Il mio sguardo@fuoco. Un’esperienza di fotografia partecipativa

Oasi Backstage

Oasi Backstage

 di Nuccia Cammara 

«È qualcuno che sta pregando, offre qualcosa…, all’interno sembra esserci qualcosa, forse acqua, significa che si sta purificando prima della preghiera ».  «Mi ricorda il Sahara». «Mi fa ricordare il mio paese, anche lì c’è la stazione, anche se non così bella,….e poi mi fa venire in mente il viaggio». «Mi fa ricordare la mamma e di quando ero piccolo e giocavo con lei». «Le finestre della prigione in Libia erano simili». «Mi fa pensare al ponticello della barca al momento del mio arrivo in Sicilia, è una bella immagine». «È molto simile ad un ponte  che si trova nel mio paese, ma ho un ricordo brutto…. Ero sempre nervoso quando dovevo attraversarlo». «(Martin Luther King) Sì, lo conosco ho sentito il suo discorso su YouTube » «Viene sempre citato dai politici».

 Childhood best clothes.

Childhood best clothes

 Sono le risposte di Baldè, Lamine, Sulayman, Salim, Bouwa e di altri dieci ragazzi africani dai 13 ai 17 anni provenienti da diversi Paesi (Mali, Burchina, Costa d’Avorio Guinea, Senegal, Ghana, Gambia), alla visioni delle foto proiezioni, una tecnica che utilizza il meccanismo (fenomenologico) secondo cui il significato di qualsiasi foto è in primo luogo creato dall’osservatore durante il processo di percezione dell’immagine. L’atto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede.

Questo ed altro è ciò che è accaduto durante il Workshop di fotografia partecipativa “Il mio sguardo@fuoco” da me condotto e indirizzato ai giovani ospiti del Centro d’Accoglienza “Oasi Arcobaleno” di Torretta nel territorio della provincia palermitana, uno dei tanti centri che ospita Minori Stranieri Non Accompagnati sbarcati nel porto di Palermo.

La storia del mio viaggio

La storia del mio viaggio

L’iniziativa rientra nei programmi di Promozione alla Salute dell’Unità Operativa Dipendenze Patologiche dell’ ASP di Palermo, e ha lo scopo iniziale di offrire una prima formazione ai giovani partecipanti basata sull’uso dello smartphone come strumento di auto-narrazione attraverso le immagini.

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Childhood best clothes

«…appena arrivati iniziano a mettere ogni giorno i soldi da parte per comprare un telefonino, far sapere alla famiglia che ce l’hanno fatta… ». Le parole di Maria Luisa, operatrice del Centro, spiegano il bisogno vitale da parte dei ragazzi di non disperdersi, di “tenersi”, di ritrovarsi con gli altri attraverso i social come instagram, attraverso la comunicazione con le immagini.

 Childhood best clothes.

Childhood best clothes

 

In generale, credo fermamente che per “ripartire” con una nuova progettualità personale e per riprendere in mano i propri sogni, laddove esiste una particolare fragilità emotiva, è fondamentale avere la possibilità di esprimersi in prima persona e raccontare la propria storia per creare connessioni con la propria identità culturale e familiare.

La storia del mio viaggio

La storia del mio viaggio

Il workshop si è svolto in cinque incontri (nel mese di maggio 2017) con cadenza settimanale di circa  tre ore. Insieme ai ragazzi, come partecipanti, sono scesi in campo anche gli educatori del centro, che hanno supportato la comunicazione durante gli incontri attraverso la mediazione linguistica.

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Oasi backstage

Nel percorso è stata privilegiata una metodologia di tipo attivo-esperienziale, in cui ciascun ragazzo ha avuto la possibilità di mettersi in gioco sperimentando gli aspetti psico-affettivo-emozionali insiti nella propria immagine interna ed esterna. L’attività iniziale ha permesso un’immersione emozionale dentro le immagini che sono diventate spunto e mezzo di comunicazione per esprimere il proprio mondo emotivo interno. Spesso nello scambio è stato usato il linguaggio simbolico e la metafora.

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Oasi backstage

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La storia del mio viaggio

Negli incontri, gli esercizi proiettivi sono stati alternati con nozioni di tecnica di base fotografica  (luce, composizione, prospettiva, narrazione attraverso un portfolio ecc.) e delle principali applicazioni nella Iphonografia.

