Il Mediterraneo in corpo

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Mazara (ph. G. Caruso)

di Nar Ben-Yehoyada [*]

Ero accovacciato su un piccolo sgabello di legno, a poppa di un peschereccio da qualche parte tra la Sicilia e la Tunisia. Davanti a me c’era un mucchio di pesci e crostacei che avevamo appena issato sul ponte, alcuni dei quali erano ancora vivi e in movimento. Il nostro compito, ovvero quello dei membri dell’equipaggio accovacciati accanto a me o tanto fortunati da essere seduti comodamente attorno a un tavolo, era di smistare quel mucchio in grosse ceste, una per ogni  categoria di pesce commerciabile. Le cicale di mare, molto vigorose, usavano gli artigli per arrampicarsi fuori dal fondo fangoso del mucchio, nel quale le altre creature agitavano le spine o le pinne. Allungai la mano destra per afferrarne una, ma invece di prenderla saldamente, finii per tenerla per la coda. La cicala, che aveva ficcato un artiglio nella bocca e negli occhi di un’adiacente sardina, me la tirò addosso. Con le dita bagnate e infangate afferrai la sardina e cercai di liberarla dalla presa della cicala, ma finì invece per strapparne la testa.

«Inizia con i gamberoni e prendili da dietro! Così non possono afferrarti», disse Hajj, il pescatore tunisino che mi aveva introdotto a bordo e che sembrava divertito dalla mia battaglia contro quegli animali. «Stai attento che non ti afferrino. Se hai tagli alle dita non guariscono perché abbiamo sempre le mani bagnate». Feci del mio meglio per seguire le sue istruzioni e iniziai a prendere le cicale e smistarle nei cesti. Dopo fu la volta dei gamberetti, che mi sfuggivano ogni volta che provavo ad afferrarli. Fu un altro pescatore ad istruirmi, «Non aver paura di loro!», esclamò in arabo Montassar, il nipote del capopesca tunisino, mentre pescava dal centro del mio mucchio due grossi gamberetti, usando tutte e cinque le dita. «Devi tenerli forte». Afferrai dal mucchio, con una mano alla volta, diversi gamberi che fissai a lungo mentre cercavo di decidere a quale categoria di dimensioni appartenessero.

Dopo un paio di minuti, Hajj esaminò la dozzina di gamberi che stavo per gettare nel cestino della categoria “grande” e mi fermò. «Chissu non è grande – disse – Grande è ‘prima’». Mi mostrò la grandezza allungando leggermente il braccio destro e il palmo verso l’alto e poggiando l’indice sinistro sul polso destro. Poi sollevò un po’ la mano destra mettendo l’indice sinistro vicino al centro del pugno destro e disse: «Chissu è ‘seconda’». Infine, spostando l’indice sinistro appena sotto la nocca del suo indice destro, concluse, «e chissu è ‘terza’». Per quanto riguarda la lunghezza, queste erano le tre categorie. «C’è anche ‘extra’; tutto quello più grande di una mano, ma non ce ne sono molti in questa rete, quindi concentrati su prima-seconda-terza».

«Non babbiare!» –  gridò il capopesca dal tavolo di cernita – «A scartare con due mani!» gridò Zu Nino, il proprietario del peschereccio. E così facemmo. Dopo circa un’ora di cernita, il dolore che iniziai a sentire alla schiena mi rese consapevole delle divisioni sociali a bordo. Il capopesca (di nome Abderrahman, ma che mi aveva chiesto di chiamarlo Gianni), il capo macchinista (Paolo) e il proprietario (Zu Nino) erano seduti e lavoravano a un tavolo insieme al nipote del capopesca, Fathi. Mentre suddividevano il pescato, parlavano in un misto di lingue e registri: siciliano, italiano, siciliano imbastardito, mazarese o il dialetto dei pescatori. Io, Hajj, Montassar (l’altro nipote del capopesca) eravamo accovacciati, cioè in una posizione molto meno comoda. Ogni circa dieci minuti, tutti e tre ci alzavamo per raddrizzarci e stiracchiare la schiena, poi ricominciavamo con la cernita. Poiché ero considerato al fondo dell’ordine gerarchico della nave, appartenevo naturalmente tra gli accovacciati. Il vantaggio di questa posizione era che, poiché i miei due compagni erano tunisini, potevo far pratica dell’arabo tunisino, piuttosto che parlare la lingua franca del peschereccio, che era la miscela linguistica in uso al tavolo. Montassar non parlava italiano e preferiva che non si sapesse esattamente quanto ne capisse, mentre Hajj usava la lingua franca di bordo ogni volta che il mio tunisino era insufficiente. «Chissu è il lavoro», mi disse Hajj, in un tono a metà tra una dichiarazione solenne e una triste ammissione. «Questo è quello che facciamo».

