Come è noto l’Italia repubblicana è il Paese in cui il vorticoso turn-over politico a cui è sottoposta la governance istituzionale, fa sì che le politiche hanno una durata di più o meno un decennio, tenendo conto anche dei tempi della discussione parlamentare. Di tutto ciò non è stato immune il sistema di valutazione dell’abilitazione nazionale alla docenza universitaria (l’ASN) introdotto nel 2010, che , con i suoi dovuti limiti [1], in quest’ultimo quindicennio è stato un dispositivo istituzionale per valutare i titoli di ricerca e scientifici e le pubblicazioni dei candidati che fanno domanda di abilitazione. Un dispositivo che ha rappresentato (almeno sino alla fine del corrente anno, dopo non si sa ancora quale sistema sarà proposto per valutare i candidati alla ricerca e docenza universitaria) un certo progresso nella valutazione dei candidati al ruolo di docenti universitari di I e II fascia rispetto al precedente sistema. Il precedente sistema nel caso del campo accademico M-DEA/01, ricordiamolo soprattutto ai ricercatori più giovani, nella lettura proposta da Berardino Palumbo (2018) era strutturato dal punto di vista politico-accademico in maniera gerarchica in chefferies, ovvero nella
«capacità di distribuire risorse di un Professore ordinario di riferimento ad un circuito di persone a lui (lei) collegate in cambio di fedeltà, sia politica che intellettuale […] prospettiva tendenzialmente localizzate in una o più sedi universitarie a quella del “big man” (o della “big woman”) idealmente chiuse e legate a una specifica prospettiva analitica (quella elaborata negli anni dal/dalla “capo/a”) […] che appariva diviso in due grandi alleanze: l’Alleanza del Sud e l’Alleanza del Nord» (ivi: 75-6).
Fatta questa dovuta premessa con cui mi posiziono a favore parzialmente dell’ASN, risultante da un “non schieramento” del sottoscritto al precedente sistema nazionale delle chefferies a cui anche altri casi di eccezione non hanno mai partecipato [2], alla luce della mia passata esperienza con l’ASN voglio richiamare l’attenzione sul caso dei giudizi espressi dai membri dell’attuale commissione per il settore 11/A5 nei confronti del candidato Stefano Montes, già oggetto di una dettagliata e ben argomentata analisi linguistica e semantica critica da parte dello stesso sull’ultimo numero di Dialoghi Mediterranei (Montes, 2025).
In particolar modo focalizzo l’attenzione su alcuni dei giudizi pubblici di questa commissione, che al mio sguardo appaiono non solo eccessivamente generalisti (sicuramente ben maggiori di quelli espressi in maniera più accurata dalla commissione che ha valutato la mia domanda), ma anche eccessivamente disciplinanti un sapere che per suo statuto si fregia di essere “un sapere di frontiera” (confrontando le concezioni antropologiche euro-occidentali con quelle di orientamenti di pensiero diversi), una “sapere indisciplinato” (confrontandosi con altri saperi accademici, umanistico-sociali e non). Giudizi che hanno portato i valutatori a ritenere che le pubblicazioni presentate dal candidato autore Stefano Montes, sono il risultato di:
1) una “antropologia generalista”, con “assenza di sistematicità e di radicamenti empirici”, “un approccio autocentrato e autoriflessivo, che non fa ricorso a vere proprie ricerche di campo”;
2) un “approccio antropologico ed etnografico non in uso nella comunità scientifica” in quanto “l’auto-etnografia riflessiva occulta i fatti”.
Mi sono formato durante gli anni ottanta- novanta agli studi antropologici (Siena) provenendo dagli studi filosofici (Bologna), ovvero ben prima che fosse introdotta la riforma del sistema formativo tra corsi di studio di I e II livello, che, a mio parere, nel dare maggiore visibilità accademica all’antropologia culturale e sociale, ha privato la formazione dei giovani studenti di opportunità di confronto con altri saperi disciplinari, con cui precedentemente invece ci si confrontava, scevri da assilli politico-accademici. Una formazione che mi ha portato a dialogare proficuamente oltre che con certe prospettive filosofiche (Lutri, 2017), anche con l’emergente campo delle discipline cognitiviste e neuroscientifiche (Lutri 2008), cercando di proporre tramite il confronto interdisciplinare delle sintesi inerenti i campi di studio di cui mi sono occupato durante il mio lavoro di ricerca. Tra gli autori che nella mia formazione universitaria hanno contribuito abbastanza a allargare la mia mente (guidato dai fondamentali insegnamenti di docenti universitari indisciplinati come Pietro Clemente, Roberto Dionigi, Carlo Ginzburg, Pier Giorgio Solinas e Massimo Squillacciotti) vi sono, in ambito antropologico, Ernesto De Martino (soprattutto il De Martino de La fine del mondo) e il britannico Tim Ingold (1986, 2000), letto e studiato (Lutri, 2013) ben prima che in questi ultimi anni i suoi testi fossero tradotti in italiano. Due importanti autori la cui rilevanza euristica delle eterogenee rilevanti idee e prospettive analitiche (psicopatologia, analitica esistenziale, storicismo, fenomenologia, ecologia, etc.), come è noto, è stata compresa dal dibattito accademico italiano solo a diversi anni di distanza da quando queste sono state proposte.
