Premessa
Il corpo umano, nella sua duplice dimensione di entità biologica e costruzione culturale, è da sempre uno degli elementi centrali e più dibattuti della riflessione antropologica e sociologica. Non è un mero involucro inerte, ma un’entità dinamica che apprende, che imita, che interiorizza pratiche e saperi, un insieme complesso di gesti, abitudini e pratiche incorporate che non si limitano a riflettere passivamente la cultura d’appartenenza di un individuo, ma la costruiscono attivamente e la perpetuano nel tempo, rendendola viva e tangibile attraverso la corporeità. In questa prospettiva, il corpo è una tela su cui la cultura si inscrive e attraverso cui essa si manifesta e si riproduce.
Ogni controllo, regola o ritualizzazione imposta al corpo riflette e rinforza dinamiche culturali più ampie, fungendo da specchio delle gerarchie e dei valori sociali. In tal senso, la scrittura del proprio corpo attraverso la tecnica del tatuaggio rende palese e certifica questa complessa stratificazione. Il corpo non è solo un mezzo d’azione, ma anche e soprattutto una sede di sedimentazione profonda di preferenze, disposizioni e visioni del mondo che influenzano il nostro agire senza che ne siamo sempre pienamente consapevoli.
L’antropologia considera il tatuaggio come una pratica corporea ricca di significati simbolici, spirituali e identitari, che trascendono la semplice decorazione estetica. Gli studi evidenziano come questa usanza sia diffusa in diverse culture e periodi storici, spesso legata a riti di passaggio, protezione e devozione.
Il Sacro Tatuato
Il recente volume Il Sacro Tatuato. Una ricerca sociologica di Rossana M. Salerno (Sileno Edizioni, 2025) si impone fin dalle prime pagine come uno studio di eccezionale rilevanza e originalità nel panorama delle scienze sociali contemporanee. L’autrice affronta il fenomeno del tatuaggio con un carattere inedito per il tema e con un taglio metodologico coraggioso e intelligente, elevando una pratica spesso relegata a mera moda o devianza estetica al rango di ‘fatto sociale totale’ di cruciale interesse sociologico e antropologico. Salerno realizza un sincretismo metodologico che spazia tra i più diversi statuti epistemologici in una mirabile proposta interpretativa.
Il percorso analitico, partendo dal lavoro sul campo e capovolgendo l’ordine dell’indice del testo, permette di attraversare e comprendere le mille sfaccettature di questo prisma post-moderno. I luoghi e lo spazio della ricerca sono indissolubilmente legati al Mediterraneo, alle sue profonde radici sciamanico-religiose che hanno a che fare con il senso del sacro nel rapporto con il cosmo, con gli elementi della natura, con il plasmare il proprio posto nel mondo e dargli un senso. La religiosità popolare e la persistenza delle ritualità nell’area mediterranea coniugano antiche tracce tra Oriente e Occidente, tra la Tracia e le coste occidentali dell’Italia, tra devozioni e riplasmazioni sacre, tra religiosità pre-olimpiche e culti cristiani, in un flusso di aspetti simbolici che attraversano il tempo profondo, quello della lunga durata braudeliana. In questo largo giro, alcuni elementi sono rimasti come persistenza di quello che Nietzsche riteneva fosse il più antico spirito dei greci, identificati come i più grandi celebratori di feste e di riti che hanno influenzato tutte le culture mediterranee.
La Sociologia del corpo: dalle Tecniche del Sé alla tela culturale
Attraverso un’analisi dettagliata, la studiosa ricostruisce e utilizza la stretta relazione con le interpretazioni del corpo umano, nella sua duplice dimensione di entità biologica e costruzione culturale. Questa prospettiva deve molto alla celebre analisi di Marcel Mauss e alle sue “tecniche del sé”. Il corpo, lungi dall’essere un mero involucro inerte, è descritto da Mauss come un veicolo dinamico, il primo strumento dell’uomo. Queste tecniche – un complesso sistema di gesti, posture, abitudini pratiche apprese – non si limitano a riflettere passivamente la cultura d’appartenenza di un individuo, ma la costruiscono attivamente e la perpetuano nel tempo, rendendola viva e tangibile attraverso la corporeità. In questa prospettiva, la pelle stessa si configura come la superficie primaria su cui la cultura si inscrive e attraverso cui essa si manifesta e si riproduce.
