Il Novecento è davvero finito?

copertinadi Giuseppe Sorce

La cosa più bella che mi è capitata la scorsa settimana è stato svegliarmi una mattina alle 05:28. Ho aperto gli occhi di soprassalto, ho sporto la testa giusto un po’ più in là. Dal cortile interno del palazzo dove abito vedevo che era ancora buio. Uccelli notturni cinguettavano una melodia che mi risuonava felice. Ad un certo punto veniva intonato come un ritornello che si ripeteva dopo delle frasi che variavano, sembravano dirsi qualcosa e poi ecco il ritornello. Sembrava un dialogo sì, a due, il ritornello però appena arrivava faceva rientrare tutto il fraseggio sonoro appena ascoltato in una sorta di brano musicale, un brano jazz: il motivo centrale, l’improvvisazione, il motivo centrale, l’improvvisazione o dialogo, di nuovo si ritornava al motivo e ancora. Mi ero svegliato di soprassalto, stavo sognando di litigare con mio padre. All’acme del litigio ho aperto gli occhi, lui mi stava dicendo che, dopo tutti i miei sforzi e sacrifici per lo studio universitario «alla fine camperai aggrappato a Mamma-Stato». Ma vi pare.

Per anni si è dibattuto a casa sulla mia scelta di lasciare gli studi di ingegneria per intraprendere quello delle lettere. Non sto qui a dirvi la delusione, il disappunto, i moniti di condanna alla mediocrità di un impiego, ben che mi sarebbe andata, da insegnante sottopagato. Chi va a dirglielo adesso che dopo che avrò preso la laurea magistrale, con fatica e sacrificio lontano da casa, io l’insegnante non lo voglio fare. Ancora sentivo pulsare la rabbia proveniente dal sogno – strano pensavo – sono discorsi fatti e rifatti eppure mi fanno ancora innervosire parecchio. Forse perché mi manca così poco alla laurea, forse perché la “vita vera”, come dice mio padre, mi sta aspettando sempre più prossima, forse per altri motivi – avrò mangiato pesante? – o forse per altro, fatto sta che questo sogno non incuteva chissà quale timore, eppure mi sono svegliato come da un incubo. Gli uccelli notturni continuavano la loro melodia, ecco di nuovo quel ritornello così dolce. Come fanno? Cosa si dicono? Ad un tratto, l’energia della rabbia del litigio sognato convogliata in quello stato di veglia improvviso e quindi ancora parziale e la melodia di quel cinguettìo carezzevole si sono come fuse e mi sentii improvvisamente carico. Pieno di energia e speranza. Cominciai così a godermi quella notte agli sgoccioli considerandola già l’inizio di un mattino di rinascita. Pensavo a Julien de Il rosso e il nero, che si svegliava alle cinque e faceva colazione alle dieci e mezza avendo quindi già lavorato per cinque ore, non ricordo bene se avesse già questa abitudine in seminario o soltanto quando cominciò a lavorare presso i De La Mole, che dedizione!

Passata questa fulminea immagine, restavo con quell’energia inattesa a fissare il buio che trapelava dalla serranda quasi tutta abbassata. Ecco il ritornello, di nuovo. Di riprendere sonno non se ne parlava, perciò naturalmente mi ritornò in mente il libro che avevo finito di leggere quella sera. Approdai a quel pensiero perché ora forse avevo trovato il motivo del sogno, stava proprio lì, in quelle pagine che adesso mi si dispiegavano nella mente interamente, con estrema lucidità. Il libro in questione è The Game di Alessandro Baricco (2018), edito da Einaudi. Un saggio, potremmo definirlo, anche se l’autore stesso ne parla come di una lezione per i suoi studenti, sulla rivoluzione digitale.

Personalmente non apprezzo lo stile del Baricco scrittore così come non ho apprezzato lo stile di questo saggio. La retorica di Baricco, il suo modo di gestire la prosa cercando di restituire una certa oralità, giocando con l’impostazione grafica del testo, con i commenti, i rimandi, istituendo con i lettori una sorta di discorso in cui ‘bisogna capire’ i concetti da lui espressi, non so, non mi convince. Trovo irritante tutto ciò e ho fatto un serio sforzo per superare le prime pagine, sforzo dovuto essenzialmente a due ragioni: il prezzo del libro (18 euro) e l’argomento trattato. Sto infatti scrivendo una tesi di laurea sul cyberspazio per cui, fra le mille letture accademiche, invitato da un amico, ho deciso di leggere anche questo libro, mettendo da parte il pregiudizio sull’autore. Non è stato facile ma è stato un bene. Baricco tocca dei punti chiave su cui spesso i testi accademici sorvolano, per paura, per mancanza di bibliografia o perché semplicemente non ci arrivano. Baricco invece ci arriva eccome e si prende tutte le libertà che un intellettuale di fama come lui può prendersi. Perché quell’incubo quindi? Perché negli ultimi giorni, fino a quella sera, non avevo fatto altro che leggere che il ‘900 è morto, di come il ‘900 fosse morto e con esso tutta una serie di dinamiche, istituzioni, poteri e prassi. Il Novecento è morto sì, Baricco lo dice a gran voce, e con esso è morto tutto ciò che i nostri padri si portano ancora dentro. Ecco perché mio padre mi era tornato in sogno più incazzato del solito. Le ultime urla dal campo di battaglia, una resa negata fino allo stremo.

