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Il ‘potere della parola’ contro ‘la parola del potere’ nell’opera poetica dell’iracheno Jabbar Yassin Hussin

 Jabbar Yassin Hussin © Louis Monier.

Jabbar Yassin Hussin (© Louis Monier)

di Mohamed Fatnassi

“Il presente non salva il passato e dietro la porta nessun futuro”

da: ‘Alā Difāf al-Ğunūn,

(Sulle rive della follia, 1986). 

L’engagement letterario e la critica dei regimi totalitari nel mondo arabo, particolarmente a partire degli anni Settanta fino alla fine del XX secolo, trovò un fertile terreno nelle pagine di alcune opere del poeta iracheno Jabbar Yassin Hussin. Attraverso questo breve contributo si cerca di individuare il ruolo della scrittura poetica nell’evidenziare i mali della società araba, quelli provocati dai vari governi dittatoriali. Rapportandosi in particolar modo a esperienze vissute in prima persona, si focalizza lo sguardo sulla vita e l’opera del poeta Jabbar Yassin Hussin tra lacerazione, esilio e frantumazione dell’Io, al fine di dimostrare quanto l’opera letteraria possa essere non soltanto lo specchio di una dura realtà vissuta ma anche di una crudele situazione collettiva. 

Il poeta si iscrisse al partito comunista, già all’età di quattordici anni, ed era noto per le sue attività politiche. Ma presto si allontanò quando il partito fu assorbito da quello ba‘aithista per creare il cosiddetto Fronte Nazionale Progressista, verso la fine del 1973. Questo distacco fu visto con sospetto: Jabbar fu posto sotto sorveglianza da parte del regime, perseguitato e imprigionato più volte. Di seguito si iscrisse all’Università di Baghdad, ma gli è stato proibito di continuare gli studi e fu arrestato di nuovo nel 1976, subendo torture fisiche e morali. In effetti, dal momento in cui il Partito Ba‘ath detiene il ‘monopolio’ del potere, i suoi membri cercarono in ogni modo di eliminare i suoi oppositori. Dinnanzi a tale situazione gli ex-comunisti, gli intellettuali e gli scrittori attivi in quel periodo si trovavano davanti a due soluzioni: o rimanere in Iraq e sottoporsi all’umiliazione, alla tortura e persino l’eliminazione fisica, oppure fuggire e lasciare il Paese.  Jabbar, deluso dalla situazione politica del paese, dall’assenza di libertà e abbattuto dalla angoscia e dalle persecuzioni, fuggì in Francia, e lì continuò la sua critica politica insieme ad altri esuli scrivendo articoli su giornali e riviste arabe ed europee.

È in esilio che l’attività di scrittura di Jabbar continuò a manifestarsi in modo pertinente senza essere né controllata né censurata. I suoi testi trattano il trauma della prigionia e in maggior misura quello dell’esilio, la perdita d’identità, e i ricordi d’infanzia.

L’impegno del poeta è evidente in una delle sue opere dall’impronta esplicitamente militante: una raccolta di riflessioni intitolata ‘Alā Difāf al-Ğunū[1] (Sulle rive della Follia), contenenti aspre critiche nei confronti delle oppressioni praticate in Iraq e in altri Paesi arabi durante gli anni Settanta e Ottanta. Mediante un linguaggio allegorico che ricorda la matrice ‘ermetica’, la poesia diventa unico strumento per esprimere e svelare il vissuto di una dura realtà. L’autore utilizza la memoria come elemento principale per presentare ‘il passato’. I versi sono carichi di ricordi, d’immagini di fuga da una realtà amara, di associazioni d’idee e di sogni attraverso i quali il poeta cerca di raggiungere la pace: tuttavia, si ritrova spesso di fatto di nuovo rigettato nell’angoscioso passato persecutore. I suoi versi sembrano muoversi in avanti e indietro, nel tempo e nello spazio, trasmettendo immagini enigmatiche che si spiegano attraverso altre immagini oniriche. Nonostante la fatica cui il lettore è costretto nel trovarvi un filo conduttore, essi traducono un dichiarato sgomento e un esplicito turbamento dell’anima.

cioertina Sulle rive della follia

copertina dell’edizione araba Sulle rive della follia

Nell’opera, le riflessioni e i pensieri dell’autore rispecchiano la crudeltà, la disperazione, lo squilibro psicologico, percepito dal poeta alla ricerca dell’‘Altro’ perso in se stesso.

