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Il profeta e il generale. Lo scontro tra eroi-fondatori nell’immaginario coloniale sudanese

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Ritratto di Ahmad Muhammad al-Mahdī

 di Nicola Martellozzo

La definizione di “fenomeno politico” nelle scienze sociali copre una casistica tanto vasta quanto eterogenea. Dalle istituzioni governative alle rivoluzioni, dalle Signorie medievali alle leadership etniche, ciascuno di questi fenomeni si offre all’analisi con caratteristiche uniche, inestricabilmente legate al contesto culturale e storico in cui si sviluppa. Tuttavia, ogni fenomeno politico si confronta pur sempre con il problema del potere, una tematica trasversale che possiamo articolare in tre questioni fondamentali: l’istituzione del potere, inteso come instaurazione di un ordine, la sua legittimazione, ovvero il suo riconoscimento come autorità, e la sua trasmissione, cioè un meccanismo sociale che ne permetta la continuità.

Questa articolazione triplice della gestione del potere non esaurisce ovviamente tutti i suoi aspetti, né le tre questioni sono sempre perfettamente distinte; ci fornisce però un’impalcatura teorica attraverso cui confrontare l’efficacia con cui fenomeni politici differenti rispondono al problema del potere. Una possibile soluzione, piuttosto familiare agli antropologi, è la figura dell’eroe-fondatore (founding hero). Personaggio frequente nelle narrazioni storiche e mitologiche di diversi contesti culturali, l’eroe-fondatore ha il ruolo di instaurare un ordine politico ab origine, legittimando l’autorità presente che vi si rifà attraverso una catena di trasmissione riconosciuta, cioè come passaggio ininterrotto di potere nel tempo. Le modalità di trasmissione sono le più diverse: genealogiche, come tra le stirpi regali, elettive, nel caso dei Presidenti americani, per trasmigrazione del Sé (trülku), tra i Lama tibetani.

Ci siamo già occupati di analizzare la formazione di una figura simile nel contesto moderno del Sud Sudan, dove alla morte del leader ribelle John Garang si è verificato un processo di “canonizzazione”. L’assunzione di Garang a eroe-fondatore della nuova nazione è almeno in parte il risultato della necessità, per il suo successore Salva Kiir, di legittimare la propria autorità. In questo articolo ci occuperemo di due figure chiave dell’immaginario coloniale sudanese (Kurcz 2014: 29-32), due eroi-fondatori e antagonisti, le cui vicende influenzano ancora oggi il contesto sociale sudanese. L’evento centrale di questa narrazione, in cui storia e mito si intrecciano, è l’assedio di Khartoum: lo scontro tra il generale Charles Gordon, già leggenda vivente dell’Impero britannico, e il ribelle Muhammad Ahmad al-Mahdī, leader sudanese e profeta “ben guidato” da Dio. Il sacrificio eroico di Gordon sancì l’instaurazione dello Stato mahdista in Sudan, ma la rapida morte del profeta lasciò al suo successore il difficile compito di una transizione verso un ordine politico stabile; la minaccia più grande fu quella del generale Kitchener, vendicatore di Gordon, mandato per ristabilire il potere coloniale in Sudan. A quasi un anno dalla caduta del trentennale governo di al-Bashir, riflettere su questi due personaggi storici significa confrontarci con il problema del potere e della sua stabilità in Sudan.

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Moschea dell’isola di Aba

La rivolta Mahdista in Sudan

Muhammad Ahmad nasce nei pressi di Dongola, città del Sudan settentrionale, dove riceve un’educazione musulmana ed entra in contatto con importanti circoli sufi (Dekmejian & Wyszomirski 1972: 203-4; Holt 1958: 269-72). Il quadro che Clarke (1961: 156-7) dipinge della sua giovinezza, nonostante i toni lirici e le lodi continue, ci permette di contestualizzare l’ascesa del futuro Mahdī, colui che è “ben guidato”. Artefice di una lunga rivolta contro il governo coloniale in Sudan, la vita di Muhammad Ahmad viene modellata sull’esempio delle gesta del profeta Muhammad, fondatore dell’Islam. È interessante rilevare fin da subito come questo eroe-fondatore della storia sudanese si rifaccia esplicitamente al principale eroe-fondatore musulmano, e come questi rimandi tra il modello mitico e la vita del Mahdī fondino la sua autorità all’interno del movimento ribelle. Dopo la sua morte, i suoi seguaci (Ansar) continueranno a interpretare la sua figura attraverso l’ottica del Corano. Oltre alla genealogia completa che lo ricollega alla famiglia del Profeta, sancendo il legame di sangue (Shaked 2007: 56), l’ascesa di al-Mahdī trova un supporto in una profezia islamica che prevede la comparsa dell’inviato di Dio dopo tredici secoli dall’Egira.

