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Il ritorno dell’Americanah

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2015 @ 00:46 In Cultura,Società | No Comments

copertina  di   Annamaria Clemente

«- Tornerà e sarà un’autentica americanah come Bisi, – aggiunse Ranyinudo. Scoppiarono tutte a ridere, a quella parola, americanah, rivestita di allegria, con la quarta sillaba allungata, e al pensiero di Bisi, una ragazza più giovane di un anno tornata da un breve viaggio in America con una strana affettazione: fingeva di non capire più lo youruba e metteva una r strascicata in fondo a ogni parola inglese». Americanah, con la quarta sillaba allungata, un suono certamente brioso ma oscuro custode di un potere che identifica e separa. Americanah è soprannome, epiteto, nomignolo attribuito agli emigrati tornati in patria, la Nigeria, dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Americanah è il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie.  Autrice di etnia Igbo che si è già imposta nel panorama letterario, ma non solo: il nome dell’Adichie è altresì noto alle riviste di moda e di musica grazie ad una canzone che ha rielaborato un intervento tenuto durante una TED Talk del 2013: “We should all be feminists”Nata ad Abba in Nigeria nel 1977, cresce nella città universitaria di Nsukka e per un gioco del fato, come a predeterminare un destino che fu di altri, abita nella medesima casa di Chinua Achebe, lo scrittore considerato padre della letteratura africana. Adichie studia Medicina e Chirurgia presso la stessa Università, fino a quando all’età di diciannove anni, parte per gli Stati Uniti. Qui prosegue gli studi, vince una borsa e consegue una laurea in Comunicazione e Scienze Politiche presso la Eastern Connecticut State University.  Laureata nel 2001 completa la propria formazione con un master in Scrittura creativa e uno in Studi Africani.

Il debutto letterario avviene nel 2003 con  l’Ibisco viola (Fusi Orari, 2006), narrazione di micro e macro trasformazioni: da una parte quella di Kambili, la protagonista, e del delicato  passaggio dalla sfera infantile a quella di donna adulta, e dall’altra la parabola della Nigeria umiliata e distrutta dopo il periodo postcoloniale. Il romanzo vince il Commonwealth Writers’ Prize, nella categoria First Best Book. Segue Metà di un sole giallo (Einaudi, 2008), romanzo corale sullo sfondo degli anni sessanta del Novecento, periodo in cui gli igbo preparano i movimenti di secessione che porteranno alla separazione della Nigeria e alla guerra del Biafra. Il romanzo è stato insignito dell’ Orange Broadband prize nel 2007, e viene apprezzato anche in Italia con il premio internazionale Nonino nel 2009. Sempre nel 2009 viene pubblicata una raccolta di racconti, non editi in Italia, dal titolo The thing around your neck. Di recentissima uscita è Americanah (Einaudi, pp. 458, trad. it. Andrea Sirotti) e già vincitore del National Book Critics Circle Award del 2013; il New York Times lo segnala come uno dei dieci migliori libri dell’anno, tra i finalisti del Baileys Women’s Prize For Fiction 2014.

 Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie

Il titolo “Americanah” esplicita istanta-  neamente la propria funzione referenziale: è la storia di una migrazione e di un ritorno, è il viaggio di Ifemelu, ragazza di Lagos, che «è bella ma è troppo impegnativa», intelligente e fuori norma, «avvolta in un alone traslucido di differenza», una ragazza che vuole qualcosa in più. Ifemelu ha un ragazzo, Obinze, che la stimola e le regala un sogno: l’America. Obinze che sa tante cose sull’America, Obinze che legge solo libri americani perchè «l’America è il futuro», Obinze il cui desiderio, covato, nascosto, tenuto al caldo per anni, assume «tratti lievemente mistici e l’America diventò il posto cui era destinato». Stanca dell’inefficenza e dei continui scioperi che intralciano la sua formazione, la protagonista decide di emigrare, sulla scia di una quasi proposta della zia già impiantata a Philadelphia e dall’entusiasmo di Obinze per quella terra lontana e piena di opportunità.

