Introduzione: il mare come luogo di crisi socio-ecologica
Negli ultimi decenni, la fascia costiera del Senegal si è affermata come uno spazio emblematico delle intersezioni sistemiche tra crisi ambientale, vulnerabilità sociale e disuguaglianze economiche globali. In particolare, il progressivo esaurimento delle risorse ittiche nelle acque territoriali senegalesi – effetto combinato di sovrasfruttamento, pesca industriale illegale e regolamentazioni inefficaci – ha innescato una crisi socio-ecologica profonda, che compromette la sostenibilità degli ecosistemi marini e mette in discussione la sopravvivenza delle comunità costiere. La pesca artigianale, storicamente alla base dell’economia locale e della coesione sociale, ha progressivamente perso la sua funzione rigenerativa, trasformandosi in un ambito segnato da impoverimento, precarizzazione e indebitamento, con ricadute dirette sull’incremento dei flussi migratori interni e transnazionali.
Uno degli epicentri di questa trasformazione è rappresentato dalla regione costiera nota come Niayes – una stretta fascia di territorio, larga 25-30 chilometri, che si estende dalla penisola di Capo Verde al confine con la Mauritania – oggi divenuta paradigma di una crisi ambientale e sociale multidimensionale. Già a partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, le gravi siccità che hanno colpito il Sahel hanno determinato un’intensa migrazione interna verso quest’area costiera, con decine di migliaia di persone spinte ad abbandonare le campagne interne devastate dalla desertificazione e dal crollo produttivo. L’arrivo massiccio di popolazione ha aggravato la pressione ecologica e infrastrutturale su un territorio originariamente fertile, ma oggi fortemente compromesso: fenomeni come la salinizzazione del suolo, l’erosione costiera e l’inaridimento hanno ridotto significativamente la capacità di rigenerazione ambientale della regione [1].
Parallelamente, il Senegal si è rivelato particolarmente vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico globale. Dal 1960, il Paese ha registrato un aumento medio annuo delle temperature pari a circa +0,9°C, in linea con un trend di riscaldamento osservato in tutta l’Africa occidentale compreso tra +0,3 e +1°C [2]. Contestualmente, si è verificata una riduzione significativa delle precipitazioni, tanto che circa il 46% del territorio nazionale è oggi classificato come semi-arido. Tali cambiamenti hanno alimentato processi di desertificazione, accentuato la scarsità di risorse idriche, compromesso la disponibilità di aree di pascolo e modificato radicalmente i calendari agricoli. Le conseguenze sociali di questi fenomeni si manifestano in un aumento delle tensioni tra agricoltori e pastori, in particolare nelle aree di frontiera tra zone rurali e periferie urbane, dove la pressione sulle risorse è particolarmente elevata.
Questa convergenza di fattori – shock ecologici, insicurezza alimentare, mutamenti climatici e dinamiche socio-economiche ineguali – ha trasformato la fascia costiera senegalese in un contesto ad altissimo rischio socio-ambientale, ma anche in un osservatorio privilegiato per comprendere i nessi strutturali tra mobilità umana, disuguaglianze climatiche e sostenibilità. In questo scenario, i processi migratori – sia interni che internazionali – si configurano sempre più come risposte adattive complesse, spesso coatte, a condizioni di insostenibilità sistemica. Non si tratta dunque di fenomeni congiunturali o emergenziali, ma di traiettorie radicate in un contesto storico strutturato, in cui le popolazioni coinvolte sono costrette a ridefinire i propri orizzonti di vita di fronte alla crescente impossibilità di garantire mezzi di sussistenza stabili e dignitosi nei territori di origine.
Queste dinamiche devono essere lette all’interno di un quadro più ampio di relazioni globali segnate da persistenti asimmetrie nei rapporti di scambio tra il Nord e il Sud globale. Il fenomeno migratorio, troppo spesso rappresentato in chiave securitaria nel dibattito pubblico europeo, si iscrive in realtà in processi sistemici che vedono l’intreccio tra degrado ambientale, accaparramento delle risorse naturali e impatti asimmetrici delle politiche commerciali e climatiche globali. In tale contesto, la vulnerabilità ambientale diventa un moltiplicatore di fragilità sociale, agendo come catalizzatore di fratture socio-economiche e fattore strutturante nelle scelte migratorie.
