Introduzione
Il volume Territori in movimento. Ri-gener-azioni in aree fragili di Letizia Bindi si configura come una densa riflessione teorico-critica sul lessico, sulle pratiche e sulle implicazioni politico-culturali dei processi contemporanei di rigenerazione territoriale, inscrivendosi pienamente nel dibattito interdisciplinare sulle trasformazioni socio-ecologiche, sulle aree interne e sulle nuove forme di sviluppo locale. Sin dalle prime pagine, l’autrice propone una vera e propria genealogia concettuale del termine “rigenerazione”, mettendone in luce la progressiva espansione semantica e l’uso crescente come categoria interpretativa dominante nelle politiche pubbliche, nella programmazione europea e nella produzione accademica. a rigenerazione viene così analizzata non come semplice pratica tecnica o amministrativa, ma come dispositivo narrativo e simbolico che orienta immaginari, aspettative e modelli di intervento nei territori marginali e fragili. Il fulcro teorico è condensato nell’idea del cosiddetto “mantra del ri-”, vale a dire nell’insistenza retorica su una costellazione di pratiche e rappresentazioni fondate sul prefisso “ri-”: ri-abitare, ri-pensare, ri-fare, ri-costruire, ri-generare. Tale prefisso, lungi dall’essere un semplice elemento linguistico, assume qui una funzione epistemologica e politica, perché rinvia alla dimensione riflessiva del cambiamento, alla revisione critica delle ontologie del passato e alla promessa di una trasformazione possibile dei modelli di sviluppo.
L’autrice evidenzia come questa retorica si collochi all’intersezione tra discorsi postmoderni, logiche decostruttive e narrative di transizione sostenibile, ma al contempo segnala il rischio di un uso acritico e inflazionato del concetto, capace di produrre una sorta di neutralizzazione del suo potenziale trasformativo. In questa prospettiva, la rigenerazione appare come una categoria ambivalente: da un lato è presentata come alternativa ai paradigmi tradizionali dello sviluppo e della crescita economica, poiché si propone come più trasversale, meno gerarchica e meno compromessa con modelli top-down di pianificazione territoriale; dall’altro lato, tuttavia, essa rischia di essere riassorbita entro le medesime strutture di potere che pretende di superare, trasformandosi in una formula performativa che legittima interventi già inscritti dentro cornici istituzionali, finanziarie e politiche consolidate. L’autrice sottolinea il fatto che molti processi rigenerativi si collocano all’interno di dispositivi di governance sovralocali, come programmi europei o strumenti nazionali di pianificazione, che ne orientano in profondità obiettivi, linguaggi e modalità operative. Un elemento particolarmente rilevante della riflessione riguarda la dimensione metaforica e simbolica della rigenerazione. Il termine, mutuato in origine dalla biologia, viene progressivamente applicato alle comunità e ai territori, contribuendo a diffondere una visione organicistica del sociale, in cui la società è pensata come un organismo capace di autocura e autoriparazione. Questa metafora biologica si intreccia con le retoriche della resilienza e della recovery, particolarmente evidenti nei quadri politici post-pandemici, e rafforza l’idea che il corpo sociale possa rigenerarsi attraverso processi interni di adattamento e innovazione.
Tuttavia, l’autrice sottolinea come tale narrazione rischi di occultare le responsabilità strutturali delle crisi sociali ed economiche, spostando l’attenzione sulle capacità adattive delle comunità piuttosto che sulle condizioni sistemiche che producono marginalità. In parallelo, dal volume emerge una critica articolata alla dimensione rituale e quasi sacrale che la rigenerazione ha assunto nel discorso pubblico contemporaneo. La ripetizione ossessiva del paradigma rigenerativo produce una sorta di lessico condiviso che rafforza il senso di appartenenza a comunità progettuali e attivistiche, generando forme di mobilitazione emotiva e simbolica che possono essere paragonate a pratiche rituali laiche. Il futuro derivante dalle prassi rigenerative può essere letto come «spazio di speranza» (Bindi, 2025: 9), in cui chi partecipa al processo finisce per percepirsi come parte di un rituale laico di trasformazione e passaggio. In questa prospettiva la speranza è proiettata verso un cambiamento concreto. Il futuro che deriverebbe, così, dalle prassi rigenerative sarebbe comprensibile come ottimistico spazio in cui la dimensione del desiderio prevale e in cui coloro che partecipano al processo finiscono per percepirsi come concelebranti di un rituale laico di trasformazione e passaggio a una vita migliore (Marone e Garrino, 2022).
Sotto questo profilo, la rigenerazione non è solo un processo tecnico o amministrativo, ma diventa un dispositivo identitario, capace di costruire comunità di senso, ma anche di giustificare interventi che riproducono dinamiche di esclusione o logiche di greenwashing economico e politico. La rigenerazione, quando analizzata attraverso una lettura critica interdisciplinare, può essere interpretata come un dispositivo culturale e politico capace di produrre immaginari sociali, ma anche di ridefinire i rapporti di potere nell’accesso alle risorse materiali e simboliche. Le narrazioni ambientali e di sostenibilità tendono sempre più a essere incorporate all’interno di modelli economici e comunicativi che trasformano la crisi ecologica in opportunità di mercato. Il fenomeno del greenwashing rappresenta una delle espressioni più evidenti di questa dinamica: esso consiste nella costruzione di pratiche, prodotti o politiche apparentemente sostenibili che, tuttavia, non producono trasformazioni strutturali nelle relazioni tra economia, ambiente e società. La letteratura recente evidenzia come il greenwashing sia strettamente connesso ai processi di consumo simbolico e alla costruzione reputazionale degli attori economici e istituzionali. All’interno di questo quadro, la sostenibilità diventa spesso un linguaggio di legittimazione piuttosto che un paradigma trasformativo. Alcune analisi critiche dell’ambientalismo contemporaneo sottolineano come molte pratiche ecologiche siano integrate in modelli di consumo che, pur presentandosi come soluzioni ambientali, finiscono per riprodurre logiche estrattive e di mercato.
