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Il Mediterraneo tra storiografia e pedagogia

9788829027019di Laura D’Alessandro 

Il Mediterraneo è ancor oggi uno spazio di studio senza limiti. Una fonte inesauribile per approfondire, rivedere e rileggere i molteplici aspetti di cui si compone. Un campo di analisi e ricerche sempre suggestivo e mai scontato. Sarà per questo che Braudel ha coniato tra le più significative e belle definizioni di Mediterraneo: «Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà ma una serie di civiltà, accatastate le une sulle altre» [1]. E ancora «il passato del Mediterraneo è una storia accumulata in strati molto spessi (…), è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere».

Ad impreziosire ulteriormente questo “spazio sacro” del Mediterraneo, con ricche riflessioni e con una puntuale analisi storica che travalica la mera traccia storiografica, ci hanno pensato Beatrice Borghi [2] e Filippo Galletti [3] che, con il saggio Un’altra storia del Mediterraneo. Incontri tra ricerca e didattica (Carrocci 2025), compiono un’operazione molto interessante, non solo per una maggiore conoscenza del passato, ma anche per evidenziare ulteriori strumenti interpretativi di lettura del presente.

L’approccio critico alla storiografia e all’insegnamento della storia è posto al centro dell’analisi. Gli autori non solo sottolineano la necessità di una didattica che riscopra le radici metodologiche della ricerca storica, ma evidenziano anche l’importanza di un aggiornamento continuo, in particolare per i futuri insegnanti. Questo aspetto pedagogico, che invita a una partecipazione attiva alla costruzione della conoscenza storica, è una riflessione essenziale per superare la visione troppo spesso riduttiva del ruolo della storia nelle scuole e nelle università.

Ogni capitolo si apre con una illustrazione di un oggetto, opera dell’artista Francesco Faina che con talento e sensibilità ha dato forma visiva a ogni sezione, offrendo personali e affascinanti interpretazioni delle parole scritte, con coerenti spunti didattici, tra metodologie laboratoriali e uso delle fonti.

Ogni capitolo interroga il presente per rileggere il Mediterraneo attraverso le sue stratificazioni storiche, mostrando come le antiche narrazioni continuino a modellare le dinamiche attuali. La prospettiva adottata consente di superare la sequenza arida di eventi, restituendo alla storia la sua capacità di generare emozioni, interrogativi e strumenti critici per comprendere il mondo contemporaneo. Trasformare, dunque, la storia da semplice racconto a esperienza viva, stimolando emozioni e curiosità.

D’altra parte, la storia possiede potenzialmente un valore formativo estremamente elevato, grazie al ruolo determinante che la coscienza/consapevolezza del passato rappresenta quale meta educativa prioritaria per il sistema formativo di una società che possa definirsi democraticamente avanzata. Il valore formativo della storia non si presenta, tuttavia, esclusivamente nell’ambito disciplinare delle conoscenze trasmesse, piuttosto si rivela più proficuo attraverso lo sviluppo di uno sguardo critico che conferisca agli studenti gli strumenti di analisi necessari alla formulazione di analisi critiche e valutazioni fondanti e logicamente coerenti.

Se i valori civici e sociali non poggiano su strutture cognitive capaci di analizzarli, criticarli e apprezzarli, si rischia di comunicarli sotto forma di indottrinamento e l’insegnamento che indottrina produce uno sguardo distorto verso la storia, anche se ispirato da valori democratici e di solidarietà sociale. L’insegnamento della storia ha un valore formativo quando invita lo studente a utilizzare quegli strumenti che lo portano non a giudicare bensì a comprendere criticamente il passato e, di conseguenza, il presente.

Prime migrazioni umane. I numeri lungo i percorsi rappresentano gli anni trascorsi da ciascun movimento migratorio (in" anni fa").

Prime migrazioni umane. I numeri lungo i percorsi rappresentano gli anni trascorsi da ciascun movimento migratorio

La storia ha, dunque, smesso di essere concepita come una delle chiavi di lettura dei fenomeni del presente? È riduttivamente narrazione, comprensione e analisi di un passato che non ha più voce in capitolo in un’epoca in cui risulta superfluo e faticoso, doloroso a volte, porsi troppe domande e andare a ricercare le cause dei fenomeni? Ridare valore all’insegnamento della storia oggi è un obiettivo da assumere sul piano pedagogico complessivo.

