
Cartina del Cilento, Mario Cartaro Nicola Antonio Stigliola, Il regno di Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli, Sezione manoscritti e rari, ms. XII D 100, 1613
di Maria Sirago
Fino a fine Settecento il Cilento, sia quello “storico”, fino al fiume Alento, sia il territorio del Golfo di Policastro, era quasi del tutto sconosciuto. Solo alla fine del secolo, nel 1787, Goethe decise di visitare le rovine di Paestum, allora in uno stato di totale abbandono, mosso dalla curiosità di conoscere un luogo descritto in tutti i testi antichi come rigoglioso e florido. «La contrada era sempre più piana e deserta; pochi casolari; ovunque vedevo una povera agricoltura. Finalmente, incerti se fossero rocce o rovine, potemmo scorgere in una gran massa … i templi e i monumenti superstiti» (in Fortunato, 1993).
Da quel momento anche Paestum divenne una tappa obbligata del Grand Tour. Invece il Cilento, definito nei rapporti della polizia borbonica “terra dei tristi” per una notevole presenza di briganti, era raggiungibile via terra “a piedi e in carrozza” (Chirico, 2015), dopo aver attraversato il Sele con una “scafa” (una specie di zattera).
Ma si sceglieva soprattutto la via del mare, data la mancanza di strade agevoli. Comunque, il territorio continuava ad essere del tutto sconosciuto e l’antica città di Velia era abbandonata come quella di Paestum, malgrado fosse ben nota nelle fonti antiche.
Il territorio cilentano in età moderna era «un’area marginale (…) caratterizzata da un’economia di sussistenza senza margini di accumulazione e destinata anche per l’azione delle forze feudali ad isolarsi ulteriormente dalla regione Campania» (Musi, 1980: 88). Il mancato sviluppo produttivo era dovuto solo in parte alla natura del luogo, spesso aspro e selvaggio. Difatti nella prima metà del Cinquecento molti feudi erano dei Sanseverino, principi di Salerno, che avevano favorito lo sviluppo dell’industria serica, il cui prodotto grezzo era esportato dai porticcioli cilentani alla Capitale. Ma nel 1553 lo Stato venne sequestrato a Ferrante Sanseverino, accusato di fellonia e tradimento poiché aveva tramato con turchi e francesi per far assalire Napoli con le flotte congiunte. Il tentativo fallì ma il principe dovette fuggire a Venezia mentre il suo vasto Stato cilentano veniva smembrato (Pilati, 2014) e i feudi acquistati da tanti piccoli proprietari, anche amalfitani e banchieri genovesi, e l’industria serica distrutta (Cirillo, 1996, 2005).
Cominciò così un lento declino anche nei piccoli porti o “caricatoi”, dove il commercio si ridusse notevolmente, anche per i cospicui diritti di dogana statale da pagare insieme a quella feudale, che spesso comprendeva anche un diritto per l’approdo (falangaggio) (Sirago, 2004, tab. 1, 2): ci si limitò così al solo cabotaggio (navigazione lungo la costa) praticato in buona parte da napoletani e amalfitani, che si occupavano del trasporto di generi alimentari, vino, olio, fichi secchi e carne salata (prevalentemente dal golfo di Policastro) per il rifornimento annonario della Capitale (Sirago, 1988).
Anche le attività di pesca, praticate lungo tutta la costa soprattutto dagli amalfitani, con vari tipi di imbarcazioni (Sirago, 2021) e di reti, in massima parte “sciabiche” (a strascico) e menaidi (per la pesca delle alici, ancora in uso a Pisciotta), subirono la stessa sorte poiché tra i “diritti feudali di mare” si pagava una decima sul pescato ed un diritto per calare la tonnara ad Agropoli (Trentova), Castellabate (Licosa) e Palinuro (Sirago, 2004).
Perciò questo settore cominciò a svilupparsi solo dopo il 1806, quando fu abolita la feudalità (Sirago, 1988). Ancora a fine Settecento Giuseppe Maria Galanti rimarcava il mancato sviluppo del Cilento causato dalla presenza di tanti piccoli feudi che a suo parere davano impedimento sia nell’amministrazione della giustizia che nello sviluppo economico (Galanti,11969: 367).