Ottenuto il visto Ifemelu giunge negli Stati Uniti e la collisione è  inevitabile, la protagonista viene affetta da una «patalogia straniera»: si dimentica di «essere un’altra» e ottenebrata «inizia un autunno di semicecità, l’autunno dello sconcerto, di esperienze fatte sapendo che c’erano scivolosi strati di significato che le sfuggivano». Cieca, annaspa e barcolla in un mondo intraducibile, opaco, dove tutto quello che si mostra non è: «perchè questa è l’America. Certe cose devi fingere di non notarle», le suggerisce un’amica di fronte allo sconcerto provocato dall’atteggiamento di una commessa e alla finta indifferenza del colore sulla pelle. Gradualmente, a piccoli passi, inizia a comprendere, ad orientarsi. Legge su consiglio di Obinze, lontano migliaia e migliaia di chilometri, libri americani e «man mano che leggeva, le mitologie americane iniziarono ad assumere significato. I tribalismi americani – razza, ideologia, area geografica – divennero chiari. E questa nuova consapevolezza la rincuorava». Ma questo non basta. Il pagamento della retta incalza, il visto non le permette di lavorare, qualcosa si spezza e la breve fiammella si spegne, conseguenza di ciò sarà l’irreparabile rottura con Obinze. Seguono mesi di depressione e dopo aver raschiato il fondo qualcosa si muove, riesce a trovare un lavoro che le permette di proseguire gli studi, si fidanza con il prototipo dell’americano: bello, biondo e ricchissimo. Ifemelu si spoglia della propria pelle e ne veste una nuova, le porte del paradiso si aprono ma qualcosa oppone resistenza, sono gli sguardi della gente e lo scarto tra i colori di lei e lui, ma soprattutto sono i capelli. Prima di presentarsi ad un colloquio di lavoro, le viene consigliato, dal consulente dell’ufficio di orientamento post-universitario, di sciogliersi le treccine e lisciarsi i capelli, perchè «poco professionali». Ridotte a vezzo, piuttosto che tecnica per domare e separare le chiome, le treccine si caricano di un significato diverso in terra straniera: sono spie eloquenti di scenari esotici, di messaggi che separano il Noi dal Loro, cesure che non vogliono essere lette. Un dettaglio non trascurabile e che nel romanzo assume il ruolo di chiave di volta dell’intera struttura narrativa.

foto 2Scrive l’antropologa Ernesta Cerulli (Sellerio, 1999: 122-123), in merito alle pratiche di abbigliamento, delle acconciature e dei costumi tradizionali dei popoli di interesse etnologico: «Sulla cura dei capelli si potrebbero scrivere più volumi, tali e tante sono le fogge, le pettinature e i significati simbolici di questa parte del corpo che cresce e muta colore: data l’importanza della testa, il messaggio trasmesso dai capelli è sempre di rilevanza sociale, oltre che etnica. Ad esempio, in Amazzonia l’acconciatura del capo è un fatto di interesse tribale (stile tribale), come lo sono le pitture, i tatuaggi o le scarnificazioni, la limatura o l’avulsione dei denti, la deformazione cranica e gli ornamenti labiali, nasali, auricolari. […] Presso altri gruppi umani [...] il linguaggio del capello, magari con l’aggiunta di posticci, parrucche, penne, semi vegetali e altri ornamenti, assume significati profondi, connessi con il sesso, l’età e lo status sociale».

L’abbigliamento e i modi del vestire sarebbero ascrivibili alla sfera del linguaggio, sono codici comunicativi, sono parole e messaggi fortemente connotati e connotanti che comunicano informazioni relative alla cultura, allo status sociale, al sesso, all’età. L’abbigliamento è «[…] strumento di comunicazione leggibile e al tempo stesso ermetico; protettivo ed elusivo; identificante ed ingannevole; estremamente mutevole ma culturalmente determinato» (ivi:170). In particolare secondo l’antropologa, i modi dell’abbandono o dello spogliarsi totale o parziale, o di disfacimento di elaborate acconciature, metterebbero in risalto, rispetto a particolari situazioni, l’importanza del vestirsi come «mezzo di integrazione sociale»(ivi:144).