Ogni tema del saggio è affrontato mettendo in relazione il dato storico con la sua risonanza nel presente, affinché la storia torni a essere una lente viva, un “sensore privilegiato” e non un repertorio di nozioni da memorizzare. In particolare, ciascun capitolo – come abbiamo detto – muove da un oggetto che introduce una narrazione immersiva – un “immagina di essere” collocato in un preciso contesto spazio-temporale – cui segue il raccordo con il presente e l’approfondimento storico tematico. 

Nel contesto odierno, ad essere mutato in maniera irreversibile è proprio il rapporto con il tempo e con lo spazio. Nell’era digitale la distanza si riduce in entrambi gli ambiti, quasi si annulla. Nella cultura social dell’istante, della fruizione immediata di stimoli e informazioni, è venuto meno il valore che si dà al tempo: al tempo che passa, che necessita di lunghezza, di distensione e di distinzioni, di cammino, per essere riconosciuto, decifrato, capito e raccontato. L’hic et nunc prevale su ogni altra dimensione.

Il tema del Mediterraneo nel saggio è sviluppato mostrando come le acquisizioni storiografiche più recenti possano tradursi in pratiche didattiche concrete, senza rinunciare alla complessità della disciplina.  Tale dispositivo narrativo-analitico, concluso da spunti didattici operativi, è concepito per integrare esperienza, interpretazione e pratica educativa, favorendo un apprendimento storico attivo e consapevole, orientato alla formazione degli insegnanti (e non solo). 

Gli spunti metodologici e le fonti, richiamate in chiusura del saggio, traducono pertanto il percorso del capitolo in attività operative, pensate per sostenere l’apprendimento attivo e per offrire ai docenti strumenti immediatamente utilizzabili. La struttura essenziale e al tempo stesso rigorosa mira a offrire un riferimento operativo che faciliti l’elaborazione di percorsi didattici innovativi e motivanti. Per centrare questo obiettivo, occorre ridare un senso alla disciplina, cercarlo nell’attuale contesto sociale e di conoscenza, a partire dalla promozione di un collegamento fra i percorsi di studio e i temi dell’attualità e cioè dall’esercizio costante degli studenti all’assunzione di un punto di vista critico sull’oggi. Partire quindi dal “qui ed ora” per riscoprire l’“allora”. È questo l’approccio che dovrebbe guidare le linee metodologiche di un corretto apprendimento dei processi storici.

Nella prospettiva reale dello svolgersi del tempo, le basi della conoscenza e della realizzazione del presente e del futuro si trovano nel passato, così che 

«indagare sulla nostra provenienza collettiva e individuale può significare non soltanto cercare di conoscere una parte consistente di noi stessi, ma anche impedire che siano altri a dire ciò che siamo e a tentare di manipolare e “usare” la nostra storia per loro fini. È ben noto come tutti gli appelli e le rivendicazioni che portano a forme di intolleranze e di conflitto si richiamino a un utilizzo strumentale della storia, alterata e vista esclusivamente da angolazioni di parte; semmai la coscienza del legame inscindibile tra passato, presente e futuro dovrebbe indurci a un maggior senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future, soprattutto in fasi come quelle odierne, in cui molte delle nostre scelte o “non scelte” rischiano di divenire irreversibili (…). Dal riscontro che oggi la storia del Mediterraneo offre una narrazione quotidiana piuttosto diversa da quanto accadde nel passato più remoto, come del resto è plausibile. Sembra che quella storia e quelle lontane memorie delle culture della medius terra siano state dimenticate o offuscate dalle odierne società. Se il nostro sguardo sul passato parte dal presente, la domanda che ci poniamo è la seguente: cosa ci possono dire quelle storie di scambi e migrazioni delle “terre di mezzo” al continente liquido rispetto a un’attualità che sembra aver avvolto nell’oblio le stesse testimonianze che le ha prodotte?» [4].
Sesterzio di Traiano, zecca di Roma, inizi II secolo d.C.

Sesterzio di Traiano, zecca di Roma, inizi II secolo d.C.

