CIP
di Mario Turci
…qui il tempo diviene spazio.
Parsifal. Primo atto – Richard Wagner
2026, a due anni dalla conclusione della direzione del Museo Ettore Guatelli – durata vent’anni (2003 – 2023), preceduta da due anni di progettazione condivisa con Pietro Clemente – sento il bisogno di affidare alla scrittura alcune riflessioni maturate nel tempo, sedimentate nel dialogo con amici e colleghi e ora riemerse con nuova urgenza. Il passaggio del Museo dalla gestione privata a quella di una fondazione nel 2023 (Fondazione Museo Ettore Guatelli) segna una soglia significativa, che invita a ripensare il senso di un’esperienza lunga e intensa. Il distacco da figure come Gianni Guatelli, custode nel senso più alto del termine, e Lino Abbati, presidente dell’associazione “Amici di Ettore e del Museo” fino alla sua scomparsa nel 2023, ha reso necessario un processo di elaborazione affettiva e intellettuale. In questo processo, la scrittura diventa spazio di ospitalità: per la memoria, per il pensiero, per la condivisione.
Nel mio taccuino, durante gli anni della direzione, annotai: Il Museo Guatelli è delicato come il meccanismo di un orologio da taschino. Da questa immagine vorrei trarre tre parole guida – delicatezza, meccanismo, taschino – come chiavi di lettura dell’anima e della natura dell’opera guatelliana. A queste si aggiungono altre parole, nate da preoccupazioni attuali: omologazione, rimpicciolimento, interpretazione, che scaturiscono in relazione a quello che ho voluto chiamare, fornula Bellafoglia.
Delicatezza
Gestire la raccolta di Ettore Guatelli significa entrare in relazione con un organismo narrativo fragile e complesso. Gli oggetti, le scritture, le disposizioni spaziali non sono semplici elementi espositivi, ma cellule vive di un racconto che ha bisogno di nutrimento. Questo nutrimento non si misura in termini quantitativi – visitatori, eventi, visibilità – ma nella qualità del dialogo che si instaura tra il mondo e la collezione. La delicatezza del Museo è una condizione epistemologica e affettiva: richiede una direzione capace di ascolto, di orientamento, di cura. Come un maestro d’orchestra che non impone ma accompagna, la direzione deve favorire l’accesso senza tradire l’anima dell’opera. Gli ospiti non sono semplici fruitori, ma interlocutori da guidare verso i confini, le soglie, le aperture del senso. Preservare la delicatezza significa evitare ogni forma di colonizzazione culturale, ogni intervento che non sia orientato al nutrimento del “meccanismo guatelliano”.
Meccanismo
Il Museo Guatelli è un sistema armonico, in cui la biografia di Ettore e la sua opera si intrecciano in modo inscindibile. Il meccanismo non è solo fisico – la disposizione degli oggetti, la struttura dell’edificio – ma simbolico e narrativo. Mantenere vivo questo meccanismo significa esercitare una manutenzione continua, intesa come cura dell’intenzione originaria, della tensione tra memoria e presente, tra testimonianza e interpretazione. La manutenzione del meccanismo guatelliano è un atto di responsabilità culturale: implica la capacità di leggere l’opera come monumento narrativo dedicato agli umili, alla quotidianità, alla dignità delle vite invisibili. È un equilibrio sottile tra conservazione e attualizzazione, tra fedeltà e trasformazione. Ma può capitare che l’orologio esca dal taschino per finire in una tasca più interessata al contenere che alla cura. In quella tasca generalista l’orologio, seppur capace di ticchettio, vivrà il progressivo rimpicciolimento della sua anima pulsante.
Taschino
L’orologio da taschino è metafora di un contenitore intimo, pensato per custodire e interrogare con discrezione. Il taschino ha memoria dell’orologio, ne conosce la forma, ne protegge la fragilità. Così il Museo Guatelli è taschino della memoria: uno spazio che accoglie, che conserva, che permette l’accesso rispettoso al tempo delle cose. Il taschino è anche gesto: il portare con sé, il tenere vicino, il consultare con cura. È una pedagogia dell’attenzione, una pratica del dettaglio, una forma di prossimità che il museo deve continuare a incarnare.
Non importa quante persone entrano nel museo, importa quante persone il museo può cambiare.
Per una riflessione sulla sostanza dell’opera di Ettore Guatelli, ho pensato ad una “fotografia” in parole. Un piano del contenuto a cui do un titolo: Nel segno del cinque.
Il Museo Guatelli ha un’anima, quella della celebrazione della vita attraverso la narrazione delle vite.
