Stampa Articolo

Il cuore pensante di Etty Hillesum: la vita dentro ogni istante

i__id3041_mw600__1xdi Anna Maria Costantino

Una ‘dura scorza’ non è il mio genere:

 resterò disarmata e aperta a tutto

 (Hillesum 1941-1942: 723)

Prima di entrare nel tema del cuore pensante, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che rendono il Diario di Etty Hillesum particolarmente interessante dal punto di vista psicologico. L’influsso del pensiero di Jung è chiaramente riconoscibile negli iscritti di Hillesum. Con il suo Diario Etty [1] ci consegna non solo una testimonianza biografica, ma un vero e proprio metodo di lavoro interiore: leggere e scrivere diventano per lei pratiche di ascolto profondo, di autoanalisi e trasformazione.  

Il Diario non è solo un documento storico, ma il racconto di una trasformazione interiore, dove il mondo interno ed esterno entrano in dialogo. In questa prospettiva il Diario può rappresentare una fonte di ispirazione anche per i terapeuti, offrendo spunti preziosi su come accompagnare il processo terapeutico.                                           

All’inizio del percorso terapeutico, seguendo le indicazioni di Spier, Etty comincia a scrivere ogni giorno e a coltivare una pratica mattutina di ascolto interiore che chiama “igiene spirituale”. Scrive:

«Non pensare, ma ascolta ciò che sta succedendo dentro di te. Se lo farai per un momento ogni mattina prima di iniziare a lavorare, guadagnerai una calma che illuminerà l’intero giorno. [...] Proprio come pulisci la tua stanza dalla polvere e dalle ragnatele, così dovresti anche pulire te stessa interiormente ogni mattina. E solo allora dovresti iniziare il tuo lavoro» (Hillesum, 1941-1942: 107). 

Il lavoro che Etty compie su di sé non si limita alla dimensione terapeutica in senso stretto, ma si apre sempre più a una ricerca spirituale e a un cammino di integrazione profonda, in linea con l’idea junghiana di individuazione: un percorso verso l’integrazione del Sé, in cui la coscienza si espande fino a includere anche la dimensione del sacro.

Il percorso terapeutico con Spier parte da un elemento inatteso: il corpo. Gli esercizi corporei e respiratori servono a risvegliare la coscienza. Per Spier, infatti, corpo e anima sono un tutt’uno, un’intuizione che risuona con molte tradizioni spirituali e con una visione olistica dell’essere umano. Attraverso questa attenzione al corpo e al respiro, Etty entra progressivamente in uno spazio interiore di silenzio e presenza. Questa pratica quotidiana evolve spontaneamente in una forma di meditazione e, più avanti, in preghiera. Una preghiera non convenzionale, non legata a un credo specifico, ma vissuta come relazione viva con il mistero. È proprio da questa pratica silenziosa e profonda che nasce il “cuore pensante”: una coscienza vigile e radicata nel presente, capace di ascolto, discernimento e compassione.

Un’altra dimensione essenziale che emerge dal Diario di Etty è la disciplina interiore che coltiva attraverso la scrittura e la lettura, pratiche fondamentali che sostengono e accompagnano profondamente il suo cammino trasformativo. Questi aspetti risultano particolarmente interessanti perché mostrano come la parola possa diventare uno strumento di auto osservazione, di cura e di trasformazion iinteriore.                                        

Scrivere diventa per lei un esercizio quotidiano di verità e presenza, un appuntamento con sé stessa in cui osserva i pensieri, dà forma alle emozioni e riconosce i propri meccanismi interiori. Il diario non è solo memoria o narrazione, ma è un vero laboratorio di consapevolezza dove il dolore si trasforma in comprensione. La scrittura è per Etty un metodo di autoconoscenza, un modo per portare ordine e luce nel caos emotivo che spesso l’attraversa. Nel suo diario si assiste a un processo vivo di trasformazione: emozioni grezze, confuse e travolgenti prendono nuova forma proprio grazie all’atto dello scrivere. La parola scritta agisce come filtro e lente, aiutandola a distinguere, comprendere e infine trasformare ciò che prova. Colpisce la sincerità radicale con cui si osserva, senza censura né giustificazioni: con lucidità e tenerezza, scrive per vedere meglio, raccontando ansie, desideri, gelosie e paure che decanta e rielabora, trasformandoli in consapevolezza e pensieri liberatori.