Come guardare, dunque il Mediterraneo? Può dirsi solo un mare geografico o è anche una realtà storica, culturale e politica? In che modo le nostre percezioni del Mediterraneo sono influenzate da immagini moderne rispetto alla visione storica che abbiamo dei suoi popoli e della sua storia? Se dal punto di vista geografico il Mediterraneo è stato spesso visto come un muro, lo studioso Jared Diamond [5] nella Premessa al libro sottolinea, sin da subito, come questo mare non è solo una sorta di separazione, un blocco, ma anche, e soprattutto, un “ponte” che trasmette tanto altro. La stessa «geografia del Mediterraneo è la ragione ultima per cui i popoli europei, piuttosto che quelli di altri continenti, sono arrivati a dominare il mondo moderno. Ma questo è solo l’inizio della storia del perché il Mediterraneo è così importante, complesso e affascinante».

Ripercorrere la storia del Mediterraneo, d’altra parte, è estremamente affascinante perché ci conduce per un sentiero interpretativo che parte dal suo stesso nome. Definire il Mediterraneo non è mai stato semplice ed è sempre rischioso. Lo hanno fatto in vario modo storici, studiosi, poeti e letterati, andando alla ricerca di analogie o, ancor più spesso, coniando suggestive metafore e rifacendosi a simboli che solo dalla loro estrema vaghezza traggono una parvenza di verità.

Si resta colpiti dalle tante definizioni che sono state date del Mediterraneo e dalla sensazione di riconoscersi in molte di queste. E quante ancora, ciascuno di noi potrebbe coniarne colpito dalle immagini, dalla storia, dai profumi, dai colori, dalla musica. Definizioni che colgono i tanti vari frammenti di cui si compone questo mare. Non è infatti lo spazio geografico che, senza dubbio, ha profondamente influenzato il percorso storico di ogni angolo dei “mondi del Mediterraneo”, ma sono «gli aneliti legati alla costruzione di un immaginario collettivo che trascendono i confini fisici e politici delle nazioni che si affacciano su di esso».

Il Mediterraneo rappresenta, infatti, una pluralità di universi. Un mare i cui affluenti culturali confluiscono nelle stesse acque, mescolandosi in un sincretismo profondo sotterraneo, misterioso, che riguarda ogni movimento dell’esistere. È evidente che gli elementi interpretativi per posizionare il Mare nostrum nella storia risiedono proprio nella presenza di tante culture e nell’attitudine a far convivere nello scambio continuo le diversità. Ciò che fa del Mediterraneo un universo a sé, dotato di una sua storia e di una riconoscibile civiltà che ugualmente possiamo dire sua, è appunto il modo con cui si vengono da sempre e continuamente articolando le sue diversità.

Come definire, dunque, il Mediterraneo? Per alcuni, seconda un’asciutta definizione fisica, il Mediterraneo non è che “una fenditura della crosta terrestre”. Per altri, secondo una definizione prettamente dinamica, «Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro, e quindi di città che, dalle più modeste alle medie, alle maggiori si tengono per mano. Strade e ancora strade, ovvero tutto un sistema di circolazione». Mercatore [6] nel suo Atlante annotava con molta semplicità: «Il Mediterraneo riceve più nomi, in rapporto alle terre fino alle quali arriva». La storia ci insegna che le denominazioni del mare dipendono dalla sua posizione, dal suo rapporto con le terre che bagna e dalla sua appartenenza a quelli che ci vivono accanto. Popoli antichi, come gli Egiziani e i Sumeri, definivano il Mediterraneo “Mare Superiore”, in relazione alla posizione che esso aveva nei confronti della loro terra. Per indicare il mare – che poi si è chiamato “Mediterraneo” – gli antichi (greci e romani) avevano a disposizione tre espressioni: “nostro mare”, “grande mare” e “mare interno”.

L'impero romano al momento della sua massima espansione sotto traiano, inizio del II secolo d.C.

L’impero romano al momento della sua massima espansione sotto traiano, inizio del II secolo d.C.

La via delle metafore conduce inevitabilmente a notazioni suggestive. Come nel caso dell’identificazione del Mediterraneo con l’immagine di una «fossa circondata da gradini su cui si sporgono le nazioni», un anfiteatro con lo scenario di pietra, «tagliato una volta per tutte nella roccia», come nelle tragedie antiche, e con il mare per sfondo. Questa immagine ne suggerisce subito altre: «il Mediterraneo non è che pietra e acqua; sulle sue rive senza foreste non c’è altro legno che l’ulivo, che è piuttosto una grande radice sorta dalla terra per vivere nel cielo» [7].

