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Il genocanto di una lupa verghiana. La voce tagliente di Rosa

Rosa Balestrieri

Rosa Balestrieri

di Mario Sarica

Rosa Balistreri non ci ha mai lasciati, pretendendo non solo di essere ascoltata e riascoltata, interpretata e reinterpretata, nel corso dello scorrere delle generazioni di musicisti e cantatrici e delle mutevoli stagioni e orientamenti musicali del nostro tempo, perché “voce madre” del canto d’amore, di vita e di morte di una Sicilia ferita e smarrita, colta sulle luci del tramonto delle tante storie di vita individuali e collettive nutrite dalla plurimillenaria vicenda isolana. Oltre l’etichetta sbrigativamente a lei riservata, quale rappresentante sebbene autorevole del genere musicale di consumo del Folk revival, Rosa infatti ha chiesto ripetutamente a tutti noi qualcosa di più, di raccontare della sua voce unica e tagliente, non soltanto come espressione del canto siciliano delle origini, specchio delle tante anime isolane di luci e ombre, ma soprattutto perché voce della sua anima intimamente legata alla sua drammatica esperienza esistenziale, peraltro esemplare di una Sicilia in preda in quei decenni ad una radicale mutazione antropologica. La sua dolente voce è un vero e proprio “genocanto”, sgorga infatti pura e incontaminata dalle profondità della sua anima lacerata, senza mediazioni, filtri estetici, infingimenti, con forza dirompente e potente pathos catartico da coro greco.

Il suo canto, unito alla inseparabile chitarra, un ulteriore carattere distintivo di piena autonomia musicale, oltre l’esclusivo uso maschile che nella tradizione viene riservato a questo tipico strumento della cosiddetta musica dei barbieri, racconta di una sofferta e tormentata esperienza esistenziale, segnata fin dall’infanzia da relazioni familiari, affettive e sentimentali tossiche e malate.

A questa marginale e sofferta condizione di vita, segnata da violenze, abusi e rinunce, Rosa con la sua natura femminile da “lupa verghiana”, si è sempre ribellata, cercando disperatamente una via di fuga, un lampo di luce, una libertà e verità di vita, che ha cercato e poi trovato nel canto liberatorio sulla scena a contatto con altre donne e uomini. Una materia incandescente il suo essere al mondo, dove il canto è stato un grido di dolore contro il male e le ingiustizie subite, alla ricerca di un amore sempre cercato ma mai trovato, anzi rifiutato e negato. E così Rosa, suo malgrado, ha richiamato presto l’interesse dei media, prima delle testate giornalistiche isolane, e poi di quelle nazionali, compresa ovviamente la RAI Radiotelevisione italiana, ritrovandosi protagonista fra cronaca nera e pagine degli spettacoli. Una singolare e drammatica esperienza esistenziale, la sua, dentro una scena sociale epocale che incomincia ad andare a pezzi, mettendo in crisi quelli che fino allora erano solidi valori di vita di tradizione. A innescare la crisi irreversibile del modello patriarcale siciliano, e il dominio assoluto dell’uomo sulla donna, nel rispetto di codici comportamentali e relazioni affettive e familiari di antica memoria, il clamoroso rifiuto delle nozze riparatrici, dopo la classica “fuitina”, che mascherava invece un vero e proprio sequestro di persona, perché non consenziente, il deflagrante “caso” della diciottenne Franco Viola. La ragazza di Alcamo nel 1965 si ribella di adeguarsi alle regole della tradizione, rivendicando con coraggio una sua scelta di libertà e di indipendenza.

Tutto questo sullo sfondo delle lotte femministe, che conquisteranno la facoltà di decidere in piena autonomia le scelte di vita, ad incominciare dalla procreazione, combattendo la subalternità secolare nei confronti dell’uomo padre-marito padrone. E gli esiti più emblematici dei movimenti intergenerazionali arrivano con la pillola anticoncezionale, la legge 184, fino alla cancellazione dell’arcaico delitto d’onore. Ed è proprio su questo tumultuoso scenario sociale italiano, in pieno boom industriale economico, agitato da forze oscure e contrapposte, e da un malessere profondo che alimenta poteri occulti, disegni inconfessabili con strategie di sovversione di matrice politico-mafiosa e terroristica, con cronache drammatiche di attentati, minando le stesse fondamenta della giovane ed acerba Repubblica Italiana, che prende corpo e anima Rosa Balistreri. Con questo sguardo retrospettivo, la sua tormentata vicenda di donna sempre in lotta con se stessa, impastata indissolubilmente al canto che sublima e lenisce il suo dolore, le sue perdite affettive primarie, vista da lontano, emerge oggi prepotentemente paradigmatica. Rifiutando con orgoglio qualsiasi etichettatura ideologica, o peggio di schieramento politico, l’indomabile Rosa da Licata, seguendo la sua innata sensibilità di natura femminile, diventa inconsapevolmente un modello di affrancamento e di emancipazione delle donne dalla secolare condizione di sottomissione al maschio dominante.

afb3030634bd7dab07e871fd9580c07d-578x578x1Ma oltre questa chiave di interpretazione, offerta dalla rilettura delle cronache del tempo e dalle produzioni delle opere discografiche sapientemente prodotte dalla prestigiosa Fonit Cetra, Rosa Balistreri ci racconta tanto altro. E così la sua verità di vita affidata al canto, che incarna l’agitato spirito del tempo, non lascia infatti indifferenti i dissidenti della controcultura dello spettacolo e dell’arte di quelle memorabili stagioni, a partire dal profetico poeta siciliano Ignazio Buttitta e dallo scomodo e innovativo cantastorie Ciccio Busacca di Paternò, fino ad arrivare a Dario Fo e Franca Rame, massimi interpreti sulla scena dissacrante di quegli anni. Un controcanto che diventa specchio impietoso dei tempi, dove trova posto l’energia vocale vitale rivoluzionaria di Rosa. Assieme daranno vita a performance memorabili, denunciando i vizi e i segreti inconfessabili di una classe politica incapace di rispondere ai tanti bisogni di una società italiana alla ricerca di una nuova identità e di un futuro di giustizia sociale.