Nel tentativo di ridisegnare in modo soggettivo ciò che il poeta ha vissuto in prima persona, attraverso dei segmenti di linguaggio ricchi di metafore e di simboli, egli ambisce a riflettere la realtà di tutto il popolo iracheno. Nella rappresentazione di una crudeltà vissuta, nell’opera Sulle rive della follia Jabbar, da scrittore militante, combatte la “follia” del regime con la “follia” della parola poetica. A proposito del regime Jabbar scrive: 

Un trono vuoto e un re morto…
I muri si susseguono come un miraggio,
non si può fare a meno di consultare leggi e governatori,
ma essi condannano soltanto a morte.
Chi osa processare un fiume secco? [2]

In quest’opera, immagini rivelano uno stato di sdoppiamento dell’Io del poeta, che sembra oscillare in bilico tra realtà e memoria, tra ‘vero’ e immaginario e tra passato e presente. Tale sdoppiamento decifra il senso di angoscia e di perdita d’identità causate da anni di assenza dalla sua patria, avendo l’esilio costretto il poeta ad ‘avvicinarsi’ a un mondo a lui sconosciuto. Sembra che questo “doppio” che il poeta porta dentro di sé rappresenti, talvolta, una specie di ‘presenza amica’. Ma è anche nello stesso tempo minacciosa, perché è una presenza autonoma dalla sua volontà. Pertanto, in fondo, quella duplicità tra l’Io e l’Altro da sé crea al poeta una sorta di alternanza di “maschere”, che nel loro funzionamento dipendono dallo stato d’animo in cui si trova. In alcuni versi, queste maschere provocano un certo “disturbo dissociativo”, dal quale  deriva una vera e propria frantumazione dell’Io.

Muovendosi tra i suoi versi, si può percepire che il poeta si trova di fronte a un conflitto interiore raffigurato da una parte nel suo ‘cosciente’ tentativo di dominare il suo Altro includendolo nel passato, mentre dall’altra parte ‘incoscientemente’ quell’Altro cerca di impossessarsi dell’Io nel presente. È un continuo susseguirsi di visioni che Jabbar trascrive, coagulando così quel grumo di umori, di vita e di sentimenti attraverso il ricorso a volte a monologhi interiori. Dialogando con l’Io s’intrecciano realtà e fantasia, emotività presente e nostalgia antica, isolamento e dolore intimo. È un dolore sì individuale e allo stesso tempo è dolore collettivo di un popolo trascurato a se stesso, con il cumulo di ricordi di oggetti quotidiani destinati a diventare elementi di esperienza in comune: 

La felicità melanconica occupa uno spazio nel mio cuore
mentre prendo coscienza di un mondo
spezzato come una farfalla secca [3].

Lo sdoppiamento viene inteso, in questo caso, come «l’incapacità del poeta ad una reazione adeguata» [4], dato che egli «deve essere in grado di guardare a tutto quanto gli accade come standosene da una parte» [5]. Lo sdoppiamento è appunto quello «tra Io poeta e un altro Io “uomo” con la propria biografia» [6]. Perciò, tra biografia e poesia si assiste a un impulso creativo della rappresentazione di una realtà vissuta, che avviene all’interno di una morale psichica tra coscienza e conoscenza.

Spinto dalla condizione d’esilio, il poeta si serve della memoria, che nelle sue varie valenze, rappresenta, in alcuni casi, un rifugio verso una pace tanto ricercata, ma in altri casi, sembra costruire il suo secondo esilio dal quale non si può distaccare. In effetti, ‘alimentandosi’ di memoria si crea una forma di ‘esilio’ dentro ‘l’esilio’. In un monologo interiore, in cerca di “se stesso” il poeta scrive:

Ricordati le notti serene
quando il freddo ci sospingeva nel sonno,
mentre cercavamo nella memoria
il calore delle braci e del fuoco [7] 

Nei testi di Jabbar, la vita in esilio procede secondo un calendario differente, ed è meno stagionale e regolare rispetto alla vita nella propria patria, anche se spesso il poeta si arrende alla frustrazione, e al suo ultimo spettacolo immaginato, per riflettere la sua angoscia provocata dall’esilio. Nonostante sia abbattuto, deluso, per il poeta l’ultimo verso della raccolta Sulle rive della follia nasconde un aspetto molto particolare, e sembra dare risveglio ad una ‘speranza’ tanto ricercata: 