Parallelamente, gli studi sulla giustizia ambientale hanno mostrato come le politiche ambientali possano produrre effetti differenziati tra gruppi sociali, rafforzando talvolta disuguaglianze territoriali e socio-economiche, soprattutto quando la dimensione partecipativa e redistributiva rimane marginale rispetto a quella comunicativa o progettuale. Dal punto di vista pedagogico e culturale, tali processi producono una forma di educazione implicita alla sostenibilità performativa, in cui il valore ambientale viene appreso come codice estetico o identitario più che come trasformazione strutturale dei sistemi produttivi e sociali. In questa prospettiva, anche la diffusione di micro-sistemi territoriali o comunitari, come alcune esperienze di autosufficienza locale [1] può assumere una doppia natura: da un lato sperimentazione sociale e culturale, dall’altro possibile strumento di valorizzazione economica selettiva o di accesso temporaneo a risorse pubbliche senza produrre effetti sistemici di lungo periodo. Ne deriva una tensione strutturale tra sostenibilità come pratica trasformativa e sostenibilità come dispositivo narrativo, capace di produrre consenso ma non necessariamente cambiamento intergenerazionale.
L’approccio antropologico proposto dall’autrice si fonda proprio sulla necessità di decostruire queste narrazioni dominanti. L’etnografia viene concepita come strumento privilegiato per leggere gli interstizi tra retorica e pratica, tra storytelling istituzionale e trasformazioni concrete dei territori. Il lavoro antropologico non si limita pertanto a documentare buone pratiche o casi di successo, ma mira a comprendere come i progetti di rigenerazione siano modellati da dispositivi finanziari, linguaggi progettuali e sistemi di valutazione che privilegiano indicatori quantitativi rispetto agli impatti sociali e culturali profondi.
«Ne emergono nuove ontologie ben riconoscibili: quella della sostenibilità, dell’equilibrio omeostatico delle società, della partecipazione e condivisione dei processi. A rifletterci con attenzione, sono le nuove parole chiave dei bandi e dei quadri di finanziamento della ricerca così come degli interventi in materia di aree fragili, interne, rurali, finalizzati alla loro ripresa e rigenerazione» (Bindi, 2025: 11).
Nel campo dei finanziamenti e della progettazione, è tangibile ciò che l’autrice sostiene: sostenibilità, equilibrio omeostatico delle società, partecipazione e condivisione dei processi. Queste diventano parole chiave dei bandi e dei quadri di finanziamento, il cui impianto all’interno del contesto europeo, ma senza escludere PRIN, PNRR e quant’altro, sia ormai sistematicamente orientato al raggiungimento dei Sustainable Development Goals fissati dall’Agenda 2030 e dei target ulteriori al 2050. Un ulteriore asse di riflessione riguarda il rapporto tra narrazione e azione. L’autrice evidenzia come la rappresentazione delle aree interne negli ultimi anni si sia costruita attraverso racconti consolatori di rinascita territoriale, storie di comunità resilienti e immaginari di successo che talvolta assumono una dimensione quasi mitologica. Il rischio è che tali narrazioni finiscano per produrre profezie che si autoavverano, rafforzando modelli predefiniti di sviluppo locale e marginalizzando esperienze che non si conformano a tali schemi.
Promuovere attività culturali nelle aree periferiche e nelle zone rurali è stato spesso paragonato al lavoro paziente e complesso della tessitura. Non sorprende quindi che il recupero della lana sia diventato non solo un’attività artigianale, ma anche il simbolo della rinascita di un insieme più ampio di saperi e pratiche: dall’allevamento ovino alla tosatura, dalla pulizia alla cardatura, dalla filatura alla tintura con piante locali, fino alla vendita diretta sul territorio. Questa filiera ha attraversato fasi molto diverse e rappresentative: da elemento essenziale di un’economia pastorale solida, è poi scivolata verso una progressiva perdita di utilità e valore, arrivando perfino a essere considerata uno scarto problematico da smaltire. Oggi, invece, la lana sta tornando a essere una risorsa, sia come espressione dell’identità territoriale sia come opportunità economica, soprattutto all’interno di mercati di nicchia o attraverso forme innovative di riutilizzo dei materiali. Sul piano metodologico, l’introduzione propone una riformulazione del ruolo dell’antropologia nei processi di trasformazione territoriale. L’etnografia viene intesa come pratica situata, capace di operare all’interno di contesti multidisciplinari e di dialogare con urbanisti, economisti, pianificatori e policy-maker, mantenendo al contempo una postura critica. L’antropologo diventa così un mediatore tra strutture progettuali e comunità locali, capace di restituire complessità ai processi e di evidenziare le tensioni tra logiche istituzionali e bisogni territoriali.
La struttura concettuale dell’intero volume, articolata attorno all’idea di “ri-gener-azioni”, combina tre dimensioni fondamentali: la riflessività teorica sul “ri-” come categoria epistemologica e politica; la dimensione del genere, intesa sia come differenza sociale sia come forma narrativa e generazionale; e infine la dimensione dell’azione, intesa come spazio concreto di trasformazione sociale, politica e culturale. Le pratiche rigenerative vengono interpretate come luoghi di produzione di immaginazione politica, spazi in cui si articolano aspirazioni collettive, speranze e possibilità di ridefinizione dei modelli di sviluppo. Nel complesso, la rigenerazione territoriale viene intesa dall’autrice come campo di tensione tra promessa emancipativa e rischio di normalizzazione istituzionale. Da qui deriva l’invito a superare ogni uso automatico o celebrativo di questo concetto, sostenendo la necessità di uno sguardo critico, situato e profondamente interdisciplinare, capace di riconoscere le ambivalenze dei processi in corso e di promuovere forme realmente inclusive e trasformative di cambiamento sociale e territoriale.
