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Il mondo in campo. Il Mondiale di calcio 2026 come specchio dell’ordine globale in frantumi

il_794xn-7880936821_gn3wdi Antonio Ricci 

Il campo come teatro del mondo 

Il calcio non è mai stato soltanto calcio. Lo sapeva Pier Paolo Pasolini, che nel 1970 definiva il football come «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» [1], e lo sapeva Frantz Fanon, che nel 1961 identificava nello sport uno spazio in cui le nazioni colonizzate potevano finalmente rivendicare un’identità contro il padrone [2]. Ma se in quelle stagioni la politicizzazione del calcio era ancora l’eccezione – un’irruzione del reale nello spazio asetticamente delimitato del campo – nel 2026 siamo di fronte a qualcosa di qualitativamente diverso: il Mondiale non è politicizzato malgrado sé stesso, ma è strutturalmente, irrimediabilmente immerso nella crisi dell’ordine mondiale. La politica non irrompe nel torneo come elemento estraneo; è il torneo che irrompe nella politica, cercando spazio in un paesaggio geopolitico che non gliene lascia quasi.

La 23ª edizione della Coppa del Mondo, quella che prende avvio il prossimo 11 giugno allo Stadio Banorte (già Azteca) di Città del Messico, è la più grande della storia: quarantotto nazionali, centoquattro partite, sedici città ospitanti distribuite su tre Paesi (Stati Uniti, Canada, Messico). La FIFA stima che il torneo possa generare un impatto economico complessivo di circa 30,5 miliardi di dollari solo sul territorio statunitense [3] e prevede un’audience televisiva globale superiore ai cinque miliardi di spettatori [4]. Sulla carta è il maggiore evento sportivo mai organizzato. Nella realtà, è qualcosa di più complicato: è un palcoscenico su cui si recita simultaneamente la commedia dello sport e il dramma del potere.

La prima, clamorosa, ironia è già nel format stesso del torneo. Sette anni fa, quando la candidatura congiunta di USA, Canada e Messico si aggiudicò l’organizzazione del Mondiale, il presidente della federazione calcistica americana Carlos Cordeiro parlò solennemente di «unità delle tre nazioni» come «messaggio potente» al mondo [5]. Oggi quell’unità è diventata tensione diplomatica acuta: tariffe doganali incrociate, minacce di annessione del Canada come “cinquantunesimo Stato”, muri e deportazioni di massa al confine con il Messico. Come ha osservato con acutezza Victor Matheson, economista del College of the Holy Cross, «la cosa principale che la FIFA deve far muovere per questo evento non sono pezzi di ricambio, non è il grano, non è l’elettricità. Sono le persone. Quello è il vero problema» [6]. Tre Paesi che litigano su tutto tranne che sul calcio: un paradosso che racconta da solo l’epoca in cui viviamo.

Ma il Mondiale 2026 non è solo il riflesso delle fratture nordamericane. È lo specchio – moltiplicato, distorto, rivelatore – di un ordine mondiale in frantumi: guerra in Medio Oriente che coinvolge direttamente uno dei Paesi ospitanti, crisi migratoria che si riproduce letteralmente ai cancelli degli stadi, nazionalismi populisti che usano le maglie come bandiere identitarie, potenze economiche emergenti che comprano squadre e tornei come si compravano un tempo basi navali. Il campo da calcio, da sempre uno dei luoghi in cui le nazioni si guardano allo specchio, nel 2026 riflette un’immagine che pochi si aspettavano di vedere così presto. 

fifa_world_cup_russia_2018_logo-svgLa mappa delle esclusioni: guerre, confini, sanzioni sportive 

La storia dello sport internazionale è anche una storia di chi viene lasciato fuori. Le esclusioni sportive hanno sempre seguito le fratture geopolitiche: il Sudafrica dell’apartheid fu bandito dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1964 e non tornò alle Olimpiadi fino al 1992; la Jugoslavia fu esclusa dalle competizioni internazionali durante le sanzioni ONU degli anni Novanta. Ma negli ultimi anni lo sport è diventato uno strumento di sanzione sempre più esplicito e, soprattutto, sempre più selettivo, con conseguenze che rivelano la struttura di potere sottostante più di qualsiasi dichiarazione diplomatica.