Nel cuore della tragedia del Novecento, Etty Hillesum seppe trovare nella parola scritta non solo un rifugio, ma anche uno strumento di autocoscienza, di verità e di bellezza. La sua scrittura, nutrita di letture profonde e di un’intensa ricerca interiore, trasforma la cronaca della persecuzione in una testimonianza che parla all’eterno, oltre il contingente. Come osserva Adinolfi:

«Si era scelta come maestro il raffinato poeta tedesco del Novecento, Rainier Maria Rilke, seguendone l’esempio, impugna la penna come un martello e usa le parole come tante martellate impresse alla materia grezza dei dati di cronaca per sfrondarli dal superfluo, scolpirli e trasfigurarli poeticamente in un’opera d’arte che, senza tradire i fatti «nudi e crudi», trascende il particolare e il contingente per rivelarne il significato ultimo, eterno» (Adinolfi, 2013: 1).

La lettura, infatti, ha per Etty un valore attivo e profondamente trasformativo. Nel silenzio della lettura si apre un dialogo profondo tra lettore e autore, una relazione che va oltre il tempo e le parole lette non restano concetti astratti, ma entrano nel suo vissuto, lo nutrono, lo modificano. In realtà, Etty dà corpo alle parole che legge: le fa sue, le trascrive per farle agire dentro di sé; la parola letta si fa parola vissuta.                                                     

s-l400Nel saggio L’analista di carta Alba Morino, racconta come la lettura di Sibilla Aleramo diventi, per lei, un viaggio dentro di sé, un’autoanalisi silenziosa. Allo stesso modo, per Etty la parola letta e poi trascritta diventa uno spazio di conoscenza e guarigione, un luogo in cui imparare a conoscersi, integrarsi e trasformarsi.                                                               

Scrive Etty: «È strano, eppure mi piace tanto trascrivere frasi, brani, ecc. che mi colpiscono; mi sento infatti, per così dire, fisicamente vicina a quelle parole, è come se le accarezzassi con la mia penna» (Hillesum, 1941-1942: 44). Tra gli autori che più accompagnano il cammino ci sono Rilke – «Cresco con i suoi scritti» (Hillesum, 1941-1942: 478); «Quando lo leggi non ricordi sempre i dettagli, ma è come se diventassi interiormente sempre più attenta» (Hillesum, 1941-1942: 482) – Dostoevskij, Jung e infine la Bibbia. In particolare, Etty sente che le parole bibliche “lavorano dentro” provocando trasformazioni profonde. Scrive infatti:

«Le parole hanno operato su di me come una verga da rabdomante che sferzava il fondo duro del mio cuore, facendone improvvisamente scaturire sorgenti nascoste. D’un tratto mi sono ritrovata inginocchiata accanto al tavolino bianco e l’amore sprigionato scorreva di nuovo dentro di me, libero da desiderio, invidia, odiosità…» (Hillesum, 1941-1942:382).                      

 Il Diario di Etty si configura come una sorta di “analista di carta” anche per chi legge: un invito a compiere un viaggio interiore simile. Le sue parole creano una vicinanza autentica e inattesa, un riflesso che parla a ognuno di noi, al di là del tempo e delle circostanze personali.                       

Il Diario è, in questo senso, molto più di una testimonianza storica; è un laboratorio spirituale e psichico dove Etty attraversa ogni dimensione del suo essere (depressione, amore, relazioni familiari, fede, corpo, morte…) con uno sguardo che riecheggia profondamente la visione junghiana dell’individuazione. Per le ragioni fin qui esplorate, il Diario di Etty Hillesum rappresenta uno strumento prezioso e attuale anche per gli psicoterapeuti, in quanto offre una riflessione profonda sul potere trasformativo della parola e sull’ascolto autentico di sé.