Rigenerazione territoriale e metodologie partecipative
Un passaggio fondamentale del volume approfondisce il progetto Riabitare l’Italia [2], che dal 2014 propone nuove idee di sviluppo per aree fragili e interne. Parallelamente si è sviluppata una forte attenzione alla valutazione delle politiche pubbliche nelle aree interne, in particolare attraverso la valutazione rurale partecipativa (Bindi 2025: 29). Nel corso degli ultimi anni si è cercato anche di valutare concretamente quanto le politiche pubbliche risultino efficaci nei territori interni, dedicando particolare attenzione a strumenti metodologici come la cosiddetta valutazione rurale partecipata. Questa modalità di analisi viene impiegata all’interno di ricerche partecipative, nello studio degli agroecosistemi, nell’antropologia applicata e nelle indagini sul campo relative ai sistemi agricoli, con l’obiettivo di produrre conoscenze aperte, condivise e confrontabili, capaci anche di favorire processi di cambiamento nei contesti rurali. Il metodo si fonda su un’impostazione induttiva definita “dal basso”, espressione che tuttavia resta oggetto di discussione, poiché può talvolta rafforzare anziché superare tradizionali divisioni socioeconomiche. Operativamente, prevede l’uso di questionari flessibili e non standardizzati, evitando approcci di raccolta dati estrattivi nei confronti delle comunità locali. L’intento di questo tipo di ricerca sul campo è promuovere confronto, maggiore consapevolezza e rafforzare la fiducia dei cittadini e delle comunità nelle proprie capacità e risorse complessive.
La Ricerca‑Azione Partecipativa (RAP) è un approccio metodologico che combina ricerca, azione e partecipazione per conoscere e trasformare la realtà insieme alle comunità coinvolte. La RAP si realizza infatti con le persone interessate, attribuendo loro un ruolo attivo in ogni fase del processo: dalla definizione dei problemi e delle domande di ricerca, alla raccolta e interpretazione dei dati, fino alla progettazione e realizzazione delle azioni di cambiamento. L’obiettivo non è solo produrre conoscenza teorica, ma stimolare trasformazioni concrete e partecipate nei contesti sociali, educativi o territoriali in cui si opera. Dal punto di vista epistemologico, la RAP nasce come critica agli approcci positivisti e gerarchici, opponendo alla separazione tra ricerca e azione una visione integrata in cui il sapere si costruisce attraverso l’esperienza, il dialogo e la pratica collettiva. È un processo ciclico e dinamico, caratterizzato da momenti iterativi di pianificazione, azione, osservazione e riflessione che si influenzano reciprocamente e si adattano alle esigenze emergenti del gruppo e del contesto. Questo modello di lavoro mira a stimolare l’apprendimento collettivo e l’empowerment dei partecipanti, valorizzando i saperi locali, le competenze esperienziali dei membri delle comunità e la loro capacità di interpretare e intervenire attivamente sulla realtà.
Nell’ambito educativo e socio‑territoriale italiano, autori come Paolo Orefice (2006) sottolineano come la RAP sia anche un processo pedagogico: non solo uno strumento di indagine, ma una metodologia di formazione permanente in cui l’individuo e la comunità sviluppano una più profonda consapevolezza dei propri bisogni e potenzialità, integrando dimensioni razionali, emotive e operative della conoscenza. La RAP assume una funzione educativa e di sviluppo umano, promuovendo una coesione sociale che supera i tradizionali rapporti di potere tra “esperto” e “oggetto” della ricerca. In esperienze di ricerca‑azione partecipativa applicate a contesti didattici, si evidenzia inoltre come questa metodologia favorisca la co‑progettazione e la co‑riflessione tra diversi attori, ad esempio docenti, studenti e comunità locali, per costruire pratiche educative condivise e inclusive. La centralità del dialogo e della corresponsabilità è considerata fondamentale per affrontare problemi complessi in modo collettivo, invece di affidarsi a soluzioni calate dall’alto. La RAP rappresenta un modus operandi che intreccia ricerca, azione e partecipazione, orientato a generare conoscenze trasformative e a favorire processi di cambiamento sostenibili e condivisi. Essa si fonda su un’idea di conoscenza situata, costruita collettivamente e utile non solo ad analizzare la realtà, ma anche a modificarla in collaborazione con chi la vive quotidianamente. In parallelo all’impiego della RAP, diventa evidente quanto siano fondamentali l’ascolto e la collaborazione nella presa di decisioni in ambito culturale. L’arte – per esempio – non va considerata soltanto come un prodotto legato a un luogo specifico, ma come il risultato di processi partecipativi e condivisi. L’arte, il teatro, il cinema, la musica, la land e la digital art debbono essere pensati localmente non tanto nel senso di essere site specific – cosa che rischia di attrarre i luoghi e la progettazione culturale in una spirale autoreferenziale e localistica controproducente –, quanto nel senso di essere generati e selezionati attraverso processi di ascolto e cocreazione capaci di renderli qualcosa di realmente partecipato e condiviso e di potersi sedimentare realmente nel vissuto della comunità e trasformare la postura verso le pratiche di fruizione culturale più tradizionalmente «urbane» in contesti decisamente meno avvezzi e attenti a questo tipo (Bindi 2025: 72).
Nelle pratiche di ricerca che pongono al centro la relazione con i soggetti studiati, come l’etnografia, la ricerca-azione partecipativa e il metodo dialogico, l’ascolto si configura non come un’attività passiva, ma come un vero e proprio atto conoscitivo e politico. Ascoltare attivamente e con apertura significa riconoscere l’interlocutore come portatore di un sapere legittimo e come co-costruttore della conoscenza, andando oltre la mera raccolta di dati. Significa accogliere l’imprevedibilità del dialogo, i silenzi, le esitazioni e le emozioni che emergono nell’interazione, elementi che possiedono un grande potenziale euristico e che rivelano dimensioni profonde dell’esperienza umana. Nella ricerca-azione partecipativa, in particolare, l’ascolto autentico è il presupposto per un coinvolgimento trasformativo, in cui i partecipanti non sono semplici informatori, ma agenti attivi nel processo di cambiamento.
