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Il futuro, minuto per minuto. Pensando a Francesco Guccini

Francesco Guccini

Francesco Guccini

di Eleonora Melis 

Francesco Guccini è morto il 6 agosto 2026. Aveva ottantasei anni. Io appartengo invece a quella parte della vita in cui, almeno in teoria, il futuro dovrebbe occupare molto più spazio del passato. Forse è proprio questa distanza ad avermi portata, nei giorni successivi alla sua morte, a interrogarmi non soltanto sulla scomparsa di uno dei grandi protagonisti della canzone italiana, ma su ciò che rimane delle sue parole per chi appartiene a un’altra generazione. Non ho vissuto le piazze, le attese, le battaglie politiche e le disillusioni del suo tempo. Non conosco per esperienza il mondo nel quale quelle canzoni sono nate. Eppure le ascolto da un presente che continua, in qualche modo, a riconoscersi in esse.

C’è una risposta di Guccini alla quale continuo a tornare. Interrogato su come immaginasse il futuro, rispose di non immaginarlo affatto. Il futuro, per lui, non esisteva ancora: esisteva il presente, destinato immediatamente a diventare passato; esisteva il passato, necessario per comprendere ciò che eravamo stati e ciò che eravamo diventati. Il futuro, invece, arrivava «minuto per minuto» [1].

A distanza di anni, mi sembra una frase sorprendentemente contemporanea.

Perché se Guccini rifiutava di immaginare il futuro come qualcosa di già esistente, noi siamo cresciuti imparando quasi il contrario: il futuro deve essere previsto, progettato, possibilmente anticipato. Ci viene chiesto molto presto cosa vogliamo diventare e, poco dopo, dove vogliamo vivere, quale lavoro faremo, quali competenze dovremo acquisire per non rimanere indietro. Studiamo, ci specializziamo, impariamo lingue, attraversiamo città e paesi, cambiamo progetti e qualche volta ricominciamo.

Dobbiamo prepararci continuamente a ciò che verrà, proprio mentre ciò che verrà sembra sempre più difficile da prevedere.

È questa contraddizione, più che una generica sfiducia nel domani, che riconosco nel mio rapporto con il futuro. Non credo che i giovani abbiano semplicemente smesso di sperare. Continuiamo a desiderare, progettare, partire, innamorarci, costruire. Ma lo facciamo dentro un orizzonte nel quale la stabilità sembra essere diventata un’eccezione e molte delle grandi promesse collettive del Novecento hanno perso la loro forza. Il futuro rimane una promessa, ma è diventato anche una preoccupazione.

Non significa che la generazione di Guccini abbia vissuto necessariamente un tempo migliore. Sarebbe troppo facile trasformare il passato degli altri in un luogo rassicurante. Quella generazione ha conosciuto conflitti, violenze, paure, sconfitte e profonde disillusioni. E Guccini non è mai stato il cantore ingenuo di un domani inevitabilmente migliore. Nelle sue canzoni il tempo consuma, modifica, allontana; gli ideali si confrontano con la vita e la memoria non restituisce mai intatto ciò che è stato.

Eppure qualcosa sembra essere cambiato. Nelle sue canzoni sopravvive la possibilità di pensare il futuro come una questione non soltanto individuale. Il domani poteva essere discusso, contestato, immaginato collettivamente. Anche quando un’utopia falliva, rimaneva almeno la possibilità di averne una.

Che cosa abbiamo messo al suo posto? Molti dei desideri attraverso cui immaginiamo il nostro futuro sembrano essersi spostati verso una dimensione più privata: trovare un lavoro che ci permetta di vivere, riuscire ad avere una casa, scegliere dove stare, costruire relazioni che resistano, partire senza perdere la possibilità di tornare. Non sono desideri minori. Sono forse la forma concreta attraverso cui proviamo a dare stabilità a un tempo che ne offre poca. Ma accostati alle grandi narrazioni collettive del Novecento raccontano comunque una trasformazione.