Che diavolo ci facevo lì? Mentre ero accovacciato e mi confrontavo con la stanchezza e le code dei pesci, cercai di capire come ci fossi finito e, francamente, cosa ciò avesse a che fare con il Mediterraneo di cui ero alla ricerca. Era la metà di febbraio del 2008 ed eravamo a bordo da meno di un giorno, selezionando il primo pescato in un viaggio sarebbe proseguito fino a Pasqua, più di un mese dopo. Per quanto riguardava il mio lavoro sul campo, essere in mare era già una conquista personale. Per circa sei mesi non ero mai riuscito a convincere né le autorità portuali né alcun armatore ad accettarmi in una bordata di pesca. Ora che finalmente ero riuscito a imbarcarmi cominciavo ad avere dei dubbi, ma non c’era molto tempo per riflettere. Concentrai tutta la mia attenzione sul compito del momento: afferrare e smistare [1].

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Monumento al pescatore, Mazara del Vallo (ph. D. Cusumano)

Una cosa era sicura: ci stavamo dirigendo verso il banco di pesca tra Lampedusa e la costa orientale della Tunisia, per una spedizione di circa cinque settimane. Il nostro equipaggio era composto da quattro siciliani: il primo e il secondo macchinista, il capitano e il proprietario, e da quattro immigrati tunisini. I due cugini e Hajj, il mio “zio” che mi aveva adottato e portato con lui a mare in questa bordata, servivano come marinai semplici, come d’altronde ero io, che servivo anche come cuoco della nave. La nostra nave, il Naumachos, era nel suo modo di funzionare un esemplare tipico, o almeno così mi avevano detto, della flotta di Mazara del Vallo, la cittadina di pescatori che si affaccia dalla punta sud-occidentale della Sicilia. Stavamo pescando con un metodo che la flotta mazarese aveva perfezionato sin dalla Seconda guerra mondiale e il cui uso ha avuto effetti a livello transnazionale: la pesca a strascico con una rete trainata da un motore. La flotta, che negli anni Ottanta fu la più grande del Mediterraneo, era stata una volta il fulcro dell’economia e della politica di Mazara. Espandendo il suo raggio ai banchi di pesca del Nord Africa, essa gradualmente intrecciò il destino politico della città con la politica internazionale e la politica culturale del Mediterraneo. Eppure quella mattina tale dimensione transnazionale non era affatto percepibile a poppa del Naumachos.

La risposta alla domanda che mi posi quella mattina diventò la struttura portante di questo libro in cui propongo un’antropologia storica del Mediterraneo come esempio di formazione regionale transnazionale. Nei capitoli successivi sostengo che regioni quali il Mediterraneo debbano essere considerate come strumenti e punti di riferimento del transnazionalismo e che i processi storici attraverso i quali si formano regioni transnazionali come il Mediterraneo centrale debbano diventare oggetto di analisi antropologica. Propongo di considerare le regioni transnazionali come costellazioni in continua evoluzione, che si formano e si disintegrano attraverso l’interazione tra pratiche che vanno oltre le frontiere interne e i progetti ufficiali di costruzione di tali regioni. Dimostro come i pescherecci offrano un osservatorio privilegiato per lo studio di questi fenomeni; le loro rotte formano queste costellazioni, mentre a bordo si possono osservare le relazioni e le dinamiche sociali che le accompagnano. Se ritorniamo al Mediterraneo, possiamo acquisire un nuovo punto di vista sul transnazionalismo anche nel resto del globo.