Mary Douglas ha ampliato questa visione in modo determinante, argomentando che l’organismo umano funge da modello per la struttura sociale: «Il corpo è usato come simbolo per pensare la società […] le idee sul corpo umano sono un modo per pensare al sociale». Per Douglas, ogni controllo, ogni regola o ritualizzazione imposta al corpo non è casuale, ma riflette e rinforza le dinamiche culturali e i confini morali che la società impone ai suoi membri. La marcatura corporea, storicamente associata al sacro, alla medicina o al controllo sociale, è quindi un atto di estrema rilevanza socio-culturale.
È in questo spazio di intersezioni tra individuo, società e fisicità, e in un contesto di crescente secolarizzazione, che il tatuaggio contemporaneo emerge come fenomeno cruciale. Lungi dall’essere ridotto a una pratica marginale o a un gesto di mera trasgressione, il tatuaggio è divenuto un dispositivo identitario fondamentale che, nella sua permanenza, sfida la fluidità dei legami sociali e solleva interrogativi profondi sulla sopravvivenza del sacro.
L’indagine di Rossana Salerno: Il Sacro Tatuato e la religiosità incarnata
In questo scenario di trasformazione, si inserisce il fondamentale volume di Rossana M. Salerno. L’opera non si limita a descrivere il fenomeno, ma lo analizza come sintomo della ricomposizione del significato corporeo in una società post-secolare. Oggetto di studio è il tatuaggio sacro, un fenomeno apparentemente contradditorio. Se da un lato la pratica del tatuaggio e l’esplosione di popolarità che essa ha avuto negli ultimi decenni appaiono come frutto della necessità di individualizzazione personale in un mondo che tende alla secolarizzazione e all’atomizzazione; d’altro canto, il tatuaggio a tema sacro si presenta come materializzazione plastica di un’esigenza di appartenenza comunitaria, addirittura, come scrive l’autrice, come «un gesto di resistenza e di ricomposizione del senso». Il tatuaggio sacro è allora allo stesso tempo un atto personale e un’opera collettiva, che marchia l’individuo nella sua unicità, ma nel farlo lo lega alla sua comunità religiosa e spirituale in modo ineludibile, o nelle parole di Salerno: «una forma di fede personalizzata che, pur radicandosi nell’esperienza individuale, mantiene la forza del legame comunitario».
Il bisogno del sacro che le società post-moderne sempre più manifestano e la sua messa in forma attraverso la specifica e irripetibile iscrizione del proprio corpo emergono dall’analisi dell’autrice come aspetto essenziale e allo stesso tempo complesso.
«Aprendosi al sacro e lasciando che quest’ultimo marchi il corpo in modo potenzialmente indelebile, il sacro tatuato esce dalla rassegna dei tatuaggi a disposizione, per entrare in uno spazio simbolico normativo che non consente dissacrazioni. Al tempo stesso questa modalità di presentazione proclama un legame di appartenenza radicale legittimando al tempo stesso l’autorevolezza del riferimento tatuato» (dalla Prefazione di Abbruzzese).
La tesi centrale di Salerno è che il sacro non è mai scomparso, ma si riformula, trasformando il corpo nella nuova ‘tela’ su cui viene incisa una spiritualità individuale, narrativa e socialmente leggibile.
Il volume si articola in quattro parti che conducono il lettore attraverso un rigoroso percorso di indagine, combinando teoria e ricerca empirica:
- Parte I (Il Corpo come Senso e la Sociologia del Sacro): L’autrice definisce i presupposti teorici e la genealogia della body modification, analizzando l’evoluzione della religiosità da forme istituzionali a espressioni individualizzate, ponendo l’attenzione sul corpo come luogo di espressione del “sé”.
- Parte II (Il Tattooing come Scrittura biografica e rituale): Qui, Salerno definisce il tatuaggio come un vero e proprio rito di passaggio personale, attraverso il quale l’individuo costruisce e stabilizza la propria identità. La pelle marcata diventa la mappa di una “biografia incarnata”, spesso svincolata da un’appartenenza religiosa istituzionale, ma carica di significato. Si evidenzia che «centrale è il ruolo del territorio e della tradizione locale», fattori che influenzano i simboli scelti e le narrazioni incorporate.
- Parte III (Indagine sul campo e risultati): Il cuore empirico dove, attraverso un’analisi qualitativa delle interviste, si dimostra come il tatuaggio emerga quale dispositivo identitario nell’ambito di una forma di religiosità vissuta, personale e incorporata. L’autrice approfondisce il legame tra tatuaggio, memoria e identità.