Alcune definizioni restano confinate al significato delle parole, altre travalicano questo confine e ci restituiscono immagini che vanno oltre la descrizione fisica. Il Mediterraneo è anche contrasti, si è di fronte a due Mediterranei: il nostro e l’altrui. Il Mediterraneo è un mare di contrasti grandi e lo sviluppo della civiltà avviene in dura lotta contro la barbarie altrui e propria. E la ragione stessa è “Figlia” di questa vegliante esperienza.

La preziosa ricerca di Borghi e Galletti restituisce una nuova visione del Mediterraneo che deve avere necessariamente un orizzonte ampio e cosmopolita. È questa l’idea di una grande cittadinanza mediterranea. Senza questo respiro, senza coraggio e immaginazione, si corre il rischio di veder sparire l’entusiasmo nel risucchio di una competizione meschina, che riproduce in ogni luogo patrie piccole e gelose l’una dell’altra. Non è certo con questi piccoli egoismi che si possono fronteggiare i pericoli che si hanno di fronte.

In fondo, abbiamo tutti abitato lo stesso spazio periglioso del Mediterraneo, muniti degli stessi strumenti nautici e delle stesse conoscenze astronomiche, insufficienti entrambi a scongiurare le insidie dei flutti. La storia di quei viaggi e di quegli incontri è stata per millenni una storia comune, che ha imposto il suo ritmo cadenzato al progresso. Oggi, più che mai, occorre ripartire da questa storia comune, fatta di tanti approdi quanti naufragi, per tessere una nuova narrazione delle terre e del mare attraverso un approccio globale alla conoscenza storica. Ripensarla proiettandoci su scala mediterranea significa riconsiderare le relazioni e allargare la prospettiva alla complessità, punto di partenza per proiettarci su una dimensione più vicina alle problematiche dell’attualità.

Carta di Gerusalemme, illustrazione di Pietro del Massaio (1472).

Carta di Gerusalemme, illustrazione di Pietro del Massaio (1472)

La storia che gli autori tentano di proporre nel saggio si lega all’appassionato dipanarsi del racconto della pluralità dei mondi che si sono avvicendati nel tempo e nello spazio a partire da una questione: quali rapporti la variegata umanità che popola i territori mediterranei definiva rispetto ai tempi (l’importanza di ordinare il filo “dei tempi” e di dare senso alla storia), agli spazi (e dunque alle spazialità) e all’“altro” (l’alterità). Una domanda che li induce a una riflessione che coinvolge almeno altri due concetti: la descrizione che i gruppi sociali ne fanno attraverso le opere scritte nei rispettivi diversi affreschi mediterranei e, infine, come gli stessi racconti possono restituirci tale complessità di voci e di forme, riconoscendo, noi stessi, i limiti di questa impresa ambiziosa.

Il saggio prova a suggerire un’altra storia del mondo mediterraneo nello sforzo di affrancarsi dalla prospettiva eurocentrica e privilegiando i punti di vista delle società non europee, per tentare di riconsiderare il racconto distaccandosi delle nostre sicure routine intellettuali, per cercare di spostare gli sforzi di decentramento verso un insieme diacronico di storia globale. Forse, in questo modo, la specificità con cui si guarda all’Europa, così centrale e sempre sospetta nella storiografia mondiale, emergerà in una dimensione spaziale e temporale meno onnipresente e onnisciente e parte di un percorso narrativo in cui tutta l’umanità ha avuto il suo spazio nelle vicende volte a definire la storia planetaria. Una storia, dunque, contraddistinta da quadranti geografici ed esiti e non dagli eventi. Le diverse sfide moderne, come i conflitti tra religioni e culture, le dispute territoriali e le tensioni geopolitiche, hanno infatti radici storiche che risalgono all’antichità.

È in questa prospettiva che lo studio della storia può dimostrare, come già evidenziato, la sua utilità: stimolare interessi e curiosità e suscitare una partecipazione attiva all’apprendimento e conseguente assunzione di responsabilità. Avvicinarsi alla storia del Mediterraneo attraverso l’attualità consente di riconoscere come le esperienze passate continuino a influenzare il presente. Le questioni di identità, cultura e diritti umani possono essere comprese meglio nel contesto delle sperienze storiche. Le stesse identità nazionali nel Mediterraneo sono spesso complesse e stratificate. La storia delle comunità aiuta a svelare le tensioni tra nazionalismo e multiculturalismo, un tema estremamente rilevante oggi, soprattutto in relazione alle politiche di immigrazione e integrazione.