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Pescherecci mazaresi nel Canale di Sicilia

Il Mediterraneo smarrito

Quando arrivai a Mazara nell’agosto del 2007 sapevo cosa stavo cercando. L’obiettivo, come spiegai ai miei professori negli Stati Uniti, era studiare la storia delle relazioni sociali tra siciliani e tunisini a partire dalla fine del diciannovesimo secolo. Da tutto quello che stavo leggendo, così come dalla mia visita preliminare in città l’estate precedente, avevo imparato che i pescatori di entrambe le coste avevano attraversato “da tempo immemore” il Canale di Sicilia. Più precisamente, sapevo che i mazaresi emigrarono in Tunisia, legalmente o meno, dal 1880 fino alla seconda guerra mondiale. Sapevo anche che alcuni di essi avevano lavorato come pescatori in Tunisia; che la flotta di Mazara era cresciuta esponenzialmente nel periodo in cui gli italiani erano tornati in Sicilia dopo l’indipendenza tunisina e durante la sua svolta postcoloniale e sapevo che alcune pratiche illegali erano continuate e in realtà si erano intensificate nei decenni successivi, quando il Mediterraneo centrale fu uno dei teatri principali della Guerra fredda.
Tenendo presente tutto ciò, pensavo che avrei trovato marinai siciliani le cui famiglie erano emigrate in Tunisia ed erano in seguito tornate in Sicilia. Queste vicende mi aiutarono anche a capire la presenza dei tunisini a Mazara e la loro superiorità numerica nella flotta peschereccia locale. Quando i mazaresi tornarono in Sicilia dopo decenni di pesca nelle acque tunisine, fu naturale che i pescatori tunisini, che avevano iniziato a fare capolino in città dalla metà degli anni ’60, seguissero i passi dei loro ex-datori di lavoro trasferendosi in Italia. In altre parole, immaginavo che, dal momento che un certo genere di pratiche – la pesca e l’attraversamento illecito dei confini – avevano avuto luogo per almeno un secolo, sarei stato in grado di rintracciare la persistente struttura sociale che le aveva permesse durante quel lungo periodo.

Quando arrivai a Mazara, dunque, il primo compito che mi prefissai fu di trovare queste famiglie di pescatori siciliani emigrati in Tunisia prima della Seconda guerra mondiale e poi tornate. Mi sistemai in un appartamento presso il vecchio porto, e chiesi a Mario, il mio padrone di casa, di aiutarmi in tale ricerca. Il primo giorno andammo al Circolo Marinai d’Italia, dove Mario chiese, in dialetto, se conoscevano qualcuno che calzasse la mia descrizione. «No», dissero; non veniva loro in mente nessuno. «E il picciotto cu è?», chiesero. «No, niente, è uno studente che sta scrivendo cose qui; storie di marinai», rispose Mario, e continuammo per la nostra strada.
Questo breve scambio mi fece intuire che non avrei trovato qui nessun testimone ancora vivente della longue durée mediterranea. Il passato era vivo a Mazara, ma non nel modo in cui mi aspettavo che fosse. Mazara vanta una storia millenaria di collegamenti e conflitti con l’altra riva del Canale di Sicilia. Il centro di Mazara, a cui ancora oggi ci si riferisce con le parole arabe Kasbah e Medina, conserva la struttura urbana e i resti di uno stile architettonico che risale al periodo arabo medievale e arabo-normanno. Il fiume Mazaro, che dà il nome alla città e attraversa ancora il vecchio porto, era un tempo la linea di confine tra la Magna Grecia e gli insediamenti filo-cartaginesi. Nell’ 827, la flotta araba sbarcò vicino a Mazara e la conquistò: un preludio a un dominio arabo sulla Sicilia lungo duecento anni. Nel 1072, il Conte Normanno Ruggero I completò la conquista della Sicilia a Mazara e, per celebrare l’impresa, vi costruì una cattedrale.

Più recentemente, Mazara ha attraversato sessant’anni di storia tumultuosa. All’inizio del ventesimo secolo, aveva avuto solo una parte di secondo rilievo nei flussi migratori e nei rapporti tra l’Africa settentrionale coloniale e la Sicilia (Clancy-Smith 2011). Come altri siciliani, a quel tempo i mazaresi emigrarono in Nord Africa, ma durante la fase di indipendenza anticoloniale in Tunisia, Algeria e Libia, si trasferirono in Francia, Nord America e Australia. I pochi mazaresi che fecero ritorno a casa rimasero esclusi dalla flotta di pescherecci che stava prendendo corpo e dalle dinamiche che avrebbe innescato. Dopo la seconda guerra mondiale, e in particolare dopo gli anni Sessanta, Mazara si trasformò da città vinicola di secondaria importanza (Lentini 2004a, 199-210) a teatro principale delle ‘guerre del pesce’ contro Tunisia e Libia, dell’immigrazione di lavoratori tunisini, del transito del traffico di droga e di armi, e di progetti infrastrutturali transnazionali. Uno di questi progetti – il gasdotto Transmed che dall’Algeria passa attraverso la Tunisia e la Sicilia arrivando al cuore industriale della Valle Padana – collega le sorti di Mazara e della sua flotta al più ampio quadro geopolitico della Guerra fredda.