Il caso più eclatante è quello della Russia. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, FIFA e UEFA esclusero tutte le squadre russe dalle competizioni internazionali nel giro di pochi giorni, in una decisione definita da un’analisi pubblicata su Frontiers in Political Science come «un cambiamento straordinario» rispetto alla storica neutralità dello sport [7]. La Russia, Paese ospitante del Mondiale 2018, si trova così assente da quello del 2026. Il presidente della UEFA Aleksander Čeferin aveva giustificato la misura con la necessità di preservare «l’integrità e la credibilità dello sport internazionale»; tre anni dopo, nel settembre 2025, ammetteva con disarmante onestà che il bando non aveva contribuito ad arrestare la guerra: «Ora il bando per le squadre russe dura, penso, tre anni e mezzo. La guerra è finita? No» [8].

Ma è la comparazione con ciò che accade oggi a rivelare il vero nervo scoperto. Quando nella primavera del 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran – sei giorni dopo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina – il parallelo con il 2022 era evidente a tutti. Anche allora la guerra era scoppiata pochi giorni dopo la fine di un’Olimpiade invernale. Eppure, questa volta, FIFA e CIO hanno taciuto. «È una palese omissione», ha dichiarato Pim Verschuuren, specialista di management sportivo e geopolitica all’Università di Rennes II, che ha parlato di «pragmatismo» di fronte alla realtà del potere: «Nel 2022 la pressione politica era così intensa che il CIO fu costretto a escludere i russi. Oggi non può permettersi di isolare e antagonizzare gli Stati Uniti» [9]. Simon Chadwick, esperto di geopolitica dello sport alla EML yon Business School, ha notato con laconismo come «alcuni osservatori abbiano rilevato che la Russia fu bandita dalle competizioni FIFA dopo la sua invasione dell’Ucraina, ma non risultano discussioni analoghe rispetto agli Stati Uniti» [10].

La conclusione è scomoda ma inevitabile: lo sport non sanziona i potenti. Sanziona i deboli, ovvero chi è già isolato dalle strutture di potere internazionale. Come ha osservato Verschuuren, «esiste una forma di monopolio del potere nella governance sportiva. Lo sport è nelle mani degli Stati Uniti, con il finanziamento dei loro alleati del Golfo» [11]. Il Mondiale 2026 è già, prima ancora di iniziare, la dimostrazione pratica di questa asimmetria.

La questione della partecipazione iraniana è diventata il caso simbolo di questa contraddizione. L’Iran ha qualificato la sua squadra regolarmente ed è tra le selezioni più forti dell’Asia, al suo settimo Mondiale. Ma il presidente federale iraniano Mehdi Taj, in un’intervista alla televisione nazionale ripresa da Reuters, ha ammesso tutta l’incertezza della situazione: «Data questa situazione e la sua violenza, è lontano dalle nostre aspettative poter guardare al Mondiale con speranza» [12]. Donald Trump ha poi commentato via social media che i giocatori iraniani dovrebbero «saltare il Mondiale per la loro stessa incolumità e sicurezza», mentre il presidente FIFA Gianni Infantino ha confermato che l’Iran parteciperà [13]. Al momento della stesura di questo saggio, la questione rimane aperta. 

585309195_1433433518783883_3909827675650419833_nIl Mondiale dell’esclusione: immigrazione, confini, visti: Il paradosso dell’ospitalità 

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nell’idea che la più grande festa sportiva del mondo si svolga in un Paese che ha costruito parte della propria agenda politica sull’esclusione degli stranieri. Il Mondiale è per definizione un evento di apertura: arrivano giocatori, tecnici, tifosi, giornalisti da tutto il mondo. Ma nel 2026 quella apertura si scontra con una macchina restrittiva senza precedenti nella storia del torneo.

L’amministrazione Trump ha emanato negli ultimi dodici mesi proclami e decreti presidenziali che limitano o vietano l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di trentanove Paesi. Di questi, quattro hanno squadre qualificate al Mondiale: Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal. I tifosi di queste nazioni non possono assistere alle partite negli Stati Uniti, che ospiteranno il 75% dei match del torneo. Parallelamente, più di settantacinque Paesi fronteggiano il blocco dell’elaborazione dei visti per immigrazione, e almeno dodici di queste nazioni hanno squadre qualificate. Human Rights Watch ha denunciato inoltre «controlli invasivi sui cinque anni di storia dei social media per i viaggiatori di altri quarantadue» [14].