L’anno previsto, il 1881, è quello scelto da Muhammad Ahmad per iniziare la sua missione restauratrice (Holt 1958: 276). In realtà questa era cominciata qualche anno prima, quando Muhammad inizia a cercare fedeli a Khartoum, da cui è costretto a fuggire compiendo così la sua personale Egira insieme al primo nucleo di proseliti. Quattro di loro avranno il ruolo di generali nell’esercito mahdista, e Muhammad li ribattezzerà col nome dei primi quattro califfi storici (rāshidūn) succeduti al Profeta (Holt 1958: 278). Uno di loro, Abdullah ibn-Muhammad al-Khalifa, guiderà lo Stato mahdista (Mahdiyya) dopo la morte del Mahdī, proseguendone l’opera di espansione territoriale. Khartoum rappresenta il centro di questo processo, dato che è sulla piccola isola di Aba, poco distante dalla città, che Muhammad sceglie di svelarsi ai suoi seguaci come Mahdī, e sempre qui avviene la prima battaglia contro le truppe egiziane, che il leader sudanese paragonò alla battaglia di Badr descritta nel Corano. Lo scontro di Aba segna l’inizio della rivolta mahdista, una guerra che costringerà l’esercito inglese ad intervenire direttamente per mantenere il proprio dominio in Sudan.

L’esercito di al-Mahdī non era composto solo da fedeli musulmani e membri del suo gruppo parentale: quasi la metà dell’élite mahdista era formata da rappresentanti di diversi gruppi etnici sudanesi, non solo di lingua araba (Dekmejian & Wyszomirski 1972: 203-4). In questo senso, la rivolta mahdista riuscì a intercettare un malcontento diffuso in tutta la regione, trasformando un movimento ribelle d’ispirazione religiosa in una forza militare con un largo supporto popolare: «The Mahdi’s rise represented a convergence of the interests of various Sudanese anti-status quo groups» (Dekmejian & Wyszomirski 1972: 206). Seguendo l’analisi di Holt, possiamo dire che al-Mahdī fu più un leader nazionale che una figura restauratrice dell’Islam (Holt 1958: 282). Tuttavia, la Mahdiyya sudanese rappresentò un periodo negativo per le regioni meridionali, le cui popolazioni continuarono ad essere discriminate su base razziale nonostante la conversione all’Islam, e in cui la tratta degli schiavi fu sempre tollerata, per non dire favorita (Idris 2013: 46-48).

Diversi studiosi si sono interrogati sulla visione politica del Mahdī e sui caratteri dello Stato mahdista. In particolare, Voll propone di leggervi una versione “di frontiera” del fondamentalismo islamico, arricchito di componenti culturali locali. Confrontando la specificità della Mahdiyya sudanese con i tratti tipici del fondamentalismo nell’Islam (Voll 1979: 147-52), l’autore mostra come l’esperienza mahdista si caratterizzi per l’enfasi sulla trascendenza e la guida divina, per la stretta osservanza della Shari’a, un forte richiamo all’identità di gruppo e all’autenticità, nonché per una politica di espulsione della diversità. Il movimento di al-Mahdī rientra così nel novero del fondamentalismo sunnita, dove gli elementi messianici (più legati allo Sciismo) svolgono un ruolo minore. Per Voll, il successo del Mahdī si fonda su un tipo weberiano di autorità tradizionale (Voll 1979: 161), a differenza di quei ricercatori che enfatizzano gli elementi carismatici del profeta (Dekmejian & Wyszomirski 1972: 205), una personalità eccezionale che permette di saldare insieme l’esperienza messianico-profetica con l’ethos nazionalista-rivoluzionario.