Ed è qui che torno a Guccini. Non per provare nostalgia di un’epoca che non ho vissuto. Non posso rimpiangere il Sessantotto, gli anni Settanta o le osterie di una Bologna conosciuta attraverso le parole degli altri. Posso però domandarmi perché canzoni nate dentro quel mondo continuino a raggiungere chi è arrivato molto dopo.

hq720Una possibile risposta si trova in una delle immagini più semplici e potenti che Guccini ci ha lasciato: un vecchio e un bambino che camminano tenendosi per mano. Il vecchio e il bambino, pubblicata nel 1972 nell’album Radici, costruisce proprio questo incontro tra due tempi [2]. I due attraversano un paesaggio trasformato. Il vecchio conserva la memoria di ciò che quel luogo era stato; il bambino non possiede quel ricordo e può soltanto ascoltarlo. Il vecchio racconta. Il bambino immagina.

In questo passaggio la canzone, almeno per me, smette di essere soltanto una riflessione sulla perdita. Il passato non può essere restituito al bambino, ma può essere raccontato. E attraverso il racconto diventa possibile immaginare qualcosa che non esiste più – o che, forse, potrebbe esistere diversamente. La memoria non serve allora soltanto a conservare. Può produrre possibilità.

Dopo la morte di Guccini, quell’immagine assume inevitabilmente un significato nuovo. Guccini è diventato il vecchio. E noi, quelli venuti dopo, siamo in qualche modo il bambino che ascolta. Non abbiamo visto il mondo che raccontava quando quelle canzoni furono scritte. Non possediamo i ricordi ai quali quelle parole appartengono. Possiamo però riceverne il racconto.

Forse ogni generazione ha bisogno della memoria di quella precedente non per imitarla, ma per comprendere una cosa molto semplice: il presente non è l’unico mondo possibile. È questo, più della nostalgia, che trovo profondamente politico in Guccini.

Ricordare significa scoprire che ciò che esiste oggi non è sempre esistito. E se il mondo è già cambiato, significa che può cambiare ancora. Anche le possibilità fallite, gli ideali sconfitti e le speranze che il tempo ha ridimensionato conservano allora un valore: testimoniano che qualcuno, prima di noi, è riuscito a immaginare le cose diversamente.

images-37Essere stati giovani

Ma la memoria di Guccini non conduce soltanto verso ciò che è stato perduto. Conserva anche il ricordo di ciò in cui, almeno per un momento, è sembrato possibile credere. È difficile, da questo punto di vista, non incontrare La locomotiva.

Guccini la pubblica nel 1972, ancora in Radici, partendo dalla storia realmente accaduta di Pietro Rigosi, ferroviere che alla fine dell’Ottocento si impadronì di una locomotiva e la lanciò verso Bologna [2]. Guccini non la pensava inizialmente come un manifesto politico. La vicenda, tuttavia, sarebbe diventata molto più grande delle intenzioni iniziali del suo autore. Fu ascoltata, cantata, riconosciuta. Finì per assumere un significato collettivo. Per anni avrebbe chiuso i concerti di Guccini, quasi come un rito nel quale una vicenda individuale veniva restituita a migliaia di persone.

Non mi interessa tanto il gesto di Rigosi, appartenente a un tempo e a un immaginario politico lontani dal mio, quanto la capacità di una storia di diventare un luogo nel quale una comunità si riconosce. Non credo che i giovani di oggi siano meno sensibili o meno capaci di indignarsi. Abbiamo davanti guerre, disuguaglianze, crisi ambientali, migrazioni, nuove forme di esclusione. Le conosciamo quasi in tempo reale. Le immagini arrivano sui nostri telefoni mentre accadono e vengono rapidamente sostituite da altre immagini.

Sappiamo moltissimo del mondo. Ma sapere non significa necessariamente riuscire a immaginarlo diverso. Forse una delle difficoltà del nostro tempo sta proprio qui: siamo continuamente connessi alle vite degli altri e, nello stesso tempo, rischiamo di vivere il futuro come un problema prevalentemente individuale. Ci indigniamo insieme, ma spesso progettiamo da soli.