Il governo ha tentato di correre ai ripari con misure parziali. Il programma “FIFA Pass” dovrebbe garantire appuntamenti consolari prioritari ai possessori di biglietti per i match americani. Cinque Paesi soggetti al regime dei “visa bond” – obblighi di deposito cauzionale fino a 15.000 dollari per poter ottenere un visto temporaneo – sono stati esentati dal requisito per i possessori di biglietti: Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio, Senegal e Tunisia [15]. Ma i divieti di ingresso tout-court per iraniani e haitiani restano in vigore per i semplici tifosi, con eccezioni solo per atleti, allenatori e personale tecnico. Haiti si qualifica al Mondiale per la prima volta in quasi cinquant’anni: i suoi giocatori vi parteciperanno, ma i suoi tifosi no.

La tensione tra il Mondiale come evento globale e il Mondiale come spazio governato da politiche nazionali è esplosa in tutta la sua evidenza. Human Rights Watch l’ha sintetizzata in uno slogan efficace: «Keep the World in the World Cup», tenere il mondo nella Coppa del Mondo [16]. Amnesty International e oltre centoventi organizzazioni per i diritti civili hanno emesso un vero e proprio “avviso di viaggio” per gli Stati Uniti, avvertendo i visitatori stranieri dei rischi legati al clima politico. Il principale gruppo di pressione dell’industria alberghiera americana ha attribuito al sistema dei visti e alle tensioni geopolitiche la responsabilità di avere «significativamente soppresso la domanda internazionale», con prenotazioni per le date del Mondiale ben al di sotto delle aspettative [17].

C’è poi la questione simbolicamente ancora più esplosiva degli agenti ICE (Immigration and Customs Enforcement) schierati in aeroporti e luoghi pubblici durante eventi sportivi precedenti al Mondiale. Un richiedente asilo fu fermato durante la Coppa del Mondo per Club, detenuto per mesi e rimpatriato mentre i suoi figli assistevano all’arresto. Sono stati già segnalati undici decessi in centri di detenzione per immigrazione nel 2026 (HRW, marzo 2026). L’eventuale presenza di agenti in uniforme attorno agli stadi durante il Mondiale rappresenterebbe una violazione senza precedenti della neutralità sportiva. 

il_794xn-7850856291_ojw2Identità nazionali e corpi migranti 

C’è però un’ironia che il populismo anti-immigrazione non riesce a risolvere: le squadre nazionali che scenderanno in campo nel 2026 sono, molte di esse, il prodotto della stessa mobilità umana che si vorrebbe fermare. La Francia, campione del mondo nel 1998 e nel 2018, schiera da decenni una squadra che è specchio dell’immigrazione post-coloniale africana. La sua vittoria in Russia suscitò in patria un dibattito aspro: i giocatori erano abbastanza “francesi”? Mbappé, figlio di un padre camerunense e di una madre algerina, era degno di rappresentare la République? Le tensioni identitarie che circondano le nazionali europee multiculturali non sono superficiali. Sono il riflesso di una contraddizione strutturale: lo sport vuole il talento, dove che si trovi; il nazionalismo vuole che quel talento appartenga solo a chi è nato nel posto giusto.

La storia dei giocatori con doppia nazionalità – fenomeno in costante crescita con l’intensificarsi dei flussi migratori e la diffusione del calcio in Paesi tradizionalmente emigranti – è in questo senso emblematica. Marocchini che giocano per il Belgio o la Francia. Ghanesi che scelgono l’Inghilterra. Equatoguineani tesserati in Spagna. Ogni volta che una federazione richiama un giovane della diaspora, riproduce in piccolo la geopolitica dei corpi in migrazione. Il campo è il luogo in cui i confini – le linee immaginarie che gli Stati tracciano sulla terra e nelle menti – si fanno visibili attraverso il colore delle maglie. E in un’epoca in cui la gestione dei confini è tornata al centro del dibattito politico globale, il calcio diventa teatro di questa disputa. 

campionati-mondiali-calcio-1934Il pallone populista: nazionalismi, tifoserie e narrazioni identitarie 

Nel 2018, quando la Croazia di Modrić raggiunse la finale in Russia, la presidentessa Kolinda Grabar-Kitarović partì per Mosca per assistere alla partita sulle tribune accanto a Putin e Macron. Quando la Croazia perse contro la Francia, la sconfitta venne elaborata come martirio identitario: la piccola nazione contro la grande potenza, Davide contro Golia. Quando l’Ungheria di Orbán qualificò la sua squadra agli Europei 2020, il premier trasformò ogni partita in un evento di propaganda nazionalista, riempiendo gli stadi di tifosi ungheresi anche quando le gare si giocavano in trasferta, grazie all’appoggio esplicito della “Carpathian Brigade”, un gruppo ultras fondato nel 2009 su impulso di Fidesz [18]. Il calcio, per i nazionalismi populisti contemporanei, è uno spazio ideale: genera emozione collettiva, crea comunità di appartenenza, produce eroi senza bisogno di argomenti complessi.