Stoffa nera separa sogno e realtà…
conscio e inconscio, colpa e perdono
e me dai miei resti.
Oh mondo, vattene!
Oh tempo, staccati!
È la mia ultima preghiera.
Un cielo chiuso su se stesso,
non giunge né all’Ade né al paradiso.
Un cielo stretto e terra senza tempo.
È l’ultimo spettacolo
e nelle sue pieghe
cammino.
Da dove proviene questo violino?  [8] 

un-cielo-scuro-di-stelle-terra-doblio-ed-aracne-2006-aracne-editriceIn altre sue opere, come Un cielo scuro di stelle. Terra d’oblio [9] e Nel mio paese d’argilla [10], Jabbar Yassin utilizza ancora una volta la memoria, ma attraverso il ricorso ai luoghi che costituiscono i fili conduttori della sua narrazione. In questo senso, si produce una sorta di scoperta del patrimonio dell’‘essere’ attraverso la sua origine. Il luogo offre al lettore la possibilità di immaginare un mondo appartenente al passato (quello lontano) dal poeta ma accostandolo a una visione reale del presente. Jabbar Yassin sviluppa questa teoria nella sua scrittura al fine di far comprendere al lettore le circostanze storiche, politiche, economiche e sociali in cui si trovava, mediante una “via d’uscita” entro cui egli ‘sorpassa’ se stesso.

Tra l’immaginario e il reale, l’impegno di Jabbar si sviluppa su due livelli fondamentali: il livello artistico e quello sociopolitico, considerando che la coesione tra i due livelli si risolve attraverso diversi elementi. In primo luogo, l’utilizzo del patrimonio storico, culturale e politico che risiede nella memoria; quindi, la riproduzione di tale patrimonio, accompagnato da una creazione personale per raggiungere un aspetto non soltanto critico ma anche artistico-letterario; la costituzione di uno stile “panoramico” che trasporta vari dettagli, come quelli biografici, paesaggistici, storici e politici; infine, il tentativo di creare un legame tra il passato e il presente, per avvicinare i due mondi e ridurre l’intervallo reale tra di essi, a seconda dello stato d’animo del poeta.

Questa coesione tra i due livelli rappresenta un fil rouge nella sua opera, visibile in particolare in Un cielo scuro di stelle. Terra d’oblio, che rappresenta una reincarnazione della morte dell’Imam al-Hussein [11], attraverso la descrizione della morte di un giovane studente schiacciato dall’esercito di Saddam Hussein durante la rivolta contro il suo regime poliziesco. Questo tragico evento è stato richiamato da Jabbar per dimostrare che in Iraq la crudeltà della morte sembra essere un fatto ‘intergenerazionale’ che lega passato e presente. Per l’autore rivivere il sentimento di rivolta davanti all’atrocità della morte, anche con episodi o immagini molto concrete e specifiche, come il sangue che bagna la sabbia della città irachena di Karbalā’, si impone come una storia che si ripete in un Paese devastato dallo spettro della tirannia. Sembra che l’oppressione e la dittatura “rientrino” nel sacro e nel rituale, che caratterizzano Karbalā’, giacché lo scrittore inizia la storia con una conversazione tra l’imam Ḥussein e sua sorella Zaynab, riproducendo una forma di sofferenza e angoscia che preannuncia, implicitamente, la morte di al-Ḥussein stesso: «Non credi di aver già versato abbastanza del nostro sangue» [12].