Il caso senegalese rappresenta dunque un esempio paradigmatico di “crisi socio-ecologica” strutturale, in cui le trasformazioni ambientali non solo aggravano le condizioni economiche esistenti, ma ridisegnano le possibilità stesse di riproduzione sociale e di permanenza territoriale. La mobilità forzata che ne deriva non può essere compresa se non come esito di un modello di sviluppo insostenibile, e va interpretata attraverso le lenti dell’ecologia politica e della giustizia ambientale, che permettono di cogliere le profonde interconnessioni tra risorse, potere e mobilità in un mondo segnato da crisi sistemiche e profonde disuguaglianze strutturali [3].
Il collasso delle risorse ittiche: dati e responsabilità
La pesca costituisce storicamente uno dei pilastri portanti dell’economia e della struttura sociale del Senegal. Con circa il 3% della popolazione attiva impiegata direttamente nel settore, essa rappresenta non solo una risorsa economica primaria, ma anche un elemento cruciale per la sicurezza alimentare nazionale e per la coesione delle comunità costiere. Inoltre, la pesca contribuisce in maniera significativa alla bilancia commerciale del Paese, generando entrate consistenti attraverso l’esportazione di prodotti ittici, in particolare verso i mercati europei e asiatici. Tuttavia, a partire dagli anni ‘90, la crescente pressione esercitata da flotte industriali, prevalentemente straniere, ha messo a repentaglio gli equilibri ecologici marini e la sopravvivenza stessa della pesca artigianale, tradizionalmente più sostenibile dal punto di vista ambientale e più inclusiva sotto il profilo socio-economico.
Secondo i dati raccolti dalla Environmental Justice Foundation (EJF) [4], nel 2024 circa il 57% delle popolazioni ittiche nelle acque senegalesi risultava in uno stato di collasso biologico. Questo dato drammatico non rappresenta soltanto una misura dell’intensità del sovrasfruttamento in corso, ma anche una testimonianza della fragilità istituzionale e della scarsa capacità regolativa di uno Stato spesso subordinato a pressioni economiche e diplomatiche esterne. L’incapacità – o, in certi casi, la mancata volontà – delle autorità pubbliche senegalesi e degli attori internazionali di imporre una gestione trasparente, equa e sostenibile delle risorse marine, ha alimentato un sistema opaco di concessione delle licenze, dentro cui proliferano pratiche di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (Illegal, Unreported and Unregulated Fishing – IUU) [5].
Le principali responsabili di questa pressione sono le flotte industriali provenienti da Paesi come la Cina e, in misura consistente, da Stati membri dell’Unione Europea, in particolare la Spagna. Tali flotte operano frequentemente in aree marine riservate alla pesca artigianale, spesso grazie a concessioni poco trasparenti o a violazioni sistematiche delle normative vigenti. Le tecniche adottate, come la pesca a strascico, risultano altamente distruttive per gli habitat marini e compromettono la rigenerazione delle specie, aggravando l’impoverimento degli ecosistemi e mettendo in crisi l’intera filiera locale.
Un altro elemento critico riguarda la destinazione del pescato: gran parte del pesce catturato viene esportato o trasformato industrialmente in farine e oli destinati all’alimentazione animale nei Paesi del Nord globale. Tra il 2019 e il 2022, le esportazioni senegalesi di prodotti ittici verso l’Europa hanno registrato una media annua di 208 milioni di dollari [6], a conferma della centralità assunta dal mercato estero e della progressiva integrazione del Senegal in filiere globali caratterizzate da rapporti diseguali e da una logica estrattiva. Questa dinamica ha però effetti drammatici sul piano locale: l’eccessiva esportazione ha ridotto sensibilmente la disponibilità di pesce per il consumo interno, contribuendo al peggioramento dell’insicurezza alimentare e rafforzando le condizioni di marginalizzazione socio-economica delle comunità costiere. Così, un’attività tradizionalmente fonte di stabilità e benessere si trasforma oggi in uno dei principali fattori di vulnerabilità sistemica.
Competizione ineguale e marginalizzazione dei pescatori artigianali
L’interazione tra le piccole imbarcazioni artigianali e i colossali pescherecci industriali assume le caratteristiche di un confronto profondamente ineguale, che riflette e amplifica disuguaglianze strutturali a livello sia locale che globale. In questo scenario, i pescatori artigianali senegalesi si trovano a operare in condizioni di marginalità crescente, non solo in termini economici, ma anche in termini di sicurezza fisica e riconoscimento giuridico. Le testimonianze raccolte da ONG e osservatori indipendenti documentano episodi sempre più frequenti di distruzione deliberata delle attrezzature da pesca, manovre pericolose da parte delle grandi navi industriali, collisioni intenzionali e, in alcuni casi, vere e proprie aggressioni fisiche. Tali atti avvengono quasi sempre in un clima di impunità, favorito da un quadro normativo debole, da gravi lacune nei meccanismi di controllo e sorveglianza e da un’applicazione della legge spesso assente o inefficace.