Il cuore pensante della baracca

Il cuore pensante della baracca non è soltanto un’immagine poetica; è una verità interiore che, negli scritti di Etty Hillesum, prende forma lentamente, come frutto di un lavoro profondo e doloroso, che attraversa il corpo, l’anima, l’intelletto. Etty non nasce con un cuore pensante; ci arriva; e probabilmente, come sottolineano Iacopini e Moser,

«approda a questa definizione meditando e facendo proprio l’insegnamento di Spier, secondo il quale occorre che i contenuti mentali passino dalla testa al cuore, e cerca di farsi luogo dove le contraddizioni possono abitare, senza portare alla follia e senza cancellare la certezza che la vita abbia un senso” (Iacopini e Moser, 2009: 103).

9788821566295_0_0_0_0_0Nei suoi diari, seguiamo una giovane donna inquieta, sensuale, affamata di vita e di senso, piena di desideri e contraddizioni.

Ma il lavoro con Julius Spier la porta a un ascolto nuovo. Impara a scrivere per “sgombrare il terreno”, a lasciar fluire tutto ciò che l’attraversa senza giudicarlo.

E così, lentamente, comincia la sua ricerca interiore. Così Etty scrive: «Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e cerco di tendere l’orecchio fin nel cuore delle cose» (Hillesum, 1941-194: 151). E ancora racconta:  

«Voglio prestare ascolto, sì, proprio così. Quindi mi sono seduta per terra, nel più nascosto angolino della mia camera, schiacciata tra due pareti, il capo chino. Sì, e sono rimasta lì. Completamente in silenzio, fissando il mio ombelico, per così dire, in devota speranza che nuove forze sorgessero in me. Il mio cuore era di nuovo congelato e non voleva sciogliersi: tutti i canali erano bloccati e il mio cervello serrato in una morsa. E quando mi trovo ben raccolta in me stessa, attendo che qualcosa si sciolga e fluisca dentro di me» (Hillesum, 1941-1942: 153).

Non è ancora tempo di deportazioni, ma Etty già sente l’oscurità che avanza. E invece di chiudersi, comincia a radicarsi, il cuore pensante inizia a germogliare. Nelle pagine del diario Etty racconta i suoi momenti di smarrimento, quando si sente fuori asse, travolta da emozioni incontrollabili: «Perdevo il centro» — scrive – o ancora «sono piuttosto confusa, ho vagato lontano dal mio centro« (Hillesum, 1941, in Iacopini e Moser, 2009: 95). Ma proprio attraversando questi momenti difficili e dolorosi, Etty cerca di non fuggire e scopre che c’è un luogo, piccolo e silenzioso, nel quale potersi fermare, respirare, pregare. 

Nel suo viaggio interiore, Etty, di fronte a sofferenze estreme, cerca di non fuggire né chiudersi. Accoglie in sé tutto ciò che sente, senza respingere il dolore, e proprio attraverso questa apertura scopre l’esistenza di un “cuore pensante”: un organo interiore che non è la ragione, ma qualcosa di più profondo, capace di comprendere, sentire e restare umano anche nell’orrore. Etty scrive:

«Certo accadono delle cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi, oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante» (Hillesum, 1942, in Iacopini e Moser, 2009: 102).

 Il cuore pensante non arriva una volta per tutte. Si perde e si ritrova mille volte. Ma è proprio ogni volta che ti accorgi di esserti persa, spiega Etty, vi è già il ritorno al centro. Nel suo cammino umano e spirituale si percepisce con crescente chiarezza un movimento radicale: dal fuori al dentro, dal disorientamento alla centratura, dalla frantumazione alla ricomposizione del sé. Dalle pagine del diario emerge una progressiva verticalizzazione dello sguardo: da ciò che accade all’esterno – sempre più disumano, sempre più insopportabile – alla risposta interiore, al modo in cui lei sceglie di stare, di reagire, di essere.                                                                                              

