CIP
di Chiara Dallavalle
Di tutte le manifestazioni del cambiamento climatico, la lenta agonia dei ghiacciai è forse quella che mi tocca maggiormente, perché si collega al senso di perdita di paesaggi a me familiari, che hanno a che fare con i ricordi della mia infanzia e la storia dei miei nonni e bisnonni. La zona in cui sono nata si situa nell’alto Piemonte, al confine tra Italia e Svizzera, e per me è stato naturale frequentare la montagna sin dalla tenera età. I ghiacciai erano presenze costanti, la loro massa visibile anche da quote inferiori. Riserve idriche fondamentali, che soprattutto in primavera, andavano ad alimentare fiumi e torrenti delle vallate sottostanti con acque dal caratteristico colore grigio-azzurro. Impossibile non provare sconforto leggendo gli studi recenti promossi da Arpa Piemonte, secondo cui la maggior parte dei ghiacciai ancora presenti sulle Alpi Lepontine siano in fase di arretramento (ARPA 2024). Personalmente, durante una recente escursione, ho riconosciuto a stento il ghiacciaio del Belvedere, sul lato piemontese del Monte Rosa ai piedi di Macugnaga, ormai ridotto in buona parte ad una morena detritica. Niente a che vedere con la distesa maestosa di ghiaccio che mi colmava di stupore quando salivo fino al Rifugio Zamboni con mio nonno negli anni ’80.
Il clima cambia e di conseguenza cambia anche il paesaggio, soprattutto quello montano, come ci racconta Elisabetta Dall’Ỏ nel bel libro Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi (RosenbergSellier, 2005). Lo fa da antropologa attraverso le narrazioni raccolte durante un’interessante ricerca etnografica condotta nelle vallate del Monte Bianco. Ma lo fa anche e soprattutto da amante e profonda conoscitrice della montagna. Il suo sguardo multifocale mette da subito in evidenza la condizione di estrema fragilità delle terre alte, che le rende particolarmente esposte agli effetti del riscaldamento globale. Si tratta di condizioni di vulnerabilità che interessano sia gli aspetti strutturali delle montagne, laddove il dissesto idrogeologico causa sempre più frequentemente frane e distacchi rocciosi, sia quelli biologici ed ecosistemici, con flora e fauna che faticano ad adattarsi al crescere delle temperature e all’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi.
L’invisibilità del titolo richiama innanzitutto ad un fenomeno, quello del riscaldamento globale, pervasivo ma scarsamente percepito dai più. In realtà l’impatto del global warming sull’ambiente è evidente e inequivocabile, anche a livello locale. Ad esempio, rimanendo in prossimità dell’ambito etnografico dell’autrice, la progressiva diminuzione estiva delle riserve idriche è diventata una preoccupazione costante per gli agricoltori della Pianura Padana piemontese, soprattutto per le monocolture intensive ad alto consumo di acqua come riso e mais. Ma anche limitandosi ad una rapida occhiata fuori casa, non si può non notare il numero sempre più elevato di alberi, anche di grandi dimensioni, completamente secchi, non solo in contesti urbani e agricoli, ma (ancora peggio) anche all’interno di zone boscose. Alberi che evidentemente non sono più in grado di sopportare estati sempre più calde e secche, ed inverni sempre più brevi e miti.
Un paesaggio che cambia e che produce negli abitanti della montagna una sensazione di spaesamento, la perdita di punti di riferimento stabili nel tempo. La ricerca etnografica condotta da Elisabetta dall’Ỏ mette in luce la stretta connessione tra uomo e territorio, ricordando che «il paesaggio è sempre il risultato di una interconnessione tra l’ambiente e la cultura che lo abita e lo disegna, o, in altri termini, è frutto di un processo di continua e reciproca ‘contaminazione’ tra ecosistema ed esseri umani» (Dall’Ỏ 2025: 118). Siamo sempre radicati in un determinato paesaggio, e quando questo cambia, vengono a mancare anche i nostri riferimenti identitari. Si tratta di un processo ben descritto anche da Pietro Lacasella (2024), laddove racconta il mutamento drammatico delle Dolomiti trentine causato dall’epidemia di bostrico, e la sensazione di dolorosa perdita manifestata dai valligiani [1].
Tuttavia, se la sofferenza emotiva per la perdita di un paesaggio familiare è immediata e non negabile, riuscire a collocare quanto accade a livello locale nello scenario dei fenomeni climatici globali, dilatati nel tempo e con nessi causali non immediatamente evidenti, è tutta un’altra faccenda. La ricerca etnografica condotta dall’autrice mostra in modo palese come molto raramente i residenti delle zone montane individuino nei cambiamenti climatici una delle cause principali del mutare del proprio ambiente. Io stessa ho riscontrato questa dinamica quando nel 2022 una delle peggiori siccità della storia locale, ha afflitto il Piemonte orientale, e, pur le persone soffrendo per il secco e l’arsura straordinari in pieno inverno, non sembravano in grado di interpellare il riscaldamento globale come origine del fenomeno. La mancanza della percezione cognitiva della catastrofe climatica è una delle forme assunte dall’in-visibilità che dà il titolo del libro, e che l’antropologo indiano Amitav Gosh definisce come una grande cecità dell’essere umano davanti alla tragedia climatica: l’occultamento di uno scenario talmente catastrofico in potenza che provoca un disagio così forte da dover essere rimosso (Gosh 2017).