Il mondo attuale può essere visto come una grande vetrina del passato, al cui allestimento hanno contribuito tutte le esistenze, tutti gli eventi e tutti i fenomeni succedutisi nel tempo, seppur a vario titolo e con diverse intensità. Tra essi molti, tuttavia, restano occultati, non visibili, addirittura perduti e cancellati da un voluto oblio o da esiti avversi. L’eredità storica che abbiamo ricevuto non contiene tutte le tracce di quanto è accaduto, ma solo quelle maggiormente evidenti, come risultato di una selezione che ha omesso le vicende degli sconfitti, degli emarginati, quindi dei “dimenticati della storia”. Tuttavia, ogni accadimento, ogni presenza, seppur ridimensionata o dimenticata, ha sicuramente, anche solo minimante, modificato e segnato la situazione precedente. Resta il fatto che il presente racchiude come in un palinsesto ogni segno tangibile del passato dell’umanità.

Christine de Pizan, La città delle donne, I: Cristina e le tre dame, dettaglio. Parigi, Biblioteca nazionale di Francia, ms.fr.607,1400-10.

Christine de Pizan, La città delle donne, I: Cristina e le tre dame, dettaglio. Parigi, Biblioteca nazionale di Francia, ms.fr.607,1400-10.

Il Mediterraneo ha conosciuto lunghi periodi di relativa pace e secoli invece di lotte e dissidi. La sua storia è caratterizzata dalla consistenza e dal conflitto di dati e fatti incompatibili. In questo mare è nata la ragione, ma si è anche scatenata la follia umana. Si sono incontrati, mescolati e combattuti etnie, religioni, passioni e costumi. Crisi, diversità, conflitti sono stati però altrettante occasioni di rinnovamento, di trasformazione e di rigenerazione. È evidente che gli elementi interpretativi per posizionare il Mare nostrum nella storia risiedono proprio nella presenza e coesistenza di tante culture e nell’attitudine a far convivere nello scambio continuo le diversità. Ciò che fa del Mediterraneo un universo a sé, dotato di una sua storia e di una riconoscibile civiltà che ugualmente possiamo dire sua, è appunto il modo con cui si vengono da sempre e continuamente articolando le sue diversità.

Ciò che davvero dovrebbe emergere con nitidezza e coraggio è, soprattutto, un’idea e una latitudine più ampia del Mediterraneo, liberata dai luoghi comuni, degli abbagli identitari, delle percolazioni ideologiche che hanno consumato e vivisezionato le terre e gli uomini. Questo processo comporta la rievocazione delle piccole culture poiché la ricchezza di questo mare è nei piccoli porti, nei luoghi di contrada, sconosciuti e a lungo relegati ai margini della storiografia.  Eppure è in quel cangiare pelle da posto a posto, da frazione a frazione, da villaggio a villaggio nel vasto brulicare di lingue, dialetti, abitudini, attese, desideri, sogni, immaginazioni, facce con le mani nella terra, in questo screziato paesaggio materiale e immateriale che sta la grazia e la bellezza del Mediterraneo.

Le sue rive sono terre di un unico cielo che il mare congiunge. Da secoli gli uomini di queste acque ne hanno fatto la superficie del loro cammino per incontrarsi, scontrarsi, mescolarsi, cooperare. Lo scambio e la ricerca non si sono mai interrotti. Da secoli i mediterranei hanno compreso che la strada per costruire la propria storia bisogna percorrerla insieme. E ancora oggi, i suoi intellettuali indicano questo cammino con onestà e coraggio per affermare questa verità di pace di dialogo.

Sostiene Cassano che finché «continueremo a ritenere che lo scorrere inevitabile verso Occidente sia l’unico strada percorribile e che il Mediterraneo sia solo un mare del passato, avremo puntato gli occhi nella direzione sbagliata e il degrado che ci circonda non cesserà mai di crescere». Il Mediterraneo, oggi, è alla drammatica ricerca di un’identità che lo collochi, con le sue antiche radici nella modernità presente contro lo sradicamento della società e la frantumazione delle origini per consentire la sopravvivenza. Una migliore comprensione di ciò che siamo per poter progettare al meglio il futuro.