In quegli anni la flotta peschereccia di Mazara divenne la più grande d’Italia, grazie ai massicci fondi di sviluppo distribuiti attraverso la Cassa per il Mezzogiorno (Barbagallo 1989, 47), ed espanse progressivamente la sua zona di pesca attraverso il Mediterraneo, dalla Sicilia fino ai banchi di pesca del Nord Africa. A partire dalla metà degli anni ’60, i pescatori tunisini arrivarono a Mazara per lavorare su quegli stessi pescherecci siciliani che pescavano al largo delle coste tunisine e libiche. Molti dei primi arrivati tra di loro sposarono donne italiane (a volte come seconde o terze mogli), una pratica che finì quando, come dicono alcuni di essi, «per i mazaresi ci siamo trasformati da una curiosità in ‘arabi’». La comunità immigrata – relativamente grande, circa un decimo della popolazione cittadina – ha fatto guadagnare a Mazara il soprannome di «città più araba d’Italia» (Hannachi 1998). In un’isola i cui gli abitanti spesso dicono (in siciliano): «Siamo troppo arabi», questi immigrati sono emblematici di quanto l’altra riva del Canale si fosse avvicinata (cfr Saitta 2006). Questo insieme di legami ha reso Mazara uno dei centri della politica culturale e della politica economica mediterranea. Il ruolo della città nel Canale della Sicilia, sia di collegamento sia di contrapposizione, ha rivitalizzato un quadro geopolitico mediterraneo ormai in declino e ha fatto del Mediterraneo centrale un campo spazio-temporale di azione politica.

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Il portocanale di Mazara del Vallo

Il Mediterraneo moderno non esiste
In quella mattina di metà febbraio, ripensando ai sei mesi precedenti, ricordai a me stesso che la flotta di pescherecci sembrava rappresentare una chiave di volta di quelle vicende politiche, economiche e transnazionali. Questa era la ragione che mi aveva fatto imbarcare sul Naumachos e ciò mi rassicurava mentre sedevo di fronte al mucchio di pescato da smistare. Ma qual era la chiave di volta dello sviluppo della flotta e della sua espansione transnazionale? E cosa c’entrava tutto questo con il Mediterraneo, a parte il fatto che esso era il contesto in cui ciò accadeva?
Da un lato, Mazara e la sua flotta possedevano tutte le caratteristiche di un quadro di connessioni marittime transnazionali. Dall’altro, nessuna di queste caratteristiche sembrava far parte del paradigma della longue durée braudeliana, secondo il quale Mazara avrebbe dovuto essere collegata al più ampio, ‘vecchio’ Mediterraneo. Dov’erano infatti i racconti di marinai, contrabbandieri e corsari del Mediterrano storico, o, almeno, delle diaspore cosmopolite che avevano attraversato quel mare? L’immigrazione – un argomento tipico di studi analoghi sugli spostamenti nel Mediterraneo odierno – era al centro sia delle vecchie storie sugli immigrati siciliani in Tunisia sia di quelle dei recenti immigrati tunisini a Mazara, ma i testimoni della continuità sociale tra questi due periodi erano scomparsi. Se era stata la flotta di Mazara a innescare nuovi fenomeni di confluenza, compresa l’immigrazione tunisina, allora si trattava di uno scenario inedito, che aveva poco a che fare con il periodo precedente, ovvero con il Mediterraneo premoderno, quello stesso che la politica culturale cittadina celebrava in pompa magna. Una storia di migrazione tout court avrebbe reso la flotta e tutto ciò che aveva generato secondario, e chiaramente non era così, né lungo il molo del vecchio porto né a bordo del Naumachos.