- Parte IV (Conclusioni e sociologia post-secolare): In chiusura, Salerno sintetizza i risultati, offrendo un quadro conclusivo incisivo e convincente: «I dati raccolti mostrano come il sacro non scompaia, ma trovi nuove modalità di espressione attraverso il corpo e le sue pratiche».
Come osserva l’autrice, il testo «sollecita attenzioni e nuovi dibattiti fondamentali sui processi di secolarizzazione» e, allo stesso tempo, «svela le nuove forme che la religiosità assume presso le nuove generazioni, traducendosi in modo talvolta sorprendente nei costumi, nelle credenze e nelle esperienze dei più giovani».
La forza dell’indagine trasversale e ibrida
La prima grande forza del libro risiede nella sua ampiezza e profondità di sguardo. L’autrice compie una mossa intellettuale ardita, mettendo insieme discipline, generi e letterature diverse in una prospettiva trasversale che attraversa verticalmente in profondità spazi e tempi, civiltà e società stratificate. Lo studio dimostra una piena padronanza teorico-metodologica dei riferimenti bibliografici, sapientemente plurali e differenziate griglie interpretative. Il risultato è un’opera di ibridazione disciplinare in cui convergono la sociologia delle religioni e dei consumi, l’antropologia culturale, la semiotica, la fenomenologia e l’analisi delle storie di vita.
In questo crocevia concettuale, l’autrice riesce ad ampliare il campo semantico del sacro, dimostrando come le rappresentazioni di quanto è tatuato non siano mai casuali, ma anzi come il tatuaggio sacro sia uno strumento fondamentale attraverso cui il soggetto articola il proprio processo di costruzione identitaria. Ogni tatuaggio, scrive infatti l’autrice, «non rappresenta soltanto un segno, ma un processo di mutamento dell’essere sociale». Con acume è scandagliata la densità simbolica dei gesti e delle ragioni che muovono all’incisione, svelando una conoscenza approfondita delle dinamiche (tra tensioni e devozioni) che interessano il corpo e l’identità.
Corpo, liminalità e rito: l’epicentro del fenomeno
La tesi centrale del volume è che il corpo sia l’epicentro materiale e simbolico del fenomeno studiato. L’autrice interpreta il tatuaggio non solo come segno individuale o mero atto estetico, ma come esperienza profonda che rinnova concetti chiave della tradizione sociologica.
I capitoli del volume si articolano attorno a questi importanti nuclei concettuali:
- Identità: Il tatuaggio è analizzato come pratica di costruzione e rinegoziazione dell’identità, fungendo da catalizzatore per il sé in un’epoca di fluidità e incertezza.
- Liminalità: L’atto di tatuarsi viene letto come un rito di passaggio, un momento liminale che segna una transizione biografica o un cambiamento di status, richiamando la potenza esemplare del rito stesso.
- Segno e Simbolo: L’indagine semiotica e fenomenologica sul tatuaggio come segno permette di decodificare la sua complessa funzione comunicativa e la sua carica spirituale o di “neoreligiosità”.
L’autrice mostra come, nella pratica del tatuaggio, siano confluite la forza evocativa del mito e la potenza esemplare del rito, entrambi cardini del paradigma sacro. Come sottolineato nel testo: «Il corpo tatuato non è un mero supporto epidermico, ma l’epicentro materiale e simbolico dove la forza evocativa del mito e la potenza esemplare del rito si incontrano, riplasmando le vecchie categorie del sacro nella modernità liquida».
Il Corpo e il Sacro
La tesi fondamentale del lavoro viene messa in chiaro fin dal primo capitolo, che funge da fondamentale cornice teorica all’intero lavoro: il tatuaggio sacro, “fatto sociale totale” in senso maussiano, si fa crocevia di diverse istanze, presentandosi all’analisi come una pratica multidimensionale. «Pensare al tatuaggio come a un campo multidimensionale significa riconoscere che esso è, al tempo stesso, un linguaggio e un rito, un gesto e una memoria, un segno privato e una manifestazione pubblica». Il tatuaggio è quindi linguaggio perché comunica, ma è anche rito perché implica passaggio, performance e trasformazione, e allo stesso tempo è memoria incarnata.
È la dimensione rituale, per Salerno, a rivestire un’importanza particolare, perché essa rifunzionalizza il ruolo del corpo nell’ambito della pratica tatuatoria. Non più mero strumento materiale, la pelle si configura piuttosto come medium rituale e superficie simbolica.