Inoltre, nella descrizione di una Karbalā’ disfatta e distrutta durante la rivolta contro il regime di Saddam Hussein per l’‘ingiusta’ invasione irachena del Kuwait avvenuta tra il 1990 e il 1991, l’autore tenta di ridisegnare di nuovo la città a partire dei suoi ricordi d’infanzia, di ricostruire i suoi luoghi, rivivendo i riti della commemorazione della morte di al-Hussein. Nella memoria, e particolarmente alla presenza dei luoghi del passato, Jabbar vuole rivivere la sua infanzia e colmare la nostalgia provocata dall’esilio, anche se tendenzialmente, è nell’esilio che si realizza la ‘libera’ possibilità di esprimersi. Per dirla con Georges Gusdorf: «écrire sa vie, c’est se donner la chance de revivre sa vie, de la renouveler selon une plus adéqaute conformité aux intimes préférance du rédactueur» [13].

addio-bambino-ed-poesis-2009-poesis-editoreIl ricordo e la ‘ristrutturazione’ degli eventi e dei luoghi, tanto mancati all’autore, non sono altro che una “ricostruzione di sé” provocata dalla lacerazione dell’esilio, che per Jabbar rappresenta una rottura, una sospensione o addirittura una soppressione di una parte importante della sua vita; perciò, ridare una nuova dimensione a essa permette all’autore di sorvegliare la propria memoria per utilizzarla come una delle basi di quella ricostruzione.

Queste sfumature del ricordo nella scrittura di Jabbar ricorrono di frequente, poiché la memoria è l’unica risorsa per l’esiliato quando abbandona il proprio Paese, l’unica fonte che gli rimane e, che nello stesso tempo, può arricchire la sua intimità. In questo caso è opportuno richiamare la sua opera Addio bambino [14], in cui gli eventi della sua storia hanno come fonte i ricordi d’infanzia dell’autore. A tale proposito, si ricordano particolarmente alcuni episodi verso la fine dell’opera quando il protagonista, un bambino, che girando per le città di Najaf e di Karbalā’, entrambe simboli di rivolta e di morte, nella prima vede dei cadaveri per strada, e nella seconda durante la visita al mausoleo di al-Ḥussein percepisce la città ‘in nero’, rappresentazione simbolica di sofferenza e di morte. Le descrizioni delle scene e dei luoghi erano caratterizzate da molta agitazione e movimento, poiché al narratore-bambino intorno tutto appare grande e enorme. Queste immagini sono anche frutto di un’alterazione dell’Io dell’autore, che nella sua fragilità oscilla tra la realtà circostante e il desiderio di fuggire nel passato e nella memoria. Quindi, mosso dal sentimento di mancanza e di lontananza dalla propria patria causata da anni d’esilio, l’Io di Jabbar tende a ricondurre la percezione della realtà a partire da sé o a ridurre la realtà a se stesso.

Nonostante il rischio che l’autore ha corso nell’accostare due periodi differenti della storia dell’Iraq, tra episodi che distinguono il regime poliziesco e tirannico di Saddam e le tragedie compiute durante la storia antica dello stesso Paese, tra cui il martirio di al-Hussein e la sua commemorazione, egli è riuscito ad associare elementi storici, sociopolitici e culturali per applicare uno sguardo critico alle oppressioni e al concetto della morte non soltanto in Iraq ma nel mondo arabo tutto.

Dopo circa ventisette anni d’esilio, e dopo la caduta del regime Ba‘aithista di Saddam, nel 2003, Jabbar è tornato in Iraq e in un’intervista all’amico Giuseppe Goffredo [15] racconta alcuni momenti del suo ritorno in patria: 

«Due mesi dopo il mio ritorno in Iraq, mio fratello mi disse che il primo mese che ero lì sembravo qualcun altro. Una persona quasi irreale che camminava, ma che non vedeva. Se ci penso adesso, credo che avesse ragione. In effetti cercavo di recuperare un rapporto con quel luogo, che mi era appartenuto in gioventù, attraverso la ricerca della mia identità passata. Camminavo per i quartieri e le strade della città in cerca di un paesaggio familiare dove potermi ritrovare. Le persone mi parlavano in inglese e mi chiamavano mister. Un giorno un fotografo americano, che mi aveva fatto delle foto, mi disse che avevo un modo di camminare e di guardare diverso dagli altri. “Loro vivono in questo luogo e non lo guardano, mentre tu non lo vivi, però osservi tutto, le persone, i luoghi. Loro osservano te perché sei diverso, si vede che non sei di qui”. Le sue parole dicevano la verità e per questo ero triste. Sapevo che sarei dovuto tornare diverse volte prima di essere parte integrante di quel paesaggio».

