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Il poeta? l’inutile. Dagli italiani Gori e Giardina al greco Lorenzo Mabili

Le mani del poeta, 1994 (ph. Eva Rubinstein

Le mani del poeta, 1994 (ph. Eva Rubinstein)

di Aldo Gerbino 

L’eucaliptus era malinconico anche per un’altra ragione.

Si sentiva inutile, come tutti i poeti. 

[Bonaventura Tecchi, da Storie d’alberi e di fiori, Bompiani 1963]  

Nell’ottobre del 1994 mi fu mostrata da Eva Rubinstein, figlia di Arthur (il valoroso pianista polacco), la sua foto, Le mani del poeta: disadorne mani segnate da solchi profondi, unite a formare un cestello mentre accolgono, nel loro alloggio austero e carnoso, il bianco frammento d’un vólto dalle labbra appena schiuse, quasi in attesa di parola, d’un possibile canto, di un respiro, un vapore, una nube.

A guardarla, si rimane in attesa di tal epifania al fine di definirne l’accadimento, il contenuto più vero; su tutto vince il coccio ora in apparenza monco, privato, come per il cieco di Argo, dell’uso degli occhi: vi s’intuisce, dalla particella argillosa, un minuscolo ondeggiare del viso.

Un paradossale elogio dell’inutilità dell’interezza, per quel ribaltare il pragmatismo dell’utile sociale nella validità – direi – neurotrofica dell’immaginazione appena raccolta, proprio in tale scatto newyorkese del 1980, senza ridondanza e con equilibrio immersa nella sua rasserenata sobrietà concettuale.

L’immagine: scabra, sofferente, esule, poeticamente ricompone, in aerea anastilosi, la chiara visione d’anima contro l’assenza della pienezza somatica, quella completezza ricordata da Georg Simmel nella sua idea di ‘ritratto’ in cui il viso tutto riassume. Si riverbera comunque, pur nella parzialità del frantume, la presenza nel suo scorrere per carni, e dunque per acque e terre, fino allo sciogliersi placato nella quieta musica del silenzio.

Canto, dunque, dell’inutilità attiva sul piano della psiche, sul versante creativo, e che restituisce in pieno l’utilità nascosta ma viva dell’icona grazie al corredo della sua forza intima, del prorompente e sonoro urto della parola disposta a vincere col suo parcellare soffio di abito umile e paziente.

Mario Gori e Leonardo Sciascia

Mario Gori e Leonardo Sciascia

L’inutilità, appunto, sembra essere, per ingenito pregiudizio, destinata quale insistente e torpido corredo della poesia, alle sue pratiche, fin dal sensoriale centro d’irraggiamento del poeta. Mario Gori (Gori fu lo pseudonimo usato da Mario Di Pasquale scelto in omaggio alla figura dell’anarchico compositore tosco-messinese Pietro Gori) era nato a Niscemi nel 1926, allora un isolato Comune del nisseno; Leonardo Sciascia – annotava, nel 1959, nei suoi Itinerari siciliani per il quotidiano «L’Ora» (anticipando inconsciamente, nelle usate parole omeriche, i racconti del 1973), – come, con molta plausibilità, Niscemi fosse «l’unico paese in cui le insegne del separatismo non siano state ancora ammainate»; quel paese “alto nella piana” in cui «l’occhio spazia fino al mare di Gela che in certe ore, per la luce e la lontananza, dà il senso del “mare color del vino” di cui dice Omero».