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Oasi backstage

Durante le esercitazioni, è stato interessante notare che, in alcuni loro ritratti, tendevano a manipolare le foto che li ritraevano attraverso le App per comporre sullo smartphone collages fotografici con persone del proprio paese, familiari o amici («così sembriamo vicini»).

L’escursione a Palermo ha visto coinvolti solo i ragazzi che hanno espresso l’intenzione di sviluppare un progetto fotografico finale, individuale o di gruppo (in tutto nove). Dopo un veloce briefing negli uffici delle Dipendenze Patologiche dell’ASP di Palermo nell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico, nel quale i ragazzi sono stati accolti e ascoltati sulle idee che intendevano sviluppare, ci siamo diretti verso Piazza Magione per realizzare alcuni scatti in libertà.

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Oasi backstage

Arrivati a destinazione, liberi di muoversi, di esplorare e di osservare il contesto, da soli o in gruppo hanno scattato fotografie tra di loro, assumendo pose di personaggi famosi, hanno fotografato murales e fatto selfie. Ad un certo punto si sono imbattuti in un’area giochi per bambini, alcuni di loro non hanno esitato e si sono lanciati, mi hanno chiesto con lo sguardo di stare al “gioco”, ho accettato: mostravano l’eccitazione dei bambini per l’esperienza di libertà ludica che stavano sperimentando.

Jpeg

Oasi backstage

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Oasi backstage

Dopo dieci giorni da quella escursione i ragazzi hanno presentato i lavori finali. La visione di questi lavori così forti emotivamente ha lasciato me e tutti gli operatori con un nodo in gola e senza parole. I loro racconti parlano di sentimenti universali, di nostalgia, di appartenenza, di identità, di tragedie scampate, di relazioni affettive, dell’immagine che hanno di se stessi, dei loro progetti interrotti dalla decisione di partire, ma soprattutto dei loro sogni.

Nei titoli dei loro lavori: Childhood best clothes, L’avenir, La storia del mio viaggio, Le passé, Sibo-Il sogno, ho intravisto la possibilità di una ripresa del loro “viaggio” esistenziale, grazie al fatto che stanno provando a riattraversare la loro storia e con essa la dimensione dei desideri/progetti da realizzare, ma anche l’elaborazione di un lutto profondo legato ad un precoce allontanamento da casa (a volte senza il consenso dei genitori) e ad una esperienza lacerante di torture durante la prigionia in Libia.

Credo infine che ri-pensarsi e costruire un progetto personale di vita in un Paese straniero, può passare anche attraverso una apparente semplice proposta culturale di story-telling individuale o di gruppo da condividere soprattutto con il territorio e con quelle realtà istituzionali che possono incidere su un reale cambiamento culturale nel segno dell’inclusione e dell’integrazione dei nostri giovani ospiti dei tanti Centri di Accoglienza. 

Dialoghi Mediterranei, n.29, gennaio 2018

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Nuccia Cammara,  conduttrice del Workshop “Il mio sguardo@fuoco”, è  Assistente Sociale e fotografa. Lavora nel Dipartimento Salute Mentale all’interno dell’Unità Operativa Dipendenze Patologiche dell’ASP di Palermo. Hanno partecipato al workshop quali operatori del Centro Marialuisa Candela, Francesco Cipriano e Giovanni Di Maggio. La documentazione fotografica di backstage è stata curata da Antonella Tantillo e Laura Gaglio. Il report finale è a cura di Clara Marchese.

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Una risposta a Il mio sguardo@fuoco. Un’esperienza di fotografia partecipativa

  1. Toti scrive:

    La fotografia come forma d’arte, attraverso il suo strumento costituito anche da una macchinetta fotografica o da un comunissimo cellulare, consente dialoghi e espressività universali che abbattono ogni barriera linguistica e focalizzano i valori culturali che accomunano gli abitanti del mondo. L’articolo, che ne è una prova, evidenzia tanti aspetti spesso trascurati da un mondo mediatico propenso a soffermarsi sulle appartenenze e per questo distratto e sordo.
    Un brava a Nuccia e a tutto il suo entourage per il lavoro che ordinariamente svolgono in ombra e che, con il suo scritto, è riuscita a illustrare e sintetizzare con naturalezza ed estrema efficacia.

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