Il fardello dell’uomo bianco

Mideast Iraq Syria Refugees

Mideast Iraq Syria Refugees

  di Federico Costanza


La Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita nel 2001 in occasione del cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati (1951), ci ricorda che lo statuto di rifugiato è stato riconosciuto giuridicamente e, oltre a esser tutelato dalle convenzioni internazionali, è salvaguardato dalla missione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Quest’anno, la giornata giunge nel momento in cui l’Unione Europea è impegnata a gestire una delle crisi umanitarie più importanti dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il deteriorarsi di numerosi conflitti in vaste aree del mondo e la comparsa di nuovi scenari di guerra ha spinto masse di milioni di persone a scappare dalle proprie case, chi per rifugiarsi in aree limitrofe, chi per cercare asilo altrove. Si parla di decine di milioni di profughi (circa sessanta è il numero indicato negli ultimi rapporti internazionali [1]), dislocati attorno alle aree più calde del pianeta, dall’Afghanistan al Medio Oriente, all’Africa. Una delle situazioni più drammatiche è quella nel Mar Mediterraneo, porta fluida di accesso al Vecchio Continente. Lo storico e continuo flusso di migranti che preme ai confini della “fortezza Europa” è tragicamente aumentato all’indomani delle cosiddette “Primavere Arabe”, trasformando il Canale di Sicilia in un mare di morte, in cui, solo l’anno scorso, hanno perso la vita oltre 3000 persone.

Quelli che comunemente chiamiamo “profughi” fuggono non solo da persecuzioni di tipo razziale, politico, religioso, ma anche da guerre, carestie e altre calamità naturali. A questi, si aggiungono i cosiddetti “migranti economici” in fuga dalla povertà e in cerca di migliori opportunità di vita, sempre meno concesse nei loro Paesi di appartenenza. La tutela di queste persone è stato uno dei pilastri della difesa dei diritti dell’uomo all’indomani dei due conflitti mondiali, caratterizzati, per l’appunto, da vaste migrazioni di tipo politico e da conflitti sanguinosi che hanno ridisegnato la geopolitica mondiale. Giovi ricordare che molti flussi migratori sono stati anche incoraggiati e sostenuti finanziariamente, come nel caso degli ebrei fra le due Guerre e all’indomani del Secondo Conflitto Mondiale, o dei rifugiati politici sudamericani, africani, asiatici. Gli Stati Uniti d’America hanno accolto masse di profughi e rifugiati, tutelando il diritto a una nuova identità nazionale per questi immigrati, mentre la vecchia Europa dibatteva dei propri modelli coloniali, tra assimilazione e indirect rule, celando il paternalismo coloniale ottocentesco del “white man’s burden” (fardello dell’uomo bianco) dietro meri principi amministrativi. I cortili d’oltremare divennero ben presto, però, luoghi di conflitti e tensioni. La soluzione fu affidata al controllo di regimi autoritari o militari, travestiti da nazionalismo e spesso foraggiati dagli ex Stati coloniali. Ciò che non era stato previsto dallo “scramble for Africa” (la spartizione), e dalle altre avventure coloniali europee in giro per il mondo, era che tale modello imperialistico avesse una sua conclusione extra-ideologica, o più semplicemente dovuta a ragioni di tipo economico e sociale. La globalizzazione degli ultimi decenni ha comportato un elemento affatto nuovo, non previsto dal modello coloniale in cui vigeva un rigido controllo sociale: la conquista dello spazio pubblico.

FOTO1L’affermarsi di nuove gerarchie politiche, urbane, militari, la spinta sociale delle masse più bisognose, attratte da modelli globali ormai sempre più diffusi e conosciuti, l’attrattività di ciò che è stato a lungo negato e che, allo stato attuale, non può più esserlo (la libertà di viaggiare), oltre alla rinascita di un identitarismo religioso e politico-confessionale, hanno provocato un’enorme spinta sociale, rinvigorita, d’altronde, dall’incremento demografico.