Questa situazione di sopraffazione si traduce in un progressivo impoverimento delle comunità costiere, le quali devono far fronte a un aumento esponenziale dei costi operativi – in particolare carburante e manutenzione – a fronte di ricavi sempre più esigui, a causa della ridotta disponibilità di risorse ittiche e della concorrenza sleale. Per molte famiglie di pescatori, le uscite in mare si trasformano in operazioni economicamente insostenibili, costringendole a contrarre debiti presso circuiti informali o intermediari locali, spesso in condizioni di sfruttamento.
Oltre alla dimensione materiale, questa crisi ha ripercussioni profonde sul piano psico-sociale. La perdita di un’attività tradizionalmente considerata fonte di identità, orgoglio e coesione comunitaria alimenta un diffuso senso di frustrazione, impotenza e disillusione, in particolare tra i giovani. In assenza di prospettive concrete, molti di essi maturano il desiderio – e talvolta la necessità – di emigrare, alimentando le rotte migratorie irregolari verso l’Europa. Summa summarum, la crisi della pesca artigianale si configura come uno dei fattori strutturali alla base della mobilità forzata, rivelando ancora una volta il legame profondo tra degrado ambientale, ingiustizia economica e dinamiche migratorie transnazionali.
Governance debole e mancanza di trasparenza
Uno degli snodi centrali e più critici della crisi del settore ittico in Senegal riguarda l’assenza di un sistema di governance efficace, trasparente e realmente orientato alla sostenibilità delle risorse. La debolezza istituzionale si manifesta in una pluralità di dimensioni: dalla carenza di dati affidabili sull’attività delle flotte industriali, all’opacità che caratterizza i contratti di concessione stipulati con attori esterni, spesso negoziati in condizioni di asimmetria informativa e di scarsa accountability pubblica. In questo contesto, il quadro normativo si presenta frammentato, scarsamente applicato e vulnerabile alle pressioni politico-economiche di attori potenti, tanto interni quanto internazionali.
Secondo le stime di Nature [7], circa il 75% dell’attività di pesca industriale a livello globale sfugge ai sistemi pubblici di tracciamento e monitoraggio, una tendenza che si riflette pienamente anche nelle acque senegalesi. L’opacità di questi movimenti impedisce una corretta valutazione dell’impatto ambientale delle operazioni di pesca e rende pressoché impossibile il rispetto dei limiti di cattura, facilitando la sovrappesca e il degrado degli stock ittici.
In risposta a questa situazione, la Environmental Justice Foundation (EJF) [8] ha promosso l’adozione della Carta Mondiale per la Trasparenza della Pesca, un documento articolato in dieci principi che mira a imporre obblighi di trasparenza su ogni imbarcazione, includendo la pubblicazione dei dati relativi a posizione, tempistiche, metodi di pesca e titolarità delle licenze. Sebbene tale iniziativa rappresenti un importante tentativo di regolazione internazionale, la sua implementazione concreta rimane ancora limitata. Le principali potenze coinvolte – come l’Unione Europea, la Cina e diversi Stati africani – mostrano notevoli difficoltà nel convergere verso strumenti comuni di controllo e nella definizione di regole cogenti, efficaci e vincolanti.
Nel caso del Senegal, la governance debole è ulteriormente aggravata da una cronica carenza di risorse materiali e umane per il monitoraggio delle attività in mare, da una burocrazia inefficiente e da un sistema politico spesso permeabile alla corruzione. Ne risulta un contesto in cui la gestione delle risorse ittiche è largamente lasciata alla discrezionalità degli interessi economici più forti, in un clima di scarsa partecipazione delle comunità locali e di esclusione sistematica dei piccoli pescatori dai processi decisionali. Tale configurazione non solo compromette le possibilità di sviluppo sostenibile, ma mina alle fondamenta la legittimità stessa dell’azione pubblica in campo ambientale e marittimo.