In questo orizzonte di senso, l’ascolto diventa un esercizio di decentramento e di umiltà, come insegnato dall’esperienza di Paulo Freire: la vera comprensione nasce quando il ricercatore è disposto non solo a parlare, ma a lasciarsi interrogare e a imparare da chi vive una determinata realtà [3]. È attraverso questa disposizione all’ascolto che si crea uno spazio autentico di dialogo, dove i significati non vengono semplicemente estratti, ma co-generati nella relazione. L’ascolto non riguarda soltanto la raccolta di bisogni o istanze, ma implica il riconoscimento delle soggettività territoriali, delle memorie, delle vulnerabilità e delle aspirazioni che attraversano le comunità locali. Nei contesti fragili e marginali, l’ascolto diventa uno strumento fondamentale per evitare processi di progettazione estrattiva e per costruire invece percorsi realmente partecipati e condivisi.
Trasformazioni sociali: migrazioni, lavoro e campagne
«Un altro aspetto rilevante della recente trasformazione delle campagne è associato alla presenza di migranti e all’incontro multiculturale che ciò potrebbe generare, anche se troppo spesso si trasforma in argomento evocato e per certi versi retorico perché ovviamente la questione è se vi siano lavori e attività che consentano ai migranti come ai residenti autoctoni di restare e lavorare nelle aree interne e rurali, e dunque si ripropongono per i migranti le stesse domande e criticità che si pongono per la popolazione locale» (Bindi 2025: 33).
Tra i fenomeni più rilevanti nelle trasformazioni rurali si evidenzia la presenza dei migranti e l’incontro multiculturale. Questo tema rischia tuttavia di diventare retorico se non è accompagnato dalla presenza reale di lavoro e di opportunità che consentano a migranti e residenti di vivere e lavorare stabilmente nelle aree interne. In molte realtà, molti migranti sono costretti a vivere insieme alle loro famiglie direttamente nel luogo di lavoro, perché non riescono ad accedere a una sistemazione abitativa adeguata. Spesso si tratta di occupazioni stagionali, come nel caso della fascia agricola trasformata in Sicilia, con esempi emblematici nei territori di Acate e Vittoria, dove il fenomeno dei braccianti migranti è particolarmente diffuso. Qui, le condizioni di vita precarie si intrecciano con le sfide del lavoro stagionale, rendendo fondamentale il sostegno da parte di associazioni come Emergency, che intervengono a tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori migranti. Parallelamente, vengono sperimentate iniziative innovative di inclusione sociale ed educativa, come le Azioni Educative di Successo (SEAs), progettate per supportare i bambini e le bambine e combattere la povertà educativa. Esperienze simili, condotte anche in altre aree periferiche, mostrano come l’integrazione reale possa essere promossa attraverso interventi concreti che vanno oltre la semplice presenza dei migranti, creando opportunità di crescita e partecipazione per l’intera comunità [4].
Nell’ambito dei processi di rigenerazione territoriale, emerge con evidenza la natura multidimensionale delle trasformazioni sociali, nelle quali si intrecciano aspetti materiali, simbolici e relazionali. La prossimità solidale si configura come un costrutto socio-relazionale intenzionale, fondato sulla costruzione di relazioni fiduciaria tra istituzioni, attori sociali e comunità locali. Essa non coincide con la semplice contiguità spaziale, ma rappresenta un processo sociale orientato alla corresponsabilità, al riconoscimento reciproco e alla cooperazione tra soggetti territoriali. In questo senso, la prossimità solidale costituisce una condizione strutturale per rendere i processi rigenerativi inclusivi e sostenibili, contrastando il rischio di interventi frammentati o limitati alla dimensione progettuale.
La centralità di tale paradigma si rafforza alla luce delle trasformazioni demografiche e socioeconomiche che interessano l’Italia e più in generale i contesti europei. I sistemi produttivi contemporanei sono sempre più caratterizzati dalla presenza strutturale di lavoratori migranti, spesso concentrati nei settori a maggiore intensità di lavoro e maggiore esposizione a condizioni di vulnerabilità sociale e occupazionale. In tale scenario, le dinamiche di sfruttamento lavorativo si intrecciano con fattori quali precarietà giuridica, marginalità abitativa e limitato accesso ai servizi essenziali, rendendo necessarie strategie di intervento capaci di agire simultaneamente sulle dimensioni sociale, lavorativa e territoriale. La prossimità solidale assume quindi una funzione strategica nei contesti di povertà estrema e marginalità sociale, poiché consente di intercettare soggetti frequentemente invisibili ai sistemi istituzionali tradizionali.
Attraverso pratiche di outreach territoriale, ascolto situato e costruzione progressiva di relazioni fiduciarie, diventa possibile favorire l’emersione di condizioni di sfruttamento e promuovere percorsi di inclusione sociale e lavorativa. La prossimità solidale non si limita infatti alla dimensione relazionale, ma si configura come infrastruttura sociale e politica, capace di sostenere politiche pubbliche territoriali orientate alla prevenzione delle disuguaglianze strutturali. In tale contesto, la ricerca assume un ruolo cruciale. Essa consente di rendere visibili fenomeni sommersi e produrre conoscenza situata relativa a contesti di vulnerabilità estrema. Nel complesso, la prossimità solidale si configura come pratica trasformativa fondata sul riconoscimento dei diritti, sulla capacitazione dei soggetti vulnerabili e sulla costruzione di ecosistemi territoriali inclusivi.
