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Il Museo Guatelli
Posted By Comitato di Redazione On 1 luglio 2022 @ 00:07 In Cultura,Immagini | No Comments
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di Maria Cristina Pantellaro
Quanto restituisco è il frutto di una visita presso il Museo Guatelli, avvenuta nel 2017 con la Scuola di Specializzazione in beni DEA della Sapienza, Università di Roma. Alla visita è seguito l’ascolto delle interviste a Guatelli su youtube, a Mario Turci, direttore del museo, la lettura del fumetto scritto da Pietro Clemente in cui Guatelli diventa un pifferaio fatato o del video realizzato dal regista Filippo Chiesa, Ettore’s wunderkammer.
Di questa visita, quello che propongo, più che un testo, sono fotografie che ho scattato e che successivamente, mentre mi documentavo sulla storia del Museo, ho deformato, ritoccato, trasformato in modo giocoso, in una mia personale visione.
A Ozzano Taro c’è una casa colonica immersa in uno spazio verde ondulato, incastonata in un ritaglio di cielo. Un tempo dimora di una famiglia di mezzadri, oggi è un museo, intitolato a colui che l’ha inventato: Ettore Guatelli, nato nel 1921, figlio di contadini e maestro di campagna come amava definirsi. Il Museo accoglie circa 60.000 oggetti del «quotidiano» collezionati dal 1970 al 2000.
Sono le lacerazioni, le riparazioni che subiscono gli oggetti a causa dell’uomo che li usa, e del tempo che li logora, quello che interessa a Guatelli. Gli oggetti parlano e raccontano storie di vita, esperienze e abitudini, attraverso i segni che cosificano condizioni sociali, professioni, desideri, ambizioni, strategie, immaginazione, creatività e ingegno. Gli oggetti, anche quelli seriali, non sono mai identici gli uni agli altri perché conservano l’impronta di chi li ha usati.
Lo scopo di Guatelli è quello di realizzare una grande installazione, una grande opera dell’umano, in cui l’oggetto materiale è testimonianza, scrittura di esistenze, progetto di riflessione nei suoi particolari e attraverso nuovi assemblaggi che ne mutano caratteristiche e funzionalità.
Il museo è suddiviso in due parti. La casa di Ettore Guatelli e il museo-installazione. Dentro e fuori, in alto e in basso, a destra e a sinistra, gli oggetti si irradiano in ogni angolo dello spazio. Stupore e spaesamento si imprimono nello sguardo altrui.
In quel museo c’è un non so che di umoristico, lo individui nelle pieghe dell’oggetto, nell’accostamento di materiali e nella trasformazione di artisti “popolari”, visionari e curiosi.
Scarpe, scodelle, coltelli, falci, orci, insegne, lucerne, orologi, botti, pale, forbici, utensili d’ogni sorta, specchio dello spirito del tempo. In ogni luogo tracciano linee ondulate, spirali, percorsi, fili sottili della memoria.
Ogni stanza è una camera delle meraviglie, apre lo sguardo a una fantasmagoria di segni che percorrono il mondo dell’astrattismo, dell’armonia, della simmetria imperfetta, di una architettura spirituale.
Gli oggetti non vengono ordinati per ciclo produttivo e per mestieri, ma per forma. È la forma che indica la strada verso la sostanza delle cose. È la forma che rimanda a mondi archetipici e intimi.
Il fine estetico è per Guatelli strategia di comunicazione. Attraverso lo stupore, la sospensione, intende entrare in contatto con il visitatore perché di quegli oggetti, uno per uno, ne conosce la storia, una storia di uomini, di dignità degli umili, di un mondo che non è più facile incontrare, quello contadino.
Ogni stanza prende il nome dagli oggetti che contiene o che la contengono. La stanza dei vetri e quella delle latte. Quella delle insegne e delle zuppiere. E la sua stanza da letto, quella degli orologi tutti fermi ad un tempo mitico. Ricchezza e povertà, vecchio e recente, nobile e dialettale, un coro unico di voci armoniche e anche dissonanti.
Nel suo studio, contiguo alla camera da letto, riverso sulla sua Olivetti Lexikon 80, Guatelli ha dattiloscritto molte e molte schede, ciascuna in 7 copie, con informazioni su ciascun oggetto: provenienza, modalità di utilizzo, frammenti di storie legate ad esso. Sono “le cose minime” che danno la chiave su cui sono costruire le impalcature dei discorsi, come per esempio il perno che sostiene la ruota del carro e che ne consente il movimento.
Quando ho visitato il Museo Guatelli, ho immaginato che ogni oggetto potesse essere sostituito da un nome proprio e quella moltitudine di oggetti “nominati” mi ha ricordato Le anime morte di Gogol. In questo romanzo Cìcikov acquista un certo numero di anime (servi della gleba dell’Impero russo che vengono censiti ogni cinque anni) ma che sono già defunte. E non appena si ritrova dinnanzi alla lista, ricca di annotazioni e di rimandi a patronimici e familiari, comincia a immaginare chi fossero quei nomi, a chi fossero appartenuti. Guatelli come Gogol:
E infine: Omaggio al Direttore del Museo. “Mario Turci che parla”
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