Quando ascolto La locomotiva, allora, non provo nostalgia per l’ideologia di un’altra epoca e non cerco nuovi eroi da imitare. Mi interessa qualcosa di più elementare: l’idea che possa esistere una speranza capace di uscire dal perimetro della propria esistenza. Una speranza che riguardi anche qualcuno che non conosciamo.

Una generazione non è mai uniforme. Nemmeno quella di Guccini lo era. Ma le canzoni possono conservare non soltanto ciò che una società è stata: possono conservare ciò che, in un determinato momento, ha desiderato essere. La locomotiva conserva anche questo: l’eccesso dell’utopia.

Ma se La locomotiva racconta l’impeto dell’idea, Eskimo racconta ciò che accade quando quell’impeto è già diventato memoria. Pubblicata nel 1978 nell’album Amerigo, Eskimo guarda indietro [3]. Bologna, gli amori, gli amici, le discussioni, la politica, le stanze e le strade appartengono ormai a un tempo che può essere raccontato ma non attraversato di nuovo nello stesso modo.

Lpic_2890o stesso Guccini, presentando Amerigo, definiva Eskimo la storia di una sconfitta ancora non risolta, sospesa fra una maturità immaginata e un presente ancora confuso [3]. Mi interessa questa tensione. Un oggetto della vita quotidiana diventa un simbolo. Un ragazzo indossa un cappotto senza sapere che anni dopo quell’eskimo contribuirà a raccontare un’epoca.

Forse la memoria funziona spesso così: attribuiamo dopo un significato alle cose che, mentre le stavamo vivendo, sembravano semplicemente accadere. È una sensazione che non appartiene soltanto alla vecchiaia. Si può essere ancora giovani e avere già luoghi nei quali non torneremo più nello stesso modo, amicizie che appartengono a una versione precedente di noi, amori che hanno modificato la direzione della nostra vita, città che ricordiamo diversamente da come sono realmente.

Cominciamo molto presto a diventare memoria. Guccini non conserva il passato per immobilizzarlo. Lo rimette in movimento. E allora La locomotiva ed Eskimo, ascoltate una accanto all’altra, sembrano raccontare due estremi della stessa esperienza. Prima crediamo. Poi ricordiamo di aver creduto. Tra queste due cose accade la vita.

La domanda, allora, non è se possiamo ancora credere nelle stesse cose in cui credeva un ragazzo degli anni Sessanta. La domanda è un’altra: siamo ancora capaci di credere in qualcosa abbastanza intensamente da accettare che un giorno possa diventare anche il nostro rimpianto?

Forse essere giovani significa anche assumersi questo rischio. Desiderare qualcosa prima di sapere come andrà a finire. Costruire relazioni prima di sapere se dureranno. Partire prima di sapere se torneremo. Difendere un’idea prima di sapere se vincerà. Immaginare un futuro senza avere alcuna garanzia che sarà quello nel quale vivremo.

In questo senso Guccini non mi sembra affatto un cantore delle certezze. La sua forza sta nella capacità di lasciare convivere l’ideale e il dubbio, l’appartenenza e la disillusione, il desiderio di cambiare il mondo e la consapevolezza che il mondo, nel frattempo, cambia anche noi. Non sorprende che abbia scelto per sé una definizione apparentemente fragile: «cantore del forse, del dubbio, del ma» [4].

ab67616d0000b273666f195a97dfa94a254175d3Il diritto di dire “forse”

Forse è proprio da quel forse che vale la pena ripartire. Il dubbio, quando si parla di futuro, non è necessariamente una debolezza. Può essere una forma di onestà.

Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di definirci. Dobbiamo sapere chi siamo, cosa pensiamo, da quale parte stiamo, cosa vogliamo diventare. Dobbiamo rendere comprensibili agli altri i nostri percorsi, trasformare perfino le incertezze in progetti. Il futuro sembra richiedere una risposta prima ancora di essere arrivato.

Eppure crescere significa anche scoprire quanto poco della vita possa essere previsto davvero. Cambiamo idea, città, progetti. Cambiano le persone accanto alle quali pensavamo di restare. Costruiamo possibilità che qualche anno prima non avremmo saputo neppure immaginare. Ed è qui che la domanda dalla quale ero partita comincia a cambiare.