La montagna e la pastorizia, gli elementi della natura
La pastorizia emerge come ambito privilegiato per interpretare criticamente la montagna, poiché coinvolge governance territoriale, gestione delle risorse e saperi tradizionali. Impone inoltre una riflessione sui processi patrimoniali e sulla mercificazione turistica delle destinazioni montane.
«La pastorizia, infatti, si presenta come uno speciale ambito di interpretazione critica della montagna, perché tocca in profondità le questioni cruciali della perimetrazione, gli attraversamenti, le politiche, la governance dei territori, la gestione delle risorse, i saperi trasformativi accanto ai patrimoni culturali sedimentati nel tempo. Più complessivamente, occuparsi della pastorizia nelle aree interne e montane impone oggi una riflessione critica sui processi patrimoniali e sulla crescente mercificazione turistica delle destinazioni montane che la riconnettono alla gestione mercantile delle terre produttive, alle relazioni complesse con e nelle aree protette, al delicato rapporto dei pastori e degli allevatori con i parchi» (Bindi 2025: 35)
Molti sono i richiami all’interno di questa riflessione che rinviano alla descrizione che attraverso il cinema viene fatta della pastorizia. Pur essendo tradizionalmente considerata una mera attività economica, nei film “Le otto montagne” (2022) e “La vita va così” (2025) assume una valenza culturale, sociale e simbolica di grande rilievo. Entrambe le opere cinematografiche mostrano come il lavoro pastorale rappresenti un mezzo di resilienza delle comunità rurali di fronte allo spopolamento e alla marginalizzazione dei territori montani e interni. Pur ambientati in contesti geografici e narrativi differenti, i due film condividono l’obiettivo di evidenziare il ruolo della pastorizia come pratica che connette l’individuo alla comunità e alla memoria collettiva, fungendo da argine contro la perdita di identità culturale e territoriale. “Le otto montagne”, diretto da Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, racconta la storia di Pietro e Bruno, due amici legati da un profondo rapporto affettivo e dalla vita nelle montagne piemontesi. Pietro, cittadino torinese, è costantemente diviso tra il mondo urbano e quello rurale, mentre Bruno rimane profondamente radicato nel villaggio montano e nelle pratiche pastorali tradizionali. La narrazione si sviluppa dall’infanzia dei protagonisti fino all’età adulta, illustrando come la pastorizia e la vita montana diventino strumenti di educazione, trasmissione di valori e resistenza al declino demografico delle comunità alpine. In questo contesto, la pastorizia non è semplicemente un mezzo di sostentamento economico, ma rappresenta un legame con la memoria collettiva e una forma di resilienza culturale che consente di mantenere vivi i saperi locali e la coesione sociale. La montagna stessa assume un ruolo quasi morale, costituendo un luogo di formazione individuale e comunitaria, in cui l’interazione con l’ambiente naturale diventa essenziale per la costruzione del senso di appartenenza e identità.
In maniera complementare, “La vita va così”, diretto da Riccardo Milani e ispirato alla storia reale del pastore sardo Ovidio Marras, esplora le dinamiche della pastorizia e del legame con il territorio in un contesto costiero e rurale della Sardegna. Il film segue la vicenda di Efisio Mulas, pastore che, rifiutando di vendere le proprie terre a gruppi immobiliari, difende l’identità culturale e ambientale del proprio territorio. Attraverso la sua storia, il film mostra come la pastorizia, pur non costituendo il fulcro narrativo economico, sia alla base di una resistenza culturale che coinvolge l’intera comunità. La scelta di proteggere il territorio diventa un atto di affermazione dell’identità collettiva e della continuità delle pratiche tradizionali. In questo senso, “La vita va così” enfatizza la capacità delle economie rurali di opporsi alle pressioni dello sviluppo indiscriminato e al rischio di omologazione culturale, sottolineando come la pastorizia sia una componente essenziale della sostenibilità sociale e ambientale. Nonostante le differenze geografiche e narrative, i due film condividono una riflessione profonda sul valore della pastorizia e sul ruolo delle comunità rurali.
In “Le otto montagne”, il lavoro pastorale e la vita montana diventano strumenti di formazione individuale, veicolando la tensione tra tradizione e modernità attraverso l’esperienza personale di Pietro, mentre Bruno rappresenta il radicamento e la continuità dei saperi locali. In “La vita va così”, invece, la resistenza alla vendita delle terre diventa un atto collettivo e simbolico, volto a preservare non solo il patrimonio paesaggistico, ma anche l’identità culturale della comunità sarda. In entrambe le opere, le figure dei protagonisti incarnano il legame inscindibile tra individuo, comunità e ambiente, dimostrando che la sopravvivenza dei territori montani o rurali non dipende esclusivamente dalla produzione economica, ma dalla capacità di preservare valori, memoria e identità collettiva. I film illustrano come la pastorizia possa costituire una forma di resistenza culturale e sociale, capace di rafforzare l’identità territoriale e di contrastare lo spopolamento dei territori marginali. Le esperienze dei protagonisti mostrano che la vita nelle montagne o nelle terre rurali, pur affrontando pressioni economiche e sociali, conserva un valore intrinseco legato alla coesione comunitaria, alla trasmissione intergenerazionale dei saperi e alla protezione dei paesaggi e delle culture locali. Fulcro simbolico della vita pastorale è il fuoco che incarna uno degli elementi centrali nella ruralità: fuoco della storia, dell’artigianato, dei rituali, delle produzioni agroalimentari e dell’innovazione tecnologica, in una circolarità che collega origine e futuro, tradizione ed energie rinnovabili.