Il Museo di Ettore ha due espressioni sostanziali: il Museo che è cantiere di una museografia senza sosta e la Casa che è luogo in cui si esprime l’anima del collezionista.
Il Museo di Ozzano Taro contiene tre valori fondanti: l’Eredità come risorsa, L’Unicità di ogni storia, la Dignità come base della conoscenza.
L’opera museale di Ettore Guatelli ha quattro ambiti sostanziali: L’ Esposto, i Depositi, l’Archivio, gli Spazi d’incontro.
Il Museo Ettore Guatelli ha cinque dimensioni: la pedagogia dell’eredità, che con Ettore diventa didattica del patrimonio collettivo, l’attualità della teoria espositiva, che interroga il presente, l’estetica ed etica della scrittura, come forma di responsabilità, la disponibilità interpretativa, come apertura al plurale, l’accoglienza narrativa, come disponibilità al dialogo e alle pratiche dell’ospitalità.
Esiste una condizione del museo che scaturisce dalla sua conduzione, sostanzialmente dalla gestione del patrimonio che contiene e conserva. Quella che si chiama “politica” del museo e che definisce le scelte di chi il museo è chiamato a gestire. Per il Museo Guatelli la responsabilità gestionale, prima di ogni altra cosa, non può che trovarsi disponibile ad un confronto fra “opera” (il Museo realizzato da Ettore Guatelli), con i suoi obiettivi originali e una sua anima autorale (vedi quanto scritto sopra Nel segno del cinque) e una pratica della “visione di museo”, che nel caso del Museo di Ozzano Taro, non può che situarsi su quel piano del contemporaneo la cui postura politica su basa su una critica alla mercificazione del patrimonio.
Per l’opera di Ettore non importa quante persone entrano nel museo, sottolineando che ci sono molti modi di “entrare nel museo”, ma quante persone sono toccate dal messaggio di Ettore (il suo museo nasce per questo, per comunicare una visione del mondo) e quanto questo messaggio può contribuire alla riflessione sul rapporto fra mondo e quotidiano, fra potere e umili, fra la Storia e le storie. Spesso le logiche della quantità, quelle che portano il museo a vantare una crescita degli ingressi, sono figlie di una visione consumistica, che individua nella quantità di contatti e biglietti il successo e la “buona spesa” delle risorse.
Il successo del museo andrebbe valutato e comunicato, attraverso l’evidenza di quanto i progetti e le azioni, abbiano “valorizzato” (nel vero senso della parola) il messaggio, la sostanza culturale e politica dell’opera di Ettore. In un museo che nasce da una critica alla società dei consumi, nella quale chi ha di più (i padroni e i signori, diceva Guatelli) determina la vita dei molti. Là, dove le logiche consumistiche di mercato producono “scarti” (oggetti, persone, territori) e nutrono disuguaglianze, la postura culturale, politica e gestionale che il Museo Guatelli dovrebbe assumere, è quella della critica e della “liberazione” del patrimonio, questo se non vorrà rischiare di tradire l’anima originaria della missione guatelliana, La vita stessa di Ettore Guatelli, il suo desiderato rapporto con il pubblico, che privilegiava i tempi intensi del dialogo e della relazione, nasce dal bisogno di “ragionare insieme”.
Nel messaggio che Guatelli poneva all’inizio dello stradello che portava alla sua casa e al museo “Non perditempo”, era evidente l’invito, rivolto ai possibili visitatori/ospiti, ad una relazione mirata alla qualità del rapporto, che pone valore al “consumo” del tempo, quale sostanza del museo. Ettore Guatelli non era interessato a quante persone entravano nel museo, ma a quante persone il museo poteva offrire spazi di riflessione, di critica e autocritica.
Formula Bellafoglia
S = (Ct × Ir) × Fm
Per riflettere sul significato di “successo” (museale) e quanto questo sia applicabile all’anima e agli obiettivi originari del Museo Ettore Guatelli ho immaginato una sintesi che ha bisogno di una formula, che ho chiamato formula Bellafoglia (Bellafoglia è il nome del podere sul quale insiste il Museo e la casa di Ettore). Innanzitutto il “successo”, che trae la sua origine da “accadere” “succedere”, “andare avanti”, “procedere”. In relazione al successo c’è da mettere subito in evidenza che ogni successo può essere parziale, reale o falso e che quando è falso lo è per la volontà di dichiarare una falsità o per incapacità di comprendere (cecità) gli obiettivi fondativi del progetto.