Mi ero chiesta che cosa potesse dire Guccini a una generazione che dovrebbe avere davanti a sé il futuro e che, tuttavia, fatica a fidarsi completamente di esso. Forse era la domanda sbagliata. Forse non abbiamo bisogno di fidarci del futuro. Abbiamo bisogno di sentirci responsabili nei suoi confronti.

Credere che il futuro sarà migliore significa aspettarsi qualcosa da ciò che verrà. Sentirsene responsabili significa invece chiedersi che parte avremo nel determinarlo, anche quando la nostra possibilità di intervenire sembra minima. Le canzoni di Guccini non mi consegnano una risposta e nemmeno un modello generazionale da recuperare. Non mi dicono che dovremmo tornare alle grandi utopie del Novecento. Mi consegnano delle domande.

Che cosa merita il nostro tempo? Per cosa siamo disposti a prendere posizione? Che cosa vogliamo conservare e che cosa abbiamo il coraggio di lasciare andare? E, soprattutto, che cosa desideriamo per qualcuno che non siamo noi?

Forse il rischio non è soltanto quello di perdere le grandi utopie. È quello di perdere la capacità di immaginare. Guccini ha trascorso una parte enorme della propria opera guardando indietro: ai luoghi dell’infanzia, alle persone incontrate, agli amori, alle città, alla politica, alle parole, ai mondi scomparsi. Eppure, più lo leggo e lo ascolto, meno quel continuo ritorno al passato mi sembra un esercizio nostalgico. Il passato, in Guccini, non è mai completamente fermo. Continua a interrogare chi viene dopo.

Pochissimo tempo prima della sua morte, parlando di Calde le pere!, il libro destinato a uscire postumo, Guccini era tornato ancora una volta a Pavana, alle erbe, ai fiori e soprattutto alle parole con cui aveva imparato a chiamare le cose. In quella che sarebbe diventata una delle sue ultime testimonianze pubbliche, rifletteva proprio sull’importanza delle parole e sulla loro capacità di insegnarci ad amare [5].

Mi sembra difficile immaginare un’immagine più semplice per congedarsi da lui. Un uomo che ha attraversato quasi un secolo torna, alla fine, alle parole. Ai nomi delle cose. Forse perché dare un nome significa innanzitutto accorgersi che qualcosa esiste. E raccontarlo significa concedergli un po’ di tempo in più.

Una canzone può fare questo. Può conservare una città che non esiste più nello stesso modo, un’osteria, un amore, un’amicizia, una sconfitta politica, un paesaggio. Può conservare perfino un modo di sperare. Ma conservare non significa immobilizzare.

È qui che torno, inevitabilmente, al vecchio e al bambino. Il vecchio racconta un mondo che il bambino non ha visto. Non può restituirglielo e non può pretendere che provi nostalgia per qualcosa che non ha conosciuto. Può soltanto raccontare. Il bambino può immaginare.

All’inizio di questa riflessione avevo pensato che, dopo la morte di Guccini, noi fossimo diventati quel bambino. Ora credo che la questione sia leggermente diversa. Ogni generazione è entrambe le cose. Siamo bambini quando riceviamo le storie di chi è venuto prima di noi. Ma diventiamo già memoria ogni volta che scegliamo cosa raccontare, cosa conservare, quali parole consegnare a chi arriverà dopo.

Anche noi stiamo costruendo memoria mentre pensiamo semplicemente di stare vivendo. Non sappiamo come sarà il mondo tra venti, trenta o cinquant’anni. Non sappiamo quali delle cose che oggi ci sembrano fondamentali verranno dimenticate e quali diventeranno il simbolo di questo tempo. Non sappiamo quali delle nostre battaglie appariranno ingenue a chi verrà dopo. Ma possiamo decidere che cosa fare adesso.

Ed è qui che torno alla frase dalla quale tutto è cominciato. Il futuro arriva «minuto per minuto».