Il Rito come struttura sociale e comunicativa
Il secondo capitolo approfondisce il ruolo del rito come dispositivo fondamentale di costruzione del senso, del legame sociale e dell’identità, mostrando come il tatuaggio sacro possa essere interpretato a pieno titolo come rito di passaggio contemporaneo. Il capitolo si muove lungo un asse teorico che integra sociologia, antropologia e studi sul simbolo (Durkheim, Van Gennep, Turner, Mauss), applicandoli al corpo tatuato.
Il rito non è organo vestigiale in una società ormai completamente secolarizzata, ma si svela nell’analisi di Salerno come un meccanismo sociale attivo che rinnova la coesione sociale attraverso procedure e tecniche condivise. Il bisogno rituale quindi sopravvive ai mutamenti sociali, cambiando forma ma non funzione.
Il tatuaggio sacro, interpretato come rito di passaggio, secondo lo schema di Van Gennep, prevede il dolore che assume valore simbolico e conferisce autenticità all’esperienza trasformativa («Il dolore dell’ago, il respiro trattenuto, l’inchiostro che penetra nel derma diventano parte di un rito di incarnazione simbolica») e il segno inciso sulla pelle diventa prova permanente del passaggio avvenuto. Il tatuaggio è un rito incarnato, che non si esaurisce nell’atto ma continua nel tempo, facendo del corpo una forma di memoria visibile, un archivio figurato identitario. Nella dimensione rituale, il ruolo dell’officiante viene svolto dal tatuatore che si fa “medium” tra il sacro e l’umano.
Come negli antichi riti di iniziazione, il senso dell’atto di tatuare è quello di marcare una trasformazione, il passaggio del soggetto tatuato da uno statuto identitario a un altro, nuovo, anche radicalmente differente. Salerno nota infatti che «il segno inciso non è un semplice ornamento, ma un marcatore sociale che attesta l’avvenuto attraversamento di un confine esistenziale: comunica all’altro che il soggetto è cambiato».
Spazio, Pellegrinaggio e Devozione
In quanto esperienza rituale di attraversamento, il tatuaggio presenta la possibilità di una fruttuosa analisi incrociata col fenomeno dei pellegrinaggi, opportunità analitica che Salerno sviluppa nel terzo capitolo del suo lavoro. In esso, il tatuaggio sacro viene analizzato nella sua dimensione spaziale e devozionale. È il corpo stesso in questo caso a farsi spazio sacralizzato, col tatuaggio che si fa traduzione permanente e testimonianza fisica dell’avvenuto attraversamento e della trasformazione prodotta. In questo senso, scrive l’autrice, «Il corpo diventa luogo di incontro tra il visibile e l’invisibile».
È in questa dimensione che emerge con maggiore forza uno dei nuclei tematici ricorsivi del lavoro di Salerno: la liminalità. La pelle, di per sé confine tra l’interno e l’esterno, si fa strumento materiale e simbolico, di connessione, giacché «lo spazio non è soltanto ciò che si estende, ma ciò che separa e connette, che dà forma alla possibilità del movimento».
L’originalità metodologica: trasparenza e onestà intellettuale
L’orientamento metodologico è forse il carattere più interessante e originale del volume. L’opera privilegia la trasparenza e la metariflessione sullo stesso metodo adottato, offrendo al lettore una compiuta ed esplicita autoanalisi etnografica
Il quarto capitolo è infatti dedicato a una estensiva e accurata esposizione dell’impianto metodologico adottato nella ricerca sul tatuaggio sacro, fondata su un approccio integrato quantitativo e qualitativo, ritenuto necessario per analizzare un fenomeno complesso che intreccia corpo, simbolo, rito e identità.
Dal punto di vista quantitativo, Salerno utilizza questionari strutturati somministrati ai tatuatori, finalizzati a rilevare la diffusione delle iconografie sacre, le motivazioni dei clienti, la localizzazione corporea dei tatuaggi e il rapporto con il territorio. Questo approccio consente di individuare tendenze ricorrenti e regolarità sociali, secondo una logica deduttiva di matrice neopositivista.
In parallelo, l’approccio qualitativo assume una prospettiva interpretativa ed etnografica, ispirata a Weber, Geertz e Turner, con l’obiettivo di comprendere i significati soggettivi attribuiti al tatuaggio sacro. La ricerca sul campo si sviluppa attraverso l’osservazione partecipante, un diario etnografico (dallo studio dei tatuatori alle tattoo convention) e interviste face to face.