La connessione tra populismo e calcio non è nuova. Mussolini usò il Mondiale del 1934 – organizzato in Italia – come strumento di legittimazione del fascismo, interferendo nelle formazioni e nelle decisioni arbitrali con un’arroganza che le cronache dell’epoca documentano senza ambiguità. Juan Domingo Perón capì avant la lettre che il calcio era “l’oppio del popolo” solo se il popolo lo percepiva come vittoria della propria classe. Ma nella versione contemporanea c’è qualcosa di diverso: i leader populisti non cercano tanto di controllare il calcio dall’esterno, quanto di abitarlo emotivamente, di presentarsi come tifosi come tutti gli altri per poi trasformare la tifoseria in un atto politico.

Il caso della nazionale americana è, da questo punto di vista, istruttivo. Trump ha investito personalmente nel Mondiale 2026 una quantità di energia simbolica del tutto sproporzionata rispetto al ruolo istituzionale di un capo di governo. Ha incontrato il presidente FIFA Infantino almeno cinque volte dall’elezione di novembre 2024 ad aprile 2025 [19]; ha ricevuto da Infantino un surreale “FIFA Peace Prize”; ha twittato, commentato, esultato – usando il Mondiale come estensione della propria retorica “America First” nel linguaggio dello sport globale. Il messaggio è trasparente: ospitare il Mondiale più grande della storia è una dimostrazione della grandezza americana. L’imprevisto è che quella grandezza venga percepita dai partner commerciali come arroganza, e dai potenziali visitatori come minaccia.

Ma il populismo calcistico non è solo fenomeno della destra. La sinistra latinoamericana ha a lungo usato il calcio come strumento di emancipazione simbolica: le vittorie dell’Argentina di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 – in particolare il celebre “Goal del Secolo” preceduto dalla “Mano di Dio” – erano politicamente cariche di significati post-Malvinas che andavano ben al di là dello sport. La presidentessa Dilma Rousseff dovette affrontare le proteste massive che accompagnarono i Mondiali brasiliani del 2014, quando i cittadini scesero in piazza contro gli stadi miliardari costruiti mentre la sanità e la scuola languivano. Anche allora il calcio era specchio del sociale, ma a rivelare le contraddizioni, non a nasconderle. 

23921588_smallLa FIFA come attore geopolitico: potere, denaro e soft power: L’organismo para-statale 

La FIFA non è una federazione sportiva. È, di fatto, un attore geopolitico globale: gestisce un’economia di scala che pochissime organizzazioni internazionali possono vantare, intrattiene relazioni con centosette governi nazionali (più di quanti ne abbiano molte agenzie ONU), e assegna diritti di hosting che valgono miliardi di dollari e, soprattutto, decenni di influenza simbolica. Capire il Mondiale 2026 senza capire la FIFA è come analizzare la Guerra Fredda senza capire la CIA.

La gestione presidenziale di Gianni Infantino – in carica dal 2016 – ha portato a piena maturazione un processo che era già in atto: la trasformazione della FIFA da arbitro del calcio mondiale a facilitatore di interessi geopolitici ed economici. La sua relazione con Trump è stata descritta come «insolitamente stretta per gli standard della diplomazia sportiva internazionale» [20]: numerose visite a Washington, dichiarazioni pubbliche di ammirazione, e infine il gesto simbolicamente più audace: la creazione, appositamente, di un “FIFA Peace Prize” conferito al presidente americano nella cornice del sorteggio del Mondiale. «Questo è assolutamente ridicolo», ha commentato una fonte anonima vicina agli organi di governo del calcio mondiale, aggiungendo però subito: «Ma è abbastanza razionale, perché lui vuole che il suo Mondiale vada bene» [21]. 