Oltre a questi problemi si aggiungeva anche quello delle continue scorrerie dei corsari barbareschi e turchi che imperversarono per tutta l’età moderna, costringendo i cilentani ad arroccarsi sulle alture prospicienti le marine, che fino a fine Settecento rimasero quasi del tutto disabitate.
Perciò lungo la costa tra il 1563 ed il 1564 era stata ristrutturata la torre normanna di Castellammare della Bruca (odierna Casalvelino), distrutta dai corsari nel 1458 e abbandonata, ed era stato costruito un articolato sistema di torri, poste a guardia del territorio, ai capi di Licosa, Pollica e Ascea, a Casalicchio e negli approdi di Policastro, anch’essa abbandonata dopo la distruzione ad opera dei corsari e pirati. E alla spesa per le costruzioni avevano contribuito anche i paesi dell’interno (Mafrici, 1987).
Ma poiché questo sistema di “difesa passiva” (Ajello, 1992) usato dagli spagnoli non aveva dato i risultati sperati, gli Austriaci, occupata Napoli nel 1707, avevano deciso di vendere le torri e creare una flotta composta da 4 galere e 4 vascelli che dovevano difendere le coste dagli assalti nemici (Sirago, 2016). Questo progetto fu ripreso da Carlo di Borbone, quando conquistò Napoli, nel 1734. Poi nell’Ottocento erano state costruite delle batterie nei territori di Agropoli, Palinuro e Sapri, non più utilizzate dagli anni ’40 (Sirago,2008).
Per poter tracciare un quadro del Cilento in età moderna sono state utilizzate alcune fonti di vario genere, geografiche, statistiche o diari di viaggio. Una prima accurata descrizione del Cilento è quella redatta a metà Settecento da Giuseppe Antonini, barone di San Biase, nato a Centola: nei suoi Discorsi sulla Lucania (antico toponimo del territorio cilentano), egli trattava gli aspetti storici, soffermandosi anche sugli antichi siti di Paestum e Velia, e quelli geografici, dando preziose notizie sulle coltivazioni dei paesi interni e sulle zone costiere. Altra accurata descrizione di metà Settecento è quella di Francesco Antonio Ventimiglia, di Vatolla, Il Cilento illustrato, un manoscritto donato alla Biblioteca dell’Università di Salerno insieme alla biblioteca di famiglia e trascritto da Francesco Volpe.
Poi in età murattiana, quando si provvide a redigere una statistica per tutto il Regno, Filippo Rizzi stilò le sue Osservazioni statistiche sul Cilento, da cui si ricavano dati preziosi. Infine altri utili strumenti per conoscere le marine cilentane sono il Diario di viaggio di Craufurd Tait Ramage, un letterato scozzese, precettore dei figli del console inglese a Napoli, che nel 1828, poco prima dei “moti cilentani” (De Luca, 1928), decise di compiere un viaggio a piedi alla ricerca di resti archeologici e sopravvivenze linguistiche greco-latine e quello dell’artista e scrittore inglese, Arthur John Strutt, vissuto a lungo in Italia, che nel 1838 intraprese un lungo itinerario nel Sud d’Italia con l’amico William Jackson, un poeta, con cui divise i disagi e i tremendi pericoli, dirigendosi prima a Paestum, dove fu ospitato in una “misera locanda”, e poi nel Cilento, dove scelse di percorrere i sentieri costieri, spesso impervi ma dai paesaggi mozzafiato.