Quando si parla di intere masse di migranti in movimento, non si può più soltanto citare la situazione politica e sociale di specifiche aree o, ancor meno, Paesi. Quando si parla del conflitto mediorientale, ad esempio, si parli di Palestina o Siria, Libano o Iraq, la frammentazione delle componenti interessate dal conflitto, la complessità delle dinamiche che intervengono a regolare i rapporti fra esse e l’intervento ormai costante e determinante di elementi esterni fanno di quella situazione un teatro di interesse globale. I profughi diventano pedine di uno scacchiere, elementi di influenza sugli Stati in cui insistono le dislocazioni delle masse umane o la creazione di campi di accoglienza, scudi umani contro le bombe e oggetti di una guerra senza confine; divengono addirittura merce per arricchire la raccolta fondi di guerrafondai senza scrupoli e strumento di ricatto nei confronti degli altri Stati.

La Convenzione di Ginevra del 1951 e gli accordi successivi (Protocollo aggiuntivo di New York del 1967, Convenzione africana OUA del 1969, Dichiarazione di Cartagena del 1984, gli accordi europei di Dublino, dal 1990 all’ultimo Dublino III) hanno definito lo status di rifugiato, specificando il diritto alla tutela per chi è riconosciuto esser perseguitato per questioni politiche, razziali, religiose o chi legittimamente si sente vittima di violenza e discriminazione, allargando lo spettro delle tutele, in talune interpretazioni, anche alle vittime di guerre e calamità di vario tipo, o particolari conflitti religiosi. Chi ha diritto a fare richiesta di asilo è dunque salvaguardato dalle norme internazionali.

Della massa umana di profughi in tutto il mondo, la stragrande maggioranza dei rifugiati riconosciuti secondo la Convenzione di Ginevra è dislocata nelle aree limitrofe alle maggiori crisi internazionali. Basti dare un’occhiata alle cifre per rendersi conto che Paesi molto poveri sopportano il peso più grave di tale accoglienza, dovendo far fronte a situazioni disperate in evidente sproporzione anche numerica se pensiamo alla popolazione. Il Libano accoglie in media quasi 260 rifugiati ogni 1000 abitanti, la Giordania 114. Il Pakistan ha il più alto numero di rifugiati (1.600.000) provenienti dal confinante Afghanistan e condividendo tale flusso con l’Iran, così come altri Stati come il Kenya, l’Etiopia o la Turchia accolgono i flussi provenienti da altre zone calde del pianeta quali il Sud Sudan, l’Eritrea o la Siria. La sola crisi siriana in tre ani e mezzo ha fatto balzare il piccolo Libano dal 69° al 2° posto nel ranking mondiale per numero di rifugiati ospitati. Nell’Europa che litiga quotidianamente per le “quote migranti”  da suddividere fra i Membri UE, la piccola Malta – spesso oggetto delle critiche più feroci in merito al trattamento dei profughi in mare – è lo Stato che ha il rapporto più alto profughi/abitanti (23); la Svezia – sovente rappresentato fra i più accoglienti – è il secondo in Europa (12); l’Italia segue al 69° posto con 1,26 rifugiati ogni 1000 abitanti [2].
L’Europa, dunque, non è affatto il continente più colpito dal dramma dei rifugiati, accogliendo una piccola parte di un flusso globale (il più alto da quando si sono cominciati a raccogliere i primi dati statistici) che rappresenta ormai una dinamica strutturata e in continua espansione.

 Trapani

Trapani

Le domande di asilo attualmente accolte in Europa sono meno di 700mila (meno del totale di un Paese come la Giordania per fare un esempio), distribuite soprattutto  fra le nazioni europee più ricche: Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia. La mancanza di una politica comune europea sull’immigrazione, espressamente voluta dagli Stati membri che si riservano di far valere la propria competenza nazionale, ha prodotto già delle assunzioni di responsabilità condivise attraverso gli accordi di Dublino II (2003), ribaditi nel 2013 (Dublino III) che affidano la gestione della richiesta di asilo al primo Paese di ingresso del migrante. La lentezza burocratica e la fuga di molti fra gli aventi diritto rende ancor più farraginosa la procedura, violando sempre più spesso, fra l’altro, i diritti dei rifugiati espressamente tutelati dalle normative internazionali.