Questo mio personale imprinting formativo marcatamente indisciplinato, ancora oggi continua ad essere un faro che orienta la mia attuale ricerca etnografica che si confronta con le tematiche portate avanti dai maggiori rappresentanti della “svolta antropogenica”, che vede coinvolti antropologi, ecocritici, ecologi, filosofi, geografi, storici.
Ma entriamo nel merito del campo accademico di critica che si vuole qui analizzare: i giudizi su menzionati della commissione ASN inerenti le pubblicazioni presentate da Stefano Montes. Giudizi che se confrontati con quelli espressi da una precedente commissione nei confronti delle pubblicazioni presentate dal sottoscritto, mi portano, in prima battuta, ad affermare il loro carattere abbastanza approssimativo e non adeguato ai membri di una commissione di valutazione nazionale, che in maniera responsabile sono chiamati a esprimere un giudizio puntuale facendo riferimento alle tematiche e metodiche del candidato autore. Giudizi di cui appare più che lecito affermare siano il prodotto di una lettura superficiale delle pubblicazioni dell’autore, tenendo conto, in seconda battuta, quanto i riferimenti teorici del suo lavoro di ricerca e delle sue riflessioni, inerenti l’antropologia dell’esistenza e del sé, l’epistemologia della conoscenza antropologica, dialoghino con i contributi concettuali e analitici di autori abbastanza noti al dibattito antropologico contemporaneo internazionale (vedi tra gli altri Michael Jackson, Albert Piette, Renato Rosaldo, Michael Taussig).
Il denso e sperimentale lavoro di ricerca e di riflessione reso noto nel più recente volume monografico pubblicato da Stefano Montes, Vivere e morire. Una rapsodia etnografica (2024), sul morire e sul sé letti a partire da una personale esperienza luttuosa, come ha evidenziato Alessandro D’Amato (2025), mostra attraverso un esercizio di pensiero ermeneutico e rapsodico della scrittura «l’impossibilità per l’antropologo di astrarsi dal contesto culturale di appartenenza». Impossibilità che viene sfidata da Stefano Montes tramite l’osservazione, allo stesso tempo, del mondo esterno e di sé stesso (tenendo in considerazione i condizionamenti della propria cultura di riferimento). Uno sguardo osservativo multisituato e multidisciplinare che il Montes configura attraverso concetti e oggetti antropologici classici (vedi Van Gennep), con cui sfida lo statuto disciplinare dell’etnografia che implicitamente viene ancora condiviso da tanti studiosi (“lo sguardo da lontano” di levistraussiana memoria). Una[AL3] sfida che per quanto riguarda gli studi antropologici è stata validamente raccolta negli anni Duemila sia da Clara Gallini, con la sua monografia Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia (2016), in cui l’autrice, come bene evidenzia Alessandro D’Amato, propone
«un esperimento di osservazione di autoetnografia, volta a indagare se stessa negli anni della malattia […] condotto bilanciando magistralmente l’analisi di esperienze dolorose e di vicissitudini personali con la leggerezza e l’ironia che ne caratterizzò sempre il suo stare al mondo» (D’Amato, 2025).
Sia da Pietro Clemente, che da pioniere studioso di “storie di vita” connotate da una conoscenza profondamente incorporata e situata, si è ripetutamente cimentato in un fare antropologia su alcune importanti questioni politico-sociali e culturali a partire da una rilettura di suoi personali momenti biografici, con cui ha sfidato la conoscenza astratta e disincarnata di ancora tanta antropologia contemporanea. Per non parlare poi a livello internazionale dei casi di diversi studiosi molto coinvolti in certe esperienze di vita vissute da loro stessi personalmente e da altri soggetti, abbattendo in questo modo la distanza etnografica con le soggettività osservate, come nel caso di Io sono confine di Sharam Khosravi (2019). A questi casi vanno aggiunte le esperienze sperimentali di un fare antropologia e etnografia che non ricorrono al linguaggio testuale bensì al linguaggio visuale, come nel caso delle graphic ethnographies proposte dall’americana Alisse Watterson con Light in Dark Times. The Human search for the Meaning (2020), e dal giovane studioso italiano Claudio Sopranzetti con Il re di Bangkok (2019) [3].