«Il processo di intermediazione tra le molte componenti e le diverse soggettività che esse esprimevano sulla scena della candidatura ha portato alla definizione di un impianto in cui il fuoco diveniva l’elemento cruciale nella rappresentazione comunitaria, declinato secondo diverse linee tematiche come filo narrativo unitario: il fuoco profondo della storia, il fuoco plasmatore dei metalli e dell’artigianato, il fuoco rituale dei cerimoniali festivi, il fuoco rurale della caseificazione e delle molte attività di trasformazione delle risorse agro-alimentari e della sostenibilità, il fuoco futuro delle nuove conoscenze e dell’innovazione tecnologica, digitale e delle energie, in una perfetta circolarità che riconnette il fuoco originario a quello delle energie rinnovabili e alla green community» (Bindi 2025: 70).
Abitare l’interno, vivere al margine
All’interno del volume sono narrate le storie di chi fa ritorno al proprio territorio o dei cosiddetti “nomadi digitali” (Bindi 2025: 91) che entrano nei processi di rigenerazione territoriale, introducendo nuove forme di lavoro e nuovi modelli di vita nelle aree rurali. In alcuni casi si afferma un potenziale per le aree fragili e interne connesso alla presenza di nuove tipologie di lavoratori a distanza (smartworkers) o “nomadi digitali” appunto (Capecchi 2021). Le storie di ritorno alle aree interne raccontano esperienze di innovazione sociale. Un esempio è la Casa delle AgriCulture Tullia e Gino che vede l’apertura di un nido come pratica per far partecipare le famiglie delle comunità oppure il Sentiero di-vino (Bindi 2025: 89), che connette aziende femminili locali in una proposta produttiva, culturale e turistica integrata:
«Concetta Fornaro insieme con altre donne ha avviato nell’area di Toro l’esperienza del Sentiero di-vino: un percorso di poco più di due chilometri che riconnette una serie di aziende e produzioni artigianali e agro-alimentari a conduzione femminile, che si propone anche all’esterno come servizio di catering con prodotti esclusivi del territorio. Intorno a questa ennesima proposta creativa condivisa si sviluppa non a caso un breve cammino esplorativo e conoscitivo del territorio, ma anche un percorso in certo modo della mente» (Bindi 2025: 89).
Lavorare sul/nel/al margine diventa quindi uno strumento di lettura etnografica: le aree interne rappresentano frontiere territoriali e temporali, dove memoria e futuro si intrecciano nella costruzione dei beni comuni bioculturali.
«Così, lavorare sul margine, esercitare lo sguardo etnografico sulle aree interne diviene un nuovo modo di lavorare sulla frontiera territoriale e temporale: quella dell’internità, della montagna, della periferia accanto alla frontiera temporale tra le generazioni. Frontiera mobile che si riarticola costantemente, proiettando il passato al cuore del futuro nell’esercizio di memoria, e al tempo stesso riconducendo le generazioni future al passato per ritrovare saperi e pratiche utili a ri-trovarsi, ri-appaesarsi nei territori, fondando la rigenerazione nella consapevolezza dei beni comuni dei patrimoni bioculturali condivisi» (Bindi 2025: 94).
Il concetto di margine, così come lo sviluppa Maria Grazia Contini in Elogio dello scarto e della resistenza, invita a guardare oltre il centro, oltre ciò che è convenzionalmente considerato “normale” o “centrale” nella società, nella cultura e nella pedagogia. Il margine non è semplicemente un luogo di esclusione o di minorità: è uno spazio di potenzialità, di osservazione critica e di costruzione di nuove prospettive. Contini parla di una pedagogia dello scarto, cioè di una pratica educativa che parte proprio da chi è ai margini, dagli “scarti” della società, per valorizzarne le esperienze, le capacità e le visioni del mondo. Studiare il margine e le periferie, siano esse geografiche, sociali, culturali o simboliche, permette di rileggere la realtà dalla prospettiva di chi non occupa il centro, evidenziando dinamiche di esclusione, ma anche forme di resilienza, solidarietà e creatività che spesso sfuggono alle narrazioni dominanti. Le periferie, intese come spazi marginali, diventano così laboratori di comunità: luoghi in cui le regole consolidate si ridefiniscono e si costruiscono reti di relazione che sfidano i confini tradizionali del potere, dell’identità e dell’appartenenza. La cultura del margine implica quindi un cambio di paradigma: invece di considerare il margine come mancanza o deficit, lo si vede come un punto di osservazione privilegiato per comprendere la società nel suo insieme. Da questa prospettiva, emerge la possibilità di costruire comunità più inclusive, che valorizzino differenze e diversità, trasformando i confini in luoghi di dialogo anziché di separazione. In ambito pedagogico, questa visione ha profonde implicazioni: educare al margine significa riconoscere e valorizzare le esperienze di chi è escluso, sviluppare forme di partecipazione che non siano assimilazione al centro dominante, ma autentica co-costruzione di saperi e relazioni. Significa insegnare che la creatività, la resistenza e l’innovazione nascono spesso nei luoghi più periferici, e che guardare il mondo dal margine permette di ripensare le regole, le norme e le possibilità di convivenza. Il margine non è solo un luogo geografico o sociale: è un orizzonte epistemico e morale, un invito a sviluppare una sensibilità culturale capace di leggere la complessità e di costruire comunità che superino i confini, non per eliminarli, ma per comprenderli e trasformarli in strumenti di inclusione e partecipazione. Come suggerisce Contini, imparare dal margine significa anche imparare a progettare una società più equa e generativa, dove ciò che è scartato o periferico può diventare motore di cambiamento.
«Alcuni studi, tuttavia, hanno esplorato le forme di espressione creativa che hanno preso vita in questi ultimi anni nelle aree fragili, notando nuovi protagonismi femminili, quasi che nelle aree del margine vi fosse margine (Rete Rifai 2025) per una nuova cittadinanza di genere: spazi meno affollati, slarghi per recuperare forme di attenzione, di ascolto, di restituzione attraverso l’arte e la creatività» (Bindi 2025: 126).
