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Il negazionismo al potere

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2020 @ 00:21 In Cultura,Società | No Comments

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Il premier indiano Modi e il presidente Usa Trump

dialoghi sul negazionismo

di Antonio Ortoleva

I primi negazionisti del Covid-19 furono proprio i leader dei grandi Paesi del globo. Finché, almeno e non tutti, non furono travolti dalla pandemia e dal crescente panico della popolazione indifesa. E infettati essi stessi. Trump, Putin, Bolsonaro, Johnson, Modi minimizzarono, irrisero, proposero rimedi iperbolici, salirono sul palcoscenico di una nave crociera, adibito per battute a doppio senso e risate crasse, dando fiato a un movimento di ribellione vitalistica e complottarda che ha attraversato i cinque continenti.  Conviene, a questo punto, descrivere da vicino i comportamenti di ognuno di loro per provare a capire come tanto scetticismo abbia contagiato, è il caso di dirlo, le piazze e i social media.

Il simbolo del negazionismo al potere è il biondo zazzeruto presidente americano che userà ogni mezzo per essere rieletto. Il virus «è solo un’influenza», disse Donald Trump ai primi approcci della pandemia, «i contagi stanno scendendo ovunque». Solo che gli Usa ben presto diventarono il maggiore focolaio del mondo. Non erano solo boutade, tra l’altra compilate in una lista infinita, con precisione di date e luoghi, dal sito web The Atlantic. Dietro il presidente si è mossa una macchina infernale assemblata da social network, testate on line, la vecchia emittente Fox News, passando per QAnon, la centrale dei complottisti. Un martello pneumatico di informazioni vere ma soprattutto fasulle che si sono diffuse oltre confine, perché la fake new ha tempi più lunghi della politica e solo in ritardo può essere smontata, comunque non prima che abbia fatto presa sulle menti semplici. E la fonte è il medesimo “tink tank” che nega anche i cambiamenti climatici, per arrivare in alcuni casi all’Olocausto.

Ci sono alcuni ingredienti che accomunano i leader negazionisti dei grandi Paesi: non solo appartengono tutti alla destra populista, non solo usano toni sfacciati e arroganti nelle loro dichiarazioni, non solo si contraddicono da un giorno all’altro, ma soprattutto detengono il record mondiale dei contagi. E proprio perché le misure di contenimento del virus sono state blande. Le grandi imprese, le multinazionali non possono interrompere la produzione. Di fatti non hanno smesso, pensiamo alle fabbriche di armi del Bresciano, in piena zona rossa, che non hanno mai fermato i macchinari. Ecco, dunque, emergere una ragione strettamente economica legata al profitto che accompagna il credo negazionista. Accanto a Trump, per esempio, c’è il consigliere economico Stephen Moore che ha promosso l’organizzazione iper-liberista che si oppone al lockdown, “Save Our Contry” (Salviamo il nostro Paese). Così è per l’India di Modi come per il Brasile di Bolsonaro e la Gran Bretagna di Boris Johnson.

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Bolsonaro e Johnson

Il primo ministro suprematista indù di New Delhi si fece riprendere dalla televisione in posizione yoga, consigliando quel metodo, ben diffuso nel subcontinente, per immunizzarsi dal contagio. Per poi decretare, mentre la situazione precipitava, un catastrofico lockdown improvviso che abbandonò milioni di indiani lontano da casa, senza cibo e senza un tetto. Il più tragico esodo dell’era moderna lo definì la scrittrice e attivista dei diritti civili Arundhati Roy. Il premier brasiliano fece il gesto dell’ombrello davanti al fotografo quando si diffuse la notizia che era infetto e non era vero, ma poco tempo dopo s’ammalò come la moglie, mentre lasciava le popolazioni povere dell’Amazzonia falcidiate dal virus e prive di strutture sanitarie. Identico destino per il premier britannico e la compagna incinta. Boris, che puntava all’immunità di gregge mentre tutto restava aperto, finì in terapia intensiva e da allora cambiò programma sanitario. A marzo aveva detto: «Molte famiglie vedranno morire i loro cari».