Per Borghi e Galletti, questa potrebbe essere quindi

«la motivazione più efficace, tanto per la ricerca storica quanto per la trasmissione dei suoi esiti attraverso la didattica e la divulgazione. Una formulazione che, per quanto inoppugnabile, non deve rimanere un’espressione di comodo, uno slogan di facciata, né privo della necessaria sostanza retrostante, come troppo spesso pare, almeno a giudicare dalla demotivazione con cui in genere si continua a insegnare la storia. La rinuncia ad introdurre e ad accompagnare lo studio della storia esponendo e sottolineando le sue ragioni e i suoi motivi è una delle carenze più deleterie nelle forme più comuni e diffuse del suo insegnamento e si somma al rifiuto o all’incapacità di presentarne i temi metodologici fondamentali, quelli della terminologia, del periodizzamento, della ricerca, delle fonti e del loro impiego. Si pretende così di impartire dei contenuti a scatola chiusa che trovano spesso un naturale rifiuti da parte dei destinatari, in particolare degli scolari. Naturalmente che alla conoscenza della storia attribuisce le potenzialità che si sono esposte non può che rammaricarsi del divario tra la rassegnata passività con cui essa continua a crescere generalmente percepita e le potenzialità che potrebbero arrivare nei processi formativi. Del resto, è ben noto che ogni forma di insegnamento, in qualsiasi materia e a qualsiasi livello, per quanto programmata e finalizzata, si traduce sempre in un atto creativo che coinvolge docenti e studenti nella produzione di nuove conoscenze per gli uni e per gli altri»[8].
 Disco di Festo, II millennio a.C., Museo archeologico di Candia, Creta

Disco di Festo, II millennio a.C., Museo archeologico di Candia, Creta

Dunque, il punto di partenza della ricerca e delle prospettive didattiche oggetti di analisi del saggio è proprio il presente in quanto “richiamare la storia e le antiche narrazioni comparandole con le storie attuali, ben oltre l’apparente aridità delle pagine dei libri e delle sequenze di dare ad eventi da ricorda che spesso ne deprimono il contenuto, significa afferrare l’emozione della storia [9].

Quali storie, dunque, restituiscono gli esiti presentati nel saggio? Gli affreschi teorici tentano di restituire il crogiolo di culture che costituisce il Mediterraneo, nella piena consapevolezza che i quadri di insieme che li definiscono nella loro complessità sono parziali e incompleti, si potrebbe dire “acquerelli a tinte molto tenui” che hanno, però, un legame carsico e sottile che li unisce. L’analisi che si propone è quella di una visione d’insieme delle grandi eredità lasciate dai diversi periodi storici. Ogni epoca è un contenitore di fenomeni ed eventi che hanno contributo a conferirle determinate caratteristiche che possono definirsi uniche.

Ma ogni epoca è anche l’esito di attraversamenti, trasformazioni e processi evolutivi di origine antica. Processi che possono concludersi durante la stessa epoca oppure proseguire oltre o addirittura permanere ancora oggi. Mediante un confronto tra le situazioni precedenti e successive, è possibile individuare elementi di continuità e fratture evidenziando sia i grandi risultati storici, sia le eredità specifiche di ciascun periodo. Per comprendere meglio la complessità di questi processi, è utile focalizzarsi su alcuni aspetti chiave che hanno subìto trasformazioni significative nel corso del tempo. Gli stessi aspetti demografici e sociali dei popoli, il loro rapporto con le risorse naturali e i loro riferimenti culturali e religiosi offrono una visione panoramica che permette di introdurre e seguire le trasformazioni storiche attraverso una successione cronologica degli eventi principali. Con l’obiettivo di analizzare e sistematizzare l’enorme varietà di fattori che hanno concorso a determinare tali risultati, il saggio propone una rassegna di filoni tematici collocati all’interno di cornici entro cui sviluppare profili diacronici, analizzabili a diverse scale: planetaria, continentale, nazionale o territoriale, al fine di cogliere sia le macro trasformazioni sia le dinamiche locali, offrendo una comprensione più completa delle eredità storiche e del loro impatto sul presente.

