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Il legno dice quello che devi fare

Posted By Comitato di Redazione On 1 gennaio 2022 @ 00:46 In Cultura,Società | No Comments

(ph. Bruno Tripodi)

Giuseppe Malfarà (ph. Bruno Tripodi)

il centro in periferia

di Vito Teti [*]

È stato a metà degli anni Novanta del secolo scorso che cominciai a notare nell’ abitazione in campagna dei miei suoceri – Giuseppe Malfarà, mastro Peppe è il padre di mia moglie – una singolare animazione all’interno e all’esterno della casa e di altri spazi utilizzati come ripostigli. Gli spazi si popolavano, giorno dopo giorno, di sculture di varie dimensioni e varie forme che però per lo più rappresentavano animali del mondo contadino o animali immaginari e fantastici. Mi resi conto che, pure nelle mie frequenti visite, non avevo colto fino in fondo quanto stava accadendo nella testa e nell’anima di mio suocero – nato nel 1939 – che da qualche anno, con una certa frenesia, raccoglieva, tra gli uliveti della zona bassa del paese tronchi e rami di olivo caduti per logoramento, o a seguito di piogge, vento, nevicate o tagliati per pulire la pianta.

S. Nicola da Crissa è un paese con un incantevole manto di piante di olive, alcune delle quali hanno un fusto molto largo e un’altezza notevole, che hanno fornito, con le olive e l’olio, un apporto decisivo all’alimentazione, all’economia, alla cultura e alle tradizioni delle popolazioni. Con il progressivo spopolamento del paese e l’abbandono che hanno conosciuto le campagne, anche un eccezionale paesaggio di oliveto ha subìto un certo degrado. Nonostante siano ancora in molti a praticare, in maniera nuova, la raccolta delle olive, gli antichi oliveti non curati spesso cedono e creano come un cimitero di arbusti, rami, tronchi: macerie del mondo vegetale. Mastro Peppe sembra aver voluto dare un nuovo senso a queste macerie e con pietas li ha trasformato in rovine, in opere d’arte, che continuano a parlare, a ricordare, a cercare nuova vita. «Quel che resta» della vita delle piante, della loro morte, non viene bruciato, usato come legna per i camini o per le stufe, ma ritorna materia vivente. 

Opere di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Opere di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Mastro Peppe ha avuto una vita di fatica, e da bambino anche di patimenti, è vissuto nelle campagne prima di emigrare, per qualche anno, poi è diventato uno dei più bravi mastri muratori, richiesto per la sua abilità e accuratezza nei dettagli e nel rifinire, e per l’attaccamento al lavoro.

Nel 1995, all’età di quasi sessant’anni, anche per questa sua nuova passione, che può svolgere all’aperto, decide insieme alla moglie, mia suocera, di chiudere, per un certo tempo, la casa del paese e di trasferirsi in quella contigua al suo orto, dove coltiva e alleva anche qualche animale domestico. «Tanto il paese è tutto vuoto e almeno qui ci sono dei vicini e vengono a trovarci figli, nipoti, amici», dice mastro Peppe. E dividendosi tra arte della fabbrica e coltura degli orti, decide di raccogliere «quel che resta» degli olivi, va, come un archeologo del mondo vegetale, alla ricerca di schegge, frammenti, reliquie delle piante e le raccoglie, le carica sulla sua lambretta, le cura, le tratta, le lavora e le trasforma in sculture che, a mio modo di vedere, hanno un valore artistico e un valore simbolico, rinviano a quel mondo naturale, ambientale, animale a cui mastro Peppe si è ispirato.

Mastro Peppe proviene da un universo contadino e da un contesto ambientale dove l’artigianato e la poesia popolare avevano una rilevanza notevole. Suo padre, nonno Vitantonio, anche lui a lungo emigrato in Germania, è stato negli anni Sessanta e Settanta uno dei più bravi e attivi “farsari”, autore di farse e di testi di Carnevale che egli stesso recitava, declamava e rappresentava quando ancora si svolgevano i rituali del Carnevale e poi negli anni Settanta quando i giovani di allora erano stati protagonisti di forme di revival folklorico e di forme di invenzione della tradizione che comunque mantenevano un legame con il mondo di prima.