Molto dunque si è detto, scritto e soprattutto cantato negli anni di Rosa Balistreri dentro i perimetri interpretativi e performativi canonici, da quelli concertistici ai recital, alle letture drammatizzate, fino alla pluralità di codici narrativi filmici, a partire dai docufilm, tra i quali ricordiamo con piacere quello di Nello Collereale “La voce di Rosa” del 2011, e “Il canto delle sirene” di e con Isabella Ragonese del 2022, fino ad arrivare all’ultimo titolo cinematografico, potente sul versante della narrazione filmica ed intenso per lo scavo della complessa storia e personalità di Rosa Balistreri de “L’Amore che ho” di Paolo Licata, nelle recenti settimane in prima assoluta nelle sale cinematografiche della Sicilia, con una risposta sorprendentemente e meritatamente favorevole da parte della critica specializzata e del pubblico. È stata, a mio avviso, una sfida, quella di Paolo Licata, vinta a pieni voti, avendo evitato di scivolare nel già detto e già visto su Rosa, e avendo superato di slancio i rischi di una certa distopia e oleografia, sempre in agguato in questi casi.

Una sceneggiatura scritta con rigore, come un atto d’amore sentito e profondo, ispirata liberamente al poetico libro L’Amuri ca v’haiu di Luca Torregrossa, trasfigurando la scrittura narrativa in una scansione filmica incalzante, senza respiro, che lascia aderire emotivamente lo spettatore allo schermo fin dalla prima immagine.

Come capita con le pellicole che hanno reso e confermato nel tempo il film come opera d’arte totale del Novecento, anche “L’amore che ho” di Paolo Licata, si offre con una cifra stilistica ed interpretativa esemplare, dove la parola diventa canto, e il canto mirabile storia di vita. Privilegiando un racconto asincronico, valorizzando così la formidabile macchina del tempo che è il film, per sua intrinseca natura, l’opera cinematografica di Paolo Licata mette a nudo a tutto tondo la tormentata storia di vita e di canto della cantatrice siciliana.  Attorno alla sua figura si sprigiona una luce abbagliante e contagiosa, attraverso l’uso sapiente di un racconto per flash back, come in un puzzle esistenziale e d’arte, di continui rimandi fra futuro presente e passato: così che lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente alla vicenda, lungo l’arco del tempo di Rosa, fra infanzia e maturità artistica e di vita, sotto le luci della ribalta, suo malgrado.

497824570_1252833623520581_4784253681456056305_nUna regia dunque particolarmente ispirata, che affida ad un cast di attrici, che colgono in pieno le tante luci ed ombre, il cumulo di dolore e di speranze, di una donna sola, che consegna al canto il senso ultimo della sua vita: così scrive, «dentro la mia anima c’è un fuoco che arde». Ed ecco le nostre splendide Rose sullo schermo, ovvero Lucia Sardo, Donatella Finocchiaro, Anita Romario, in grado di incarnare esemplarmente le tante anime della tormentata ed esemplare storia di vita e d’arte di Rosa Balistreri. A queste attrici si aggiunge la splendida Tania Bambaci che interpreta la figlia Angela. Davvero felice poi le riscritture musicali di scena della straordinaria cantatrice siciliana dei nostri giorni Carmen Consoli, vera e propria alter ego delle tante anime musicali di Rosa Balistreri.

Un’opera cinematografica, dunque, che conferma e premia ancora una volta il non facile sforzo di produzione di Rocco e Santi Bambaci. Ed ora, sollecitato proprio dal film, consentitemi un ulteriore sguardo decentrato e penetrante, che credo che aggiunga una nuova luce al “caso” Balistreri. Nel suo modo di essere, fuori e dentro la scena, mi pare infatti di poter sovrapporre quell’enigma della femminilità, di cui scriveva il tanto discusso padre della psicanalisi Sigmund Freud, ricongiungendolo alla psiche, «evento femminile per eccellenza a cui il maschile può accedere per quel tanto che ha anima». Nella femminilità stanno infatti raccolti «come in un arco in tensione, quegli opposti che la ragione maschile disgiunge e separa nella contrapposizione dei significati». Per la psiche, dunque, amore e odio convivono in ogni sentimento che pervade l’anima, oscillante e lacerata fra il razionale e l’inconscio, quest’ultimo luogo elettivamente d’incontro degli opposti, per dare vita alle inalienabili produzioni di senso in grado di unire invece di divaricare i veri sentimenti d’amore che accolgono e non escludono. È questo credo sia uno dei percorsi da intraprendere per capire la vulcanica e sempre viva Rosa. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. Il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997); Orizzonti siciliani (2018).

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