1Che c’entrano il ‘900, mio padre, The Game e la mia tesi di laurea? Partiamo dalla fine. The Game si conclude con una sorta di appello agli umanisti: essendo la rivoluzione digitale opera di ingegneri (idealisti, sognatori, ma pur sempre ingegneri) è allora necessario, al fine del funzionamento corretto del Game e dell’umanità che lo abita, che l’umanesimo colmi «un ritardo» e raggiunga il Game. Stando a Baricco, «nei prossimi cento anni, mentre l’intelligenza artificiale ci porterà ancora più lontani da noi, non ci sarà merce più preziosa di tutto ciò che farà sentire umani gli uomini. Per quanto possa oggi sembrare assurdo il bisogno più diffuso sarà quello di salvare un’identità della specie» (ivi: 323).

Il Game è il nome che Baricco dà al mondo di oggi riferendosi al suo funzionamento, il quale si articola su due forze motrici: il mondo reale e il Web (con esso quindi si intende tutto ciò che funziona grazie e sul web, le App, lo smartphone, i portali di e-commerce, i social, i videogiochi e così via). È chiaro quindi come il secolo scorso sia ormai da archiviare, ma c’è di più. Una delle intuizioni di Baricco è quella di associare l’ideale libertario dei primi pionieri della computer science proprio alla volta di archiviare il ‘900 e tutto ciò che di brutto era successo, guerre, stermini, bomba atomica, lavorando nello smantellare ciò che era alla radice di tutte le storture e gli orrori del secolo scorso. Creando uno spazio – che io di mio preferisco chiamare cyberspazio ma che Baricco definisce come oltremondo – che fosse libero da tutto, senza confini, accessibile per tutti e potenzialmente da tutte le parti del mondo. Un oltremondo che avrebbe tolto il monopolio del sapere alle élite e avrebbe portato gli individui alla fonte diretta delle informazioni svincolandosi così dei mediatori del sapere, che Baricco chiama ‘sacerdoti’, per enfatizzare.

L’utopia informatica prima, digitale poi, serviva a evitare che i disastri del ‘900 si ripetessero ma così facendo, e lo stato di cose attuale lo dimostra, ha tolto di mezzo anche il funzionamento e, di conseguenza, la ragion d’essere di quelle strutture sociali come i partiti, la Chiesa, la scuola, che erano dei capisaldi del ‘900. Ora, l’ideale utopico della rivoluzione digitale è palese, le motivazioni dalle quali questo spirito traeva linfa sono varie e diverse tanto quanto lo sono gli individui che l’hanno concepita e che ne hanno fornito gli strumenti necessari. Baricco però ci tiene particolarmente a insistere sulla sua idea e lo fa attraverso un’altra intuizione, quella cioè di soffermarsi sul fatto che questi primi pionieri, maschi, bianchi, americani e ingegneri, hanno elaborato dei tool e non delle idee, con la consapevolezza che cambiando tool cambiano anche le idee. Le posture mentali, più specificatamente come dice Baricco, le menti e in qualche modo anche l’antropologia dell’uomo occidentale è ciò che la rivoluzione digitale ha cambiato. Oppure: Baricco suggerisce di invertire il ragionamento: le menti e le posture mentali sono cambiate a tal punto da portare alla rivoluzione digitale.

2Pochi semplici passaggi e il ‘900 è finito. Quello che preoccupa di più è che le vittime principali sono i mediatori del sapere e della conoscenza poiché oggi potenzialmente sta tutto lì, a portata di click. Cosa vieta a un individuo di consultare le schede di trasparenza (visibili online gratuitamente) dei corsi di un determinato indirizzo di laurea e studiarsi i testi proposti da ogni corso comodamente a casa? Con un po’ di furbizia online si trova tutto, credetemi. La risposta a questa domanda è semplice: nulla. Niente vieta qualcuno di costruirsi il proprio sapere liberamente, senza mediazioni da parte di un maestro, di un’istituzione. Ok, alla fine nessuno ti rilascerà il famoso, nonché ambito, ‘pezzo di carta’, ma il corpus del sapere che si potrebbe accumulare è identico. Questo non vuol dire che l’Università, così come la Scuola, sia da rifondare ma questo vuole dire, come dice Baricco, che questi organismi sociali sono tenuti necessariamente a modificare la loro natura per entrare anche loro nel Game, così come, per esempio, tenta di fare la politica. Che poi questo tentativo al momento stia dando voce a estremismi di destra, populismi e nazionalismi, è un discorso che c’entra con le storture del Game, con il suo funzionamento e con il suo utilizzo da parte di individui impreparati al Game stesso. Chi ci insegna, d’altronde, ad abitare il Game? Nessuno. Ecco che lì, nell’incapacità di stare al gioco, è proprio il caso di dirlo, si sviluppano tutta una serie di dinamiche che portano alla luce «la pancia» degli individui, la rabbia, l’odio e la paura. Per questo in The Game si parla di «individualismo di massa», «individualismo senza identità», «verità-veloce».