Migrazione forzata e rotta atlantica: un esodo invisibile
Il progressivo deterioramento delle condizioni socio-economiche e ambientali lungo le coste del Senegal ha avuto un impatto decisivo nella riattivazione della rotta migratoria atlantica, che collega l’Africa Occidentale all’arcipelago spagnolo delle Canarie. Questa rotta, particolarmente lunga e insidiosa, si configura oggi come una delle traiettorie migratorie più pericolose e letali del mondo. Nel solo 2024, secondo le stime delle organizzazioni internazionali, oltre 10.000 persone hanno perso la vita durante la traversata, tra cui almeno 1.538 minorenni [9]. Dietro queste cifre si cela un esodo silenzioso e tragico, composto in larga parte da ex pescatori artigianali e giovani privi di prospettive economiche, che abbandonano le proprie comunità non per libera scelta, ma come ultima risorsa di sopravvivenza. In molti casi, è la stessa perdita del mare come fonte di vita a trasformarsi in spinta verso l’oceano come via di fuga.
L’emigrazione senegalese, tradizionalmente regolata da circuiti migratori stabili e transnazionali, ha assunto negli ultimi anni i tratti sempre più evidenti di una migrazione forzata, espressione di un disagio sistemico aggravato dalla chiusura progressiva delle vie legali verso l’Europa, soprattutto dopo la crisi economica del 2008. Il risultato è un crescente ricorso a rotte irregolari, dominate da reti di trafficanti che speculano sulla disperazione e sull’assenza di alternative. Nel 2024, sono stati 12.877 i migranti intercettati lungo la rotta atlantica diretta alle Canarie, a fronte di 685 migranti rintracciati lungo la rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia, rendendo i cittadini senegalesi il terzo gruppo nazionale più rappresentato tra i migranti irregolari verso l’Unione Europea (dati Frontex) [10].
Le rimesse inviate dai senegalesi all’estero continuano a rappresentare un pilastro fondamentale dell’economia nazionale, contribuendo per il 9,5% al PIL del Paese nel 2023. Questi flussi economici sostengono il benessere delle famiglie e in parte alimentano progetti locali di sviluppo. Tuttavia, non sono in grado di compensare le profonde vulnerabilità strutturali che affliggono il Paese, legate al degrado ambientale, alla disoccupazione giovanile, all’insicurezza alimentare e alla marginalizzazione delle aree costiere.
È all’interno di un quadro globale di diseguaglianze sistemiche che va compresa questa forma di migrazione forzata: la sottrazione e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali da parte di attori esterni – spesso supportati da accordi bilaterali asimmetrici – privano intere comunità dei mezzi di sussistenza, generando condizioni strutturali che spingono alla mobilità forzata.
Nonostante queste evidenze, le politiche europee continuano a inquadrare la migrazione come una questione di sicurezza e controllo delle frontiere, concentrandosi su esternalizzazione delle frontiere, pattugliamenti e accordi di riammissione, piuttosto che sulle cause profonde che la originano. Tale approccio entra in contrasto con i principi enunciati nel Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration (2018), promosso dalle Nazioni Unite [11], che invita gli Stati a garantire vie legali e sicure di mobilità, affrontando le cause profonde della migrazione forzata, tra cui la povertà, l’insicurezza alimentare e la crisi climatica.
Inoltre, l’assenza di una strategia strutturale e solidale di cooperazione allo sviluppo, insieme alla criminalizzazione dei migranti, rischia così di alimentare un circolo vizioso in cui le risposte emergenziali diventano parte del problema anziché della soluzione.
La crisi senegalese come specchio di un disequilibrio globale
La crisi che oggi colpisce le comunità costiere del Senegal non costituisce un’anomalia circoscritta, bensì rappresenta uno specchio emblematico di un disequilibrio sistemico che interessa l’intera fascia costiera dell’Africa Occidentale. Questa regione, tra le più ricche di biodiversità marina a livello globale, è al contempo uno dei principali epicentri della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU fishing). Le pratiche predatorie messe in atto da flotte industriali straniere – spesso battenti bandiera di convenienza e operanti in condizioni di semi-impunità – si inseriscono in un regime globale di estrazione delle risorse che disarticola le economie locali, compromette la sostenibilità degli ecosistemi marini e svuota di significato la sovranità alimentare delle comunità costiere.
La mancanza di un quadro giuridico internazionale realmente vincolante e la debolezza delle istituzioni africane nel far rispettare i propri diritti sugli spazi marittimi costituiscono fattori strutturali di vulnerabilità. La frammentazione delle politiche regionali e la lentezza nel costruire meccanismi di cooperazione multilaterale efficaci riflettono le asimmetrie di potere che caratterizzano l’attuale ordine economico globale. In questo contesto, il “mare vuoto” al largo di Dakar assume un valore metaforico: è il volto liquido di una crisi planetaria, l’immagine di un modello di sviluppo fondato su logiche estrattive, in cui i profitti vengono privatizzati e i costi – ambientali, sociali ed esistenziali – scaricati sulle popolazioni più fragili.