La risposta a queste domande si è rivelata più complessa di quanto mi aspettassi inizialmente. Questa complessità deriva dal fatto che il mio oggetto di studio in questo libro – l’antropologia del Mediterraneo in età contemporanea – sembra allo stato attuale della ricerca un doppio ossimoro. Una delle poche cose su cui gli antropologi e gli storici sono d’accordo è che il Mediterraneo non esiste più. Sia il Mediterraneo sia la modernità sono stati definiti e qualificati in vari modi e nella maggior parte di essi uno inizia dove finisce l’altra, cronologicamente, geograficamente o concettualmente. Il rifiuto sia della modernità mediterranea sia di un Mediterraneo moderno ha messo in quarantena l’etnografia del mare, scoraggiando qualsiasi confronto con i mediterranei antichi, medievali o dei primi anni della modernità. Il nostro primo compito è superare questa separazione tra una storiografia premoderna del Mediterraneo e un’antropologia transnazionale che si limita a studiare nel Mediterraneo, non del Mediterraneo (Horden e Purcell 2000, Harris 2005). Eppure questo libro è più di un racconto sul Mediterraneo. Come discusso nei capitoli seguenti, il Mediterraneo ci offre un terreno fertile per esaminare il transnazionalismo, un approccio che è spesso apparso come una scomoda alternativa a una visione del mondo eurocentrica e intrisa di modernità.

Gli storici sono quasi unanimi sul fatto che il Mediterraneo dei tempi anteriori alla modernità non esista più, sebbene alcuni aspetti di tale mondo siano sopravvissuti – insieme all’assillo per l’unità del Mediterraneo e i tentativi di unificarlo (Greene 2010). Per alcuni storici, il Mediterraneo early modern documentato da fonti di archivio e da siti archeologici – quello dei tempi delle dicotomie religiose, delle navi a vela, dei corsari e del commercio degli schiavi – iniziò a “scemare” alla fine del diciassettesimo secolo, con il declino del Mediterraneo in un sistema mondiale che privilegiava la scala nazionale e quella globale (Tabak 2008), ma non quella regionale. Tra gli storici non c’è accordo sulla causa e le conseguenze di questo declino: la “invasione nordica” delle flotte atlantiche nel Mediterraneo causò la sua divisione in nazioni e in questo modo eclissò un mondo diviso in cristiani e musulmani (Braudel 1972, vol. I, 615-42), o complicò quel sistema aggiungendo il fattore nazionale a quello religioso (Greene 2002). Queste divergenze rinviano la fine del Mediterraneo così concepito alla fine XVII secolo e ci consentono di mettere in discussione la separazione tra il processo politico-economico, le dinamiche sociali e la religione (Hershenzon 2016). L’analisi di Molly Greene del primo Mediterraneo moderno, incentrata sull’equilibrio tra le potenze ottomane ed europee, ci fa invece arrivare alla fine del XVIII secolo con l’invasione egiziana di Napoleone del 1798 (Greene 2014). Essa mette in dubbio i tentativi di definire il Mediterraneo come un “mare coloniale”  tra la fine del Settecento e gli anni Cinquanta del Novecento, cioè un mare moderno e allo stesso tempo non contemporaneo (Borutta e Gekas 2012) [2].

Per altri, il tratto distintivo della storia del Mediterraneo, ovvero l’amalgama di comunicazioni marittime relativamente facili tra microregioni frammentate, ha perso la sua importanza dopo la fine del XIX secolo (Horden e Purcell 2006: 3). Che la modernità sia l’espressione dell’espansione coloniale transoceanica, del processo di nazionalizzazione o del consolidamento di Stati-nazione senza ambizioni marittime, essa ha comunque segnato il destino del Mediterraneo (Pamuk e Williamson 2000: 4). Quando le dimensioni industriali ed economiche della modernità furono al centro del dibattito, il Mediterraneo diventò una periferia dell’Europa nord-occidentale pre-ottocentesca, marginalizzato dall’espansione atlantica (Pomeranz 2000, 24-25). In altre parole, l’ “invasione nordica” presumibilmente anticipò l’allontanamento dell’Europa nord-occidentale dal Mediterraneo e il suo avvicinamento verso il Nuovo Mondo (Cfr Greene 2005: 93-99). Più in generale, poiché il Mediterraneo è definito sulla base di caratteristiche storicamente delimitate che si dice si esauriscano prima della modernità, usare oggi un’idea del Mediterraneo derivata da periodi precedenti può sembrare anacronista, che sia l’idea che aspetti o aree del Mediterraneo siano immuni ai cambiamenti (come vorrebbe Braudel, 1972: 12-39) o quella di incorporare strategie di adattamento contro l’instabilità e l’imprevedibilità – cioè, contro il cambiamento incessante (Horden e Purcell 2000: 13). A parte rare eccezioni (Marglin 2014), anche gli studiosi del Mediterraneo contemporaneo sono arrivati alla conclusione che la modernità vi sia stata importata (Abulafia 2003, Burke 2010).