Un ruolo centrale è attribuito al tatuatore, interpretato come mediatore del sacro e custode di una memoria simbolica territoriale. L’analisi dei dati mostra come il tatuaggio sacro sia vissuto come atto devozionale, promessa, ex voto o segno di appartenenza comunitaria. Non separando teoria ed empiria, in fecondo dialogo, il metodo contribuisce a descrivere una sociologia del sacro situata, incarnata e relazionale.
In altre parole, l’autrice non si limita a raccogliere dati, ma fornisce ampia contezza del processo di ricerca, che viene ricostruito con schietta trasparenza. Il libro si offre dunque al lettore con l’esplicito ricorso a testimonianze, narrazioni, storie che coinvolgono in prima persona l’autrice. Questa postura metodologica è manifestazione di una profonda onestà intellettuale: quella di chi interpreta le vecchie categorie della religiosità, rinnovandole e riplasmandole alla luce di una sociologia ai confini con l’antropologia culturale, impegnata a sfidare e sciogliere le contraddizioni e le ambivalenze della modernità (o postmodernità).
Narrazioni Tatuate
I frutti di questa raffinata impalcatura metodologica vengono raccolti nel quinto capitolo, che espone ordinatamente e discute i risultati empirici della ricerca sul tatuaggio sacro, mettendo in relazione i dati raccolti con il quadro teorico sviluppato nei capitoli precedenti. Oggetto principale dell’attenzione dell’autrice sono le motivazioni dei soggetti tatuati, le iconografie sacre più ricorrenti e i significati attribuiti al gesto. Il tatuaggio emerge come pratica che intreccia devozione, protezione, promessa e memoria biografica, spesso svincolata da un’appartenenza religiosa istituzionale. Centrale è il ruolo del territorio e della tradizione locale, che influenzano simboli e narrazioni. Del tatuaggio emerge la funzione di dispositivo identitario nell’ambito di una forma di religiosità vissuta, personale e incorporata. In conclusione, i dati confermano che il sacro non è dimensione viva e attraverso il corpo diventa esperienza intima e al tempo stesso socialmente leggibile.
Il Sacro Tatuato ha il merito di sollecitare attenzioni e nuovi dibattiti fondamentali sui processi di secolarizzazione che investono la società contemporanea e allo stesso tempo concorre a svelare le nuove forme che la religiosità assume presso le nuove generazioni, traducendosi in modo talvolta sorprendente nei costumi, nelle credenze e nelle esperienze dei più giovani. Il sacro non diventa obsoleto, non declina né scompare, semplicemente cambia forma, si trasforma, e assume nuove modalità di espressione. Il libro è un contributo prezioso per chiunque voglia comprendere non solo il fenomeno del tatuaggio, ma le profonde trasformazioni culturali che stanno ridisegnando i confini del sacro, dell’identità e della cittadinanza corporea nella società contemporanea.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Annalisa Di Nuzzo, docente di Antropologia culturale, insegna Geografia delle lingue e delle migrazioni al Suor Orsola Benincasa; già professore a contratto di Antropologia culturale presso DISUFF Università di Salerno, e membro del Laboratorio antropologico per la comunicazione interculturale della stessa università fino al 2020- Ha conseguito il PhD in Antropologia culturale, processi migratori e diritti umani. È membro dell’Osservatorio Memoria storica, Intercultura, Diritti Umani e Sviluppo Sostenibile “MInDS” Univ. Di Cassino, socia del Centro di Ricerca Interuniversitario I_LAND (Identity, Language and Diversity) nonché del Centro Interuniversitario di Studi e ricerche sulla storia delle paste alimentari in Italia (CISPAI). I suoi campi d’indagine sono l’antropologia delle migrazioni e del turismo, antropologia e letteratura, antropologia e genere, antropologia urbana. È autrice di numerose monografie, tra le ultime pubblicazioni si segnalano: Il mare, la torre, le alici: il caso Cetara. Una comunità mediterranea tra ricostruzione della memoria, percorsi migratori e turismo sostenibile, Roma Studium 2014; Fuori da casa. Migrazioni di minori non accompagnati, Carocci, Roma, 2013; Conversioni all’Islam all’ombra del Vesuvio, CISU, Roma, 2020; Minori Migranti. Nuove identità transculturali, Carocci, Roma, 2020, Napule è… piccola antropologia partenopea, Il melangolo, Genova, 2024.
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