La rivolta mahdista si presentò subito come un attacco ad ogni potere temporale che ostacolasse l’instaurazione del nuovo ordine religioso. L’Impero britannico rappresentava perciò il principale nemico, amministrando indirettamente il Sudan attraverso il governo egiziano. Dopo numerose battaglie e altrettante vittorie degli Ansar sudanesi, lo scontro decisivo si giocò a Khartoum. Per risolvere la situazione il governo britannico aveva fatto intervenire il generale Charles Gordon, che in quei mesi diventò la nemesi perfetta di al-Mahdī (Holt 1958: 279). Gordon incarnava il modello dell’eroe vittoriano (Kurcz 2014: 30), coraggioso e cristiano, inflessibile nelle trattative durante l’assedio della città. Dei modi in cui morì e della sua canonizzazione post-mortem, ce ne occuperemo nel prossimo paragrafo; qui basti dire che nel 1885 il Mahdī riuscì a sconfiggere il campione inglese, vincendo proprio nella città in cui era iniziata la sua predicazione.

L’assedio di Khartoum e la morte del generale Gordon segnano così, simbolicamente, l’istituzione dello Stato mahdista. Tuttavia – come Mosè e più recentemente John Garang – il leader ribelle non visse abbastanza a lungo per realizzare il suo progetto politico, morendo di febbre tifoide pochi mesi dopo l’assedio. Sarà Abdullah ibn-Muhammad al-Khalifa a prendere il suo posto, come successore designato per guidare gli Ansar e continuare l’espansione della Mahdiyya in Africa. Nonostante la regolare successione, già stabilita in vita da al-Mahdī, la morte improvvisa del profeta mise seriamente in difficoltà il movimento, sia sul piano militare che su quello ideologico. Il messaggio escatologico che aveva accompagnato l’ascesa di Muhammad Ahmad rischiava di perdere la sua efficacia, destabilizzando l’ordine appena costituito. Nel tentativo di legittimare ulteriormente la propria autorità, al-Khalifa impiegò il concetto di baraka, ampiamente diffuso nel sufismo, per giustificare la presenza del favore divino sugli Ansar (e sulla sua guida) anche dopo la morte del Mahdī.

Pur rafforzato, il movimento mahdista non riuscì nella sua politica di espansione, né militarmente, né per vie diplomatiche. Nel 1888 un giovane leader religioso fece la sua comparsa nel Darfur, reclamando il ruolo di legittimo successore del Mahdī (Holt 1958: 286). L’attacco di Abū Jummayza alla leadership mahdista provocò un’ulteriore indebolimento dello Stato mahdista, che nel 1889 ricevette il colpo di grazia dall’Impero britannico. L’Inghilterra non aveva dimenticato la morte di Gordon, e la spedizione militare del generale Kitchener fu interpretata dall’opinione pubblica come una vendetta per l’oltraggio subito (Berhamn 1971: 49). Il successore del generale inglese sconfisse duramente l’erede del Mahdī, prima con una clamorosa vittoria a Dongola, la città natale del profeta sudanese, e poi nei pressi di Khartoum, dove la leggenda vuole che abbia dissacrato i resti di Muhammad Ahmad usando il suo teschio come porta-tabacco (Clarke 1961: 162). Il crollo dello Stato mahdista non si deve solo all’intervento militare britannico, ma va ricollegato anche al mancato processo di instaurazione dell’ordine politico, bruscamente interrotto dalla morte del Mahdī (Dekmejian & Wyszomirski 1972: 199). In altre parole, l’eroe-fondatore non era riuscito a completare la sua opera, lasciando agli eredi una situazione politica instabile.

L’unico figlio del profeta, Abd al-Rahman al-Mahdī, tentò una strada diversa nei decenni successivi. Consapevole dei nuovi assetti politici, primo fra tutti il codominio anglo-egiziano in Sudan (Daly 1986), al-Rahman trasformò il movimento neo-mahdista in una confraternita religiosa (ṭarīqa), in grado di influenzare la vita politica sudanese (Ibrahim 1996: 8-9). Anche dopo la fine della Mahdiyya, in Sudan continueranno per decenni le profezie sulla venuta di un secondo profeta (nabi’isa) giunto a completare l’opera del Mahdī; nonostante molti vedessero in al-Rahman la figura ideale per questo ruolo (Woodward 1985: 40), egli trasmise l’eredità spirituale ed ideologica del neo-mahdismo a Ṣādiq al-Mahdī, leader del partito sudanese Umma, destinato a diventare una delle personalità politiche più importanti del Sudan moderno (Warburg 1995).