Per quanto nel mio lavoro riconosco più valore sperimentale al processo di ricerca (l’esperienza di campo e di messa in discussione dei propri presupposti culturali), che al prodotto ultimo della ricerca rappresentato dalla scrittura etnografica, ovvero più al contenuto che alla forma, non posso ingenuamente non «ammettere un alto grado di interazione tra la realtà e l’immaginazione» (Piasere, 2002: 17), che porta a sperimentare continuamente nuovi modi di scrittura, come nel caso dell’autoetnografia, o dei confronti con altre forme del discorso (scientifico e non).
Come ha infatti ben evidenziato criticamente il filosofo bolognese Roberto Brigati (2021) nei confronti del rappresentazionalismo classico, sostenendo una posizione di “monismo ontologico” condivisa sia dai più recenti contributi della filosofia della mente e delle scienze cognitive, «i processi cognitivi non sono concepiti in termini rappresentazionali, ma sono di natura incorporata e ecologica». L’idea che «la conoscenza è un processo incorporato e biografico-ecologico» porta questo studioso a riconoscere quanto le «possibilità di metamorfosi» sono intrinseche all’esperienza di campo, in quanto
«il suo soggetto, quali che siano i suoi punti di partenza, non è fermo ma in movimento e di conseguenza in trasformazione [dove] tutta la conoscenza è un immischiarsi con l’oggetto, un con-essere a cui l’antropologia dà un senso speciale, [in quanto] lo svolge anziché solo teorizzarlo» (Brigati, 2021: 97-8).
Lo sperimentalismo testuale autoetnografico di cui il lavoro del Montes rappresenta un valido contributo aprendo la propria mente fruttuosamente anche all’immaginario letterario, porta questo autore a vedere sia le culture semioticamente come una rete di significati condivisi e negoziati continuamente. Sia i processi di pensiero non come rigidamente intrappolati in rappresentazioni dal formato linguistico, ma come flussi cognitivi situati e in azione nel mondo vissuto nella quotidianità.
Come si può ben dedurre da queste annotazioni e riflessioni siamo dunque molto distanti dall’“occultamento dei fatti”, che in maniera incredibilmente unanime esprimono i membri della commissione ASN, con i loro giudizi sul lavoro di Stefano Montes. Per questo autore infatti l’auto-osservazione di una esperienza vissuta sia da sé che da altri (in questo caso quella luttuosa), e la scrittura etnografica, si configurano come il cuore e il momento conclusivo del fare antropologia.
Ho avuto modo di apprezzare la densità riflessiva del lavoro di ricerca e del fare antropologia di Stefano Montes (ben diverso dal mio) nel corso degli ultimi dieci anni, sia leggendo i suoi articoli e saggi e la sua recente monografia, sia partecipando alle iniziative interdisciplinari di livello internazionale da lui organizzate insieme a altri studiosi all’Università di Palermo (ricambiate da alcune da me organizzate all’Università di Catania), nella sua capacità di proporre una lettura profonda e indisciplinata dei fenomeni analizzati.
Peccato davvero che di tutto ciò non se ne siano accorti i membri della commissione ASN con i loro giudizi approssimativi, con cui sembra proprio che questi vorrebbero, da una parte, disciplinare un sapere che per suo statuto è profondamente indisciplinato (vedi Comaroff 2010 che riconosce questo aspetto come una grande virtù accademica dell’antropologia), e che per questo aspetto ontologico porta più facilmente la conoscenza antropologica a sapersi aprire a altri saperi (accademici e non). Dall’altra parte, privare in maniera irresponsabile l’accademia italiana di potergli far proseguire il suo magistero, il cui valore conoscitivo è stato negli anni riconosciuto ( e continua ad essere riconosciuto) sia dai diversi studiosi internazionali che l’hanno coinvolto in iniziative di ricerca (convegni) e didattiche (visiting) appartenenti a rilevanti sedi universitarie (europee ed extraeuropee), che pochi altri docenti italiani della sua generazione possono vantare nel proprio curriculum. Sia inoltre da quei docenti che l’hanno coinvolto nelle commissioni di esame di dottorato, e dai tanti studenti che sono stati da lui seguiti nei loro lavori di tesi magistrale, di cui alcuni hanno poi proseguito i loro studi dottorali in altre sedi universitarie.
