Il Mediterraneo

                                                          

Ruggero e Mokarta in un bassorilievo a Mazara

Ruggero e Mokarta in un bassorilievo della Cattedrale di Mazara

di    Nino Giaramidaro

“Era il mulino dell’italiano”, dicevano tra francese e siciliano esili berberi, incantati dal flebile oued col nome misterioso e noto con quello del paese, El Kantara: il ponte, la “foce del deserto”, lì, fra rocce rossastre dell’estremo Atlas e palme oramai intimidite. Rovine, forse un luogo giustiziato dalle guerre. O dalle guerriglie. Chissà quegli occhi di pietra cosa avevano visto per rimanersene come attoniti, anche a guardare i ragazzi che facevano il bagno.

Ci si arriva da Constantine andando verso Biskra, dove pure la ferrovia finisce e comincia la mobile insidia della sabbia del Grande Erg orientale.

 Verso El Oued, 1976

Verso El Oued, 1976

Millenovecentosettantasei. C’era un turco altero in bicicletta, gestore di una pompa di benzina. Era stato padrone di un giardino, e ci portò a vederne l’abbandono della confisca. Con le lacrime agli occhi. Quando alle nove di sera ancora aspettava che tornassimo da El Oued, cominciò ad organizzare una spedizione con ambulanza. Arrivammo prima che le sirene si spiegassero.

Ci ospitò a casa sua per la notte e l’indomani ci invitò a pranzo. “Come mangiamo, all’europea o all’araba?” All’araba.

El Oued, vigilia del Sahara, asfalto succubo di avamposti delle dune, hotel Transatlantic con gli azulei e i lenti ventilatori al tetto, il caldo è visibile in nebbioline rosee e pigramente vaganti. Rimane questo nella memoria del tentativo di attaccare il deserto con l’arma impropria della giovinezza.

 Una piazza a El Oued, 1976

Una piazza a El Oued, 1976

Il Mediterraneo, questa concreta astrazione, l’anima di acqua e sale di tanti popoli, non resiste a cento miglia dalla costa. Se a Sidi Bou Said c’è lo stesso odore di gelsomino delle serate sciroccose del bar Ilardo, sul palermitano Foro Italico, già ad El Kantara si scopre l’acqua salata in bottiglia senza l’impiego del frigorifero. Il tè caldo, il caffè alla turca, il melograno che si insaporisce dentro bicchieri di cannella liquefatta.

Ppalermo preghiera di protesta, 1985

Palermo preghiera di protesta, 1985

Viaggiavamo verso Algeri senza punti di riferimento, preceduti da uomini con le scale che staccavano lapidi e tabelle toponomastiche francesi per metterci quelle arabe. Una “navigazione” a vista, zeppa di piacevoli errori che portavano sui sentieri della curiosità da appagare a gesti, occhiate, mosse del corpo.

È vero: intorno al Mediterraneo si sente tutto il tempo passato. Guerre e paci, tregue, ferocie, prigionieri e schiavi. Migrazioni. Siciliani egiziani – tunisini – algerini – marocchini e libici con le loro “Casa Italia”  e “Piccola Sicilia” dal “vapore di Tunisi” – rotta Napoli, Palermo, Trapani, al largo di Mazara del Vallo, Pantelleria, La Goulette. E quelli del nord dai vapori Rubattino della linea Genova, Cagliari, La Goulette o Bugia.

 La Goulette, 1975

La Goulette, 1975

Sbarcavano. Un va e vieni senza posa lungo rotte brevi e sempre infide, con acquattati sulle batimetriche pirati, assalitori, mercanti di esseri umani travestiti da dignitari oppure da salvifici e spietati scafisti. Una lunghissima storia che non vuole rassegnarsi a scrivere parole che tutti aspettiamo.

Intorno al Mediterraneo si sente, più acuminato, tutto il tempo presente.

Partivano con la zappa in spalla, la lesina in tasca, con la cazzuola e la mezzacazzuola verso speranze aride e più povere di quelle che lasciavano qui in Sicilia, in Calabria e nelle altre miserie italiane.

Tunisia 1975

Tunisia 1975

Nei Paesi del Maghreb, oppure in Libia e, prima, nell’Egitto, in qualche posto doveva esserci nascosta la Fortuna. Magari oltre una tratta di binari gettati con grande fatica, all’uscita da una miniera, sull’ultimo giro di quei mattoni che, ancora caldi, venivano da El Oued.

Madrid:Plaza de toros, 1972

Madrid:Plaza de toros, 1972

Arrivavano anche dall’Andalusia, dai suburbi della splendida Sevilla, da Cordoba “Lontana e sola”, dalle sterili stoppie dove cavalli e tori alzavano polveroni quasi di cristallo. Quei tori che andavano a morire nelle “plaze”, sul terribile terriccio delle arene oltre gli orgogliosi archi moreschi di un’architettura che scende nel tempo.

In quella striscia d’Africa non ancora aggredita dai colonizzatori, ma in mano a caid, effendi, khedivè, emiri che parlavano per bocca di dragomanni e turcomanni, arrivavano sventurati da mezz’Europa alla ricerca di un Graal minore e personale. E tutti lasciavano il loro respiro sulla salsedine del Mediterraneo.

Andalusia,1972

Andalusia,1972

Decine di migliaia di senza patria che per secoli hanno cercato di trovarla con duro e durissimo lavoro lì, dove la voce del muezzin modulava il fascino delle sirene e delle speranze.

Da questo lato del Mare, furono schiavi e schiave le genti che parlavano arabo. Venduti al mercato degli schiavi dei quali noi facciamo finta di non sapere nulla. Dopo secoli e secoli, restano veleni ancora senza antidoti.

Spagna: Siviglia, 1972

Spagna: Siviglia, 1972

Nelle imperscrutabili campagne siciliane ci sono braccianti, pecorai, gente “di fatica” che si chiamano Enzo, Pino, Andrea. Ma sono “anime” senza cittadinanza, privati pure della loro anagrafe come per non riconoscerne l’umanità alla pari e mimetizzarne l’esistenza.

La barca con la prua fenicia, arenata sul litorale di Triscina, aveva navigato su una rotta guidata dalla Chimera. E i fuggiaschi sbarcati sotto una falce di luna estiva, avevano lasciato su quella sabbia se stessi per incominciare ad entrare in nuove esistenze con nomi adattati come un vestito di un altro. Ma erano tutti vivi.

Triscina ( Castelvetrano ), resti di barcone

Triscina ( Castelvetrano ), resti di barcone

Ora, gli dèi degli abissi vogliono la loro parte, e stringono patti, i più scellerati, con i mostruosi nocchieri che si adoperano perché le anime, anche le più piccole, diventino liquide.

Sono storie di povertà, disperazione, violenza, nelle quali le preoccupazioni più vive da parte dei ricchi sono quelle di non perdere luoghi di sfruttamento, di guadagno anche vergognoso, con un’indifferenza più progredita di quella vecchia di due o tre secoli dei mercanti di schiavi.

Il Mediterraneo, mare che divide e unisce, sempre intersecato da navigatori di pace e di guerra, ora assiste – orripilato – a questa guerra con il nemico assente.

Dialoghi Mediterranei, n.8, luglio 2014

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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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