Lo sguardo dell’autrice affronta la questione climatica cercando di mettere a fuoco due piani compresenti. Da un lato viene proposta al lettore l’analisi puntuale fatta da coloro che da anni studiano gli effetti del global warming sui territori montani. La scienza mostra chiaramente che l’emergenza climatica sulle Alpi non possa essere ignorata ulteriormente. I segnali di crisi sono ovunque e facilmente riconoscibili, soprattutto se includiamo nell’osservazione e la conoscenza del territorio include anche quei soggetti che l’autrice definisce i non umani [2], ovverosia quegli esemplari di flora e fauna, che condividono con l’uomo un dato ambiente. Questi soggetti si rivelano di estrema importanza nel percepire e nel far emergere i segnali del cambiamento climatico, e si ritrovano a svolgere il ruolo di vere e proprie “sentinelle”.
Se la percezione umana è di per sé ancora incapace di comprendere ed integrare nel proprio immaginario i potenziali pericoli del global warming, il mondo dei non umani, nel momento in cui riusciamo a riscoprirne l’interconnessione con l’uomo, si rivela estremamente prezioso. Non solo gli scienziati osservano l’andamento dei cicli di vita di alcune piante ed insetti per misurare l’intensità del cambiamento, ma anche l’uomo, quando si fa soggetto in relazione con gli altri soggetti del territorio, si rivela capace di cogliere i segnali di mutamento. Ecco che allora i cacciatori riconoscono in camosci e stambecchi pattern di comportamento differenti e modifiche allarmanti nelle loro masse corporee, mentre i maestri di sci si trovano a dover gestire sciatori infastiditi perché la neve è stata rovinata dalle alte temperature anche in pieno inverno. Davanti a questa molteplicità di segnali, che vanno tutti nella conferma di quanto gli scienziati ribadiscono da tempo, sembra impossibile non prendere sul serio l’allarmismo con cui si guarda agli scenari futuri.
Ma ecco che subentra un altro registro, che ha invece a che fare con tentativi più o meno consci di rimozione del problema da parte degli stessi abitanti della montagna, molti dei quali sembrano negare o quantomeno ridimensionare notevolmente l’allarme degli scienziati. L’autrice porta esempi tratti dalla propria ricerca sul campo, in cui ad esempio sono gli stessi residenti di zone ad elevato rischio idrogeologico ad insorgere contro le amministrazioni locali che tentano di attuare interventi di messa in sicurezza del territorio, sminuendo gli avvertimenti e accusando politici e tecnici di remare contro l’economia montana con inutili allarmismi.
L’interrogativo fondamentale è: quali sono i meccanismi non solo psicologici ma anche e soprattutto culturali per cui l’urgenza climatica non viene presa seriamente, e il suo potenziale di rischio non è percepito in modo reale dalla maggior parte dell’opinione pubblica? Alcune possibili risposte sono da cercare dalle reiterate campagne di disinformazione volutamente pilotate dalle lobbies del fossile, con l’obiettivo primario di gettare discredito sui dati raccolti dalla comunità scientifica. Alla base dell’efficacia di queste azioni sta sicuramente una crisi nell’autorevolezza della scienza, che sembra aver perso la capacità di dialogare con il senso comune. Tuttavia, vi è un altro elemento alla base di questo processo di rimozione, che rimanda ancora una volta al tema dell’invisibilità. È noto che la causa principale del global warming sia l’immissione fuori controllo in atmosfera di CO2, una sostanza estremamente pervasiva ma di cui è impossibile avere una percezione diretta. La CO2 è invisibile ed è davvero difficile coglierne appieno la diffusione nell’ambiente circostante, cosa che rende più sfocato e sfuggente il nesso tra global warming e cambiamento climatico. L’antropologo Mauro Van Aken ben sintetizza questo pensiero quando dipinge la CO2 come invisibile ed ubiqua al tempo stesso:
«Mentre la plastica è tangibile ed iper-visibile, il che ha permesso un discorso pubblico e cambiamenti politici lenti ma possibili, lo stesso non sta avvenendo con la CO2, nonostante l’urgenza di decarbonizzare l’economia: invisibile, aerea, inodore, sconosciuta ai più, fuori dal senso comune, e lassù nel cielo, quindi ancora più sfuggente. Indubbiamente è fuori dalle nostre relazioni quotidiane, mentre allo stesso tempo si comporta da agente, frutto delle nostre emissioni gettate nell’atmosfera in modo accelerato, che sappiamo essere alla base della più grande modificazione in atto non solo del clima, ma degli ecosistemi e del mondo per come lo conoscevamo» (Van Aken 2020: 25).