Ifemelu si piega al consiglio e disfa le treccine, applica il lisciante e si ritrova a muovere la chioma «come una bianca». Grazie ai capelli lisci e perfetti viene assunta, ma ben presto gli effetti chimici del prodotto le corrodono il cuoio capelluto ed è costretta a tagliare i capelli: è da qui che qualcosa cambia, dall’imposizione di aderire al canone estetico occidentale che la protagonista prende coscienza dei limiti che la cultura americana ha nei confronti del diverso. «Non si riconosceva più. Lasciò il salone quasi afflitta; mentre la parrucchiera le stirava le punte, l’odore di bruciato, di qualcosa di organico che moriva ma che avrebbe dovuto vivere, le aveva fatto provare un senso di perdita». Da quel momento lascerà crescere i capelli, senza manipolazioni, senza extension, weave o posticci, Ifemelu si innamora dei propri capelli e di conseguenza di se stessa. La stessa Cerulli (ivi:123) annota che «[...]essendo la pettinatura socialmente significante […] l’annullamento della stessa, sia rasandola, sia lasciandola incolta, potrebbe essere indice di una condizione liminare e/o impura […]».

foto3E la condizione del migrante non è altro che sospensione, un vivere nel confine, ed è proprio a partire da questa frontiera che Ifemelu costruirà la propria fortuna: l’«alone traslucido di differenza», l’essere in una condizione di precaria giacenza, la pone su un piano differenziato, una posizione privilegiata di osservatrice di sé e degli Altri. Ifemelu accetta la condizione del diverso e il suo sguardo acquista una nuova luce soffusamente antropologica: la protagonista inizia ad usare la propria storia e quelle narrate dagli Altri per esprimere le proprie considerazioni sulla società americana, sulla razza, sul concetto di classe. Le storie vengono inserite in un blog: Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una Nera Non-Americana. Caustica e sferzante disvela come il mondo americano, continente felice, terra di pace, di possibilità e di uguaglianza sia, nella realtà della prassi, artificiale e poco tollerante, fittiziamente progressista e nauseantemente conformista, una terra dove il concetto di razza è vivo e pulsante ed opera subdolamente travestito e rivestito da un falso e strisciante perbenismo. Ifemelu, che si scopre nera in America, inizia una vera e propria militanza, si spoglia dell’accento acquisito tanto duramente e dà vita ad una crociata in difesa dei capelli naturali, ad una propaganda volta a far comprendere come i neri afroamericani, e non solo, siano ancora aggiogati al mito della perfezione bianca e ne subiscano i modelli dominanti. Dietro ai post di Ifemelu scopriamo un’autrice interessata alle dinamiche socio-culturali, si dispiega una visione multiprospettica e destrutturante intesa a chiarire le modalità con cui l’Occidente ha costruito un mondo esotico omogeneo al fine di legittimare e giustificare mere logiche di dominio, rafforzando così indirettamente pregiudizi e stereotipi continuamente alimentati dalle immagini mediatiche e soprattutto dalla letteratura occidentale: «Questa storia unica dell’Africa deriva, in definitiva, secondo me, dalla letteratura occidentale. Ecco una citazione dagli scritti di un mercante londinese chiamato John Locke, che navigò verso l’Africa nel 1561, e tenne un interessante diario di viaggio. Dopo essersi riferito ai neri africani come a bestie che non hanno case, scrive: Queste persone non hanno neanche la testa, le loro bocche e i loro occhi sono nei loro seni».

(Cfr.http://www.ted.com/talk/chimamanda_adichie_the_danger_of_a_single_story/transcript?language=it ).

Una presa di posizione collocabile all’interno degli studi letterari postcoloniali, che vede tra  i suoi rappresentanti Edward Said e che ritroviamo in Chinua Achebe. Posizione ratificata dalle parole rilasciate dalla scrittrice durante varie interviste, e indicata da un breve scorcio metatestuale inserito in Americanah, a proposito di un libro di Naipaul, il quale suggerisce, appunto, come l’autrice sia particolarmente sensibile alle tematiche sopra accennate.  Ad essere chiamato in causa è un autore che fa parte della categoria del Noi, uno scrittore la cui unica colpa consisterebbe nell’essere  prodotto dal retaggio coloniale: «un indiano nato in Africa, il quale si sentiva così ferito, sminuito, dal fatto di non essere nato europeo, di non essere membro della razza da lui esaltata per la capacità di creare, che aveva trasformato le sue presunte manchevolezze personali in un impaziente disprezzo per l’Africa; nel suo atteggiamento saccente e altezzoso verso gli africani, era diventato, seppur fugacemente, un europeo». Il messaggio di Americanah sembra essere quello di una presa di coscienza sulla condizione di differenza, una difformità certamente artificiale, ma i cui effetti hanno perforato l’animo umano: non solo in quelli che continuano a detenere il potere nella scala gerarchica, i quali perseverano nella loro posizione di superiorità, ma soprattutto in quelli che vivono a fianco di questi ultimi, e nondimeno in quelli che sono rimasti nelle terre d’origine.