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Il generale Charles Gordon, Governatore del Sudan

 «Il più giovane dei santi»

 Così venne ribattezzato Charles Gordon dalla stampa inglese, dopo la notizia della sua morte a Khartoum. La leggenda della sua missione in Sudan, del suo scontro con il ribelle al-Mahdī e soprattutto del suo sacrificio durante l’assedio della città, sono elementi centrali di quel “culto laico” (Kurcz 2014: 29) creato intorno al generale Gordon in epoca vittoriana. Per molti versi, la fama internazionale raggiunta già in vita grazie ai suoi successi militari rese più semplice la costruzione dell’eroe dopo la sua morte. Charles Gordon iniziò la sua carriera servendo nell’esercito britannico come ufficiale esperto d’ingegneria bellica e fortificazioni, distinguendosi per le imprese in Cina durante la Seconda guerra dell’oppio (1856-60). Lo stesso imperatore cinese gli conferì il grado supremo di Generalissimo, per aver contrastato la ribellione dei Taiping. Questi primi successi lo resero famoso in patria e in tutta Europa: furono molti i governi e le nazioni che chiesero il suo supporto in questioni coloniali, o gli offrirono importanti posizioni amministrative. Dal 1873 al 1878 svolse una serie di incarichi per conto dell’Impero britannico, intervenendo tra Egitto, Abissinia e Sudan per contrastare la tratta degli schiavi e rafforzare il dominio coloniale nella regione. Di successo in successo, Charles Gordon ottenne un prestigio internazionale, diventando una leggenda vivente (Johnson 1982: 300), campione del colonialismo civilizzatore. Gli venne offerta la carica di governatore del Congo belga, ma poche settimane prima della partenza il governo inglese lo richiamò per affidargli un incarico in Sudan, che in passato aveva già brevemente amministrato. Nominato generale, Gordon venne mandato a contrastare la rivolta mahdista e a difendere Khartoum. L’esercito del Mahdī strinse d’assedio la città per dieci mesi, ma – nonostante le richieste di rinforzi militari da parte del generale – l’indecisione del governo britannico ne ritardò continuamente l’invio.

I diari personali di Gordon ci offrono la testimonianza diretta di questi mesi a Khartoum (Hake 1885), insieme allo scambio epistolare tra lui e il leader mahdista, l’unica forma di contatto diretto tra i due uomini. Tuttavia, le ultime ore di vita del generale rimangono il periodo più complesso e ambiguo da ricostruire: il racconto della sua morte, evento cruciale nella mitologia di questo eroe-fondatore, viene narrato da testimoni diretti e indiretti, sudanesi e inglesi, con versioni e intrecci non sempre coerenti fra loro. Johnson si è occupato di ricostruire la genesi e lo sviluppo di questi racconti (Johnson 1982), evidenziando come la maggior parte delle versioni “sinottiche” insistano tutte sull’eroismo di Gordon e sulla sua superiorità morale di fronte ai nemici e alla morte stessa; sono questi i temi che influenzarono la canonizzazione del generale, e sul lungo periodo la costruzione della sua leggenda.

Dopo la presa della città, Charles Gordon affrontò l’esercito mahdista nel Palazzo del governatore, presentandosi disarmato e senza opporre resistenza. Il generale venne certamente ucciso qui, ma sulle modalità della morte non esiste una versione univoca, perfino in Inghilterra. Tutte insistono sulla dignità e sul coraggio del generale, dotato di una purezza morale mitica che – nell’economia del mito – riconferma e giustifica l’imperialismo inglese e la sua missione civilizzatrice (Johnson 1982: 302). In questo senso, il generale Gordon viene presentato nell’immaginario coloniale come un eroe-fondatore per il Sudan, martire per la civilizzazione della regione. Allo stesso modo, il problema della responsabilità della sua morte rimanda più in generale alla questione della politica coloniale da adottare per il Sudan (Behrman 1971: 48).

L’opinione pubblica ebbe un ruolo chiave nella costruzione del mito post-mortem, che Berhman (1971: 49-52) distingue in quattro fasi storiche. Il primo periodo va dalla morte di Gordon al 1896, quando la spedizione guidata dal generale Kitchener mise fine all’espansione mahdista, vendicando l’uccisione del suo predecessore. In patria Gordon divenne un eroe popolare, acclamato da stampa e studiosi come un martire, un eroe solitario che incarnava il meglio della sua epoca. «But when Gordon’s death was left unavenged, his defeat unchallenged, his soldier’s death was transformed. Not only did he become a sacrificial victim to a callous government, he became a martyr whose death was its own victory against his foes» (Johnson 1982: 302). Quest’ammirazione sconfinata causò d’altra parte una polarizzazione sul piano morale, condannando come incivili, barbari e sanguinari i ribelli sudanesi e per estensione le popolazioni sotto il dominio coloniale, «those masses of anonymous black, brown, and yellow humanity that peopled the Empire» (Behrman 1971: 50).