Mastro Peppe (ph. Vincenzo Marchese)

Mastro Peppe (ph. Vincenzo Marchese)

Mastro Peppe ha, forse, ereditato dal padre, ma anche dai grandi narratori di storie, la facilità e l’abilita di raccontare fatti realmente accaduti o storie inventate, aneddoti, parabole, e di ricordare episodi e personaggi del passato, di parlare anche per ore di fatti vissuti e di storie che hanno sempre una sorta di intenzione pedagogica e morale. Ascoltandolo mi vengono in mente Le Parità e le storie morali dei nostri villani (1884) di Serafino Amabile Guastella e difatti con i suoi racconti fiabeschi, carnevaleschi, paradossali si rivolge agli altri al momento opportuno, quando è necessario, quando deve interpretare un avvenimento o un fatto presente. «Parabola significa…» dice alla fine di una storia esemplare per conoscere fatti, animali e cose. Cristo, S. Pietro, gli Apostoli di un Vangelo popolare o folklorico sono spesso i protagonisti delle sue narrazioni a sfondo morale. All’inizio ho avuto l’impressione che egli tendesse a ripetere e a ripetersi, che il suo parlare fosse dettato da esigenza di presenza, e questo è certo anche un aspetto, ma il fatto che colpisce è che la stessa storia diventa sempre diversa, si arricchisce sempre di nuovi particolari, di nuovi dettagli ed elementi, nuovo modo di raccontare e di gesticolare e così riesce sempre a catturare l’attenzione. 

Opera di mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opera di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Ho ascoltato da mastro Peppe storie e racconti della fatica e dell’arte di reperire legna, della cura che si aveva nel non sprecarla e nel custodirla, delle mille attività produttive che si svolgevano nei boschi vicini al paese. I boschi vicini, il Fellà (dal greco del periodo bizantino il termine indica la pianta di sughero), i castagneti, le faggete erano luoghi di produzione, ricerca e vita. Sembrava affiorare, nei suoi racconti, una memoria antica e sotterranea per il ruolo fondamentale che il legno ha avuto agli albori della vita del Sapiens fino alla civiltà contadina in cui mastro Peppe è nato, si è formato, è cresciuto, prima dell’evaporarsi definitivo, in poco più di un ventennio, anche se l’erosione di un universo millenario era cominciata con l’Antropocene nell’Europa e nella Calabria accentuato dalla grande emigrazione.

Ne L’Età del legno. Come un unico materiale ha plasmato l’intera storia dell’umanità (Einaudi, 2021), Roland Ennos, studioso delle proprietà biomeccaniche delle piante, adotta (come ricorda Adriano Favole in un articolo, L’umanità figlia del legno, apparso su “La Lettura” di domenica 12 dicembre) una prospettiva «lignocentrica» con intento di rileggere la storia dell’umanità. Occorre liberarsi, secondo Ennos, dal «condizionamento dettato dall’opinione comune che vede la storia dell’umanità contraddistinta dal rapporto dell’uomo con tre materiali: la pietra, il bronzo e il ferro». Il legno «non è un’obsoleta reliquia del nostro lontano passato», ma è stato il vero protagonista dell’avventura umana. Le nostre mani e la nostra pelle, capace di aderire anche a superfici lisce e umide come quelle dei rami, si sono formate sulle chiome delle foreste, sulla parte alta degli alberi. Il legno ha consentito un lungo cammino al Sapiens, che ha costruito solidi bastoni da scavo, con cui dissotterrare le radici, e il fuoco, grazie al quale tenere lontani i predatori e cuocere i cibi, ampliando le possibilità digestive e la tipologia di alimenti.

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Una lunga età del legno, dunque, accompagna l’uomo. Con i piedi ormai saldamente per terra, l’essere umano continuò ad affidarsi al legname: le sue caratteristiche – resistenza alla compressione, durezza, ma anche «punti deboli» che consentono la realizzazione di assi – permisero di produrre attrezzi per costruire abitazioni, lance, archi. Secondo Ennos «gli utensili di pietra non sono stati poi così innovativi o centrali per la vita dell’uomo primitivo». La rivoluzione dei metalli, ricavati dalle rocce proprio grazie al fuoco e al legname, rese possibile una nuova accelerazione nel disboscamento delle foreste. Da allora, e fino alla rivoluzione industriale e all’uso dei combustibili fossili, «il legno non solo continuò a svezzare l’umanità, ma indicò all’essere umano i limiti ecologici del mondo in cui abitava: dalla costruzione delle città ai viaggi per mare a bordo di navi realizzate con le tavole di legno alle ruote per trasportare via terra carichi pesanti, al riscaldamento in aree fredde, fino alla realizzazione dei tetti di templi e basiliche, tutto passava attraverso le mani dei boscaioli e attraverso la capacità dei boschi cedui di riprodurre il legno, visto che le foreste primarie si consumavano a ritmo crescente» (Adriano Favole che cita il saggio di Ennos). 