Etty capisce che il vero campo di battaglia non è solo fuori, ma dentro. Che la barbarie può contagiare anche chi la subisce, se non si lavora costantemente per rimanere umani. E in questo senso, la sua pratica spirituale non è evasione, ma resistenza. Non si tratta di salvarsi da soli, ma di generare – nel cuore stesso della tenebra – uno spazio di senso, di silenzio, di luce, di presenza. In uno dei passaggi più intensi del diario — e più indicativi dell’attivazione di questo organo, del cuore pensante — vi è descritto l’incontro con un giovane della Gestapo:

«E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno – anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: ‘Hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza?”» (Hillesum, 1941-1942: 385–386).

In questa frase – apparentemente semplice, ma in realtà densissima – Etty Hillesum compie un gesto radicale: sovverte l’ordine dei significati consueti, rifiutando di vedere nel suo aguzzino solo un ruolo, una divisa, un nemico. Vede un essere umano. E lo fa non per ingenuità, ma perché ha scelto di guardare più a fondo. Il “fatto storico” per lei non è l’aggressione, ma la propria reazione interiore: la capacità di non odiare, di non farsi contaminare dalla stessa logica distruttiva. Di conservare il proprio centro. In un tempo pervaso dalle tenebre, Etty compie un atto sovversivo: resta un cuore pensante. Questa è forse una delle qualità più dirompenti del suo pensiero. Non c’è idealismo, non c’è retorica, c’è lucidità. Quella lucidità che permette di vedere, dietro la violenza, la frattura; dietro l’urlo, la ferita; dietro l’odio, il vuoto affettivo, l’abbandono, la fragilità.                 

Etty lo sa: un uomo diventa pericoloso solo quando perde se stesso, quando viene separato dalla propria radice umana. Quando cresce in un deserto educativo e relazionale. E allora non si tratta di giustificare, ma di comprendere, come presa di responsabilità, come resistenza profonda all’imbarbarimento.                                                                                           

Questa riflessione è, oggi più che mai, attualissima. Ci troviamo ogni giorno davanti a fatti di cronaca che ci turbano: adolescenti armati nei quartieri delle città, violenza gratuita, giovani coinvolti in crimini indicibili. E dietro quei volti ci sono spesso storie di abbandono, di solitudini non viste, di territori dimenticati. Ragazzi cresciuti in un vuoto affettivo e istituzionale, senza mappe, senza ascolto, senza futuro.                                             

Ed è qui che Etty Hillesum ci offre una direzione, una mappa per attraversare il buio. Il suo diario non è solo una testimonianza, ma una bussola interiore, che ci insegna come stare nella complessità senza perderci. Come guardare il male senza diventarne specchio. Come non cedere al cinismo, ma restare aperti. Scrive infatti:

«In fondo, io non ho paura. Non per temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia, fin dove mi è possibile…» (Hillesum, 1941-1942: 385). E ancora: «Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi» (ibidem: 366). 

Con questa frase, Etty ci restituisce un principio essenziale: non possiamo migliorare il mondo esterno se prima non ci confrontiamo con la nostra Ombra. La violenza non è solo fuori di noi: abita anche le nostre paure, le nostre frustrazioni, le nostre reazioni automatiche. E qui si evince, ancora una volta, il legame profondo tra Etty Hillesum e la psicologia del profondo.

813yrw7fy6lIl suo diario è attraversato dalla tensione tra Ombra e Eros, tra pulsione di morte e desiderio di vita, tra dolore collettivo e ricerca del senso. Etty non sceglie scorciatoie: tiene insieme gli opposti. Dove molti si irrigidiscono o fuggono, lei resta. Resta dentro la contraddizione, dentro il caos, dentro il paradosso. E proprio lì, trova una terza via, la via del senso. Scrive: «C’è fango, così tanto fango che occorre possedere una grande dose di sole dentro di sé» (Hillesum, 1941-1942, in Fiorini:1).