L’ultima dichiarazione di morte del Mediterraneo risale agli anni Venti e Quaranta, quando le città portuali cosmopolite – il più recente dei suoi emblemi storiografici – scomparvero dalla storiografia sulla scia del nazionalismo. Immagini di convivenza interetnica e interreligiosa in città portuali come Alessandria ed Izmir erano in contrasto con il nazionalismo «come teoria di legittimità politica che esige che i confini etnici non siano violati da quelli politici» (Gellner 1983:1). Come tratto opposto al nazionalismo, l’immagine di un cosmopolitismo mediterraneo divenne oggetto di una paradossale nostalgia per una certa visione di modernità: civiltà, raffinatezza, convivialità e convivenza interculturale. Questa convivenza è crollata, a volte violentemente, con la diffusione del nazionalismo “moderno” nel litorale post-ottomano: «Alessandria diventò ‘egiziana,’ Salonicco ‘greca’,’ Izmir ‘turca’ e la Trieste asburgica, ‘italiana’» (Tabak 2009: 79). Allo stesso modo, la decolonizzazione della metà del ventesimo secolo si tramutò in nazionalizzazione nordafricana, riducendo significativamente la presenza europea e quel tipo specifico di cosmopolitismo che la caratterizzava. La scomparsa della presenza europea dalle città del Levante e del Maghreb segnò la fine del Mediterraneo, l’ultima delle sue numerose morti storiografiche.

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Il Satiro Danzante (ph. A. Cusumano)