Secondo la teoria della giustizia ambientale e le letture postcoloniali del capitalismo globale, la crisi della pesca artigianale senegalese non è soltanto il risultato di scelte locali inefficaci, ma il prodotto di un sistema che continua a trattare il Sud globale come un serbatoio di risorse da depredare [12]. Come afferma Robert D. Bullard [13], l’ambiente è un’arena in cui si esercita il potere, e la distribuzione ineguale dei danni ambientali riflette le strutture di dominio sociale ed economico. Il Senegal, in questo quadro, assume le caratteristiche di una “zona di sacrificio”, dove le comunità locali sopportano le conseguenze ambientali e sociali di un modello di sviluppo predatorio, mentre i benefici si concentrano altrove.
La logica “necropolitica” descritta da Achille Mbembe [14] offre una chiave interpretativa utile: «la sovranità si esprime nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire». La precarizzazione sistemica dei pescatori artigianali e la loro esposizione crescente alla violenza economica e ambientale sono il prodotto di un regime globale che considera alcune vite sacrificabili. Le élite economiche e politiche locali, anziché opporsi a questo stato di cose, spesso ne diventano complici, traendo vantaggio dagli accordi opachi stipulati con attori stranieri.
La progressiva erosione delle fonti di sussistenza costringe migliaia di giovani a intraprendere rotte migratorie rischiose, mentre le élite economiche e politiche locali spesso traggono vantaggio dagli accordi opachi stipulati con attori stranieri. In tal senso, la migrazione si configura non come una scelta autonoma, ma come l’inevitabile risposta a un’esclusione sistemica dal diritto allo sviluppo [15].
Senza un radicale ripensamento delle logiche di governance globale, che includa forme di responsabilità condivisa, investimenti strutturali nella pesca artigianale sostenibile e meccanismi trasparenti di redistribuzione dei benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse marine, la spirale di impoverimento e migrazione continuerà ad alimentarsi. Il caso senegalese, dunque, interpella la comunità internazionale nella sua interezza, richiamando la necessità di superare l’approccio emergenziale e securitario che ha finora prevalso, in favore di una visione realmente cooperativa, ecologica e solidale dello sviluppo.
La crisi della pesca in Senegal costituisce una manifestazione paradigmatica dell’intreccio profondo tra ingiustizia ambientale, asimmetrie geopolitiche e mobilità forzata. Il “mare vuoto” evocato nel titolo non è solo un’immagine della deprivazione ecologica causata dallo sfruttamento industriale delle risorse ittiche, ma anche la metafora di un orizzonte di possibilità progressivamente svuotato per intere comunità costiere, le cui fonti di sussistenza vengono erose da attori transnazionali con il tacito avallo delle élite locali.
Allo stesso modo, il “sogno spezzato” rappresenta la rottura del patto tra società e territorio, tra generazioni e futuro. Migliaia di giovani, privati della possibilità di costruire una vita dignitosa nel proprio Paese, si trovano costretti a migrare lungo rotte sempre più pericolose e mortali, trasformando il diritto alla mobilità in un atto disperato di sopravvivenza. In questo contesto, la migrazione non può più essere analizzata esclusivamente attraverso le lenti economiche o culturali tradizionali: essa va compresa come esito concreto di un ordine globale profondamente ineguale, dove la disuguaglianza ambientale è parte integrante delle disuguaglianze sociali, politiche ed economiche, dove in parole povere le scelte politiche e i modelli di sviluppo imposti da attori globali hanno ripercussioni dirette sulla vita quotidiana dei soggetti più vulnerabili, determinando forme di “migrazione ambientale coatta” sempre più frequenti e drammatiche.
Affrontare in modo strutturale la questione significa adottare un nuovo paradigma di cooperazione internazionale, che non si limiti al controllo dei flussi migratori o alla protezione delle frontiere, ma che riconosca il diritto delle popolazioni costiere a vivere delle proprie risorse, in un quadro di sovranità alimentare, sostenibilità ecologica e dignità economica. In assenza di tale svolta, il mare continuerà a svuotarsi non solo di pesci, ma anche di speranze, e il sogno di milioni di persone resterà irrimediabilmente infranto.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Ricci A., “Siccità e migrazioni, il caso Senegal”, in Limes. Rivista italiana di geopolitica, n. 11, 2024: 275-283.