Questo sole interiore di cui parla sembra richiamare ciò che Jung definisce “funzione trascendente”: il processo simbolico attraverso cui la psiche mette in relazione coscienza e inconscio, generando una trasformazione interiore. Essa funge da ponte simbolico che guida l’individuo nella ricerca del senso, favorendo l’integrazione degli opposti e la realizzazione del Sé.                                       

Nella visione di Hillesum, questa “dose di sole” non è ottimismo ingenuo, ma consapevolezza profonda. È la capacità di trasformare il dolore in comprensione, il buio in chiarezza. È ciò che permette di restare umani anche nell’inferno. Non si tratta di negare il male, ma di guardarlo senza farsi travolgere, di trasformarlo giorno dopo giorno in scelta, lucidità, presenza.         

Anche in Etty, come in Jung, emerge la necessità di tenere insieme gli opposti: accettare il dolore senza perdere la gioia, riconoscere l’odio senza smettere di amare, attraversare la distruzione senza rinunciare al senso. Ed è proprio in questo spazio interiore si apre la possibilità di una trasformazione autentica.

Essere un “cuore pensante”, come desiderava Etty, significa quindi: non rinunciare alla propria umanità, anche quando il mondo sembra disumanizzarsi. Significa non anestetizzarsi, non arrendersi alla banalità del male, non cedere alla vendetta o alla disperazione. Significa abitare il mondo con uno sguardo che vede, ascolta, sente, e sceglie ogni giorno di restare in relazione con se stessi, con l’altro, con il mistero.

«Lasciatemi essere il cuore pensante della baracca» (Hillesum, 1941-1942:751) – scrive da Westerbook – ovvero lasciatemi essere, scrivono Iacopini e Mose «colei che si assume il compito di incarnare un pezzetto di Dio anche nell’inferno del campo, che senza rinunciare a pensare – a tenere cioè gli occhi ben aperti su quel che succede senza mistificare la realtà — portando “la testa al cuore”, sa attingere nel profondo di sé all’ordine delle cose» (Iacopini e Moser, 2009: 102-103).

A ottobre del ’42 Etty esprime ancora questo desiderio di essere il cuore pensante e scrive: 

«di notte, mentre ero coricata nella mia cuccetta, circondata da donne e ragazze che russavano piano, o sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente, o si giravano e rigiravano – donne e ragazze che dicevano così spesso durante il giorno: “non vogliamo pensare”, “non vogliamo sentire, altrimenti diventiamo pazze” – , a volte provavo un’infinita tenerezza, me ne stavo sveglia e lasciavo che mi passassero davanti gli avvenimenti, le fin troppe impressioni di un giorno fin troppo lungo, e pensavo: “Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”. Ora voglio esserlo un’altra volta. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento. Sono coricata qui con tanta pazienza e di nuovo calma e già mi sento assai meglio; leggo le lettere di Rilke su Dio e ogni sua parola è carica di significato per me» (Hillesum, 1941-1942: 788).

9788833902302_0_0_536_0_75Etty non cerca di non pensare per sfuggire al dolore; desidera invece pensare con il cuore. Il suo cuore pensante diventa così la bussola che le permette di sentire la vita dentro ogni istante, riconoscendo il dolore, custodendo la speranza e vivendo con pienezza ogni circostanza, anche quando tutto sembra perduto. E lo vuole fare non solo per sé stessa, ma per tutte le persone intorno a lei, aspirando a essere il cuore pensante di un intero campo, portando attenzione, cura e umanità anche in mezzo all’orrore.

Oggi, in un tempo segnato da polarizzazioni, da guerre, da indifferenza crescente, il pensiero di Etty Hillesum risuona come un invito urgente e necessario. Non è una voce consolatoria, ma una voce che sfida. Ci ricorda che il vero cambiamento nasce sempre da dentro. Dal modo in cui scegliamo di stare, di vedere, di ascoltare. E forse non c’è gesto più rivoluzionario, oggi, che coltivare ogni giorno la possibilità di sentire, riconoscere la vita e restare umani.

