Il Risorgimento, Sciascia e il cannocchiale rovesciato

copertinadi Marta Gentilucci

Rosario Castelli, nel suo saggio Sciascia-De Roberto: le scatole cinesi della Storia e della Letteratura, ha accostato la figura di Leonardo Sciascia a quella del dottor Fileno pirandelliano, che con il suo “cannocchiale rovesciato” – secondo la felice definizione di Giovanni Macchia  – legge «da mane a sera» libri di storia per ritrovarne qualcosa del presente. Possiamo anche noi immaginarlo così: nel suo studio di scrittore, tra annali di storia e carte di processi giudiziari ormai archiviati, o «in un mareggiare di ritagli di giornali e col dizionario del Tommaseo solido in mezzo come un frangiflutti», come lui stesso si ritrae ne L’Affaire Moro, ponendo l’accento sulla propria, maniacale, attenzione alle parole. E il cannocchiale rovesciato, come prediletto ‘attrezzo del mestiere’, sintetizza iconicamente il suo metodo, la sua costante tensione a cercare di “rovesciare” la memoria pubblica, di riscattare il dolore storico dall’oblio storiografico.

La casa editrice Torri Del Vento ha pubblicato un libro che fa emergere con altrettanta evidenza la natura da polemista di Sciascia, scrittore di una narrativa oppositiva e demistificatoria nei confronti di una certa vulgata storiografica. L’ha scritto Salvatore Costanza e s’intitola Si agitano le bandiere. Leonardo Sciascia e il Risorgimento. Costanza si concentra su un preciso momento storico, quello risorgimentale: una fase in cui, come tutti i periodi di svolta, si palesa con maggiore forza la vera natura di un popolo, il suo carattere, il temperamento, le ossessioni e i vizi. E così ha fatto nel caso del popolo siciliano, che ha, in più, l’appartenenza geografica a una terra che da sempre è stata ritenuta un laboratorio politico, una metafora di tutto ciò che poi sarebbe avvenuto altrove.

Per Sciascia scrivere di Sicilia e Risorgimento da un lato equivaleva a individuare la riprova oggettiva delle ingiustizie che hanno caratterizzato l’ingresso della nostra terra nella storia nazionale, con ripercussioni che si avvertono tuttora, dall’altro significava cogliere delle tare destinate a ripetersi, perché «il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti» [1].

Costanza si sofferma su vari episodi-chiave del Risorgimento siciliano che Sciascia aveva trasformato in letteratura, saggistica o narrativa, secondo quel suo modo di riscrivere la storia ch’era innanzitutto manzoniano, del Manzoni della Storia della Colonna Infame: la scrittura come rivendicazione della verità e come processo alle ingiustizie. «Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni».

Scrivere equivale allora a rimettere in circolazione dei fatti dimenticati o mistificati, facta non più infecta, a scandagliare i documenti storici per scrostarli dalla patina di menzogna di fronte alla quale gli storiografi restano per lo più indifferenti. In questo senso, come ha giustamente affermato Massimo Onofri, gran parte della letteratura sciasciana può essere letta come la «riattualizzazione del modello manzoniano della Colonna infame: la ricostruzione storica, in funzione del presente, torna a essere lo spazio privilegiato per uno scandaglio morale».

Tra gli episodi divenuti racconti o saggi sciasciani che Costanza analizza – delineando la figura di questo scrittore costantemente alle prese con un passato che diventa presente, perché è quel passato che ha determinato ciò che siamo e ciò che non siamo –  ci sono il ’48 – anno delle rivolte popolari contro la dominazione borbonica –  e la strage di Bronte del 1860, quando Bixio e Garibaldi si resero protagonisti di un’ “atroce ingiustizia” ai danni della gente del posto. 

dal film Bronte di F. Vancini

Dal film Bronte di F. Vancini

Il Quarantotto è un breve racconto che ha per protagonista il barone Garziano, emblema della nobiltà siciliana più inetta e trasformista, che accoglie prima la rivoluzione del ‘48 e poi l’arrivo di Garibaldi con la stessa sfacciata e impenitente ipocrisia. C’è un’immagine, nel raccontino sciasciano, che svela questo “nicodemismo” atavico: ed è quella del barone, «incoccardato e commosso», che stringe «con devozione» la mano di Garibaldi, dando «l’impressione che gratitudine e gioia stessero per esplodergli in pianto», mentre in realtà «avrebbe volentieri dato la polpetta col veleno che si dà ai cani». L’ultima scena, quella di Garibaldi accolto nel palazzo nobiliare dei Garziano tra tavoli sontuosamente imbanditi e bandiere tricolori, coincide con il disvelamento delle illusions perdues delle aspettative risorgimentali.