A Niscemi, appunto, egli ha vissuto la parte formativa della sua breve vita (conclusasi, dopo le esperienze pisane, nel 1970); promotore del ‘Trinacrismo’ per il rinnovamento della poesia dialettale, giovane sensibile sull’umano divenire della società meridionale, di lui s’era occupato, in quel tempo, sul settimanale «Epoca», il critico e poeta Giuseppe Ravegnani. Proprio a Niscemi, dalla cui balza argillosa si scorgono gli antichi virgiliani ‘campi géloi’ colpiti, nelle affocate estati siciliane, da un febbricitante e translucido tremore, Gori, afferma Sciascia, «rischia di diventare una specie di istituzione: non un poeta ma “il poeta”. Col suo maglione nero e la faccia nera di barba, con apparenze assonnate e distratte, ha tutti i numeri per incarnare l’idea che il popolo della campagna si fa della poesia e del poeta (una cosa leggera aerea sacra, direbbe Platone) e quella denigratoria e malevola che ne ha il “galantuomo” (l’assoluto perditempo, numerazione e minorità dell’uomo)».

la-soffittaDi perditempo il popolo della poesia ne è zeppo, anche in virtù di quella «pessima necessità di scrivere versi» (per citare un lontano articolo di Domenico Cara), tanto che, ad exemplum, perfino il falso stradino Umberto (interpretato da Ugo Tognazzi) nel film del 1966 firmato da Dino Risi, I nostri mariti, confessa ad Attilia (una polputa Liana Orfei): «Scrivo poesie, nei ritagli». Così Petronio, nel Quo vadis? di Enrico Sienkiewicz, si rammarica di non poter «entrare in una sala di tribunale, in un bagno, in una biblioteca […] dove non si trovi qualche poeta a gesticolare come una scimmia», o, come per Shelley, imitando il vocìo dei pappagalli.

È invalsa l’abitudine, dunque, per quell’inerzia mentale pronta ad accogliere il luogo comune, che il poeta debba essere, – ricordando ancora la sapida morfologia dello scrittore di Krzywda, – «stupido come un trìpode».

Nella speranza che tale cammino non ci conduca nella spirale flaubertiana del Dizionario dei Luoghi Comuni, mi pare che la denigrazione poetica possa esprimersi anche verso l’(in)colpevole visionarietà spesso posseduta dagli uomini di scienza, come nel caso di quegli studiosi del primo Novecento che confutarono, deridendola aspramente, la “Teoria della deriva dei continenti” di Alfred Wegener e oggi alla base della tettonica a zolle. Formulata nel 1912 dallo studioso berlinese (poeticamente scomparso, nel 1930, tra i ghiacci della Groenlandia), si affermava, appunto, che la sua ‘geologia fosse piuttosto una geopoesia’. In un ameno manualetto per fanciulle, Marino Moretti, rispondendo sulla figura del poeta consegna la amabile definizione di “uomini improduttivi”; improduttivi in quanto, come i fanciulli, debbono da soli, – ignorati vagabondi, – conquistarsi la vita.

Giacomo Giardina e la sua tessera balneare, 1937  (ph. Ferdinando Scianna)

Giacomo Giardina e la sua tessera balneare, 1937 (ph. Ferdinando Scianna)

Inutilità e vagabondaggio trovano sostanza in molteplici quanto emblematici esempi; così come accade per la figura di Giacomo Giardina, un inutile amico di Renato Guttuso di cui basti leggere il poemetto Bosco-Città, testo che appassionò Filippo Tommaso Marinetti, per lenire la cesura città/natura. Diorama della ‘bella ‘città’ boschiva illuminata a tutto tondo dalla sua fantasmagoria biologica, rutilante, colmata da tinnanti suoni variamente impigliati nell’intrico di rami slogati dal vento di scirocco. Egli, venditore ambulante, già pecoraio, poeta dall’istinto indagatore, fu cantore della natura con futuristici accenti ed efficace direttore nell’orchestrazione delle sequenze figurali. E allora il suo mondo entomologico (formiche, zanzare, moscerini, coleotteri, vespe) s’intreccia con ‘profumate storie vegetali’, con rospi ciceroni e rane romantiche, con sauri d’un verde brillante e nibbi confusi col volo lucente degli aeroplani tra i bagliori taglienti delle carlinghe.