Etty Hillesum, con il suo “cuore pensante”, non fugge dalla realtà, ma impara a guardarla per quello che è, senza mascherarla, nominandola nella sua nuda essenza. Ad Auschwitz, questo significa riconoscere l’orrore puro dello sterminio. In un contesto in cui «solo le cose ultime non possono essere sottratte», ciò che conta è restare aperti, sentire la vita dentro, anche se questo comporta attraversare il dolore: accoglierlo, sopportarlo, e trasformarlo senza perdere l’integrità di un frammento della propria anima.

«Per Etty salvare anche un solo frammento d’anima è possibile, solo attraverso quel movimento paradossale [..], per il quale, più cresce l’orrore e più alto si eleva il canto alla bellezza della vita, più impazzano la furia e la negazione, più cresce l’amore e il rifiuto della logica dell’odio e della vendetta. […] In questa purezza così tenacemente perseguita fino alla fine, l’itinerario e la meditazione di Etty si concludono con l’evocazione delle figure mistiche del “riposare in se stessi” e [..] “dell’ascoltar dentro”. […] Etty è giunta a riposare in se stessa, nella parte più profonda del Sé, in quella “scintilla dell’anima” che ella chiama “Dio”» (Necchi, 1987: 29).

L’idea di Dio dentro di sé e al di fuori di sé si fondono sempre più in Etty in un’unione inscindibile.

«In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio» (Hillesum, 1941-1942: 201-202). 
«Alla fine dell’itinerario spirituale, tutta la vita di Etty diventerà un colloquio ininterrotto “con Dio”, un unico grande colloquio. Pregare diverrà l’atteggiamento costante, la modalità stessa del suo vivere ed è questo il segno più vero, insieme all’amore per gli altri, dell’esperienza mistica» (Iacopini e Moser, 2009:109).      

Per Etty, Dio va salvato dentro di noi:

«una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. […] tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi» (Hillesum, 1941-1942: 713).                

61i21rroablQuesta trasformazione spirituale è il frutto di un profondo processo interiore: dalla crisalide di una ragazza egocentrica e instabile emerge una donna libera, capace di offrire se stessa come luogo di accoglienza e rifugio per i sofferenti. Etty si fa dimora di Dio, trovando così l’unica protezione che nulla può sottrarle. Impara a riconoscere nei volti degli uomini un pezzetto di Dio e a dar loro ospitalità. Il sentimento dell’intima presenza divina in sé e la vita nella dimensione dello spirito sviluppano in lei un senso profondo di comunione con il mondo, dove tutto è connesso da leggi e correnti sotterranee, e dove nasce una compassione che non si sente estranea a nulla e a nessuno (Iacopini e Moser, 2009: 115-116).                                                                           

Riducendo il proprio io alle sue giuste dimensioni, Etty riesce a scavalcare anche l’io degli altri, scorgendo in ogni persona ciò che è universale, l’Assoluto. Si si fa carico di salvare Dio in se stessa svuotandosi per farvi posto. Scrive:

«Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo» (Hillesum, 1941-1942: 153).

Per Etty Dio non è un’entità distante o astratta, ma una sorgente profonda dentro di sé, una fonte di vita interiore da raggiungere continuamente, anche quando è «coperto da pietre e sabbia». Etty poi contribuisce a disseppellire Dio anche dai cuori devastati degli altri, e infine ne testimonia la presenza, coltivando un amore gratuito e universale, lasciando che si espanda nel mondo al costo della propria vita (Iacopini, Moser, 2009: 119): «Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho ridistribuito agli uomini» (Hillesum, 1941-1942: 797).

Questa concezione di Dio dentro l’uomo e della sua salvezza come compito umano si intreccia profondamente con la visione junghiana del Sé, centro integratore della psiche, che deve essere continuamente riscoperto e ricostruito attraverso il dialogo tra coscienza e inconscio, luce e ombra, per aprire alla possibilità di una trasformazione autentica. Come la “sorgente” di Etty, il Sé è una realtà interiore che guida il processo di trasformazione e di riconciliazione tra coscienza e inconscio, tra luce e ombra, aprendo alla possibilità di un senso più ampio e profondo.