Opera di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opera di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Ancora oggi, nonostante metalli e idrocarburi, il legno gioca un ruolo essenziale. È tempo di riconoscere che la soggettività e le proprietà dei non umani hanno fatto la storia insieme a «noi». È tempo di riconoscere quelle che Tim Ingold chiama Corrispondenze (Raffaello Cortina, 2021): le somiglianze, le connessioni, le convivenze, le relazioni, le interdipendenze che ci legano ai non umani. Il libro di Ingold, come ricorda sempre Favole, si apre con un capitolo intitolato Storie dal bosco. «Esiste un esempio migliore di convivialità, nel senso del vivere e del crescere insieme, di quello degli alberi di un bosco? Entrate dunque nel bosco come in una biblioteca o in una cattedrale, con una certa riverenza. Ogni tronco – ogni codex come gli antichi chiamavano sia i tronchi sia i libri – custodisce la sua storia; non però tra le sue fodere, come per i libri, ma in alto, con le volte a ventaglio del tetto della cattedrale o i ramificati decori delle sue vetrate. Per leggere la storia, dovrete tendere il collo». 

Nell’universo agropastorale in cui mastro Peppe è cresciuto ed è vissuto gli alberi erano fondamentali per nutrirsi, costruire, riscaldarsi. L’olivo forniva l’olio (elemento della triade mediterranea), tuttavia poco accessibile ai ceti popolari, e piante come il castagno e la quercia erano fondamentali anche per la panificazione e per l’allevamento degli animali (soprattutto maiali). Si pensi poi all’importanza che nell’alimentazione del passato avevano piante come quelle di fichi, pere, mele, ciliegie, gelso. «Cu’ éppi focu campau, cu’ éppi pani moriu», dice il proverbio che anche mio mastro Peppe ripeteva spesso ricordando il passato o alimentando, in maniera gioiosa e allegra, con la soddisfazione di chi si era lasciata la precarietà e la penuria alle spalle, il fuoco del caminetto o del termo camino.

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Il fuoco della legna, faticosamente reperita per riscaldarsi, per cucinare, d’inverno, era più importante del pure indispensabile pane. Elemento di vita ed elemento di distruzione, talora, era il fuoco con la legna e il legno che bruciavano. «Focu meu», «Fochiceju meu», si dice ancora in presenza di una disgrazia improvvisa, di una tragedia, di una morte. I fuochi comparivano prima dei terremoti e grandi incendi, dopo i terribili flagelli che hanno segnato la storia e la mentalità delle popolazioni, apportavano ulteriori rovine e disagi. E oggi gli incendi e i fuochi nei boschi costituiscono una grande catastrofe e sono vissuti con grande dolore. Provocano sconvolgimenti ecologici, sono insieme effetto ed esito delle crisi climatiche, ma anche dell’incuria e delle violenze delle persone.

Eppure, nel passato recente, nell’universo tradizionale di mastro Peppe, il fuoco era, in parte resta, simbolo di vita, di morte, e di rigenerazione. Il focolare con la legna che brucia, dove si cucinava e si consumano i pasti, è percepito come sede dell’“anima” della casa, del suo elemento vitale, simbolo di essa. Le cataste di legno, raccolte nei boschi, servivano per i rituali, nelle feste di passaggio, di ritorno dei defunti, attorno ai quali si mangiava, si beveva, si cantava, aspettando l’alba. Simbolo di vita, di morte, e di rigenerazione. Sono quelle legna che parlano, di socialità e di aggregazione, che rimandano bagliori di luce e di vita in comunità spesso abbandonate e spente. C’era un senso del limite nel consumare il legno, così come c’era nel consumo del cibo.

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Legno e cibo erano sacri perché necessari e non andavano sprecati, gettati, usati senza necessità. Anche quando i boschi venivano tagliati per allargare gli spazi destinati alla coltivazione c’era sempre una cura per evitare sprechi e scempi che potevano provocare danni ecologici. Il fuoco veniva acceso durante attività agricole e produttive fondamentali come il debbio, che consisteva nel bruciare le erbe secche sul terreno o anche zone boschive da guadagnare a nuove colture, come ricorda Emilio Sereni nel bellissimo saggio Terra nuova e buoi rossi (Einaudi, 1981), che prende il titolo da un’immagine e da un modo di dire dei contadini calabresi che bruciavano erbe, rovi, alberi per fondare nuovi paesaggi produttivi e a volte nuovi insediamenti.  Il fuoco si otteneva dalla legna di cui c’era a volte penuria e di cui si aveva cura. Ho visto nel modo di raccogliere, curare, lavorare, trattare il legno di olivo di mastro Peppe una sorta di religione e culto dei beni vegetali primari ed essenziali.