L’Italia, come gli altri Paesi maggiormente esposti all’arrivo dei profughi per via della loro posizione di frontiera europea (Grecia, Spagna, Ungheria, Bulgaria, Romania, Malta, Cipro), già subisce il peso della prima accoglienza e subirebbe ulteriori svantaggi dalla distribuzione delle quote di rifugiati, trovandosi a dover gestire in futuro numeri superiori, in una situazione che, già oggi, non è capace di gestire efficacemente. D’altronde, le regole di Dublino sono state pensate per evitare la pratica diffusa di indirizzare le richieste di asilo sempre verso gli stessi Paesi, tutelando comunque certe fattispecie come i ricongiungimenti familiari.
Ma è l’assoluta incapacità dell’Unione Europea di avere una politica comune sull’immigrazione – problema che si ripercuote poi nella politica dei visti anche dai Paesi di maggiore immigrazione verso l’Europa – che favorisce, di fatto, anche la tratta di esseri umani in Africa e altrove e anche internamente ai confini europei, attraverso la gestione dei migranti affidata a organizzazioni rivelatesi poi di tipo criminale.

I rifugiati, allora, vagabondano per le strade d’Europa come fantasmi, in attesa che la loro domanda d’asilo venga analizzata e accolta, nella speranza di vedere riconosciuta la libertà di spostarsi all’interno dello spazio di libera circolazione che l’Europa ha istituito come pilastro dell’Unione, chi per ricongiungersi con i propri amici e familiari alla fine di un viaggio drammatico, chi alla semplice scoperta di un Nuovo Mondo, che per i padri dei più fortunati europei del secolo scorso rappresentò, invece, la realizzazione di un sogno di libertà.
Nelle mene di questa attesa illegale (spesso un anno o più per una richiesta che non dovrebbe superare i sessanta giorni), schiere di immigrati affollano le attività preparate da solerti organizzazioni umanitarie e operatori sociali attenti ai bisogni di quelli che, prima di ogni altra definizione, sono esseri umani.

Al di là dei confini, la situazione si fa sempre più drammatica. Nuovi profughi si aggiungono alle masse espulse dai grandi movimenti sociali e politici delle Primavere Arabe in cui il singolo individuo si è riscoperto “cittadino”, riconquistando la dignità del suo status e lo spazio fisico in cui esercitare tali nuove libertà.

FOTO3Il riaccendersi delle persecuzioni religiose, etniche, politiche, intere popolazioni dislocate lontano dalle loro case, uno degli stati chiave del Medio Oriente come la Siria lasciato disgregarsi giorno dopo giorno, provocando milioni di profughi in pochi anni, un Occidente che preferisce occuparsi di ricollocare gli antichi regimi sui loro seggi piuttosto che cercare nuove soluzioni condivise, come stentatamente si cerca di fare, ad esempio, in Marocco con i negoziati per la questione libica, costantemente minacciati dal formarsi di nuove fazioni di combattenti pronti a occupare il vuoto della politica internazionale. A fronte di questo disordine mondiale quale sarebbe il nuovo “fardello dell’uomo bianco” che i partiti europei di destra xenofoba propagandano quando esortano i loro governi “ad aiutare i profughi a casa loro”? Sarebbe forse un nuovo tipo di paternalismo economico e politico, nell’ottica di ristabilire le vecchie gerarchie internazionali?

Dinanzi all’avanzata dell’integralismo religioso, nel ridisegnarsi di nuovi equilibri geopolitici, imprigionati dalle regole di un disumano neocapitalismo globale, in uno scenario da “Terza Guerra Mondiale a pezzetti”, l’Europa ha rinunciato al sogno di cambiare innanzi tutto se stessa, dimenticando quelli che oggi sono i nuovi protagonisti della Storia, cui abbiamo definitivamente affidato i nostri stessi sogni di libertà.

Dialoghi Mediterranei, n.14, luglio 2015
Note
1  Per le cifre, far riferimento ai rapporti pubblicati recentemente da Amnesty International (scaricabile da qui: https://www.amnesty.org/en/documents/pol40/1796/2015/en/) e UNHCR Mid-Year Trends 2014 (http://unhcr.org/54aa91d89.html).
2  Ved. UNHCR Mid-Year Trends 2014, cit.

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Federico Costanza, si occupa di europrogettazione e management strategico culturale, con un’attenzione specifica all’area euro-mediterranea e alle società islamiche. Ha diretto per diversi anni la sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina in Tunisia, promuovendo numerose iniziative e sostenendo le avanguardie artistiche tunisine attraverso il centro culturale di Dar Bach Hamba, nella Medina di Tunisi.

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