dalla transizione nutrizionale hanno eliminato le carenze croniche e la sottoalimentazione che affliggevano le generazioni precedenti. In Sardegna, studi storici indicano che sino alla metà del Novecento gran parte della popolazione viveva in condizione di precarietà alimentare, con periodi di vera e propria denutrizione nelle zone più povere e siccitose. Eppure, proprio le zone interne pastorali godevano paradossalmente di una disponibilità alimentare pro capite leggermente superiore rispetto alle aree agricole di pianura: già nel 1928 l’apporto calorico medio quotidiano in Sardegna (circa 2400 kcal) era appena il 7% inferiore alla media nazionale italiana (Tivaroni 1928), e il nutrizionista Giuseppe Peretti riportò che presso le comunità montane di pastori l’apporto medio si aggirava sui 2600-2700 kcal negli anni ’30 (Peretti 1943). Solo nell’immediato dopoguerra (1946-47) si documenta un forte calo calorico in Ogliastra (fino a circa 1800 kcal/giorno), subito colmato però con il ritorno alla normalità entro il 1952 (Brotzu 1954). Questi dati inducono a ritenere che la restrizione calorica cronica, nota per allungare la vita nei modelli animali, non abbia giocato un ruolo sostanziale nella longevità sarda recente.

La dieta tradizionale era frugale ma generalmente sufficiente; gli eccessi alimentari erano limitati ai banchetti festivi, e la fame protratta non era la norma, se non in frangenti storici eccezionali. La generazione dei centenari sardi odierni, nata nei primi decenni del ’900, ha dunque potuto beneficiare in gioventù di un regime alimentare parco e sano, privo di eccessi deleteri, e in età adulta della graduale introduzione di alimenti più ricchi (proteine animali, micronutrienti) resi disponibili dallo sviluppo economico del secondo dopoguerra. In tal modo questi individui hanno tratto vantaggio sia dai benefici della dieta mediterranea tradizionale, nota per associarsi a minore incidenza di malattie cardiovascolari, metaboliche, neurodegenerative e tumori, sia dai progressi nutrizionali moderni (miglioramento dello stato proteico e vitaminico, varietà alimentare maggiore), in un equilibrio virtuoso. Evidenze epidemiologiche supportano questa interpretazione: ad esempio, è stato osservato che un apporto relativamente alto di proteine animali dopo i 65 anni non si associa ad aumento della mortalità, contrariamente a quanto avviene nei soggetti di mezza età (Levine 2014). Ciò suggerisce che per l’anziano un miglioramento dello stato nutrizionale proteico (ad es. tramite carne, latte, uova) possa contribuire a prevenire la sarcopenia e la fragilità, prolungando la vita in buona salute.

D’altro canto, l’altro aspetto della transizione alimentare è l’adozione crescente, soprattutto nelle generazioni più giovani, di cibi ad alto contenuto di zuccheri raffinati, grassi saturi e sale (prodotti ultraprocessati, fast food, bevande zuccherate). Tali abitudini “globalizzate” sono estranee alla dieta sarda tradizionale e rischiano di erodere i vantaggi finora goduti in termini di longevità. Non a caso, modelli previsionali sottolineano che la continua occidentalizzazione della dieta potrebbe ostacolare i progressi futuri in salute pubblica, alimentando epidemie di obesità e patologie croniche che inversamente accorciano la durata media della vita. Ricerche condotte direttamente nella Zona Blu sarda hanno messo in luce alcuni possibili contributi specifici di alimenti locali alla straordinaria vitalità senile osservata. Ad esempio, un’indagine sugli ultraottantenni ogliastrini ha riscontrato che oltre l’80% degli uomini consuma latte e derivati ogni giorno, in prevalenza di capra o pecora (latte vaccino quasi assente) (Pes 2021). Tali prodotti caseari artigianali, in primis il formaggio fresco acido, casu agedu, forniscono proteine ad alto valore biologico, calcio facilmente assimilabile e acidi grassi a corta catena; inoltre il latte caprino, più simile a quello umano, contiene peptidi bioattivi che migliorano l’azione dell’insulina e micronutrienti (come zinco e selenio) benefici per il sistema immunitario. Si è osservato che un’elevata assunzione di latte caprino negli anziani sardi si associa a migliore funzionalità fisica (maggior forza muscolare e autonomia nelle attività quotidiane) rispetto a chi ne consuma meno. Ciò concorda con studi su altre popolazioni longeve (ad es. centenari di Okinawa e del Giappone) che riportano una correlazione positiva tra consumo di latticini e raggiungimento di età estreme in buona salute.

merlin_208648542_7de9b967-430c-43b4-a3a5-2aa91416b54c-superjumboL’analisi della longevità eccezionale della popolazione residente nelle aree montuose della Sardegna deve necessariamente essere affrontata con un approccio multidisciplinare, che contempli la complessa interazione tra fattori genetici, ambientali, socioeconomici e nutrizionali. In tale quadro, la dieta tradizionale della Zona Blu, pur caratterizzata da alcune limitazioni quali la scarsa varietà e l’eccessivo apporto di carboidrati, si distingue per la ricchezza di nutrienti e per il ruolo protettivo che ha svolto nel corso dei secoli. Sebbene la transizione alimentare abbia introdotto anche elementi di occidentalizzazione alimentare, la sua comparsa ritardata nelle aree montane ha creato una condizione peculiare: le coorti di individui che hanno raggiunto la vecchiaia nelle fasi iniziali della transizione hanno potuto beneficiare contemporaneamente dei vantaggi della dieta tradizionale e di quelli della dieta in trasformazione. Ciò ha probabilmente comportato un rapido miglioramento dello stato nutrizionale in grado di contrastare la sarcopenia e di ridurre l’incidenza di disabilità fisica in età avanzata. È quindi plausibile che la combinazione unica tra ritardo della transizione alimentare e predisposizione genetica abbia favorito nelle popolazioni ogliastrino-barbaricine un effetto di prolungamento della vita, ulteriormente amplificato dai progressi in campo medico, igienico e sociale avvenuti nel corso del XX secolo.

In conclusione la sfida odierna consiste nel preservare i preziosi insegnamenti dietetici della Zona Blu sarda, vero “laboratorio” naturale della longevità, adattandoli al contesto contemporaneo, così da trasmettere alle future generazioni il segreto (non così misterioso, in fondo) di una vita lunga, attiva e sana. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
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Giovanni Mario Pes, laureato in Medicina, è Professore associato di Scienze della Nutrizione presso l’Università di Sassari. Primo a segnalare nel 1999 che la popolazione dell’entroterra sardo presenta indici di longevità tra i più elevati al mondo, su di essa conduce attualmente indagini di natura medica e nutrizionale. Coordina ricerche interdisciplinari su geni, ambiente, stili di vita e invecchiamento di successo collaborando con atenei europei, nord-americani e asiatici. Autore di oltre 200 pubblicazioni, è Associate Editor di International Journal of Enviromental Research and Public Health.

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