E per concludere, con le parole di Borghi e Galletti,

«il Mediterraneo, che culla storie d’oro e di sale, è un mare che vive tra il passato e il presente, dove le onde raccontano leggende di eroi, e i suoi venti sussurrano parole di poeti antichi. Le terre che bagna sono testimoni di un tempo in cui ogni porto era un sogno di viaggiatori e ogni riva un rifugio di civiltà che si intrecciavano. Oggi il mare è ancora lì, un legame tra i popoli, ma anche uno specchio di sfide nuove, dove le acque portano con sé speranze e disperazioni, dove ogni onda è un messaggio che sfida il silenzio. Il Mediterraneo non è mai lo stesso, ma sempre eterno. Ogni pietra sulle sue coste è memoria, ogni balena che si fa strada sotto il suo cielo è un canto che unisce passato e futuro, mentre i suoi colori, ora blu, ora dorati, parlano una lingua che non smette mai di essere ascoltata» [10]. 
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Braudel F., (1985), Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, Milano, Bompiani.
[2] Beatrice Borghi insegna Storia medievale e Didattica della storia all’Alma Mater Studiorium – Università di Bologna. Si occupa di storia del pellegrinaggio, in particolare dei santuari nell’era euromediterranea a partire dai modelli gerosolimitani. Ha pubblicato, tra gli altri: Borghi, B., African Landings: Egypt and Sinai as Seen by Medieval European and Arab Travellers (4th–15th Centuries), London and New York, Routledge Taylor & Francis Group, 2025; B. Borghi, Come a Gerusalemme. Reliquie, oggetti sacri e devozione nella Bologna medievale, Roma, Carocci editore, 2022; Borghi B., Il Mediterraneo di Anselmo Adorno. Una testimonianza di pellegrinaggio del tardo medioevo, Bologna, Pàtron Editore, 2019.
[3] Filippo Galletti insegna Storia medievale all’Alma Mater Studiorium – Università di Bologna. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle fonti normative cittadine e delle corporazioni e sulla didattica della storia e del patrimonio. Ha pubblicato, tra gli altri: Galletti F., Le società delle arti a Bologna: economia, politica, società (secoli XIII-XIV), Roma, Carocci editore, 2025; Galletti F., Porti e approdi nelle descrizioni di pellegrini e viaggiatori del XV secolo, «Bibliomanie», 2024: 1-22; Galletti, F., Tecnologie per l’insegnamento e l’apprendimento della storia tra formazione e didattica, «Ricerche Storiche», 2024: 137-148.
[4] Borghi B., Galletti F., op cit.:11, 13.
[5] Jared Diamond Mason Diamond (Boston, 10 settembre 1937), Professore di Geografia dell’Università della California, Los Angeles) è un biologo, fisiologo, ornitologo, antropologo e geografo statunitense. È noto a livello mondiale per il saggio Armi, acciaio e malattie (1997), vincitore del Premio Pulitzer per la saggistica. In tale opera esplora i fattori geografici, culturali, ambientali e tecnologici che portarono alla dominazione della cultura occidentale sul mondo e ipotizza un nuovo tipo di storia basato sulla scienza che può formulare previsioni piuttosto che semplicemente descrivere “un maledetto fatto dopo l’altro”.
[6] Gerardo Mercatore (1512-1594) fu filosofo e teologo fiammingo che si dedicò con passione allo studio della matematica e dell’astronomia.
[7] P. Morand, Méditerranée, mer des surprises, (1938), Édition du Rocher, Monaco 1996 (cit.: 225-226).
[8] Borghi B., Galletti F., op cit.: 11,12.
[9] ivi: 12.
[10] ivi: 12,13.

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Laura D’Alessandro, ricercatrice, dopo la laurea in Sociologia, presso l’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito il Master in Cittadinanza europea e integrazione euromediterranea: i beni e le attività culturali come fattore di coesione e sviluppo presso l’Università Roma Tre (in collaborazione con il Ministero dei Beni culturali). Ha svolto attività di docenza su tematiche legate all’identità e alla storia del Mediterraneo presso l’Università Roma Tre e su esperienze progettuali finanziate dai fondi europei nel settore dei beni culturali, delle imprese creative e delle politiche sociali presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il saggio Mediterraneo crocevia di storia e culture. Un caleidoscopio di immagini, sui tipi de L’Harmattan, 2011 (ristampa 2016), con il quale ha vinto il Premio Letteratura, Poesia, Narrativa, Saggistica (XXXII edizione – 2016), dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Collabora con riviste e periodici.

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