La modernità mediterranea non esiste
Non sorprende che i paradigmi storiografici del Mediterraneo pre-moderno non siano applicabili al presente, ma il rifiuto degli antropologi di una modernità mediterranea solleva diversi quesiti sull’uso che facciamo del transnazionalismo, dove e come immaginiamo che esso abbia luogo, e su come sia possibile accedervi dal punto di vista etnografico. Non che gli antropologi abbiano trascurato le coste di questo mare, ma essi hanno guardato con scetticismo a un approccio cross-disciplinare del Mediterraneo. L’immigrazione, legale o clandestina, i conflitti etnici e nazionali, le riconfigurazioni internazionali, così come altri fenomeni di grande interesse in questo campo, sembrano attirare l’interesse di un crescente numero di etnografi (ad esempio: Cole 1997, Ballinger 2003, PA Silverstein 2004; Green 2005; Feldman 2011), ma la possibilità che tali fenomeni possano o, meglio, debbano essere studiati in relazione l’uno con l’altro e in relazione a progetti “mediterranei”, come oggetto, mezzo o finalità di studio, sembra essere caduta in disuso tra gli antropologi i quali preferiscono altre regioni più “sostanziali”, come quella Atlantica e dell’Oceano Indiano, dove le connessioni transnazionali sono visibili attraverso l’estensione e gli spostamenti marittimi di questo o quel gruppo, che a sua volta diventa emblematico del mare in questione (Matory 2005; Ho 2006).
Un’analisi antropologica delle vicende di tali progetti regionalistici ci potrebbe spiegare la recente percezione di una tangibilità del Mediterraneo. Soggetti contemporanei, nell’università e nel pubblico più in generale, hanno cercato di rianimare il Mediterraneo attraverso progetti regionalisti quali la pianificazione economica, l’unificazione politica, la politica culturale e il dialogo interreligioso. Nell’ultimo decennio, il Mediterraneo è tornato ad occupare, tra gli altri, l’attenzione degli storici, studiosi di letteratura comparata e studi religiosi, e di geografi culturali (Chambers 2008, Cassano 2012, Bouchard e Ferme 2013). Ancora una volta, molti osservatori definiscono il Mediterraneo come una realtà non solo cartografica.
Com’è possibile che una parte del mondo così nota per il suo passato marittimo non abbia attirato l’attenzione degli antropologi con il suo esuberante presente transnazionale? Quali prospettive antropologiche hanno fatto sì che le società mediterranee fossero prese in considerazione non per i loro processi transnazionali o transregionali, ma, all’opposto, per il loro iper-localismo? Dovremmo ignorare il fenomeno per via della “retorica” regionalista o invece prendere in considerazione nel Mediterraneo la relazione più complessa tra progetti e processi di formazione macro-regionale (e la loro disintegrazione)? Prestare attenzione a tale relazione potrebbe ricondurre l’antropologia agli studi mediterranei e il Mediterraneo all’antropologia.
Oggi si dà per scontato che non esista nel Mediterraneo alcuna area sufficientemente coerente da poter essere proficuamente paragonata con quelle aree contigue che caratterizzavano quel mare in passato o, oggi, altre parti del mondo. Gli antropologi, che un tempo avevano sostenuto l’ idea di un’unità culturale del Mediterraneo, oggi la considerano, applicata a una regione così vasta e variegata, come orientalista (Herzfeld 2005b). Gli antropologi inizialmente intentarono un’analisi comparativa dei «problemi di organizzazione sociale» del Mediterraneo (Pitt-Rivers 1963: 10,25) [3]. All’apice della popolarità dell’antropologia mediterranea, il dibattito contrappose tre posizioni principali sul processo di formazione del Mediterraneo.  Alcuni antropologi seguirono Braudel nell’interpretare intere zone costiere come “musei dell’Uomo” (citato in Horden e Purcell 2000: 463), sopravvissute perché erano abbastanza distaccate da influenze modernizzanti. Istituzioni sociali come la hamoula in Palestina (Cohen 1965); clientelismo, onore e famiglia tra i Sarakatsani nella Grecia nord-occidentale (Campbell 1964); e il complesso di norme, valori e struttura sociale nell’Andalusia rurale (Pitt-Rivers 1971) furono rappresentate come perennemente emblematici di un mondo sociale tramontato (J. Davis 1977: 242).
Altri antropologi hanno sostenuto che modi di pensare e comportamenti fossero in continuità con il passato, mentre i contesti di azione cambiavano. Il risultato fu «un fascio di tratti socioculturali» che simboleggiava il Mediterraneo: la vita comunitaria “atomista”; la rigida segregazione sessuale; una tendenza a dipendere dalle più piccole unità di parentela possibili (famiglie nucleari e lignaggi poco profondi); la forte enfasi sul cambiamento e le coalizioni centrate sull’ego e non corporative’(Gilmore 1982: 178-79). Infine, secondo una terza scuola di pensiero, quello che gli antropologi avevano osservato era una reazione ai cambiamenti che la modernizzazione aveva prodotto sulle società del Mediterraneo, e quindi essa era una parte di tale processo, non una reliquia del passato (J. Schneider 1971; J. Schneider e Schneider 1976).
I temi principali negli studi contemporanei del Mediterraneo – le lotte degli operai o per la terra (Silverman 1968), il clientelismo (Gellner 1977, 1), le strutture familiari (Banfield 1958), l’onore e la vergogna (Pitt-Rivers 1963; Péristiany 1966) e il cosmopolitismo (Driessen, 2005) – evidenziano varianti di quelle posizioni e studiano i molteplici conflitti tra continuità e cambiamento, modernità e tradizione [4]. Questo dibattito ha avuto luogo principalmente tra gli anni Sessanta e Ottanta (Herzfeld 1980, 1984a, Galt 1985, Herzfeld 1985b). Per ultimo, il confronto sociale ha lasciato il posto all’unità culturale (Silverman 2001: 45-50). In particolare, gli antropologi sociali hanno trovato una forte somiglianza nella «continuità e persistenza dei modi di pensare mediterranei» (Péristiany 1966), in particolare nella «sindrome dell’onore e della vergogna” o negli esuberanti complessi di virilità dei maschi mediterranei» (Gilmore 1987: 16).
L’immagine del Mediterraneo che ne risultò si basava su affinità culturali tra unità sociali distinte, come onore e vergogna, ai quali era dedicato il volume collettaneo intitolato  Values ​​of Mediterranean Society (Péristiany 1966), e per le quali l’antropologia mediterranea è ricordata ancora oggi (Bromberger 2006, Sant Cassia e Schäfer 2005). I pochi studi che si sono concentrati sulle connessioni attraverso il Mediterraneo (J. Davis 1977) hanno messo in risalto i collegamenti tra “culture” piuttosto che le condizioni culturali che li producono: somiglianze tra entità discrete piuttosto che le diverse sfumature nelle pratiche in posti e tempi diversi. Con l’eccezione del classico, La vigilanza delle vergini, di Jane Schneider (1971), gli antropologi chiusero il cerchio concludendo che le connessioni e la prossimità fossero fondate sull’unità culturale (Galt 1985), o che la tesi di un’unità culturale equivalesse a reiterare degli stereotipi (Herzfeld 1980). Di conseguenza, il Mediterraneo è riuscito a servire simultaneamente come caso paradigmatico negli studi storici dei mondi marittimi  (Wigen 2006) e come primo sospetto nella critica dell’ “orientalismo pratico” (Herzfeld 2005b).
Il senso comune di una opposizione tra modernità e Mediterraneo ha di fatto escluso quest’ultimo come osservatorio per studiare le regioni transnazionali odierne. Al momento, le interpretazioni del transnazionalismo hanno preferito focalizzarsi su come le persone siano connesse invece che esaminare come esse si vedano reciprocamente collegate. La vasta letteratura su come i rapporti di parentela abbiano plasmato le relazioni sociali in tutto il mondo, attraverso idiomi di alleanza, affinità e fedeltà (Parkes 2001), non è bastata a farci capire i vari modi in cui le persone imbastiscono o interrompono relazioni sociali transnazionali. L’attenzione ai flussi transfrontalieri, ai progetti e alle istituzioni, ha appiattito la varietà delle azioni su scala transnazionale in due dimensioni monolitiche: quella nazionale e quella globale. Il retaggio di un nazionalismo mascherato da globalismo ci ha impedito di esaminare come le relazioni politiche transnazionali possano essere espresse in termini di relazioni più ampie e complesse. Da mazaresi e tunisini ho imparato come usare questi termini quando essi mi hanno iniziato al mare e hanno condiviso con me le loro storie.