Ora l’opera di Ettore Guatelli è nata su chiari obiettivi, una critica alle logiche della società dei poteri e delle diseguaglianze, il rispetto della dignità degli umili e del tempo della vita quotidiana come luogo delle meraviglie (meraviglie dell’ovvio). Immediatamente vien da pensare che i successi (veri) della vita del Museo Guatelli, siano da pensare nella riuscita della sua missione originaria in cui alberga l’anima del museo stesso. Ora, per essere più chiaro ho pensato alla formula Bellafoglia, come segue:
Il successo reale (S) del museo Guatelli non è dato tanto dal numero di visitatori (N), quanto dal coefficiente di trasformazione (Ct) moltiplicato per l’impatto riflessivo medio (Ir) generato nei pubblici raggiunti, a sua volta moltiplicato per la fedeltà alla missione originaria (Fm): S = (Ct × Ir) × Fm, dove:
S (Successo Reale): è la misura dell’efficacia nel “valorizzare” (dare valore) il messaggio culturale e politico di Ettore Guatelli. È un successo qualitativo e politico, non quantitativo. Promuovere insistentemente il successo scaturito dal numero di Ingressi, significa spesso promuovere la variabile tradizionale del successo consumistico. Il numero di ingresso è una variabile indipendente e non necessariamente correlata a S. Un alto numero di ingressi, con bassi Ct, Ir e Fm, può indicare un fallimento della missione (tradimento dell’anima originaria).
Ct (Coefficiente di trasformazione): Rappresenta la capacità del museo di tradurre l’incontro con il pubblico, in un’esperienza che “tocca”, che trasforma la percezione. È alto quando si attivano i “molti modi di entrare in contatto con il museo e fare esperienza della missione guatelliana” (fisica, intellettuale, emotiva, critica).
Ir (Impatto Riflessivo Medio): è la profondità della riflessione generata nel singolo visitatore/partecipante sul rapporto mondo/quotidiano, potere/umili, Storia/storie. È alimentato dai “tempi intensi del dialogo”, dallo “ragionare insieme” e dal rifiuto della logica di “cassetta”.
Fm (Fedeltà alla missione): è il fattore fondamentale, la misura in cui la postura culturale, politica e gestionale del museo incarna la critica alla società dei consumi e opera per la “liberazione” del patrimonio dagli stessi meccanismi che produce, scarti di oggetti, persone, territori.
Omologazione
Il rischio dell’omologazione è quello di ridurre la singolarità del Museo Guatelli a un modello “normalizzato” di museo etnografico o di “museo delle cose”. L’opera di Ettore, invece, resiste a ogni tentativo di normalizzazione: è un dispositivo narrativo che sfugge alle categorie canoniche. Contrastare l’omologazione significa riconoscere la specificità del museo come opera aperta, che non può essere assimilata a un format museale replicabile. È un invito a mantenere viva la tensione tra unicità e pluralità, tra radicamento locale e apertura universale.
Rimpicciolimento
Il rimpicciolimento è la riduzione del senso, la perdita di profondità. Può avvenire quando il museo viene percepito solo come raccolta di curiosità. In realtà, il Museo Guatelli è un monumento narrativo che restituisce dignità alle vite quotidiane. Evitare il rimpicciolimento significa preservare la dimensione pedagogica e politica dell’opera: mostrare che dietro ogni oggetto c’è una storia, e che la somma di queste storie costituisce un patrimonio collettivo. È un esercizio di amplificazione, è un esercizio politico.
Interpretazione
Il Museo Guatelli non è mai dato una volta per tutte: richiede interpretazione continua. Ogni disposizione, ogni scrittura, ogni oggetto è polisemico, aperto a letture diverse. L’interpretazione non è un accessorio, ma parte integrante dell’opera. È ciò che permette al museo di restare vivo, di dialogare con il presente, di generare nuove domande. Interpretare significa assumersi la responsabilità di non chiudere il senso, ma di moltiplicarlo, di renderlo disponibile. E così nell’ottobre del 2023, in procinto di lasciare il museo e pensando ad Ettore Guatelli lessi, al pubblico e agli amministratori in occasione dell’ultima iniziativa a mia direzione, il seguente breve testo:
Il Museo Guatelli va nutrito:
- da atti visionari
- dall’onestà intellettuale e pratica
- dalle pratiche del pensiero critico e autocritico
- da visioni che non subiscano i limiti dell’economicismo
- da una prospettiva di futuro, un futuro non chiuso in logiche localistiche
- da compagni di strada nelle arti e nelle pratiche di visione
- da solide basi culturali che ne evitino la rovina intellettuale
- da reti che ne garantiscano l’appartenere a comunità d’intenti
- da una immaginazione capace di promuovere il suo essere un luogo dell’esperimento
- da una continua ricerca che tenga sveglia la sua natura di cantiere progettuale e delle pratiche
Antropologia
Il Museo di Ozzano Taro non è semplicemente una collezione di oggetti, è un organismo narrativo, un paesaggio della memoria dove gli attrezzi da lavoro, le scarpe consunte, i giocattoli rudimentali e gli utensili domestici cessano di essere “cose” per diventare testimonianze di vite, gesti, saperi e relazioni. In questa sua essenza profonda, il museo fondato da Ettore Guatelli realizza, forse in modo intuitivo eppure potentissimo, quel dialogo fecondo tra etnografia e museologia di cui l’antropologia è sia il fondamento teorico che il ponte metodologico. Senza questo dialogo, il rischio sarebbe quello di ridurre la straordinaria collezione a una mera wunderkammer del mondo rurale; con esso, essa diventa invece un’indispensabile lezione sull’umano.