Il grande gioco del Golfo

Se la relazione FIFA-Trump rappresenta la dimensione più visibile e immediata della politicizzazione del torneo, c’è un processo più profondo e strutturale che si sta dispiegando sotto la superficie: l’acquisizione sistematica del calcio mondiale – club, tornei, federazioni, diritti televisivi – da parte degli Stati del Golfo, e in particolare dell’Arabia Saudita.

Lo sportswashing – la pratica di usare eventi e investimenti sportivi per migliorare la reputazione internazionale di uno Stato e distogliere l’attenzione dalle sue violazioni dei diritti umani – è un termine che ha guadagnato diffusione crescente nell’ultimo decennio. In letteratura accademica viene definito come «un mezzo attraverso cui un Paese può deviare l’attenzione del pubblico da percezioni sfavorevoli [...] attraverso un programma di investimento nello sport» [22]. Ma Aaron Ettinger, nella sua analisi pubblicata da The Conversation nell’ottobre 2024, ha argomentato in modo convincente che la categoria dello sportswashing è troppo riduttiva: per Mohamed bin Salman, «l’insieme degli investimenti e delle proprietà sportive è solo una piccola parte di una strategia più ampia per preparare l’Arabia Saudita a un XXI secolo in cui la domanda globale di petrolio è destinata a diminuire» [23]. La diplomazia sportiva saudita è, in questo senso, parte di una strategia geopolitica complessiva che anticipa un’era di multipolarismo.

I numeri sono eloquenti. Il Public Investment Fund (PIF) saudita ha speso, secondo stime conservative degli analisti del settore, tra i dieci e i quindici miliardi di dollari in sport a partire dal 2018: Newcastle United (305 milioni di sterline), il circuito LIV Golf (5,3 miliardi), le quattro squadre della Saudi Pro League trasformate con ingaggi miliardari (Cristiano Ronaldo, Neymar, Benzema, Kante), le finali ATP e WTA, la Formula 1 a Jeddah, i grandi eventi di pugilato a Riyad [24]. E poi c’è il 2034: FIFA ha assegnato all’Arabia Saudita il Mondiale in un processo definito da più osservatori come «accelerato e opaco», in cui il Paese del Golfo era l’unico candidato – l’Australia aveva rinunciato per mancanza di tempo – ottenendo il punteggio di valutazione più alto nella storia dell’organizzazione e un profilo di rischio classificato come “medio” in materia di diritti umani, in un Paese che nel 2024 ha eseguito 338 condanne a morte [25].

Il costo complessivo del Mondiale 2034 è stimato tra i 200 e i 300 miliardi di dollari, secondo proiezioni del FMI: quindici stadi (dieci nuovi, cinque ristrutturati), infrastrutture di trasporto, capacità ricettiva. Tra questi, lo stadio “del cielo” previsto a Neom nella provincia di Tabuk – sospeso 350 metri sopra il deserto – con un budget superiore al miliardo di dollari [26]. Il giornalista sportivo Miguel Delaney, autore di States of Play: How Sportswashing Took Over Football (Hachette, 2025), descrive l’Arabia Saudita 2034 come «quasi la culminazione dell’era del sportswashing», aggiungendo che l’investimento saudita nel calcio «supererà presto tutto ciò che abbiamo visto finora, e questo vuol dire molto dato quello a cui abbiamo già assistito negli ultimi due decenni» [27].

Tutto questo accade mentre il Mondiale 2026 si svolge in Nord America. L’Arabia Saudita è presente: come sponsor, come partner del PIF nel Club World Cup tenuto nell’estate 2025, come protagonista silenziosa di ogni trattativa che riguarda i diritti televisivi e il futuro del calcio globale. Chi non vince sul campo, vince nell’economia. È la geopolitica dello sport nell’era multipolare. 

81pj8ouoybl-_uf10001000_ql80_Il torneo «troppo grande per fallire» e le sue fragilità 

Uno degli argomenti più usati dai difensori del sistema attuale è che il Mondiale 2026 è «troppo grande per fallire»: con quarantotto squadre partecipanti e un impatto economico previsto di decine di miliardi di dollari, nessuna federazione, per quanto critica verso le politiche americane, rinuncerà a far gareggiare i propri giocatori. La FIFA stessa – che ha ricevuto, a suo dire, oltre cinquecento milioni di richieste di biglietti nell’ultima finestra di vendita, pur senza fornire dati verificabili [28] – sembra contare su questo meccanismo di autoschermatura: l’evento è talmente attraente che si autoprotegge dalle proprie contraddizioni.