 Lagos in Nigeria

Lagos in Nigeria

Ifemelu riscuote successo, grazie al blog diviene famosa, conquista la cittadinanza, ma con il tempo, nonostante i successi personali, il «cemento nell’anima» la rende inquieta e decide di tornare a Lagos, a casa, da Obinze. Si apre così l’ultima parte del romanzo, un ritorno che non sarà certo il coronamento di una favola ma la logica conseguenza di un percorso osteggiato. Adichie spoglia il ritorno dal mito e considera gli aspetti pratici: non dimentichiamo che il ritorno prevede la reintegrazione del soggetto nel contesto familiare e sociale, ma implica anche un reinserimento nel campo lavorativo. Ifemelu si ritrova catapultata in una Lagos «in continua transizione -  una transizione deprimente». Adichie scrive senza fronzoli romantici della difficoltà di reintegrazione, delle politiche fatte di favoritismo, delle norme restrittive, ma soprattutto mette in evidenza come l’innovazione importata dall’esterno può prosperare solo dove esista un terreno fertile concimato dalla convergenza tra innovazione esterna ed esigenze interne. Particolare attenzione è dedicata alla capacità di introdurre elementi risemantizzati, estrapolati dal contesto occidentale, in un nuovo contesto spesso con esiti incerti e kitsch.

Ma Americanah non è solo la storia di Ifemelu ma è un grande affresco dove si intrecciano e si intersecano tante storie di migranti: è la storia di Obinze che non riesce ad arrivare in America e devia per Londra, e qui tra i vari tentativi di trovare un lavoro sotto mentite spoglie, perchè irregolare, e un matrimonio combinato per ottenere la cittadinanza, vive sulla propria pelle l’esperienza di essere espulso. È la storia di zia Uju e delle difficoltà di far valere il proprio titolo di studio nigeriano in un Paese per cui non è ancora qualificata, è la storia di Dike nato in Nigeria ma cresciuto in America e che reclama, attraverso un gesto disperato, di conoscere, di affermarsi, di trovare la propria identità. Nel gioco dell’identità, e nella letteratura delle migrazioni, Chimamanda Ngozi Adichie lancia una sfida: accettare gli scarti, le differenze, per ricominciare. Ma dobbiamo necessariamente segnalare come l’accettazione e la consapevolezza possono muovere solo da un’identità elastica, frutto di compromessi maturati in un contesto, come quello nigeriano, che si presenta già altamente ibridato. Ifemelu mantiene il proprio centro, nonostante le incertezze iniziali, solo perchè a monte presenta un’identità composita, ha già giocato al gioco della negoziazione, ne conosce le regole e sa quali tasselli deve smussare e quali lasciare intatti per accogliere ciò che di buono il contatto con l’Altro può apportare alla propria definizione. Chimamanda Ngozi Adichie conferma, con questo ultimo romanzo, la sua dote di scrittrice attenta ai contesti storici e sociali. Uno stile originale e scevro da formule retoriche, abile nel presentificare in modo crudemente realistico le situazioni, superbo nel sapiente utilizzo del flashback che tiene il lettore ancorato alla narrazione, trascinato dal fiume di memorie lungo i tornanti di una storia tanto impervia quanto affascinante.

Dialoghi Mediterranei, n.12, marzo 2015

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Annamaria Clemente, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo, è interessata ai legami e le reciproche influenze tra la disciplina antropologica e il campo letterario. Si occupa in particolare di seguire autori, tendenze e stili della letteratura delle migrazioni.

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