[2] World Bank, Groundswell Africa: Deep Dive into Internal Climate Migration in Senegal, Washington, 2021.
[3] Solo pochi anni fa, un’approfondita indagine etnografica condotta direttamente sul campo – basata sulla raccolta di interviste qualitative rivolte ad ex migranti, giovani, famiglie e rappresentanti istituzionali locali – ha permesso di analizzare in modo sistemico e multidimensionale il caso del Senegal come esempio emblematico delle interconnessioni tra degrado ambientale e mobilità forzata. Questa ricerca, resa possibile anche grazie alla collaborazione con Green Cross Italia, costituisce il nucleo fondativo delle analisi presentate in questo contributo, che si avvalgono dell’esperienza maturata attraverso l’osservazione diretta, arricchita da un costante lavoro di aggiornamento, studio e approfondimento critico. Cfr. Attanasio P., Ricci A., Partire e ritornare. Uno studio sulle migrazioni tra Italia e Senegal/Partir et revenir. Une étude des migrations entre l’Italie et le Sénégal, edizione bilingue italiano/francese, IDOS, Roma, 2018.
[4] Environmental Justice Foundation (EJF), The Deadly Route to Europe. How illegal fishing and overfishing in Senegal is driving migration, London 2025: 12.
[5] Secondo la Fao, la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU) rappresenta una delle minacce più gravi per gli ecosistemi marini, a causa della sua capacità di compromettere profondamente gli sforzi nazionali e regionali volti alla gestione sostenibile della pesca e alla conservazione della biodiversità marina. La pesca IUU si avvantaggia della corruzione amministrativa e sfrutta i regimi di gestione deboli, in particolare nei Paesi in via di sviluppo che mancano delle capacità e delle risorse necessarie per un monitoraggio, controllo e sorveglianza efficaci. Questo tipo di pesca si riscontra in tutte le tipologie e dimensioni delle attività di pesca; si verifica sia in alto mare che nelle aree soggette alla giurisdizione nazionale, coinvolge tutte le fasi della cattura e dell’utilizzo del pescato e può, in alcuni casi, essere associata alla criminalità organizzata. Le risorse ittiche accessibili ai pescatori legittimi vengono sottratte dalla pesca IUU, con il rischio di causare il collasso delle attività di pesca locali, colpendo in modo particolare le piccole attività artigianali nei Paesi in via di sviluppo, che risultano particolarmente vulnerabili. I prodotti derivati dalla pesca IUU possono penetrare nei mercati commerciali esteri, compromettendo l’approvvigionamento alimentare locale. La pesca IUU, pertanto, minaccia i mezzi di sussistenza, aggrava la povertà e aumenta l’insicurezza alimentare. Cfr. https://www.fao.org/iuu-fishing/en/.
[6] Environmental Justice Foundation (EJF), cit.: 20.
[7] Paolo F.S., Kroodsma D., Raynor J. et al., “Satellite mapping reveals extensive industrial activity at sea”, in Nature, 625, 2024: 85-91.
[8] https://ejfoundation.org/what-we-do/ocean/transparency.
[9] Sanchez G., “10.457 personas han muerto en su intento de migrar a España en 2024, el año más mortífero”, in El Diario, 26 Dec. 2024, https://www.eldiario.es/desalambre/10-457-personas-han-muerto-migrar-espana-2024-ano-mortifero_1_11925508.html.
[10] https://www.frontex.europa.eu/what-we-do/monitoring-and-risk-analysis/migratory-map/.
[11] https://refugeesmigrants.un.org/sites/default/files/180711_final_draft_0.pdf.
[12] Wallerstein I., The Modern World-System, Vol. 1, Academic Press, New York, 1974.
[13] Bullard R. D., Dumping in Dixie: Race, Class, and Environmental Quality, Westview Press, Boulder, 1990.
[14] Mbembe A., Necropolitics, Duke University Press, Durham, 2003.
[15] Bauman Z., Globalization: The Human Consequences, Columbia University Press, New York, 1998.
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Antonio Ricci, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, un’istituzione di riferimento in Italia per gli studi sulle migrazioni e le politiche migratorie. Ha svolto ricerche approfondite sull’immigrazione in Italia e sull’emigrazione italiana, collaborando con esperti nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni e i suoi studi offrono analisi dettagliate delle dinamiche sociali e culturali legate alla
migrazione in Italia e in Europa, contribuendo alla comprensione di un fenomeno in continua trasformazione.
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