Guatelli è stato, suo malgrado, un etnografo straordinario. La sua non era una raccolta fine a se stessa, ma un’operazione di salvataggio e di ascolto. Ogni oggetto è stato acquisito attraverso una relazione: una chiacchierata con un contadino, uno scambio con un artigiano, la comprensione del ciclo di vita di un attrezzo. In questo, il suo approccio anticipava le sensibilità della nuova museologia e dell’antropologia del patrimonio, che spostano l’accento dall’oggetto in sé alla biografia sociale delle cose e alla comunità che lo ha prodotto e utilizzato. L’etnografia guatelliana ci dice che un matterello non è solo un pezzo di legno tornito, ma è l’estensione del gesto di una donna che impasta, è il centro rituale della preparazione del cibo familiare, è portatore di sapienza tecnica e affettiva.
La genialità di Guatelli si è espressa in un allestimento che è esso stesso discorso antropologico. Le composizioni sulle pareti, gli accostamenti per forma, colore o funzione, le installazioni che sembrano fermare il tempo in una nature morte piena di vita, sono un linguaggio visivo potentissimo. La museologia tradizionale, spesso didascalica e classificatoria, qui cede il passo a una museologia poetica ed evocativa, che stimola un’interpretazione attiva del visitatore. Questo approccio è profondamente antropologico perché ricontestualizza gli oggetti in un nuovo sistema di significati, non più funzionale (la falce nel campo) ma simbolico e riflessivo (la falce come metafora della fatica, del tempo ciclico, del rapporto con la natura). Il museo diventa così un palinsesto dove leggere la cultura materiale e immateriale.
Un approccio etnografico ed antropologico all’opera di Ettore Guatelli, fornisce gli strumenti per codificare e approfondire, attraverso le loro lenti interpretative, la collezione Guatelli quale:
- Archivio dei Saperi Incarnati. Gli oggetti sono la materializzazione di saperi pratici, spesso non verbalizzati: come si impugna una zappa, come si sente il legno che sta per spaccarsi, come si aggiusta un arnese. Il museo conserva, visivamente, questa intelligenza della mano.
- Metafora delle Relazioni Sociali. L’accumulo di centinaia di scarpe, di padelle, di falcetti, parla di cicli di produzione e consumo, di divisione del lavoro, di gerarchie sociali (le scarpe del signore e quelle del bracciante), di una società basata sulla parsimonia e sul riuso integrale.
- Spazio di Riflessione sul Tempo e sulla Memoria. L’allestimento, con il suo carattere tattile e apparentemente caotico, sfida la nostra concezione lineare e progressiva del tempo. Evoca un tempo ciclico (quello delle stagioni agricole) e un tempo soggettivo, quello della memoria individuale e collettiva che gli oggetti innescano in chi li guarda.
- Esperienza museale come Conoscenza. L’antropologia riconosce che la bellezza e l’impatto emotivo sono vie di accesso alla comprensione culturale. La meraviglia suscitata dalle “pareti degli attrezzi” non è distaccata, ma è il primo passo verso l’empatia e l’interrogazione sul mondo che rappresentano.
Il dialogo tra etnografia e museologia, mediato dall’antropologia, rende il Museo Guatelli un’istituzione profondamente contemporanea e necessaria. In un’epoca di iper-consumo, digitalizzazione e distanza dalla materialità, esso ci ricorda con urgenza, la centralità del corpo e del gesto nell’esperienza umana, la dimensione relazionale e sociale degli oggetti, che non sono mai inerti, il valore della memoria come pratica critica per comprendere il presente. Il Museo Guatelli ha quindi non solo “bisogno” dell’antropologia, ma ne è un’espressione vitale. Dimostra come un approccio etnografico alla raccolta e una museologia sensibile e creativa possano dare vita a un luogo che, oltre a conservare il passato, ci interroga radicalmente su cosa significhi essere umani, ieri, oggi e domani. È un dialogo in cui l’antropologia trova una sua casa tangibile, e il museo trova la sua voce più profonda e universale.