L’analisi non è sbagliata, ma è incompleta. È vero che i boycott resteranno probabilmente simbolici: come ha osservato Ebenezer Obadare, esperto del Council on Foreign Relations, la probabilità che governi anche fortemente critici verso le politiche americane ritirino le proprie squadre è «incredibilmente bassa» [29]. Ma è altrettanto vero che l’«inclusività» sbandierata da Infantino come promessa del Mondiale si sta sgretolando sotto il peso delle contraddizioni. Le prenotazioni alberghiere nelle principali città ospitanti americane sono «al di sotto delle aspettative», con New York City che registra prenotazioni per le date del Mondiale del 2% inferiori allo stesso periodo dell’anno precedente, quando non era previsto alcun evento speciale [30]. Un evento storico che fatichi ad attrarre turisti stranieri è già, in sé, una storia geopolitica.

Il paradosso è questo: il Mondiale 2026 ha tutte le condizioni per essere il più grande spettacolo sportivo della storia e, contemporaneamente, una delle più eloquenti illustrazioni dei limiti del cosmopolitismo calcistico nell’era dei nazionalismi. La FIFA può vendere cinquecento milioni di biglietti e non riuscire a portare i tifosi haitiani alle partite dell’Haiti. Può dichiarare che «il football unisce il mondo» e presiedere a un sistema in cui chi arriva da certi Paesi deve pagare una cauzione di quindicimila dollari per assistere allo stesso spettacolo. 

Tre scenari per il futuro dello sport globale: Il calcio come ultimo spazio cosmopolita 

Il primo scenario è quello ottimistico, non per questo necessariamente ingenuo. Il calcio ha dimostrato, nel corso della sua storia, una capacità straordinaria di resistere alle pressioni geopolitiche e di mantenere una logica propria, che è la logica del merito, del talento, della competizione. La Coppa del Mondo ha attraversato due guerre mondiali, la Guerra Fredda, il colonialismo, la decolonizzazione, la globalizzazione, e ogni volta ha trovato un modo per sopravvivere a sé stessa e per generare momenti di bellezza che trascendono il contesto in cui si inseriscono. In questo scenario, il 2026 viene ricordato soprattutto per le partite, per i gol, per le storie di nazionali minori che sorprendono le favorite. La geopolitica fa da sfondo, ma non cancella la festa. 

Il Mondiale come amplificatore delle tensioni 

Il secondo scenario è quello in cui ogni partita diventa un incidente diplomatico potenziale. Una sfida USA-Iran alle fasi a eliminazione diretta – scenario non impossibile in un tabellone da quarantotto squadre – trasformerebbe lo stadio in un teatro geopolitico di prima grandezza: chi tifa chi? Cosa fanno i giocatori iraniani prima della partita? Ci sono manifestazioni fuori dagli stadi? La FIFA in questo scenario non riesce a tenere separato lo sport dalla politica, e il Mondiale finisce per diventare l’ennesima arena in cui si gioca – letteralmente – la partita del potere mondiale. Le cronache sportive si fondono con quelle politiche, e non è chiaro dove finisca l’una e inizi l’altra. 

La balcanizzazione dello sport globale 

Il terzo scenario è il più radicale, e per questo il più difficile da immaginare nel breve termine, ma forse il più rilevante sul piano strutturale. La logica del monopolio sportivo – un solo Mondiale, una sola FIFA, una sola voce autorizzata sulla geopolitica dello sport – non è un dato di natura. È il risultato di un equilibrio di forze che il multipolarismo sta mettendo sotto pressione. Già oggi si moltiplicano le competizioni alternative: la Chinese Super League come ecosistema semi-autonomo, la Saudi Pro League (SPL) come polo d’attrazione para-mondiale, la LIV Golf come rottura dello status quo di un singolo sport. È possibile immaginare, in un orizzonte di dieci-quindici anni, un mondo in cui esistano due circuiti di calcio globale – uno “occidentale” e uno “orientale-sudista” – con tornei separati, audience separate, sponsor separati? Sarebbe la fine del Mondiale come lo conosciamo, e l’inizio di qualcosa di molto più simile alla Guerra Fredda dello sport. 