81xjhrmg1fl-_uf10001000_ql80_Il cuore pensante nel contesto clinico

Nel contesto clinico, e ancor più nel solco della psicologia junghiana, la figura del terapeuta è chiamata ad abitare la soglia: tra ombra e luce, tra caos e senso, tra frattura e possibilità di ricomposizione. In questa zona di frontiera, la funzione del cuore pensante si rivela centrale. Cosa significa, per un terapeuta junghiano, attivare in sé questo “organo”? Significa rimanere presenti, accogliere, accompagnare non solo con la ragione, ma anche con il cuore. Vuol dire mantenere un contatto umano profondo, restando però radicati nella propria interiorità. Come terapeuti, siamo chiamati a stare accanto ai nostri pazienti attivando in noi il cuore pensante: uno spazio che sostiene, regge, accompagna l’altro anche quando è smarrito nelle tenebre del dolore psichico ed emotivo. Al tempo stesso, dobbiamo aiutarli a non fuggire, a restare nella sofferenza, ad attraversarla. A trovare, dentro di sé, quel nucleo inviolabile che può guidarli verso una trasformazione autentica.

Dal punto di vista simbolico e teorico, il concetto di cuore pensante sembra evocare – quasi paradossalmente – l’integrazione di due funzioni psicologiche che, nel modello di Jung, sono poste in opposizione: il sentimento e il pensiero.

Nel sistema delle quattro funzioni (pensiero, sentimento, intuizione, sensazione), pensiero e sentimento sono considerate polarità opposte, appartenenti allo stesso asse razionale: il pensiero valuta secondo criteri logici e oggettivi; il sentimento secondo criteri di valore e significato soggettivo. Di norma, l’una si sviluppa a scapito dell’altra. Tuttavia, nell’evoluzione psichica, Jung stesso afferma che la vera individuazione comporta l’integrazione progressiva delle funzioni inferiori. Ecco allora che il cuore pensante diventa una possibile immagine archetipica di integrazione. Una nuova funzione simbolica che nasce dal dialogo tra le opposizioni, tra logos e pathos. Un terzo, che non è somma ma sintesi: uno spazio interno in cui si può pensare il dolore senza raffreddarlo e sentire il senso senza annegarci dentro.                                                   

Questo è esattamente il lavoro psichico e spirituale che Etty Hillesum compie nel suo diario: una tenace e instancabile operazione di cucitura interiore, in cui la lucidità del pensiero e l’intensità del sentimento non si escludono, ma si fecondano a vicenda. In lei, non c’è pensiero astratto senza amore concreto; non c’è sentimento caotico senza riflessione profonda.                                        

Etty Hillesium

Etty Hillesum

Per il terapeuta junghiano, coltivare questa funzione integrata diventa dunque fondamentale: significa lavorare su di sé per rendere sempre più abitabile questo spazio terzo, dove le opposizioni non si annullano ma dialogano. Significa diventare capaci di reggere la tensione degli opposti, senza precipitarsi a risolverla prematuramente, ma abitandola con fede, con pazienza, con l’intelligenza del cuore.

Oggi, in un’epoca segnata dalla frammentazione, dal dolore invisibile e dalla perdita di senso, il terapeuta è più che mai chiamato a essere un cuore pensante. Un essere umano che ha saputo confrontarsi – almeno in parte – con la propria ombra, e che proprio per questo può accompagnare l’altro nel suo percorso. Non un tecnico della psiche, ma un artigiano del senso. Non un dispensatore di risposte, ma una presenza viva capace di restare nella domanda.  Essere un cuore pensante, per chi cura, significa scegliere ogni giorno di non disumanizzarsi, di non chiudere, di non smettere di vedere. Significa sapere che non c’è gesto più rivoluzionario, in un mondo che anestetizza e separa, che continuare a coltivare questa fragile e potentissima qualità: quella di restare umani, profondamente, lucidissimamente, teneramente umani.