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Opera di Mastro Peppe (ph. Gregorio Riccio)

Un senso del limite, un ritorno alla socialità e alla convivialità, nel senso in cui ne parla Ingold, e il desiderio di dare nuovo senso al legno, di non sprecarlo, di non farlo morire, di rigenerarlo. Quando il legno d’olivo che rischiava di perire si trasforma in figure di animali o in oggetti di uso affiora il senso di legame tra mondo vegetale, mondo animale, uomini e cose. 

Ho visto in queste sculture di legno la stessa capacità di dare forme diverse agli stessi soggetti scolpiti, di creare varianti significativi. «Il legno dice quello che devi fare. I diversi pezzi di legno ti dicono quello che puoi fare». E così vengono confermate le belle intuizioni di Felice Cimatti e Pietro Clemente sulle sculture di olivo di mastro Peppe, che segue e asseconda la natura e la forma del legno, dei rami, dei tronchi. I resti degli ulivi morti o ridotti a macerie vegetali ti indicano come devi trattarli e plasmarli per dare loro un nuovo senso, per trattarli come rovine che parlano e conservano memorie, perché riguardati e portati a una nuova vita. «Guardo gli animali, le galline, le papere, le oche, le caprette e poi vado con il legno dove mi porta e aggiungo e tolgo».

Opera di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opera di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

E così nascono le figure di un bestiario immaginario e meraviglioso, ma che restano fortemente ancorati alla terra, al lavoro, alla produzione. Mastro Peppe mostra con orgoglio queste sue opere ai suoi familiari, ai suoi nipoti, agli amici che vanno a trovarlo e che accoglie con un senso antico dell’ospitalità e a quasi tutti gli piace donare una sua scultura. E mentre lui racconta a chi va a trovarlo il suo lavoro, accompagna le persone nel suo “laboratorio”, un vero e proprio museo, la moglie va a raccogliere qualche verdura o della frutta negli orti per donarle alle persone che vanno a trovarli. E Giuseppe Malfarà parla allegro, offrendo un bicchiere del suo vino, il «migliore del mondo», come lui dice, sorridendo, e invitando a una fetta di salame o di formaggio o ad altro perché la tavola, dice, deve essere sempre apparecchiata per chi viene a trovarci. 

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Bisognerebbe rileggere e, probabilmente, scrivere sull’arte, l’arte popolare, gli oggetti d’uso, con valenze estetiche e simboliche, in legno di olivo o di tante altre piante. Nel mio paese c’è una bellissima statua lignea settecentesca del SS. Crocefisso scolpita in legno. Ma mi vengono in mente fusi, conocchie, casse, cassoni, sedie, cucchiai in legno, che facevano parte della vita quotidiana ancora ai tempi della mia infanzia. Jan Mukarovsky ne La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali. Semiologia e sociologia dell’arte (Einaudi, 1971) ricorda che la capacità estetica non è una qualità dell’oggetto, ma si manifesta in un determinato contesto sociale e che quello che viene definito artigianato non solo ha una funzione estetica ma anche una valenza sociale, una funzione pratica, e un uso che acquista anche valore simbolico. Donare un tavolo, un contenitore di frutta, o fare un leggio o una grande sedia per la chiesa di Mater Domini significa anche riscoprire l’unità che esiste tra il bello, l’uso pratico, la valenza sociale. Donare, offrire, accogliere con generosità, sono valori e pratiche dell’antico mondo a cui Giuseppe Malfarà è fedele fin da bambino. Il privato e quasi intimo museo all’aperto ad ogni visita perde un pezzo, che però viene sempre sostituito, rimpiazzato, da altre sculture che Mastro Peppe continua a inventare. «Natura domina», suole ripetere quasi per dire, come James Hillman ne Il codice dell’anima (Adelphi, 2009) che ognuno di noi nasce con un carattere che difficilmente cambierà nel tempo: forse bisogna solo cercare di conoscersi, di assumersi le proprie ombre, di fare i conti con il proprio essere. 