unnamedConclusione: il rito senza la comunità 

C’è una domanda che attraversa tutto questo saggio e che non ha una risposta facile: a cosa serve il calcio, in un’epoca che ha perso i riti collettivi condivisi? Lo sport ha sempre assolto una funzione che gli antropologi chiamano “rituale”: crea momenti di sospensione del quotidiano, produce comunità temporanee di senso, genera emozioni collettive che non richiedono spiegazione. In un’epoca di frammentazione sociale, di bolle informative, di crollo della fiducia nelle istituzioni, il Mondiale rimane uno degli ultimi spazi in cui miliardi di persone si trovano a fare la stessa cosa nello stesso momento: guardare la stessa partita, tifare per la stessa squadra o contro la stessa squadra, condividere la stessa delusione o la stessa gioia.

Ma perché questo rituale funzioni, è necessaria qualcosa che assomiglia a una comunità. Non nel senso romantico e astratto di “umanità”, ma nel senso concreto di persone che possono effettivamente partecipare, che possono comprare un biglietto, attraversare un confine, sedere in uno stadio. Quando il tifoso haitiano non può assistere alle partite dell’Haiti, quando il giornalista iraniano non può raccontare le gesta della squadra iraniana negli stadi americani, quando i manifestanti contro le politiche migratorie presidiano i cancelli degli stadi dove si celebra «l’inclusività» del calcio mondiale, il rito si incrina. Non smette di funzionare del tutto – troppo potente il suo richiamo emotivo – ma mostra le sue crepe.

Il Mondiale 2026 è, in questo senso, un test. Non tanto per il calcio, che sopravviverà in ogni caso, ma per la nostra capacità di mantenere spazi condivisi di senso in un mondo che li erode sistematicamente. Se il torneo riuscirà, nonostante tutto, a produrre quei momenti di bellezza collettiva che sono la sua ragion d’essere – se la partita dell’Iran, se si giocherà, restituirà alla nazione iraniana un momento di orgoglio che nessuna sanzione diplomatica può cancellare; se la qualificazione storica di Haiti offrirà a un popolo provato dalla storia una piccola compensazione simbolica – allora il calcio avrà confermato la sua straordinaria resilienza.