Sui fatti di Bronte Sciascia scrive prima un saggio dal titolo manzoniano, «Un’ingiustizia che poteva essere veduta da quelli stessi che la commettevano», nel 1960, in concomitanza col centenario dell’Unità d’Italia, in un clima di «euforia celebrativa» e «spreco di eloquenza e di quattrini»; e poi – nel 1963 – un’introduzione per la ristampa del libro Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, primo storico che si propone di portare alla luce la verità della tragica ingiustizia brontese.

Quello sciasciano è un processo al processo: siamo vicinissimi all’atteggiamento manzoniano di fronte alla condanna dei presunti untori della peste milanese. Stessa operazione di recupero di un passato sconveniente, stesso tentativo di discolpare degli innocenti. Innocenti i presunti untori, innocenti i presunti capi della rivolta brontese. Perché la storia, per Sciascia come per Manzoni, è una storia che giudica. Illuminante a tal proposito risulta la Postfazione che Carlo Ginzburg scrive per il libro di Natalie Zeman Davis, Il ritorno di Martine Guerre, storia di un processo su uno scambio di persona nella Francia della metà del Cinquecento. Ginzburg sottolinea non solo lo stretto rapporto tra l’ambito storico e l’ambito giudiziario, entrambi basati sulla nozione di prova, ma anche l’importanza – nel contesto di una nuova accezione di Storia, che è l’histoire evenementielle – «di cogliere la concretezza dei processi sociali attraverso la ricostruzione di vite di uomini e donne di estrazione non privilegiata» [2].

Il saggio sciasciano sui fatti di Bronte è del 1960. Sono passati cent’anni dall’unificazione d’Italia. Garibaldi è celebrato all’unanimità come il salvatore dal particolarismo italiano. Eppure ci sono delle crepe che la storiografia ha dimenticato di menzionare: «il bagaglio morale con cui la nostra piccola comunità è entrata nella vita nazionale». E la natura da polemista dello scrittore di Racalmuto non poteva tacere di fronte a quella che gli appare come «la prima pagina di nera ingiustizia scritta da questa Italia contro l’altra Italia».

. Pannello dipinto da Onofrio e  Minico Ducato di Bagheria, 1955

Pannello dipinto da Onofrio e Minico Ducato di Bagheria, 1955

Contro una storiografia spesso volontariamente e consapevolmente “smemorata”, si pone dunque il tentativo dello scrittore di una narrativa oppositiva e demistificatoria nei confronti della censura storiografica. È anzi a partire dall’oblio che la letteratura può ergersi – colmandone i solchi tralasciati, omessi o mistificati – come possibilità di ridar consistenza a un passato rimosso o ignorato. Sciascia – con il suo “cannocchiale rovesciato” – sembra appartenere a quella categoria di scrittori che, «scrutando negli annali della storia ufficiale», avverte

«delle opacità, le cicatrici che testimoniano della volontà di oblio di antichi traumi che però così permangono e continuano ad avere effetto sul presente. Quelle opacità in cui qualcosa è stato obliato, considerato irrilevante, se non sovversivo, sono dei varchi, delle soglie che si aprono su altre dimensioni, su una molteplicità di altre storie inscritte e al tempo stesso celate, represse e tuttavia segnalate da quelle opacità che indicano altre direzioni neglette e che sono dunque esattamente il luogo in cui porre l’interrogazione allo stesso discorso del potere, dei poteri, che omologano, rimuovono, reprimono, cancellano, tutto disponendo secondo la prospettiva dellamaster fiction in cui il potere si celebra, si afferma, si autolegittima» [3].