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Incontro tra Gordon e al-Mahdī, Scena tratta dal film Khartoum (1966)

Le fasi intermedie furono una reazione agli eccessi del periodo vittoriano, in cui la figura di Gordon venne rivalutata sul piano storico e cominciò ad assumere tratti remoti, nostalgici, come le glorie dell’Impero. Il quarto e ultimo periodo (1954-66) fu interessante per la quantità di biografie pubblicate sul generale; alla figura vittoriana vennero aggregati nuovi valori legati all’espiazione e all’azione umanitaria, un martirio consapevole con sfumature cristiane che rinforzò l’immagine del “santo laico”. Charles Gordon si consolidò così nella mitologia nazionale inglese (Behrman 1971: 59): un esempio interessante è il film Khartoum (1966), che propone una versione romanzata dell’assedio del 1885 che chiude, riassumendolo, tutto il percorso di costruzione del mito. (Immagine 4)

La consacrazione di Gordon come eroe nazionale cominciò in l’Inghilterra, ma influenzò in fretta lo stesso Sudan. La morte violenta del generale rafforzò la visione coloniale di un Sudan conteso, brutale, una borderland (Kurc 2014: 30) attraversata da molteplici tensioni e frontiere (linguistiche, etniche, culturali). Tale immagine venne ripresa dai successori di Gordon, generali come Kitchener e Wingate (Daly 1986: 118-120), militari che governarono nei primi decisivi anni del codominio anglo-egiziano, presentando il generale martire come un eroe nazionale del Sudan. Sconfitto lo Stato mahdista e riaffermato il proprio potere, l’amministrazione coloniale usò il mito di Gordon come strumento politico per legittimarsi agli occhi della popolazione sudanese. Fino all’indipendenza del 1956, Khartoum fu attraversata da un sistema simbolico fatto di monumenti, istituzioni e celebrazioni pubbliche volte a preservare e riaffermare la memoria di Charles Gordon. Il Sudan Political Service reclutava giovani funzionari coloniali facendo leva sull’eroismo e il senso del dovere del generale Gordon, a cui fu dedicata l’Università di Khartoum. Lo stesso avvenne per la cattedrale anglicana, cuore spirituale della comunità inglese in Sudan, in cui durante gli anniversari della morte vennero celebrate funzioni religiose in memoria dell’eroe-fondatore.

L’apposizione di una targa commemorativa nel Palazzo di Khartoum, in corrispondenza del punto in cui Charles Gordon venne ucciso, mostra quanto questa memoria fosse fragile e ambigua: «The plaque commemorated an imaginary death at an imaginary spot on stairs built after Gordon’s death. Each year the anniversary of Gordon’s death was commemorated with speeches which repeated the stories Wingate had published, related by men who saw themselves as Gordon’s successors» (Johnson 1982: 304). La targa venne apposta in un Palazzo completamente ricostruito, un marcatore simbolico come la statua di bronzo posta nella piazza antistante. In questa scultura Gordon è rappresentato a dorso di un cammello, variante “coloniale” della statua equestre europea, un tentativo di “mediazione simbolica” con il contesto culturale sudanese.

Tuttavia, questo sistema simbolico era diretto in primis verso la comunità inglese, che impiegava monumenti e istituzioni come marcatori materiali dello spazio, e le celebrazioni pubbliche come riti periodici di riaffermazione della propria identità. Come eroe-fondatore, Charles Gordon permetteva di imporre non solo un ordine politico, ma una nuova storia, legittimandola attraverso la sua morte. L’apice di questo processo si ebbe in occasione del cinquantenario della morte del generale Gordon, con la solenne commemorazione organizzata dall’amministrazione coloniale: in tale occasione, la comunità inglese riaffermava la propria identità e la propria memoria a partire dal mito dell’eroe-fondatore; è emblematico che, nel frattempo, un bambino sudanese che guardava la statua del generale chiedesse chi fosse l’uomo seduto sulla groppa di Gordon (Woodward 1985: 39).