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Opere di Mastro Peppe (ph. Bruno Tripodi)

Il Sapiens è stato insieme natura e cultura, ma molto spesso, specialmente con l’Antropocene, è andato oltre il limite, ha sprecato più del necessario, ha cercato il superfluo e non più l’essenziale, non è stato capace di fermarsi, non ha saputo comportarsi come un abitante e non come il proprietario del pianeta.  Non bisogna, certo, mitizzare il rapporto delle persone del passato con il mondo vegetale e animale. In molte feste e in riti gli alberi, che poi sarebbero stati distrutti, venivano in qualche modo ringraziati e celebrati. E gli animali, quando erano disponibili, venivano uccisi da uomini e donne del passato, con dispiacere, con dolore, con l’amara consapevolezza di dover compiere un sacrificio necessario. La carne, come il pane bianco, era il cibo dei ceti benestanti, e dai ceti popolari veniva consumata soltanto nelle festi solenni e in occasioni eccezionali. La letteratura orale e scritta mostra come le carne fosse oggetto del desiderio e della nostalgia alimentare di persone magre, denutrite, spesso alla fame, che non potevano accedere a un cibo ritenuto essenziale per vivere. E così parlavano agli animali con cui abitavano e condividevano e da cui si distaccavano con dolore e con un senso di pietas. Nello sguardo amorevole di persone come mastro Peppe si coglie ancora il sentimento di attaccamento e di familiarità con gli animali, di cui un giorno bisognerà privarsi, e con il legno che sarà bruciato. «Natura domina» è un detto che vale per quel mondo vegetale e animale che non abbiamo saputo riconoscere, rispettare, considerare come nostri fratelli e compagni della terra che abitiamo. 

Forse anche da queste sculture, fatte in silenzio, per amore e per diletto, per passare il tempo e per fare piccoli doni, per salvare «quel che resta», per farlo parlare in maniera diversa in un tempo di sospensione e di incertezze. La memoria e la sapienza del passato forse potrebbero essere necessarie e fondamentali almeno per immaginare il futuro.

Dialoghi Mediterranei, n. 53, gennaio 2022 
[*] Questo scritto costituisce l’ampliamento di un testo destinato ad un libretto, a circolazione limitata e privata, in corso di stampa (Natura Domina, Adhoc, Vibo Valentia, con scritti di Pietro Clemente e Felice Cimatti, Vito Teti). Intanto Giuseppe Malfarà, mastro Peppe, è andato, con garbo, discrezione e dignità, in un luogo altrove, misterioso e a noi sconosciuto, per continuare a raccogliere quel che resta della pianta sacra del Mediterraneo per creare le sue sculture, e anche per continuare a raccontare le sue storie, le sue “parità morali”, i fatti, i sogni, i miti del suo mondo di origine e della sua esistenza. Assieme al dolore e alla fortuna di averlo incontrato, mi restano il rammarico e il rimpianto di non essere riuscito a fare la sorpresa di dargli in dono il libretto sulle sue sculture d’olivo, per dirgli la nostra gratitudine e il nostro affetto. Spero sia contento nel leggere e nello sfogliare un libretto di cui non sapeva nulla e immagino resti sorpreso che si stia pensando a un piccolo museo permanente delle sue sculture di olivo, nel luogo dove le ha realizzate. Immagino faccia uno dei suoi sorrisi contagiosi, allegri e rigenerativi perché lui quelle sculture, come tutte le altre grandi piccole cose della sua vita, le faceva per sua “natura”, per il suo modo di essere, per passione e generosità, per amore dell’olivo e degli animali, dei familiari, delle persone con cui viveva, dei paesani, di chi andava a trovarlo e di tutti quelli con cui aveva un legame amicale.

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Vito Teti, docente ordinario di Antropologia culturale presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è autore di numerose pubblicazioni, tra le quali si segnalano: Emigrazione, alimentazione e culture popolari; Emigrazione e religiosità popolare nei due volumi di Storia dell’emigrazione italiana (2000; 2001); Storia dell’acqua (2003); Il senso dei luoghi (2004); Storia del peperoncino. Un protagonista delle culture mediterranee (2007); La melanconia del vampiro (2007); Pietre di pane. Un’antropologia del restare (2011); Maledetto Sud (2013); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandono e ritorno (2017), Il vampiro e la melanconia (2018), Pathos (assieme a Salvatore Piermarini), 2019). Ha appena pubblicato Prevedere l’imprevedibile. Presente, passato e futuro in tempo di Coronavirus, Donzelli, 2020; Nostalgia (Marietti, 2020). Autore di documentari etnografici, mostre fotografiche, racconti, memoir, fa parte di Comitati Scientifici di riviste italiane e straniere.

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