Molti studi evidenziano nuovi protagonismi femminili nelle aree fragili. Un po’ come nell’orto delle donne di Gramigna descritto da Azzolini e Tamborra [5]. Qui l’oppressione delle donne e lo sfruttamento della natura sono centrali nel pensiero eco-femminista. Questo studio analizza l’esperienza di «Gramigna – l’orto delle donne», dove la coltivazione condivisa e la collaborazione con il Centro Antiviolenza creano connessioni tra donne e terra. La ricerca narrativa esplora storie personali e connessioni tra la memoria e l’attivismo eco-femminista. I risultati della ricerca hanno evidenziato temi come le memorie di natura, la ri-significazione femminista del presente e del passato, la sorellanza e la convivialità, e le modalità organizzative di Gramigna. Questa esperienza non solo ha permesso alle partecipanti di riscoprire e valorizzare le proprie radici e connessioni con la natura, ma ha anche fornito un modello educativo replicabile che può ispirare e guidare altre comunità.
«Questi processi di rivitalizzazione e permanenza della memoria culturale nei luoghi passano spesso per i racconti e le memorie delle donne che restano o che tornano. Al tempo stesso queste soggettività femminili si aprono, nelle loro biografie in bilico tra qui e altrove, a reti più ampie, globali, sfruttando i registri dell’educazione permanente, dello scambio informale di saperi, della ricerca condivisa, della circolarità delle pratiche e delle risorse. Ciò rende sostenibile vivere in luoghi meno redditizi, ma al tempo stesso più spartani, meno dominati dal consumo compulsivo e vistoso, aperti a nuove forme di commonality, capaci – anche grazie a questo – di contenere la maggiore vulnerabilità sociale e culturale, le crescenti frizioni tra abbandono e perdita del paesaggio culturale e agricolo di queste aree, l’insieme delle minute pratiche femminili che hanno custodito e reso necessario il perseverare di certe colture, di certa pastorizia: la realizzazione di certi piatti, di certi capi, di certi oggetti per i quali è necessario che siano mantenute determinate pratiche agricole» (Bindi 2025: 128).
Queste esperienze associative e aziendali al femminile si incentrano su sostenibilità e lifelong learning, su una profonda consapevolezza ambientale, su impegno civile, inclusione, vigilanza. Appare quindi cruciale l’adozione di una prospettiva di genere nei processi di rigenerazione territoriale. I modelli di trasformazione territoriale centrati esclusivamente su produttività ed efficienza rischiano di marginalizzare le donne e altri gruppi sociali, mentre l’integrazione strutturale della dimensione di genere rappresenta una condizione essenziale per rileggere gli ambienti rurali e renderli realmente inclusivi e resilienti. Gli sviluppi di ricerche legate all’ambito dell’ecofemminismo portano a enfatizzare la sostenibilità sociale, la coesione comunitaria e la qualità della vita, mentre approcci esclusivamente economico-produttivi risultano spesso parziali se non integrati con queste dimensioni relazionali e sociali. Integrare stabilmente una prospettiva di genere non significa soltanto promuovere l’uguaglianza formale, ma riconoscere il valore trasformativo delle pratiche relazionali, collaborative e comunitarie che emergono in molti contesti territoriali. Il genere diventa una chiave interpretativa fondamentale per comprendere i processi di innovazione sociale e culturale nei territori.
Accanto a questi elementi, appare utile richiamare anche il contributo delle prospettive femministe decoloniali, che mettono in discussione l’universalizzazione dei modelli occidentali di sviluppo, evidenziando come le gerarchie di genere siano storicamente intrecciate con le eredità del colonialismo, del razzismo e delle disuguaglianze globali. L’oppressione di genere non è interpretabile come fenomeno isolato, ma come prodotto dell’intersezione tra sessismo, colonialismo, capitalismo e razzializzazione dei rapporti sociali. Le prospettive decoloniali invitano quindi a ripensare i processi di sviluppo territoriale in chiave plurale, riconoscendo la legittimità dei saperi locali, delle epistemologie situate e delle pratiche comunitarie non occidentali, e mettendo in discussione l’idea stessa di un unico modello universale di progresso sociale.
D’altra parte anche il turismo, spesso considerato soluzione per le aree marginali, mostra limiti legati alla stagionalità e ai rischi dell’overtourism, che può generare nuove fratture sociali. Il turismo, per lungo tempo considerato una soluzione capace di risolvere le difficoltà delle aree marginali e interne, in realtà spesso si traduce in una presenza limitata a specifici periodi dell’anno. Allo stesso tempo, l’illusione dell’overtourism rischia di generare ulteriori squilibri, accentuando fratture sociali e territoriali e, soprattutto, creando aspettative di sviluppo costante che finiscono inevitabilmente per essere deluse. Abbiamo parlato qui su “Dialoghi Mediterranei” di questo tema facendo gli esempi anche di Firenze e Venezia attraverso i saggi di Leoncini, Bindi, Romano all’interno dei numeri 68 e 69 del 2024 [6]. Grande valore assumono invece le biografie rigenerative: storie di persone che hanno investito sul territorio, sulla solidarietà e sull’inclusione. La riflessione su genere e sviluppo pone la questione del ruolo delle donne nei processi di trasformazione sociale e nella tutela dei patrimoni bioculturali, anche in relazione alle battaglie contro le disuguaglianze sociali e di genere.
In conclusione, la riflessione sul rapporto tra genere e sviluppo solleva un interrogativo centrale relativo al ruolo delle donne nei processi di trasformazione sociale e di innovazione. Tale prospettiva affonda le proprie radici nelle lotte storiche per il superamento delle disuguaglianze di genere e sociali e si collega al riconoscimento del contributo specifico delle donne nella cura, nella salvaguardia e nella trasmissione dei patrimoni bioculturali. In questo senso, emerge anche la loro capacità di interpretare in modo profondo e relazionale i legami tra specie viventi, tra comunità umane e tra esseri umani e ambiente naturale. Ne deriva il riconoscimento del ruolo fondamentale delle donne nei percorsi di contrasto alle disuguaglianze e nella costruzione di modelli di sviluppo più equi, sostenibili e inclusivi.