C’è un ulteriore elemento che assimila questi grandi Paesi: la profonda diseguaglianza sociale più marcata che altrove. Elemento che si è manifestato nel bersaglio preferito del Covid-19. Dalle statistiche dei contagiati negli Usa risalta una maggioranza composta da ispanici e afro-americani, certamente anche per le difficoltà di usufruire (a pagamento) delle strutture sanitarie. La politica negazionista delle premiership mondiali ha alimentato seguaci dappertutto. Ma chi sono questi scettici? Perché rifiutano, persino infuriati, le misure a tutela della salute pubblica? E perché non hanno dubbi sulla teoria del complotto globale dei governi?

Berlino in due occasioni in agosto ha visto il concentramento più massiccio sfilare per la metropoli con 30-40 mila “corona-scettici”, a Londra in Trafalgar Square altra massiccia protesta. Nel Quebec, in diverse occasioni, pulsava il cuore degli intolleranti alle restrizioni che limiterebbero le libertà di circolazione. Nonché in Italia, vedasi il contestato convegno al Senato con Zangrillo, Sgarbi e Bocelli, tra gli altri, e la manifestazione, non proprio grandiosa, in piazza a Roma. Proprio davanti al palco della Bocca della Verità, scelta non a caso, circa duemila aderenti da mezza Italia (1.500 secondo la questura) hanno chiarito che Trump è la loro guida spirituale, ponendosi come falange macedone a protezione dei bambini come oggetto di interesse di pedofilia diabolica, dato che sfidano le autorità a non toccare l’infanzia il cui sangue dovrebbe servire da ingrediente per il futuro vaccino. Non pochi sfoggiavano magliette sul caso Bibbiano.

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No mask in piazza a Roma

In forme più silenziose anche dal mondo olistico e dalle pratiche spirituali di tipo orientale si manifesta non tanto o non solo la negazione della pandemia quanto il rifiuto della sanità tradizionale, il sistema allopatico, e dei vaccini in particolare. In Francia i No-mask costituiscono un partito tutt’altro che irrisorio. Tanto da spingere la Fondazione Jean Jaurès a preparare una minuziosa inchiesta sociologica per individuarne il profilo. Oltre un migliaio di aderenti e simpatizzanti del movimento hanno risposto a un questionario, un primo termoscanner da cui emergono la personalità e gli orientamenti del popolo che è certo di dover lottare contro la dittatura sanitaria. «Una tale metodologia – è l’avvertenza del gruppo di lavoro – non pretende di essere rappresentativa dei corona-scettici nella popolazione francese. Tuttavia, in virtù della sua portata, questo studio offre un’ottima panoramica del profilo delle persone che si mobilitano online per far sentire la loro voce e che quindi hanno tutte le possibilità di agire come opinion leader».

Quattro le ragioni principali addotte dai ribelli all’uso della mascherina, considerato il totem della tirannia mondiale. È inutile, non protegge con efficacia. Il gilet giallo Maxime Nicolle ha spiegato in un video, e “non senza grazia”, al suo milione e oltre di seguaci su Facebook, un parallelo a parer suo calzante: come l’odore della flatulenza che passa attraverso il cotone delle mutande. La mascherina non serve, dunque. Ed è addirittura dannosa perché non consente un’ossigenazione sufficiente ed è allo stesso tempo terreno fertile di batteri con possibili complicazioni pericolose. Gli altri due argomenti in opposizione abbandonano il campo medico per entrare in quello politico, delineando una sceneggiatura da film cyber-punk. L’epidemia è finita, ma non lo dicono, i governi non lo comunicano.

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Fonte: Fondation Jean Jaurés e Conspiracy Watch (2020)

La domanda è: perché e soprattutto come centinaia di leader nazionali, incapaci come sono di sedare guerre regionali, di affrontare i flussi migratori, di applicare gli accordi sul clima e la mutua assistenza finanziaria in caso di crisi economiche e carestie, di distribuire le risorse naturali della Terra senza seviziarla e accorciandone la presenza della vita, avrebbero creato questa trappola planetaria, dalla Russia agli Stati Uniti sino alla Corea del Nord? La risposta è semplice e non tarda ad arrivare: la mascherina non sarebbe altro che una «museruola destinata a mettere alla prova la sottomissione della popolazione e preannuncia l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale senza alcuna libertà per il cittadino. Coloro che non lo capiscono sono ovviamente pecore e siamo qui per avvisarle».