Lo stato di dispercezione dell’emergenza climatica si unisce al processo di rimozione di un evento potenzialmente terrificante, al punto da diventare inconcepibile e quindi impossibile da integrare dal punto di vista cognitivo. Al tal proposito l’autrice utilizza il concetto di scotomizzazione, che corrisponde ad una reazione culturale che oscura involontariamente il rischio. Di nuovo torna il tema dell’invisibilità, che si traduce anche nell’incapacità di mettere in parola il cambiamento climatico e i suoi effetti. Ancora una volta è Mauro Van Aken a ricordarci, che, nel momento in cui abbiamo costruito una natura come soggetto altro dall’uomo, abbiamo perso le parole per comprendere le relazioni ambientali in cui siamo, volenti o nolenti, immersi e da cui dipendiamo (Van Aken 2020). Da qui la necessità di recuperare il ruolo dell’essere umano all’interno di questa rete di interdipendenze, per poter ri-costruire un immaginario dell’ambiente e dei cambiamenti climatici.
Elisabetta Dall’Ỏ si pone in continuità con questo approccio suggerendo che uno sguardo diverso con cui guardare al cambiamento climatico è quello antropologico, che intende questo fenomeno anche come costruzione culturale. In un mondo in cui sembra impossibile trovare le parole per parlare degli effetti del global warming e dei possibili scenari futuri, diventa importante dare voce al fenomeno non solo a livello globale ma anche e soprattutto nelle singolarità delle nostre vite, dei nostri territori, delle nostre quotidianità. Solo questo può consentire l’apertura di un discorso che necessita di essere pubblico prima di essere politico, dove le persone, le comunità, la società civile possono confrontarsi su percezioni, vissuti, strategie e azioni concrete. L’autrice suggerisce un approccio che sappia andare oltre la tradizionale dicotomia cultura-natura, mettendo così fine al mito della crescita infinita in cui l’ambiente è solo un infinito serbatorio di risorse a disposizione del genere umano.
Riscoprire le relazioni di interdipendenza tra umani e non umani indica una strada diversa verso la consapevolezza di ciò che sta accadendo, e delle azioni possibili per tentare un’inversione di rotta. I ghiacciai allora cessano di essere testimoni muti e invisibili della catastrofe climatica, ma diventano luoghi attorno a quali si possono articolare nuove forme di pensiero e di parola sul tema, e dove le comunità locali generano creativamente spazi di confronto e di dibattito pubblico. Ciò che manca oggi non sono le informazioni sul global warming e i suoi effetti bensì la capacità di integrarle all’interno di un quadro di senso collettivo, al centro del quale stanno le reti di interdipendenza tra umani e non umani. Tutti possiamo diventare attori capaci di portare cambiamento in questo scenario globale, e ciascuno deve assumersi la propria agency, consapevole del fatto che ogni azione ha un impatto, magari invisibile ai propri occhi ma non per questo meno reale.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] In Sottocorteccia, interessante libro scritto a quattro mani con Luigi Torreggiani, Pietro Lacasella riporta una conversazione con un cacciatore casualmente incontrato nei boschi rasi al suolo dalla tempesta Vaia nel 2018. Questo breve scambio, narrato in prima persona dall’autore, rende molto efficacemente il senso di perdita provato da chi vede il paesaggio stravolgersi radicalmente: «Che effetto fa vedere questi boschi, i paesaggi di una vita, mutare così velocemente?». Quasi mi sono pentito di avergli posto questa domanda, perché il suo viso, prima sorridente, è scivolato immediatamente nell’ombra, e i suoi occhi si sono socchiusi come per celare una fosca malinconia.
« È una cosa forte….» ha iniziato. «È una cosa forte perché questi boschi mi accompagnano sin dall’infanzia. È una cosa forte perché sono i boschi nostri, della comunità. È una cosa forte perché sono i boschi dove venivo a camminare con mio papà, e adesso a quei rami è rimasto aggrappato il suo ricordo. Ma se i rami si staccano e cascano assieme al tronco, quel ricordo rischia di svanire» (Lacasella 2024:113-114).
[2] Nel libro di Adriano Favole La Via selvatica si trova un’interessante disamina del concetto di non umano (Favole 2024).
Riferimenti bibliografici
ARPA Piemonte – Campagna glaciologica 2024.
Disponibile in https://www.arpa.piemonte.it/sites/default/files/media/2025-03/Relazione_glaciologica_2024.pdf
Camanni, E. 2010, Giaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini, Priuli & Verruca Editori, Torino.
Elisabetta Dall’Ỏ E., 2025, Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi, RosenbergSellier, Torino
Favole, A. 2024, La via selvatica. Storie di umani e non umani, Laterza, Bari-Roma.
Gosh, A. 2017, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza Editore, Vicenza.
Lacasella, P. Torreggiani, L. 2024, Sottocorteccia. Un viaggio tra i boschi che cambiano, People, Busto Arsizio.
Van Aken, M. 2020, Campati per Aria, Elèuthera Editrice, Milano.
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Chiara Dallavalle, già Assistant Lecturer presso la National University of Ireland di Maynooth, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia Culturale, collabora con il settore Welfare e Salute della Fondazione Ismu di Milano. Si interessa agli aspetti sociali e antropologici dei processi migratori ed è autrice di saggi e studi pubblicati su riviste e volumi di atti di seminari e convegni.
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