L’opera di Letizia Bindi si configura come un contributo teoricamente denso e criticamente necessario nel panorama degli studi sulle aree fragili e sui processi di rigenerazione territoriale. Attraverso una scrittura che intreccia genealogia concettuale, analisi etnografica e riflessione politica, l’autrice decostruisce con rigore il “mantra del ri-”, evidenziandone le ambivalenze strutturali: da un lato la promessa emancipativa di un ripensamento radicale dei modelli di sviluppo, dall’altro il rischio costante di un riassorbimento entro logiche istituzionali, finanziarie e performative che rischiano di neutralizzare ogni effettiva potenzialità trasformativa.
La forza euristico-critica del volume risiede precisamente nella capacità di mantenere insieme questi due piani, senza cedere né a facili entusiasmi né a una sterile decostruzione, consegnando a lettori e lettrici gli strumenti per abitare criticamente la tensione costitutiva tra retorica e pratica, tra narrazioni consolatorie di rinascita e trasformazioni effettive dei territori. Centrale, in questa prospettiva, risulta il ruolo che l’autrice assegna all’antropologia e alla pratica etnografica: non meri dispositivi di documentazione, bensì pratiche situate capaci di restituire complessità ai processi, far emergere soggettività marginali e mediare tra linguaggi progettuali e bisogni territoriali. Particolare rilevanza assume l’attenzione costante alla dimensione di genere che attraversa l’intera architettura concettuale del volume mostrando come la rigenerazione non possa prescindere da una ridefinizione profonda delle relazioni di potere, dei saperi locali e dei modelli di convivenza.
L’intersezione tra margine geografico e margine epistemico diviene così lo sguardo privilegiato per leggere le trasformazioni contemporanee: le aree interne non come luoghi del deficit e dell’attesa, ma come laboratori di sperimentazione sociale, culturale e politica in cui si gioca una partita cruciale per il futuro dei territori e delle comunità. In questo senso, l’opera di Bindi non si limita a offrire una lettura critica dei processi in corso, ma propone un vero e proprio programma di ricerca e di intervento, fondato sulla consapevolezza che la rigenerazione, per sottrarsi al rischio di neutralizzazione istituzionale e di greenwashing retorico, debba tradursi in pratiche concretamente partecipative, radicate nei saperi locali e capaci di generare trasformazioni strutturali e durature. È in questa tensione feconda tra decostruzione critica e impegno trasformativo che risiede il merito principale del volume, destinato a diventare un riferimento imprescindibile per studiosi, policy maker, operatrici e operatori territoriali impegnati a vario titolo nei processi di cambiamento delle aree fragili e interne.
Accanto alle dimensioni teoriche e metodologiche, appare importante sollevare anche una riflessione sul piano comunicativo e linguistico. Il volume si caratterizza per un linguaggio estremamente raffinato, denso e teoricamente stratificato, capace di restituire con grande precisione la complessità dei fenomeni analizzati. Tuttavia, proprio questa ricchezza concettuale si traduce talvolta in un uso significativo di tecnicismi e lessico specialistico che, pur pienamente legittimo nel contesto accademico, potrebbe rendere meno immediata la comprensione del testo da parte di pubblici non specialistici o di attori e attrici territoriali direttamente coinvolti nei processi descritti. In una prospettiva di disseminazione ampia e di costruzione di conoscenza condivisa, potrebbe risultare utile affiancare alla profondità teorica anche forme di traduzione comunicativa capaci di rendere accessibili questi contenuti a una platea più ampia. Questo non implica una semplificazione riduttiva, ma piuttosto un ampliamento della capacità dialogica del testo, coerente con gli stessi principi partecipativi che caratterizzano i processi di rigenerazione territoriale. In conclusione, la rigenerazione territoriale emerge come uno spazio di tensione tra dimensione progettuale e dimensione relazionale, tra narrazione e trasformazione concreta ma soprattutto come spazio di dialogo.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Cfr. https://www.autosufficienza.it/.
[2]Cfr. https://riabitarelitalia.net/RIABITARE_LITALIA/
[3] Cfr. Gibson, A. G. (2025). Listening and being-in-error: an ontology of dialogue in Freire. Journal of Philosophy of Education, 59(1), 107-123.
[4]Cfr.https://www.orizzontescuola.it/strategie-per-linclusione-reale-guida-pratica-al-metodo-includ-ed-attraverso-il-caso-della-scuola-la-paz/
[5] Cfr. Azzolini D., Tamborra, V., (2025) Gramigna, L’Orto delle Donne, Gramigna – The Women’s Garden, Women and Education, Anno III, n. 5.
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Sabina Leoncini, è Tutor Organizzatrice per il CDL in Scienze della Formazione Primaria e docente a contratto presso Unisi (M-PED01); laureata in Antropologia, è Dottore di Ricerca in Scienze della Formazione. I suoi principali ambiti di interesse sono: il concetto di cura, la rieducazione in carcere, la parità di genere e l’inclusione sociale. Si è occupata tramite ricerche sul campo dell’educazione mista in Israele/Palestina e del significato socio-culturale del muro che separa Israele e Cisgiordania. Ha collaborato con alcune Università straniere tra le quali l’università Ebraica di Gerusalemme (HUJI), l’Istituto Universitario Europeo (EUI) di Fiesole, l’Università Ludwig Maximilian (LMU) di Monaco. Ha usufruito di varie borse di studio (MAE, DAAD) e si occupa di progetti europei all’interno del programma Erasmus Plus e Horizon. Dal 2023 è socia e volontaria attiva dell’Associazione Pantagruel per i diritti dei/delle detenuti/e e socia di varie associazioni e società accademiche di pedagogia a livello nazionale e internazionale (ATEE, SIPED, Sipeges).
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