Se invece il Mondiale 2026 resterà soprattutto come la Coppa del Mondo in cui i tifosi haitiani non potevano entrare negli stadi americani, in cui il presidente FIFA regalava premi della pace a chi conduceva politiche di deportazione di massa, in cui il calcio dimostrava di essere disponibile al miglior offerente – allora resterà come uno specchio, spietato e fedele, dell’epoca che stiamo attraversando. E uno specchio non è mai colpevole di ciò che riflette. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1] Intervista di Guido Gerosa a Pier Paolo Pasolini pubblicata sull’Europeo del 31 dicembre 1970.
[2] Frantz Fanon, Les Damnés de la Terre, Éditions Maspero, Paris, 1961.
[3] Redazione, “FIFA, impatto da 62 miliardi sul PIL globale da Coppa del Mondo e Mondiale per Club negli USA”, in Calcio e Finanza, 5 aprile 2025: https://www.calcioefinanza.it/2025/04/05/indotto-mondiali-2026-usa-mondiale-per-club/.
[4] Kristian P. Alexander, “When football meets geopolitics: The challenges facing World Cup 2026”, in Gulf News, March 18, 2026: https://gulfnews.com/opinion/op-eds/when-football-meets-geopolitics-the-challenges-facing-world-cup-2026-1.500478731.
[5] Associated Press, “US-Canada-Mexico joint World Cup goes from unity to acrimony thanks to tariffs and 51st state threats”, in PBS NewsHour, April 1st, 2025: https://www.pbs.org/newshour/politics/us-canada-mexico-joint-world-cup-goes-from-unity-to-acrimony-thanks-to-tariffs-and-51st-state-threats.
[6] Ibidem.
[7] Khaled M. Khwaileh et al., “The international sporting boycott of Russia after the Ukraine invasion: a case study on impact, legal frameworks, and media framing”, in Frontiers in Political Science, vol. 8, 2026: https://www.frontiersin.org/journals/political-science/articles/10.3389/fpos.2026.1765219/full.
[8] Ali Walker, “‘Reckless politicians’ fuel ‘slaughter’ of kids around the world, warns UEFA boss Čeferin”, in Politico, 3rd September, 2025: https://www.politico.eu/article/aleksander-ceferin-uefa-gaza-palestina-israel-football-politics/.
[9] Agence France Presse, “Four years after banning Russia, FIFA and IOC passive in the face of war”, in France 24, March 9th, 2026: https://www.france24.com/en/live-news/20260309-four-years-after-banning-russia-fifa-and-ioc-passive-in-the-face-of-war.
[10] Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] Rafael Nam, “The 2026 World Cup faces big challenges with 100 days to go”, in NPR, March 3rd, 2026: https://www.npr.org/2026/03/03/nx-s1-5733993/fifa-world-cup-iran-war-us-canada-mexico.
[13] Marco Quiroz-Gutierrez, “The World Cup is supposed to be an economic windfall. But ‘you’re seeing a number of headwinds’ now”, in Fortune, April 4th, 2026: https://fortune.com/2026/04/04/world-cup-gianni-infantino-usa-mexico-canada-travel-iran-war-donald-trump-geopolitics-high-gas-prices/.
[14] Human Rights Watch, Keep the World in the World Cup, March 11th, 2026: https://www.hrw.org/news/2026/03/12/keep-the-world-in-the-world-cup.
[15] Miranda Jeyaretnam, “U.S. Waives Visa Bonds for World Cup Ticketholders From Some Countries”, in Time, May 14th, 2026: https://time.com/article/2026/05/14/fifa-world-cup-us-visa-bonds-waiver-immigration-ice/.
[16] Human Rights Watch, Cit.
[17] American Hotel & Lodging Association – AHLA, U.S. Hotel Outlook Report | FIFA World Cup 2026, May 4th, 2026: https://www.ahla.com/resource/us-hotel-outlook-report-fifa-world-cup-2026.
[18] Gezim Qadraku, “Ungheria: Viktor Orbán e il calcio come arma politica”, in East Journal, 28 luglio 2020: https://www.eastjournal.net/archives/108664.
[19] Associated Press, Cit.
[20] Kristian P. Alexander, Cit.
[21] Agence France Press, Cit.
[22] Félix Dubé, “The soft power strategy of Saudi Arabia: Sportwashing”, in ESCP International Politics Society, November 4th, 2025: https://pppescp.com/2025/11/04/the-soft-power-strategy-of-saudi-arabia-sportwashing/.
[23] Aaron Ettinger, “More than money: The geopolitics behind Saudi Arabia’s sports strategy”, in The Conversation, October 20th, 2024: https://theconversation.com/more-than-money-the-geopolitics-behind-saudi-arabias-sports-strategy-240512.
[24] Layla Ibrahim, “PIF Spent $5 Billion Teaching the World to Like Saudi Arabia. It Can’t Afford the Lesson Anymore”, in House of Saud, April 27Th, 2026: https://houseofsaud.com/pif-sportswashing-era-ends/.
[25] Daisy Ruddock, “Saudi Arabia’s hosting of the 2034 World Cup is just another attempt at sportswashing”, in Index on Censorship, January 17th, 2025: https://www.indexoncensorship.org/2025/01/saudi-arabia-host-2034-world-cup-sportswashing-football-human-rights/.
[26] Layla Ibrahim, Cit.
[27] Matthew Challis, “The 2034 World Cup: how Saudi Arabia’s influence is reshaping global football”, in PAC Mag, March 25th, 2025: https://mccs-journalism.gold.ac.uk/wp/pacmag/the-2034-world-cup-how-saudi-arabias-influence-is-reshaping-global-football/.
[28] Rafael Nam, Cit.
[29] Mariel Ferragamo, “The U.S. Is Co-Hosting the FIFA World Cup. But Much of the World Can’t Attend”, in Council on Foreign Relations, April 15th, 2026: https://www.cfr.org/articles/the-u-s-is-co-hosting-the-world-cup-but-much-of-the-world-cant-attend.
[30] Marco Quiroz-Gutierrez, Cit.

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Antonio Ricci, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, un’istituzione di riferimento in Italia per gli studi sulle migrazioni e le politiche migratorie. Ha svolto ricerche approfondite sull’immigrazione in Italia e sull’emigrazione italiana, collaborando con esperti nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni e i suoi studi offrono analisi dettagliate delle dinamiche sociali e culturali legate alla migrazione in Italia e in Europa, contribuendo alla comprensione di un fenomeno in continua trasformazione.

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