Un disciplinamento accademico proposto non solo da regimi politici illiberali (vedi gli USA e alcuni Paesi dell’Europa dell’est), ma anche da certi ambienti accademici che come strategia politica difensiva nei confronti della propria disciplina scientifica, respingono l’aperto e proficuo confronto con i contributi concettuali e analitici di altri saperi che praticano maggiormente la transdisciplinarietà in nome dell’avanzamento conoscitivo, limitando in tal modo le possibilità di ibridazione della ricerca da parte dei più giovani studiosi, che vengono così in maniera vetusta disciplinarizzati a una ricerca profondamente impoverita.
Voglio chiudere questo contributo critico nei confronti di questa ingiustizia accademica, con le parole di uno dei pochi docenti universitari italiani che ha il coraggio di posizionarsi criticamente contro le idee e certi provvedimenti politici restrittivi recentemente presi nei confronti delle università pubbliche dalla destra al governo, il rettore dell’università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, pronunciate come auspicio a conclusione del suo ultimo pamphlet politico Libera università (2025): «quella che oggi ci serve è un’università plurale e diversa […] recalcitrante a ogni disciplinamento; intenta a far saltare i confini tra le discipline» (ivi: 104).
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] La non valutazione dell’attività didattica della docenza fa sì che nel caso dei settori scientifici umanistici più di nicchia come sono l’ambito degli studi di antichistica e gli studi classici, il loro inferiore carico didattico rispetto agli studi contemporaneisti, crea delle non eque possibilità di ricerca in termini di disponibilità temporale.
[2] Casi accademici di eccezione derivanti dalla distanza accademica da certe chefferies.
[3] Questa graphic ethnography ha vinto prestigiosi premi internazionali di rilevanti istituzioni accademiche e culturali.
Riferimenti bibliografici
Brigati, R., 2021, “Antropologia e rappresentazionalismo. Note genealogiche”, in Dei, F., Quarta, L. (a cura), Sulla svolta ontologica. Prospettive e rappresentazioni tra antropologia e filosofia, Meltemi, Milano: 63-104
Comaroff, J., 2010, “The End of Anthropology, Again: On the Future of an In/Discipline”, in American Anthropologist, vol. 112 (4): 524-538
D’Amato, A., 2025, “Oltre la soglia del vivere e morire. Antropologia del lutto ed etnografia del sé”, in Dialoghi Mediterranei, n. 71, Gennaio 2025
Gallini, C., 2016, Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia, nottetempo, Milano
Ingold, T., 1986, Evolution and Social Life, Cambridge Press, Cambridge
Ingold, T., 2000, The Perception of the Environment. Essays in livelihood, dwelling and skill, Routledge, London-New York
Lutri, A., 2008, (a cura), Modelli della mente e processi di pensiero, Editpress, Firenze
Lutri, A., 2013, Forme di vita e natura umana. Una nuova mappa per il sapere antropologico, Carocci, Roma
Lutri, A., 2017, (a cura), Immaginare forme di vita. Letture intorno e oltre il metodo di Ludwig Wittgenstein, Villaggio Maori Edizioni, Catania
Montanari T., 2025, Libera università, Einaudi, Torino.
Montes, S., 2024, Vivere e morire. Una rapsodia etnografica, Il Sileno edizioni, Salerno
Montes, S., 2025, “Contro l’Abilitazione Scientifica Nazionale (e gli antropologi disciplinarizzati), in Dialoghi Mediterranei, n. 73, Maggio 2025
Palumbo, B., 2018, “Etnografia di un campo accademico”, in Palumbo, B., Lo strabismo della DEA. Antropologia, accademia e società, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo: 29-105
Piasere, L., 2002, L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Laterza, Roma-Bari
Sopranzetti, C., Fabbri, S., Natalucci, C., 2019, Il re di Bangkok, add editore, Torino
Watterson, A., Corden, C., 2020, Light in Dark Times. The Human Search for the Meaning, University of Toronto Press, Toronto-Buffalo-London
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Alessandro Lutri, professore Associato di discipline antropologiche presso il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università degli studi di Catania. I suoi principali campi di studio sono l’antropologia ambientale, l’antropologia della patrimonializzazione, e l’epistemologia della conoscenza antropologica.
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