Cosa mi stava togliendo il sonno però? Perché quell’incubo non incubo? Fuori, oltre la serranda abbassata e la tenue solitudine del fuorisede, il ritornello continuava a cantare. Le frasi in mezzo si erano fatte più lunghe, avvertivo veramente l’esistenza di un messaggio preciso scandito attraverso quel fischiettìo musicale. Ogni motivetto, che saliva e poi scendeva e poi si inerpicava improvvisamente verso note altissime, seppur rimanendo allegro non faceva troppo mistero della sua natura drammatica, come ogni dialogo vero che si rispetti. Sentivo una rinnovata energia nel cuore prossimo della mattina che di lì a poco sarebbe sorta. L’inquietudine dal quale quel sogno mi aveva tratto e al quale il risveglio mi aveva fatto impattare con estrema precisione, in quell’attimo si condensava e prendeva corpo. Adesso lo so. Mesi a studiare, e barcamenarmi fra volumi e articoli accademici, University Press, edizioni a cura di, e quel testo di Baricco invece, insopportabile e irritante, così denso di lucide intuizioni chiave, piste da seguire. Questo, bisogna dirlo. Tonnellate di carta e di pdf accademici, migliaia di metri di bibliografie, contro un saggio di un intellettuale alla moda. Questa è la domanda. Perché per trovare un testo accademico illuminante devi faticare e avere molta fortuna, perché tonnellate di carriere si costruiscono sul solo scopo della carriera, perché le questioni scomode forse vengono evitate con cura e per paura, oppure ci vengono scritti sopra centinaia di libri e lì bisogna essere preparati e avere tanta pazienza. A che serve tutto ciò? Tutto ciò è molto novecentesco, anzi direi propriamente novecentesco.

Baricco parla di post-esperienza, cioè riuscire a fare tesoro del Game, delle possibilità che offre di avere il ‘Tutto’ a portata di mano, avere la capacità di incrociare, elaborare, mixare, per trovare nuove piste, nuove idee, ampliare il proprio angolo prospettico, alimentare il colpo d’occhio di leopardiana memoria. Così si produce sapere oggi. Ci sono gli strumenti, perché non farlo? Perché accalcarsi in un mondo che funziona ancora in maniera novecentesca, che accumula conoscenze rigorosamente chiuse in ambiti disciplinari? Mi riferisco chiaramente al mio ambito, le ‘Scienze Umane’, quelle da cui dovrebbero venir fuori gli umanisti di oggi.  Proprio quegli umanisti che secondo Baricco, e non solo, sono e saranno fondamentali per il destino del Game.

3Una volta qualcuno mi disse che gli umanisti non facevano altro che creare modelli per cercare di capire il mondo, interpretarne e rappresentarne i funzionamenti. Chi oggi ha l’ardire di provare a costruire dei modelli? Ci sono, se si è fortunati e si fa fatica a cercarli, degli umanisti oggi e sì, anche nelle Università. Sono pochissimi. Sono individui del Novecento, le cui logiche sono finite con esso? No. Sono dei portatori sani di un certo modo di fare del ‘900. Sono portatori di quegli elementi che il Game vuole eradicare, uno su tutti: la disciplina. Lo studio, l’osservazione, la costruzione di un pensiero libero, preciso e attento, arrivano tutti solo attraverso la disciplina. Disciplina che è quindi auto-disciplina. Disciplina che è tappa obbligatoria anche se vuole, e si deve, fare in-disciplina, unica valvola in grado di permettere l’elaborazione del Sapere autentico. Se si può rintracciare un trend interno fra le logiche di baronaggio, i favoritismi, i bandi per gli assegni di ricerca scritti ad personam, allora si può parlare di strategie di autoconservazione, se si vuole trovare un trend esterno ma rivolto all’Università, tra i tagli ai fondi operati dalla politica, e sistemi di valutazione imposti, allora si può parlare di attacco lento e sfinente, mirato a ridurre sempre più quello spazio di libero pensiero che ancora l’Università riesce a essere. Il Game e il ‘900, la liberalizzazione del sapere e il mondo accademico, le mediazioni saltate e i maestri.