Anche negli altri episodi che Costanza analizza con acume storico-letterario in Si agitano le bandiere – dalla congiura dei pugnalatori alla rivolta di Palermo del sette e mezzo – emerge tutto ciò che ha reso Sciascia uno scrittore-profeta, un autore che ha saputo – meglio di altri e coniugando narrativa, storia e saggistica – individuare la vera essenza del popolo siciliano. Al di là delle contingenze. Perché «il siciliano è il prodotto della sua storia»:

«È colpa sua se non ha mai davvero deciso da solo, se sono gli altri che hanno sempre agito per lui, in sua vece e luogo, romani, bizantini, piemontesi? Le sole volte che il siciliano ha deciso da solo e si è rassegnato a far da solo la storia, disgraziatamente si è sbagliato».

Sciascia è fondamentalmente un pessimista: nei confronti non solo della storia, della quale è interdetta ogni concezione teleologica, ma anche della natura umana. Un pessimismo, dunque, sia storico che antropologico e dalla duplice origine: una per così dire “irrazionale”, originaria, legata intimamente al suo essere siciliano, all’essere nato, cresciuto, vissuto in un’isola dove tutto sembra correre verso la morte, «come lo scirocco» [4]; e una più “razionale”, di lucida analisi del rapporto tra passato e presente e scettica consapevolezza che il progresso sia solo una chimera.

L’inganno contenuto nella retorica della mitologia progressista viene svelato amaramente; al suo posto ritroviamo invero la rappresentazione sfiduciata e catastrofica di un quadro – quello siciliano – che vuole assurgere a metafora di una sorte universale, «a farsi esemplare oltre il tempo».

E, in fondo, non potrebbe essere altrimenti: «Come volete non essere pessimista in un Paese dove il verbo al futuro non esiste?», domandava a Marcelle Padovani.

«Il presente e il passato sono forse entrambi presente nel tempo futuro.
E il futuro è già nel passato.
Se il tempo non è che eterno presente,
il tempo non ha redenzione
(Le fleursbleues, Raymond Queneau).
Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1] L. Sciascia, «Storia della colonna infame», in Cruciverba, Adelphi, Milano 1998: 127.
[2] Cfr. Carlo Ginzburg, Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento. Einaudi, Torino 1984.
[3]  Cfr. M. Domenichelli, Lo scriba e l’oblio. Letteratura e storia: teoria e critica delle rappresentazioni nell’epoca borghese, ETS, Pisa 2011: 15.
[4] Cfr. L. Sciascia, L’Affaire Moro, in Opere: 499: «Che cosa è, in che cosa consiste, il pessimismo  meridionale? Nel vedere ogni cosa, ogni idea, ogni illusione – anche le idee e le illusioni che sembrano muovere il mondo – correre verso la morte. Tutto corre verso la morte: tranne il pensiero della morte, l’idea della morte. «Nonché un pensiero, il pensiero della morte è il pensiero stesso». Penetra ogni cosa, come lo scirocco: nei paesi dello scirocco».
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Marta Gentilucci, giovane laureata in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna, ha collaborato con la Cineteca Lumière di Bologna e si occupa di giornalismo ed editoria. Tra i suoi interessi di ricerca, lo studio della letteratura delle migrazioni. Ha insegnato nel laboratorio di video-giornalismo presso il Liceo classico F. Scaduto di Bagheria. Ha partecipato a stage e seminari su identità di genere, letteratura post-coloniale e scritture migranti.
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Una risposta a Il Risorgimento, Sciascia e il cannocchiale rovesciato

  1. Domenico Ripa scrive:

    Ho letto con molto interesse il suo articolo su Sciascia e il cannocchiale rovesciato. Lo apprezzo come ricerca e contributo per dare una risposta ai tanti quesiti sulla “questione siciliana”. Purtroppo però Sciascia non è la chiave. Non ha avuto il tempo per esserlo. Non poteva immaginare quello che a noi ora sembra chiaro, grazie anche agli avvenimenti, che proprio nei giorni della sua morte, hanno rimesso in moto la Storia. Tutto il periodo che Sciascia indaga può considerarsi ora il lungo periodo necessario alla Sicilia per raggiungere la “modernità”. In altre regioni è arrivata repentinamente o nel giro di una generazione, con l’esercito napoleonico o con movimenti culturali, come per esempio fu “sturm und drag”. Da noi c’è voluto un secolo e mezzo (dal ‘48 al 1992). Questa è la “Sonderweg” siciliana.

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