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Statua del generale Charles Gordon, a Khartoum

La persistenza dei miti

La storie intrecciate di Ahmad Muhammad e di Charles Gordon, il profeta sudanese e il generale britannico, in fondo ci parlano dello scontro tra due fenomeni politici. Tanto lo Stato mahdista quanto l’Impero coloniale creano un eroe-fondatore attraverso cui fondare simbolicamente il proprio ordine politico e legittimare la loro autorità in Sudan, con strategie ed esiti diversi. Per concludere, vogliamo concentrarci sul terzo dei fattori che abbiamo elencato in apertura, ovvero la trasmissione del potere. La spedizione inglese del 1896 può essere interpretata come l’evento che simbolicamente ribalta l’assedio di Khartoum e la morte di Gordon. Nel 1885 la sconfitta del generale britannico ad opera del Mahdī aveva sancito l’istituzione dello Stato mahdista, operando un passaggio di potere nella regione. Sconfiggendo al-Khalifa, successore di al-Mahdī e leader della Mahdiyya, il generale Kitchener restaura il potere coloniale ed eredita il mandato di Gordon, diventando il primo governatore del nuovo codominio in Sudan. Fino al 1956, l’autorità verrà trasmessa attraverso questi governatori militari, che riaffermeranno la legittimità del governo coloniale attraverso la memoria di Charles Gordon.

Sconfitto, ma non estinto, il movimento mahdista fu rimodellato da al-Rahman, figlio e legittimo successore del Mahdī. Rifiutando lo scontro diretto e violento con il potere inglese, nel secondo dopoguerra il neo-mahdismo prese una strada diversa, legandosi all’importante National Umma Party, movimento politico che giocò un ruolo cruciale nel raggiungimento dell’indipendenza. Il suo leader Ṣādiq al-Mahdī fu scelto da al-Rahman come nuova guida degli Ansar, un’eredità non vista di buon occhio da tutti i musulmani sudanesi. Il National Islamic Front, che nel 1989 appoggiò il colpo di stato di al-Bashir, nacque anche come reazione al partito di Ṣādiq, ritenuto troppo compromesso con la famiglia del Mahdī (Warburg 1995: 233).

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La battaglia di Omdurman (1898)

Nonostante questo il leader di Umma continua ad essere un personaggio di rilievo nella vita politica sudanese. Anche dopo la radicale trasformazione del mahdismo, sia sul piano ideologico che sociale, Ṣādiq rimane il terzo successore di al-Mahdī. Non si può più parlare di una vera e propria trasmissione del potere, ma esiste pur sempre un’eredità spirituale e una memoria storica che ancora segnano l’immaginario pubblico sudanese. Emblematico in questo senso è stato l’incontro del 2014 tra Ṣādiq e Robert Gordon, a Khartoum. Quasi centotrent’anni dopo la morte del generale Gordon, un suo discendente torna in Sudan come membro di una task force delle Nazioni Unite (Timberlake 2014). Come erede, non mancò di rendere omaggio all’eroe-fondatore – anche in senso genealogico – visitando la targa nel Palazzo del governo, oggetto che neppure lo stesso al-Bashir aveva fatto rimuovere. Sempre nello stesso Palazzo ebbe luogo l’incontro ufficiale con Ṣādiq, all’insegna di una ricomposizione simbolica del conflitto che oppose i loro predecessori nel 1885. La leggenda dei due eroi-fondatori continua così a perpetuarsi nel tempo, anche se ormai ha perso la sua efficacia come strumento di gestione del potere. Rimane il fascino di queste due figure, ancora oggi vive nell’immaginario sudanese, capaci come tutti i miti di influenzare il nostro quotidiano. In questo senso non ci sorprende la scelta di Robert Gordon di chiamare suo figlio, nato ad un secolo esatto dalla morte del suo leggendario antenato, Charles.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
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Nicola Martellozzo, dottorando presso la Scuola di Scienze Umane e Sociali (Università di Torino), negli ultimi due anni ha partecipato come relatore ai principali convegni nazionali di settore (SIAM 2018; SIAC 2018, 2019; SIAA-ANPIA 2018). Con l’associazione Officina Mentis conduce un ciclo di seminari su Ernesto de Martino in collaborazione con l’Università di Bologna. Ha condotto periodi di ricerca etnografica nel Sud e Centro Italia, e continua tuttora una ricerca pluriennale sulle “Corse a vuoto” di Ronciglione (VT).

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