Ci sono già tentativi di usufruire dell’insegnamento del Game anche nella ricerca universitaria, per esempio la cooperazione. In rete oggi ci sono innumerevoli portali, motori di ricerca, database, grazie ai quali si può attingere liberamente ad un patrimonio di articoli, testi e volumi condivisi gratuitamente e da ogni parte del mondo. Sempre più diffusi sono i progetti di ricerca portati avanti da team di ricercatori, non solo per le scienze classiche (biologia, fisica ecc.) dove ormai sono la normalità, ma anche in ambito antropologico, archeologico, paleontologico e via dicendo.

Da individuo nato sul finire del ‘900 posso dire di aver vissuto il passaggio al digitale sulla mia pelle, dalle citofonate degli amici alla videochiamata, in periferia a Palermo l’abbiamo vissuto nel giro di pochissimi anni perché è arrivato tardi, ma quando è arrivato, il digitale, ha messo una seria ipoteca sul passato, e forse Palermo, la povertà che c’è a Palermo in certi quartieri, riesce ancora ad attutire il processo di smantellamento del ‘900. Qual è la lezione che possiamo trarre dopo esserci guardati attorno, fra le macerie di un secolo appena passato e le incognite di uno iniziato al suon della rivoluzione digitale? Gli scenari del prossimo futuro sono davvero quelli che Baricco dipinge in The Game? Mio padre forse nel sogno incarnava quei paradigmi novecenteschi, quali la carriera, il posto fisso, che oggi hanno mutato forma talmente tanto da non essere più riconoscibili? Tutto questo crea inquietudine, paura e sconforto alla mia generazione, questo è certo. Noi che non siamo né nativi digitali né puramente novecenteschi.

Andy Clark vedeva nelle nuove tecnologie e nelle nuove posture mentali, frutto della relazione uomo-computer, un’occasione in cui poter sperimentare nuove possibilità cognitive sviluppate attraverso le esperienze del virtuale. Baricco dice invece che qualcosa per strada si è perso, qualcosa che ha a che fare con il poetico – ecco un pensiero che in un testo accademico sulla rivoluzione digitale difficilmente ho trovato, un pensiero contestabile ma comunque legittimo. Qual è la lezione allora? Questo continuavo a chiedermi quella notte, che ormai era mattina.

First Image of a Black HoleQualche giorno dopo ho assistito, grazie alla diretta streaming – grazie quindi alla rivoluzione digitale che mi ha permesso questa esperienza – alla conferenza della commissione europea che presentava la prima immagine reale di un buco nero. Per arrivare a realizzarla hanno collaborato oltre 200 ricercatori e una sessantina di istituti scientifici di tutto il mondo, incrociando i dati di otto telescopi sparsi in tutto il globo e lavorando ai sistemi di calcolo ed elaborazione di un numero enorme di dati.[1]  Era come essere lì, seduto in sala conferenze. Ecco il potere del Game: diretta streaming per una platea composta da chiunque da ogni parte del mondo avesse voluto esserci, super computer per elaborare i dati, per potenziare i telescopi (una ‘rete’ di telescopi; il Web che diventa modello), i calcoli, incrociare i modelli, per mettere in collegamento ricercatori sparsi sul globo, per….

Ecco il potere del Game, aver reso possibile un traguardo del genere per l’umanità. Allora non si tratta solo dei populisti in vantaggio alle elezioni di turno. Mentre scrivo queste righe mi viene in mente quell’ansia trasformatasi in energia, quella notte alle 5:28. “Grazie a chi ha permesso tutto ciò” viene detto alla fine della conferenza, “grazie per … Taking Risk”. Non lo traduco. Perché dentro di me risuona così. Rischiare, osare, è l’insegnamento dei maestri. Anche se si osa poco all’interno dei Dipartimenti di ‘scienze umane’. È la lezione che bisogna prendersi il rischio anche di saper mettere da parte ciò che il Novecento non è più in grado di dirci, quel che resta dei padri [2]. Afferrare invece ciò che solo il Novecento, o meglio, i maestri del Novecento possono dirci.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019

[1] Informazione sulla natura del progetto Event Horizon Telescope (Eht) nell’articolo di Repubblica.it https://www.repubblica.it/scienze/2019/04/10/news/oggi_vedremo_la_prima_immagine_di_un_buco_nero-223681743/. Per maggiori dettagli si veda  https://eventhorizontelescope.org/
[2] Parafrasando il titolo di un bel libro di Recalcati, noto psicanalista pop, a mio modo di vedere, figura intellettuale affine a quella di Baricco.
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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Attualmente studia Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna.
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