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Nota
[1] Etty fu paziente di Julius Spier, allievo diretto di Jung, e molti elementi del suo percorso riflettono questa impronta.
Riferimenti bibliografici
Adinolfi, Isabella, 2013, Martellate poetiche in forma di lettere inviate dal campo di Westerbork, «Il Manifesto», Alias Domenica, 1 dicembre.
Consolo, Annalisa, 2022, Etty Hillesum. Il coraggio della scrittura, Edizioni Ares, Milano
Ferri, Edgarda, 2017, Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hilleseum, La nave di Teseo, Milano
Fiorini Jolanda, 26 Gennaio 2019, Il “Cuore Pensante” di Etty Hillesum: «Il senso della vita non è soltanto la vita stessa», in https://www.sentieristerrati.org/2019/01/26/il-cuore-pensante-di-etty-hillesum-il-senso-della-vita-non-e-soltanto-la-vita-stessa/
Hillesum, Etty, Diario 1941-1942. Edizione integrale. A cura di Klaas A. D. Smelik. Traduzione di Chiara Passant e Tina Montone; brani in tedesco tradotti da Ada Vigliani. La collana dei casi, 92. Milano, Adelphi Edizioni. [Traduzione della quinta edizione olandese del 2008], 2012
Hillesum, Etty, Il gelsomino e la pozzanghera, a cura di Iacopini, Beatrice, Firenze 2018
Iacopini, Beatrice e Sabina Moser (2009), Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil, Milano, Edizioni San Paolo.
Jung, Carl Gustav (1917-1943), Psicologia dell’inconscio, in «Opere», vol. VII, Torino, Bollati Boringhieri, 1983.
Jung, Carl Gustav (1934-1955), Gli archetipi dell’inconscio collettivo, in «Opere», vol. 9*, primo tomo: Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Torino, Bollati Boringhieri, 2008
Jung, Carl Gustav (1961), Ricordi, sogni e riflessioni, a cura di Aniela Jaffè, trad. it., Milano, Rizzoli, 1978
Morino, Alba (2003), L’analista di carta, Imola, La Mandragora.
Necchi, Piercarlo (1987), La mistica necessaria, «Cultura ebraica», «alfabeta», n. 97, giugno, p. 28.
Neri, Nadia (1999), Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Milano, Bruno Mondadori. [Una seconda edizione non aggiornata è stata pubblicata da Edizioni Borla, Roma, 2011].
Rasy, Elisabetta, 2023, Dio ci vuole felici. Etty Hillesum o della giovinezza, Harper Collins Italia, Milano
Samuels, Andrew, Boris Shorter e Fred Plaut (1987), Dizionario di psicologia analitica, Milano, Cortina.
Woodman, Marion (2004), Puoi volare, farfalla, Milano, Red Edizioni. 
 __________________________________________________________________________________
Anna Maria Costantino, psicologa, psicoterapeuta e analista junghiana presso il CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica, Istituto Meridionale), attualmente lavora presso l’ASP di Palermo e svolge la libera professione di psicoterapeuta. Insegnante certificata di “Pulso Tantrico”, “Respirazione Ovarica Alchimia Femminile” e “Respirazione Alchemica, Sessualità Sacra” di Sajeeva Hurtado, accompagna uomini e donne in percorsi di consapevolezza psico-corporea. Facilitatrice certificata del sistema “Volviendo al Círculo” di Rous Baltrons, conduce cerchi di donne sugli archetipi del femminile. Esperta di Danza-Teatro Butoh, ne ha approfondito il legame con la psicologia e ha condotto laboratori con persone senza tetto e con disabilità psichica. Studia i tarocchi come strumento di introspezione e crescita personale, esplorandone il valore simbolico e il legame con la psicologia del profondo. Autrice di numerose pubblicazioni, tra cui Cinema e gruppalità. Percorso individuativo formativo (coautrice con D. Borinato, 2020, Nuova Ipsa Editore), Il Decalogo e la gruppalità. Percorso individuativo formativo (coautrice con D. Borinato, 2021, Nuova Ipsa Editore) e I Tarocchi, immagini della Psiche. Una visione junghiana (2023, Luigi Guerriero Editore).
______________________________________________________________
 
 

 
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>