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Il paese che sogno e il “paese sognato” di Marcello Bivona
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 00:37 In Immagini,Letture | No Comments
di Ada Bellanova
Un dizionario albanese-italiano. Piccolo. Molto usato. È un ricordo degli anni in cui sono stata insegnante volontaria alla Penny Wirton di Siena. Prima di salutarmi me lo regalò un mio studente. Era uno studente particolare, un uomo anziano, che aveva grossi problemi di vista. Veniva con sua moglie. Facevo lezioni a loro due. A volte si aggiungevano un’altra signora albanese, qualche ragazzo africano. Con loro però avevo un legame speciale. Non avevano bisogno dell’italiano per lavoro. Ne avevano bisogno per andare a comprare il pane, per le ricette del dottore, per fare due chiacchiere con i vicini.
All’inizio non so come ci capivamo. Dovevo scrivere lettere grandissime a stampatello perché lui vedesse. Poi quando dissi che ero pugliese sorrisero come di fronte a una parente. Quando il cielo è molto limpido dalla mia costa si vede la costa albanese, dalla loro costa si vede la mia. Il vocabolario dice «Non ti scordare di noi».
Ci penso. Ma penso anche alle ricette che mi sono state affidate negli anni da tutti i ragazzi a cui ho insegnato l’italiano, al baklava della madre di B. per esempio, o al borsh di S. Penso ai frammenti di vita che sono stati condivisi, ai ricordi, ai desideri, alle difficoltà rivelate con pudore. Penso all’abbraccio strettissimo di C. quando seppe che non ci saremmo più riviste e alla dignità di suo padre che voleva solo il bene della figlia. Penso a O. che ho conosciuto poi, in un incontro di Arte Migrante [1] in Sicilia, alle storie di griot che aveva ereditato dalla sua famiglia, alla saggezza di un ragazzo neppure maggiorenne che aveva attraversato popoli e paesi e voleva soprattutto studiare, imparare. Penso a volti e voci, alla lingua italiana addomesticata, penso a «Ma come si dice nella tua lingua?», agli accenti, a molti modi di guardare la realtà. Penso che insegnare italiano non è che un punto di partenza e le porte sono molte, gli obiettivi si definiscono poco alla volta mentre si scopre un mondo nuovo, il loro, il nostro. E insieme, il loro e il nostro fanno un altro mondo ancora.
Penso a tutte queste cose e anche a tante altre mentre guardo Nel paese sognato di Marcello Bivona, già autore dei lungometraggi Ritorno a Tunisi e Siciliani d’Africa-Tunisia Terra Promessa e del romanzo L’ultima generazione (Besamuci 2019).
Il documentario mostra la realtà della scuola di italiano per stranieri di San Giuliano Milanese, attiva da 14 anni, gestita dall’Associazione culturale Orizzonte A.P.S. e parte della Rete delle Scuole Senza Permesso, nata a Milano nel 2005. In particolare il film testimonia come l’incontro degli studenti tra loro e con gli insegnanti significhi non solo opportunità di apprendimento della lingua ma anche aggregazione, ascolto, supporto indispensabile per la risoluzione di problemi quotidiani, e quindi occasione di inclusione.
Protagonisti sono gli studenti, con i loro visi, i loro sorrisi, il loro italiano vacillante, ma soprattutto con le loro storie dolorose di fuga, con le spinte a reinventarsi, a cercare nuove possibilità per sé e per i propri figli, con i loro affetti, con le sconfitte e le vittorie, con la loro identità multipla che non dimentica le origini, le radici, ma reca in sé anche le tracce del nuovo spazio di vita, del paese che hanno sognato.
Ma protagonisti sono anche gli insegnanti, con il loro impegno al servizio di chi fa fatica a vedere rispettati i propri diritti, con la loro scelta di coinvolgersi, di accompagnare, cercando strategie che vanno ben oltre il lessico e le funzioni comunicative, persone che decidono di incontrare altre persone, andando oltre i facili luoghi comuni e i pregiudizi.
I volti, le voci, l’impegno, la tenacia testimoniati nel documentario si intrecciano così alle storie che ho incontrato e mi sembra urgente e necessario nella deriva politica, di fronte a una narrazione spesso distorta e tendenziosa, o comunque generalizzante e superficiale, raccontarle senza stancarsi. Nel paese sognato lo fa senza retorica. Interroga chi accoglie e chi è accolto, gli insegnanti e le donne sedute con i loro figli attorno a un grande tavolo pieno di libri e quaderni, i volontari e chi, appena salvo dalla tragedia del viaggio, spaesato, cerca di orientarsi all’interno di spazi e sistemi nuovi e, piano piano, mentre studia un lessico, una grammatica, impara anche un nuovo modo di dire e di dirsi. A parlare sono anche i meridionali, che solo ieri erano migranti anche loro, e che ora scrivono una nuova storia di accoglienza, mentre osservano come si trasforma la topografia delle insegne, dei mercati: gli spazi si modificano, dentro ci sono altri odori, altri gusti, sensi che si incontrano e accompagnano i passaggi e comune è la speranza in un futuro migliore.
La scelta di dare voce anche agli ex immigrati del Sud che a loro volta in passato sono arrivati cercando il paese dei sogni convince perché permette di accostare storie apparentemente lontane.
