Il Mediterraneo. Storie di barche

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

di Eugenio Grosso

A dicembre 2015 ho visitato il porto di Portopalo di Capo Passero.

Mi avevano parlato di uno spazio in cui i relitti delle navi dei migranti venivano ammassati. Volevo vederli. In quegli anni avevo iniziato a occuparmi di flussi migratori e avevo trascorso la primavera e l’estate viaggiando lungo le rotte che dai Balcani portano al cuore dell’Europa.

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

Avevo fotografato nelle campagne, lungo le ferrovie macedoni e le stazioni di frontiere che scoppiavano di gente, visitato i capannoni abbandonati e le fabbriche dismesse della Serbia, a ridosso del confine ungherese, dove in migliaia aspettavano esposti al freddo e alla pioggia avvolti in sacchi della spazzatura.

Mai, però, mi ero occupato di immigrazione nella mia terra, la Sicilia. Avevo deciso di iniziare da quei relitti.

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

Era una giornata di sole, caldissima nonostante fosse dicembre. Avevo attraversato la cittadina di Portopalo e poi, lasciatala alle spalle, ero sceso verso il porto. Come un archeologo che cerca tracce di popolazioni antiche mi ero addentrato tra gli scafi spiaggiati di grandi pescherecci. Le grandi creature dormivano poggiate sul fianco o ritte come fossero ancora in mare e io mi aggiravo silenzioso e con rispetto cercando i resti di civiltà sepolte, o così mi pareva.

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Portopalo (ph. E. Grosso)

Le forme delle barche mi erano familiari, mille volte avevo visto nella mia infanzia e giovinezza quegli stessi pescherecci ancorati nei porti della costa siciliana. Li studiavo per coglierne un segno che potesse dichiarare la loro origine ma non trovavo nulla.

Portopalo (ph. E. Grosso)

Portopalo (ph. E. Grosso)

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

I gabbiani saltellavano di tanto in tanto su una chiglia bruciata da cui spuntavano lunghi chiodi anneriti simili alla lisca di un grosso pesce. Una rara auto si spingeva al limitare estremo del porto, proprio sotto gli uffici della Capitaneria, lasciando dietro di sé una scia delle voci confuse dell’autoradio.

A un tratto avevo scorto qualcosa. Una scritta in arabo appariva, quasi cancellata, su uno degli scafi. Mi ero avvicinato e avevo scoperto, accanto alla prima, una serie di imbarcazioni con le fiancate dipinte e decorate. Occhi, nomi, invocazioni, erano tutte tracce delle storie di quei vascelli.

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Portopalo (ph. E. Grosso)

Ero entrato all’interno di una barca e avevo seguito le poche tracce superstiti di coloro i quali vi avevano viaggiato. Un giubbotto di salvataggio, delle scarpe, un pupazzo di peluche, era tutto quello che restava a bordo come testimonianza.

Mentre mi aggiravo tra e su le barche avevo pensato che fotografare quei resti sarebbe potuto servire per raccontare il tipo di viaggio intrapreso da quelle persone.

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

Che la precarietà di quei relitti sarebbe diventata metafora della precarietà del viaggio e simbolo dei pericoli affrontati su quelle barche. Decisi di fotografare le decorazioni, i numeri di telefono, le scritte che poi scoprii essere invocazioni per un viaggio sicuro.

Quando tornai a casa contattai alcuni dei ragazzi che avevo conosciuto lungo le rotte migratorie e chiesi loro di tradurre quelle scritte. Loro mi spiegarono di quell’altra pista che porta all’Europa, più breve e più pericolosa.

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Portopalo (ph. E. Grosso)

Di come si debba attraversare il deserto, restare bloccati in un limbo senza soldi né documenti e poi attraversare il Mediterraneo su pescherecci che spesso vengono venduti agli scafisti dai pescatori quando questi li ritengono troppo pericolosi per uscire a lavorare.

Quelle barche per me restano cariche di storie che ancora non conosco ma vorrei un giorno poter raccontare.

Trans Med - Migrants' Shipwrecks

Portopalo (ph. E. Grosso)

Oggi, appena passata la Giornata della Memoria ripenso a quei relitti e agli oggetti contenuti al loro interno. Un giorno, probabilmente, li tratteremo con lo stesso rispetto e la stessa vergogna con cui vengono esposti nei musei della Shoa i beni un tempo appartenuti alle vittime dell’Olocausto.

La Senatrice Liliana Segre, che a quell’orrore è sopravvissuta, ha di recente dichiarato come l’indifferenza nei confronti dei migranti sia simile all’indifferenza che portò lei e la sua famiglia alla deportazione nei campi di sterminio. In queste ore, ancora una volta, un’altra nave viene tenuta a distanza delle coste siciliane, al largo di Siracusa, poco distante da quegli stessi relitti.

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

L’imbarcazione contiene una minaccia, troppo grande per lasciarla avvicinare alla costa, un’emergenza dalle proporzioni mai viste e quindi impossibile da gestire. 47 persone, tra cui alcuni minori non accompagnati. Evidentemente si tratta di un problema troppo grande per il governo italiano e per l’intera Unione Europea. 47 persone a cui si cerca di negare la propria identità di individui. Clandestini, alla meglio immigrati, ma mai persone.

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo (ph. E. Grosso)

Come ci insegna la storia, spersonalizzare è il primo passo per rendere accettabile la perpetrazione di qualsiasi atrocità. Non erano esseri umani gli ebrei, non lo sono i negri, tanto meno quelli clandestini. Intanto, un’altra barca rischia di diventare relitto, questa volta naufragato in un mare di indifferenza.

Trans Med - Migrants' Shipwrecks

Portopalo (ph. E. Grosso)

A rivedere gli scatti che ho eseguito sui cimiteri di imbarcazioni lacerate e squarciate dal mare, rovinosamente abbandonate dagli uomini su moli e rive e – in contrappunto – a ripensare alle drammatiche cronache politiche di respingimenti e di violenze che irrompono e incalzano ogni giorno nelle nostre giornate,

Portopalo-ph.-E.-Grosso.

Portopalo ph. E. Grosso)

ho paura che questi relitti di legni macerati e di segni tracciati sulle chiglie, questi scheletri di scafi che hanno sfidato il Mediterraneo e sono oggi spiaggiati come carcasse di animali sfiniti, ho paura che diventino metafora del nostro declino, del nostro destino, del colpevole tramonto delle nostre responsabilità, del definitivo naufragio delle nostre coscienze.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
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Eugenio Grosso, fotogiornalista italiano che si occupa di temi sociali e di conflitto. Nel 2015 ha realizzato diversi servizi nei Balcani e in Nord Europa seguendo le rotte dei migranti attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e infine Francia. Tra il 2016 e il 2017 ha vissuto in Iraq durante la campagna per liberare la città di Mosul dall’occupazione di ISIS. Nel 2018 ha pubblicato un libro fotografico sulla sua esperienza di quel periodo.

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