Compagni di strada
In più di una occasione abbiamo parlato dell’importanza, per la vita del Museo Guatelli, di compagni di strada, sinceri e capaci di ascolto. Nei venti anni della mia direzione del Museo Guatelli ho incontrato molti che “interessati” ad una relazione con il museo hanno tentato la proposta di progetti, presentandosi come possibili compagni di strada, chiaramente orientati ad un “uso” del museo, piuttosto che a dialoghi sinceri in cui è necessario rinunciare alla propria centralità, per offrirsi a contaminazioni. L’incontro con il Museo di Ettore chiede umiltà: riconoscere che gli oggetti-ambienti creati da Guatelli sono già un discorso compiuto, un pensiero visivo che parla da sé. Il compagno di strada non impone una lettura, ma ne accoglie le suggestioni, si lascia interrogare, diventa a sua volta parte della risonanza emotiva e culturale del luogo. Preserva il museo come uno spazio relazionale, non come una collezione da possedere intellettualmente. Esiste, purtroppo, un rischio opposto e tangibile che proviene da chi ne vede solo il fascino estetico o il capitale simbolico da sfruttare. Questo pericolo si manifesta quando l’interesse personale – accademico, artistico, politico o mediatico – prevale sull’ascolto. È l’atteggiamento di chi cerca nel museo uno sfondo esotico per le proprie teorie, una scenografia autentica per la propria visibilità, un brand di “genialità popolare” da associare al proprio nome.
Per il Museo i rischi concreti di tali relazioni sono nello svuotamento di significato: trasformare la densità etnografica e la potenza poetica del museo in uno stereotipo, in un’icona da consumare, imponendo una narrazione esterna (sia essa quella dell’artista contemporaneo che “rilegge” o dello studioso che “definisce”) che soffoca la voce polifonica e intima dell’opera guatelliana. Il museo così diventa un oggetto, non più un soggetto parlante. Chi usa il museo come piattaforma per la propria auto-promozione, ne tradisce lo spirito, rischiando di trasformare un organismo vivente in un mausoleo alla moda. La vera sfida per chiunque si accosti al Guatelli, quindi, è di esercitare un ascolto etico: un approccio rispettoso che protegge la fragilità e l’autonomia di quel mondo, riconoscendo che la sua massima visibilità si ha quando esso risplende di luce propria, non riflessa da altri. Solo così si può essere compagni di un cammino, e non conquistatori di un territorio.
Nell’opera di Ettore Guatelli, in quel luogo in cui “…il tempo diviene spazio.”, il ticchettio dell’orologio da taschino, ordina gli spazi del museo. In quegli spazi cammina un “orologiaio”, si chiama Gianni Guatelli, custode vero, schietto e fedele all’anima del museo di Ozzano. A lui dedico questo testo.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Mario Turci, Antropologo, Architetto, Museologo. Docente di Musei e Patrimoni presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Già Direttore del Museo Ettore Guatelli (Ozzano Taro – Parma), già direttore del Museo Etnografico di Romagna (Santarcangelo di Romagna). Docente di Expografia etnografica presso la Scuola di Specializzazione in Beni DemoEtnoAntropologici dell’Università di Perugia. Coordinatore del Laboratorio Permanente di Etnografia della Cultura Materiale Università di Perugia. Co-direttore della Collana Heritage. Antropologia, Musei, Paesaggi, Patron Editore (Bologna). Componente dell’Osservatorio Nazionale Patrimonio Immateriale UNESCO e del CIRS Centro Interdipartimentale di Ricerca Sociale dell’Università di Parma. Membro del gruppo di ricerca “Museologia Sociale e Politica” area “Democrazia e Partecipazione” CIRS Università di Parma, nonché del Comitato Scientifico della Fondazione Musei Senesi. È stato docente di Storia della cultura materiale, di Antropologia Museale e di Antropologia culturale presso l’Università di Parma, dove attualmente conduce il Laboratorio di Antropologia del Paesaggio e del Patrimonio. Membro del Collegio Docenti del dottorato in Patrimonio Immateriale nell’innovazione socio-culturale Università di Milano-Bicocca. Componente del Comitato Scientifico della rivista AM Antropologia Museale, Etnografia, Patrimoni, Culture Visive (Ediz. Museo Pasqualino – Palermo). Membro dell’ International Board della rivista “ROOT&ROUTES – Research on Visual Cultures”.
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