Non c’è tragedia, sebbene in alcuni passaggi, vengano raccontate esperienze dolorose, piuttosto la voglia di riscatto, la proiezione verso nuovi progetti, soprattutto, ma non solo, per i bambini, che, a dispetto di chi sostiene il contrario, crescono italiani, sono italiani. È una narrazione che nega reazioni pietistiche, anch’esse superficiali e poco utili. Credo sia uno degli aspetti più riusciti di questo film che ha anche il merito di raccontare una trasformazione sociale e culturale che è nella realtà meno traumatica di quello che spesso media e politica lasciano intendere.
D’altronde, come dice lo scrittore italo senegalese Pap Khouma, che interviene in diversi momenti, non si può evitare che l’Italia diventi multiculturale: l’Italia è già multiculturale, perché è stata attraversata da innumerevoli popoli e il cammino della Storia da noi più che in altri luoghi è stato scandito dall’incontro e dalla mescolanza. Per evitare il multiculturalismo sarebbe stato necessario fermarsi ai Romani, dice, provocatoriamente. Ma a ben guardare, dico io, non basta neppure risalire ai Romani, e potrebbe destare sorpresa nei più, anche in chi sostiene una purezza antica, che persino Roma è nata nel segno della mescolanza e che non solo Enea e i suoi compagni, che si uniscono alle donne italiche, sono migranti, in fuga dalla guerra e dalla distruzione, ma la stessa città voluta da Romolo, nell’atto stesso della fondazione, nel suo centro, nel fossato detto mundus accoglie, mescolate tra loro, le zolle di terra portate dai nuovi abitanti, provenienti da altri luoghi. Un momento del mito che riconosce e valorizza la forza della varietà. Senza la mescolanza delle zolle – ma anche delle culture, delle civiltà – la città di Roma non sarebbe stata altrettanto grande [2].
L’Italia ci cambierà, dice ancora Pap Khouma, ma noi cambieremo l’Italia. A sentirlo, mi viene in mente Vincenzo Consolo che non ha mai taciuto la sua fiducia negli incontri e negli scambi tra popoli di culture diverse: è in questi che possiamo individuare il cammino della civiltà e chi lo nega è ostinatamente miope perché non si rende conto che nella chiusura, nel rifiuto dell’ignoto che arriva da fuori c’è sempre perdita e regressione, il destino di una decadenza. L’Europa e l’Italia che si oppongono all’arrivo dei migranti sono vecchie per età media della popolazione – «ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma» scrive l’autore citando Zanzotto per evidenziare l’invecchiamento della nostra società a confronto con le esplosioni demografiche vicine – ma anche per una cecità che non riconosce la forza vitale dell’accoglienza, del nuovo, non solo in termini umanitari, ma anche per ragioni economiche e culturali [3]. Lo stesso Pap Khouma e i nuovi scrittori figli di esperienze migratorie con la loro identità multipla non sono forse la dimostrazione di una creatività inedita?
Mentre scorrono le immagini delle lezioni, mentre le testimonianze di chi insegna e chi impara, chi accoglie e chi è accolto – e la distinzione in fondo non è così rigida – si alternano e si sovrappongono, ancora mi accompagna Consolo, con un’immagine che ho sempre trovato efficacissima per dire la città che muta e la sensazione di benessere del trovarsi dentro alla varietà: il suo mare di Porta Venezia, in cui crogiolarsi e distendersi, come solo sa un uomo che vicino al mare è cresciuto e che il mare l’ha molto amato. «Io che sono di tante razze e che non appartengo a nessuna razza, frutto dell’estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione araba, del seppellimento etiope, io, da una svariata commistione nato per caso bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Mi crogiolavo e distendevo dentro questa umanità come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino» [4]. Ecco, nella varietà ci si può stare bene, proprio come sulla riva del mare.
L’esperienza della scuola di San Giuliano è estremamente significativa tanto più in un contesto decisamente multietnico, probabilmente è più organizzata di altre, che pure esistono, resistono, nell’impegno in direzione dell’accoglienza e dell’integrazione anche laddove la presenza di persone con esperienza migratoria è numericamente meno significativa. L’Italia è piena di volontari mentre continuano ad essere carenti interventi strutturati che vadano oltre la logica dell’emergenza per creare un sistema di servizi organizzato, permanente e finanziato dalle istituzioni pubbliche. L’obiettivo è la reale integrazione socio economica e la lingua non è un semplice optional ma uno strumento cardine per l’autonomia, il lavoro e per la ricostruzione dell’identità personale. Penso alle associazioni con cui sono entrata in contatto negli anni, penso al bisogno di dire, di dirsi da parte di chi attraversa i confini, e questi non sono solo geografici. Penso alla lingua, all’arte, alla musica, come ponti per permettere il confronto e l’incontro.
Credo che lo sguardo di Marcello Bivona sia particolarmente attento perché frutto della sensibilità di chi i confini li ha attraversati per primo. Così l’esperienza migratoria della sua famiglia, la vita in Tunisia, poi la necessità del ritorno risultano in qualche modo determinanti nella scelta di documentare altri passaggi, altre identità.
Narrazioni di questo tipo sono necessarie. Mentre le scienze sociali indagano e descrivono cause, percorsi, trasformazioni del lavoro, effetti demografici e linguistici, processi di integrazione, lasciando emergere un quadro sempre più articolato della nostra società, i volti, la voce, le storie ci riportano alle persone, al di là dei nudi dati, al di là degli stereotipi. Ed è proprio di guardare alle persone, a prescindere dalla loro provenienza, che abbiamo bisogno. Così Nel paese sognato mi conduce al paese che sogno, in cui non c’è un nostro o un loro, ma c’è una realtà nuova, diversa, in cui finalmente nessuno è straniero.

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