nel-mio-paese-dargilla-ed-poesis-2013-poesis-editorePer concludere, la scrittura di Jabbar parte sì da un dato biografico e da esperienze di vita vissuta in prima persona, ma per l’autore i mali che conducono i suoi versi tra ingiustizie, censure, torture, perdita di sé nel tempo e nello spazio e il tormento provocato dalla repressione di un regime totalitario come quello ba‘aithista, riflettono la condizione di tanti individui. Individui costretti al silenzio dalla paura delle torture e della prigionia trovano nelle opere del poeta l’eco della loro voce, un’eco di dolore e di sofferenze. Già in esilio, Jabbar Yassin Hussin aveva scosso, pure ‘a distanza’, la tranquillità del regime ba‘aithista di Saddam. Dopo la sua caduta è stato trovato un documento che attesta una ricerca ossessiva da parte del dittatore di tutte le notizie possibili su Jabbar, considerato come oppositore ‘angosciante’ del regime. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Edito in arabo, ‘Alā Difāf al-Ğunūn, ed. Al-Ğamal, Colonia, Germania, 1986.
[2] J. Y. Hussin, ‘Alā Difāf al-Ğunūn, trad. it. mia, (Sulle rive della follia), ed. Al-Ğamal, Colonia1986: 25.
[3] Ibid.: 14.
[4] S. Pavan, “Di gorbunov e gorčakov e della fine della belle Époque”, in Gli anni Sessanta a Leningrado. Luci e ombre di una Belle Époque, (a cura di S. Pavan), Firenze University Press, Firenze, 2009: 46.
[5] Ivi.
[6] Ivi.
[7] J. Y. Hussin, cit.: 23.
[8] Ivi: 52-53
[9] J. Y. Hussin, Un cielo scuro di stelle. Terra dell’oblio, trad. Lucy Ladikoff, ed. Aracne, Roma, 2006.
[10] J. Y. Hussin, Nel mio paese d’argilla, trad. Trani A.; Ladikoff L. ed. Poiesis, Alberobello, 2013.
[11] Si ricorda il martirio dell’imam Ḥussein ibn ‘Alī, nipote del profeta Maometto, secondogenito del quarto califfo ‘Alī ibn Abī Tālib e della fglia di Maometto Fātima al-Zahraā’, ucciso nel 680 durante la battaglia di Krabalā’. Secondo gli sciiti, al-Ḥussein fu il legittimo erede del profeta alla guida dell’islam, e la sua uccisione segnala l’inizio della scissione tra i due rami fondamentali dell’islam: i sunniti e gli sciiti. La commemorazione della morte di al-Ḥussein è un evento molto importante nel mondo sciita e si tiene ogni anno a ʿāshūrā, cioè il decimo giorno del mese di muharram (il primo mese del calendario lunare islamico), in cui gli sciiti manifestano il lutto e l’afflizione della morte di al-Ḥussein con lunghi cortei in cui gli uomini piangono e si autoflagellano a sangue sfilando per la città santa di Krabalā’. L’atto è praticato ancora oggi e simboleggia per gli sciiti il dolore e la pietà. 
[12] J. Y. Hussin, Un cielo scuro di stelle. Terra dell’oblio, trad. Lucy Ladikoff, ed. Aracne, Roma, 2006: 34.
[13] G. Gusdorf, Auto-Bio-Graphie, ed.Odile Jacob, Paris, 1991: 394.
[14] J. Y. Husssin, Addio bambino, trad. Lucy Ladikoff, ed. Poesis, Alberobello, 2009.
[15] G. Goffredo, poeta e editore italiano, intervista a J. Y. Hussin in “Ero a Baghdad, ero libero e non avevo paura, Jabbar Yassin Hussin: Storia di un ritorno dopo 27 anni d’esilio”, in “da QUI”; Letteratura arte e società fra le culture mediterranee e dell’America Latina, ed. Poiesis, Alberobello, Bari, n. 8: 22.

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Mohamed Fatnassi, dopo aver conseguito nel 2012 una Laurea Magistrale in Letterature Comparate presso l’Università degli Studi di Genova, dal 2016 è docente universitario di civiltà e letteratura italiana presso l’Istituto Superiore delle Lingue di Moknine, Università di Monastir (Tunisia). Dal 2022 è dottorando di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “La Sapienza” con un progetto di ricerca dal titolo “La poesia politica e civile nel secondo Novecento. Uno studio comparativo tra alcune poesie di Pier Paolo Pasolini e Nizar Qabbani in un’ottica europea”.

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