È questo un movimento di opinione, e ci scusiamo se il nobile termine non è propriamente adeguato, che si va inoltrando nei quattro punti cardinali attraverso le autostrade social, attirando masse sempre più numerose. E sarebbe semplicistico appellarlo con gli aggettivi di moda in questa fase storica di passaggio tra l’era analogica e il digitale: seguaci del complottismo, del sovranismo, del vitalismo. A riprendere il filo dell’inchiesta francese, si ritrova la conferma di ciò che appare chiaro in gran parte del mondo occidentale e in porzioni non sottili dell’Oriente. E cioè, la bassa, bassissima fiducia nelle istituzioni, sfiducia ancora più pesante verso la politica e i partiti tradizionali, la diffidenza verso la medicina tradizionale, la fede nelle tesi complottiste che deriverebbero dal tramestìo sotterraneo delle multinazionali del farmaco e dell’informatica e, si fa largo, anche verso “l’uomo solo al comando che viene dal popolo”, quest’ultimo proposito in evidente contrasto con il timore della dittatura sanitaria in fieri.

Il grado di sfiducia, generalizzato e non certo recente, verso le istituzioni e il mondo della politica si traduce in sospetto costante verso le decisioni pubbliche già in tempi normali, sospetto che si trasforma in rabbia e certezza di tradimento in fasi di emergenza. Uno stato d’animo che ha superato numerose frontiere nazionali, grazie anche ai social media, e che si è persino trasformato in coalizione politica, cambiando solo il colore di gilet, camicie e bandiere. Giallo in Francia, arancione in Italia, bianco in Romania. Il calo costante di astensione nelle competizioni elettorali non è stato ancora studiato con le dovute premure.

Quanto al profilo del negazionista, dall’inchiesta della fondazione francese emerge un identikit ben lontano dal canone cui la letteratura scientifica ci ha abituati, cioè la figura prevalente di un giovane dal lavoro precario, proveniente dai ceti popolari e con scarsa scolarità. La sorpresa è evidente e ribalta le concezioni correnti. Il negazionista moderno è una donna di circa 50 anni, in prevalenza professionista (un terzo con mansioni superiori), oltre la metà ha fiducia nell’informazione che riceve da internet, solo il 14 per cento dai giornali, la stragrande maggioranza (78 per cento) usa il web per informarsi, la quasi totalità ritiene che il governo s’intrometta troppo nelle loro vite ed ha chiara una cosa: non farà mai il vaccino anti-Covid. Quanto alla provenienza politica, si spegne un altro luogo comune, almeno in Francia e forse non solo là: chiamarli fascisti, populisti, qualunquisti non è la soluzione del problema di indecifrabilità, è solo un errore. È vero, c’è un 17 per cento che si dichiara di estrema destra. E sommato a un altro 29% di destra tradizionale farebbe il raggruppamento più cospicuo. Ma in Francia non funziona così, la destra francese è roba più seria di quella italiana e non accetta nazi-fascisti tra le proprie file, avendo ancora ben in mente, a differenza italica, l’oppressione tedesca sul suolo transalpino. E a scompaginare l’immagine superficiale che ci siamo dati della galassia negazionista, emerge oltre un terzo (36 per cento) che fa riferimento alla Gauche, di cui il 12% si dichiara sinistra-sinistra.

«Questi eventi ci mostrano che la sfiducia, solitamente latente – conclude il giovane sociologo Antoine Bristielle, ricercatore di Science Po di Grenoble, coordinatore dell’inchiesta – può essere attivata in circostanze particolari e in individui talvolta ben integrati socialmente. È quindi necessario allontanarsi da una visione abbastanza ingenua, consistente nel pensare che i periodi di crisi creano ex nihilo individui ribelli: le crisi non li creano, ma li mobilitano. Senza un’analisi approfondita del divario di fiducia istituzionale che vediamo oggi, è una scommessa sicura che altri episodi di questa natura arriveranno sulla nostra strada».
Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020

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Antonio Ortoleva, ex giornalista del Giornale di Sicilia, già direttore e co-fondatore del periodico antimafia “Il Quartiere nuovo” di Palermo e docente di giornalismo a contratto presso l’università di Palermo. Autore di reportage di viaggi, nonché del volume C’era una volta l’India e c’è ancora, Navarra Editore.

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