Dialoghi Mediterranei, n. 35, gennaio 2019
[*]  Il testo è l’Introduzione al volume in corso di pubblicazione da Meltemi. La traduzione è a cura di Nicola Pizzolato. Si ringrazia l’Editore per l’autorizzazione alla diffusione.
Note
[1] A parte i trentasette giorni di viaggio sul Naumachos, questo lavoro si basa su una serie di metodi di ricerca etnografica e storica, inclusi l’osservazione partecipante a terra, interviste e analisi quantitativa e qualitativa di materiale d’archivio e di fonti secondarie. La maggior parte del lavoro è stata condotta a Mazara del Vallo (con tre visite a Mahdia, Tunisi e La Chebba) durante i 18 mesi da luglio 2007 a dicembre 2008 e durante altre otto visite. I nomi e alcuni dettagli sono stati cambiati per garantire l’anonimato e la privacy delle persone citate in questo libro, a parte coloro che appaiono in fonti pubbliche.
 [2] Edmund Burke III resta uno dei pochi storici che insiste nell’includere il Mediterraneo nella modernità (2012, 920).
 [3] Questa espressione non è sopravvissuta entro la direzione culturalista che intraprese il dibattito sull’unità del Mediterraneo, ma piuttosto nei lavori di studiosi come Jane Schneider (J. Schneider 1971; J. Schneider 1990) e Jack Goody (J. Goody 1983).
 [4]Non intendo dire che tutto quello che è stato scritto sul Mediterraneo contemporaneo possa essere incluso in questi filoni. Le narrazioni romantiche e nostalgiche, le descrizioni essenzialiste, i manifesti interreligiosi, interculturali, di dialogo o di unione internazionale abbondano. Tuttavia questi documenti servono più come prova di un mediterraneismo moderno che non di un’analisi del moderno Mediterraneo, sia esso inteso al singolare o al plurale (Matvejevíc 2004; per esempio vd. Cassano 2005; Chambers 2008).
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Naor Ben-Yehoyada , (PhD, Social Anthropology, Harvard University, 2011) è Assistant Professor presso il Dipartimento di Antropologia della Columbia University. I suoi interessi scientifici sono orientati a studiare le migrazioni irregolari, la criminalizzazione, le conseguenze dello sviluppo e gli immaginari politici transnazionali nel Mediterraneo centrale e orientale. Ha scritto articoli sulle diverse fasi delle dinamiche migratorie, nonché sul ruolo che i fondali marini del Mediterraneo svolgono nella retrospezione politica italiana.

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