Lorenzo Mavilis

Lorenzo Mavilis 1860-1912

Ogni cosa appare avvolta dal suono melodioso e ossessivo dei grilli mandolinisti e delle arpe pizzicate dai ragni; il bosco, metallico cuore metropolitano, offre i suoi calici-gigli colmi di birra, miele, pronti, a tal punto, ad accogliere il sopraggiungere dell’estate. D’improvviso, quando i fari delle lucciole si spengono, anche la fantasia si placa, ed il solitario poeta si ritrova circondato dalle vele lattescenti delle sue pecore, ma anche dal suo selvaggio isolamento.

Ma sull’inutilità, un’interessante, lucida e partecipe pagina è quella posta a prefazione dei 12 sonetti, tradotti da Bruno Lavagnini, di Lorenzo Mavilis (il poeta-soldato neogreco di Itaca, 1860-1912) dati alle stampe da Scheiwiller nel 1960; una pagina firmata da Alberto Savinio (già apparsa, nel 1952, sul «Corriere della sera»), ma che val la pena, almeno in parte, di rileggere: 

 «Che faceva Lorenzo Mabili?… Che fanno i poeti? Nulla. Diceva mio padre: “Si è svenato suo padre poveretto a mantenere quel fannullone per quattordici anni in Germania. A sentir lui, solo in Germania si può vivere, solo in Germania si può esser poeti”. Gli uomini s’incontrano, si frequentano, sono magari parenti tra loro (mia nonna, spagnola, Adelaide y Buligni, era sorella del padre di Lorenzo Mabili, egli pure di origine spagnola), eppure s’ignorano perfettamente l’un l’altro. Ed è un’umanità, insiste Savinio, che pone attenzione e cautela “a non perforare la corazza di questa ignoranza. C’è il nazionalismo di coloro che, prima di farti entrare nella loro casa, chiudono tutte le porte e aprono soltanto quella della rappresentanza; e c’è il nazionalismo più intimo di coloro che stanno insieme con te, e parlano con te, e tuttavia ti tengono chiuse le porte della loro anima. Tali i rapporti tra i miei genitori e Lorenzo Mabili. Perché Mabili un’anima ce l’aveva certamente; e anche i miei genitori non erano sforniti di anima, benché praticassero il galateo dell’epoca, che insegnava a professare a riguardo dei poeti opinioni del tutto negative. Venti secoli di cristianesimo, e gli uomini così poco cristiani ancora! Che di più acristiano di questo atteggiamento chiuso, oggi soprattutto e soprattutto in Italia, di fronte agli artisti che vivono contemporaneamente con noi, assieme con noi? L’accademismo, questa variante del conservatorismo, è la persistente continuazione del paganesimo, di una vita sociale che conosce i rapporti tra uomo e uomo, ma ignora i rapporti tra anima e anima”. La formazione di Mavilis ruota, per quattordici anni, in Germania, economicamente sostenuto dalla borsa del padre ‘poveretto’, e quel ‘fannullone’ di Lorenzo Mabili, cosa aveva realizzato? “Aveva studiato le letterature classiche”, ricorda Savinio, “imparato l’italiano, l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, il sanscrito; approfondito lo studio della filologia e della filosofia; composto parte di quei cinquantadue sonetti che sono il fiore della sua opera, e il fiore della poesia neogrec”». 

Così spiega lo scrittore e pittore surrealista, fratello di Giorgio De Chirico: «Dal ponte della nave che mi portava in Italia e nell’avvenire, guardavo il corpo pesante dell’Inutile abbreviarsi a poco a poco sul molo di Corfù, dentro l’abito stanco, sotto la paglietta che, vecchia, piegava intorno le ali. E pensavo: “No: io non sarò come lui. Non sarò un Inutile”». 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).

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1- Eva Rubinstein, “Le mani del poeta”, 1994

2a- Giacomo Giardina, in una foto di Ferdinando Scianna.2b- Giardina e la sua tessera balneare del 1937

3- Lorenzo Mavilis (1860-1912)

4- Monumento in memoria di Lorenzo Mavilis, il poeta-soldato

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