All’inizio mi era sembrata quasi una rinuncia a immaginarlo. Ora mi sembra il contrario. Se il futuro non esiste già da qualche parte, se non è un luogo verso il quale stiamo semplicemente procedendo, allora ogni presente contiene una piccola parte della sua costruzione. Non serve sapere come andrà a finire per assumersene la responsabilità.

foto-2-6Forse essere giovani significa proprio questo: avere davanti una quantità enorme di tempo e scoprire, contemporaneamente, che nessuno può dirci cosa farne. Possiamo desiderare qualcosa e perderla. Possiamo partire e tornare. Possiamo cambiare idea. Possiamo credere in una causa e vederla sconfitta. Possiamo amare persone che un giorno diventeranno ricordi. Possiamo costruire qualcosa senza sapere se durerà. Non è una ragione sufficiente per non farlo.

Guccini è morto mentre io appartengo ancora a quella parte della vita nella quale molte cose devono cominciare. Non so quale mondo vedrò alla fine del mio tempo e non so quali delle cose in cui credo oggi continueranno ad appartenermi. Ma forse non devo saperlo. Forse nessuna generazione lo ha mai saputo davvero. Possiamo soltanto ricevere ciò che qualcuno ha raccontato prima di noi, scegliere cosa portare con noi e provare ad aggiungere qualcosa.

Il vecchio racconta. Il bambino immagina. E tra il ricordo dell’uno e la possibilità dell’altro rimane uno spazio minuscolo, continuamente presente, nel quale possiamo ancora intervenire.

Un minuto. Poi quello successivo. Forse il futuro comincia così. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] GUCCINI, Francesco, intervista pubblicata in occasione dell’uscita di Stagioni, 2000, riprodotta in «Stagioni», sito ufficiale Francesco Guccini. In particolare, alla domanda sul futuro Guccini risponde: «il futuro è minuto per minuto, una cosa che avanza».
[2] GUCCINI, Francesco, Radici, 1972; si veda inoltre «Radici», scheda discografica e materiali d’archivio, sito ufficiale Francesco Guccini.
[3] GUCCINI, Francesco, Amerigo, 1978; si veda inoltre il testo dell’autore contenuto nel booklet originale dell’album e riprodotto nella scheda «Amerigo», sito ufficiale Francesco Guccini.
[4] MURA, Gianni, «Francesco Guccini: “Sono il cantore del forse e del ma”», intervista a Francesco Guccini, Il Venerdì di Repubblica, 13 settembre 2019; riprodotta sul sito ufficiale Francesco Guccini, 15 settembre 2019.
[5] ANSA, «L’ultima testimonianza di Guccini: “Le parole sono importanti, ci fanno imparare ad amare”», 6 agosto 2026. Intervento relativo a Calde le pere!, volume di Francesco Guccini previsto postumo per settembre 2026.
Discografia
GUCCINI, Francesco, Radici, EMI Italiana, 1972.
Brani presi in considerazione: Il vecchio e il bambino; La locomotiva.
GUCCINI, Francesco, Amerigo, EMI Italiana, 1978.
Brano preso in considerazione: Eskimo. 
Riferimenti bibliografici
COTTO, Massimo, Un altro giorno è andato. Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto, Firenze, Giunti, 1999.
Per navigare direttamente alle fonti principali: Archivio ufficiale Francesco Guccini – Radici, Archivio ufficiale – Amerigo, Archivio ufficiale – Stagioni, intervista di Gianni Mura nell’archivio ufficiale e ultima testimonianza raccolta da ANSA.

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Eleonora Melis è laureata in Beni culturali dello spettacolo e Produzione multimediale presso l’Università di Cagliari, con specializzazione in etnomusicologia audiovisiva. Si occupa di studi comparativi sugli strumenti musicali, con particolare attenzione al rapporto tra artigianato e pratiche sonore. Ha condotto ricerche sul campo in Sardegna ed Egitto, documentando i processi costruttivi delle launeddas e della simsimiyya. Il suo lavoro integra ricerca accademica e narrazione multimediale.

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