Da Salerno ad Agropoli la costa era paludosa, malarica e impraticabile e si poteva approdare solo alla foce del Sele, nel territorio di Capaccio, dove a metà Settecento esisteva un borgo detto “Capo di fiume”. Lungo la costa da Agropoli a Sapri si contava a metà Settecento una esigua popolazione marinara, aumentata ai primi dell’800. E lo stesso era per le imbarcazioni, solo 5 da pesca a metà ‘700, aumentate a 93 ai primi dell’800. Nel corso del secolo XIX si contava ancora un certo numero di imbarcazioni (65 nel 1838); ma a Castellabate e Pisciotta si era sviluppata anche una attività cantieristica, grazie agli incentivi offerti dal governo borbonico, con cui si stabiliva un premio per ogni imbarcazione costruita (130 imbarcazioni di cui 77 a Castellabate). Ma i porti, secondo la statistica del Rizzi, erano poco funzionali, anche se egli ricordava che prima del 1799 vi erano bastimenti che trafficavano con Malta, Roma, la Toscana, Genova e la Provenza ed approdavano alle marine cilentane alcuni bastimenti inglesi, genovesi e francesi. Comunque si contavano 8 porti, non tutti in uso: l’antico porto di Paestum non era più esistente; quello detto del Fico, vicino Pioppi, aveva buon fondo e poteva ospitare alcuni bastimenti anche da guerra; nell’antico territorio di Velia Cicerone menzionava due porti, di cui uno ancora attivo, quello di Porticello, vicino Ascea; il porto naturale di Palinuro, con un buon fondo, poteva ospitare numerosi bastimenti, anche se non era molto sicuro come quello della Molpa; il porto degli Infreschi, un piccolo porto naturale (dove anticamente si rifugiavano i pirati) ed infine il porto di Sapri. Ma il porto di Palinuro doveva essere “nettato” mentre per quello di Sapri prevedeva la possibilità di un rifacimento, visto che era l’unico dove si poteva costruire un molo adeguato.
Agropoli con la sua rocca era l’unico paese sulla costa ma non aveva un vero e proprio porto e durante il periodo spagnolo, malgrado le fortificazioni, era stata saccheggiata due volte dai corsari, nel 1535 e 1542. In quel periodo si erano succeduti numerosi feudatari, tra cui i Filomarino, principi di Roccadaspide, che ai primi del Seicento possedevano allo “sbarcadero alla Marina” la taverna, dei magazzini e delle camere dove si conservavano le reti per la tonnara, calata nel seno di Trentova, ed esigevano dei diritti di approdo. In questo «ampio seno, … i piccioli legni, tirati a terra [avevano] sicurissimo ricovero, ed ogni giorno [partivano] le barche» cariche di merci per Salerno e Napoli (Antonini, 1745: 260). Perciò esso era considerato «emporio del Cilento per lo traffico» (Ventimiglia: 43). Ma il mestiere di marinaio e pescatore era poco praticato, con le poche imbarcazioni esistenti, poiché era esercitato soprattutto dagli amalfitani, che pescavano soprattutto sarde e tonni. Dai primi dell’Ottocento si ebbe un certo sviluppo e furono incrementati i commerci (Rizzi, 1809).
Il territorio di Castellabate, con i porticcioli di Santa Maria e San Marco (antico porto romano), era considerato la “terra più ricca e popolata del Cilento” (Ventimiglia, 2003: 44) (circa un migliaio di abitanti a metà Settecento, quasi raddoppiati a fine secolo). “Le campagne [erano] ben coltivate, e piantate di vari alberi da frutta” trasportata a Napoli con le barche, e si producevano” generosissimi vini, chiamati vernaccie”, non inferiori a quelli spagnoli (Antonini, 1745: 271ss.). Inoltre, si esercitava una certa attività di pesca specie nelle acque dell’isola di Licosa, dove si calava una tonnara, in uso fino a fine Ottocento. Di queste zone il Ramage, interessato oltre che ai reperti archeologici, anche alle prelibatezze enogastronomiche, menzionava l’ottimo vino ma soprattutto le salsicce, le antiche lucanicae menzionate da Cicerone e Apicio, il cui nome derivava appunto dalla Lucania, antico toponimo del Cilento (Ramage, 2013: 57ss.). Anche lo Strutt, ospitato nel suo palazzo dal barone Perrotti, si dilungava sull’ottimo vino e su un ottimo antipasto di olive e alici salate pescate nella piccola baia presso Licosa. In effetti nel corso dell’800 la città e le sue marine avevano cominciato lentamente a svilupparsi tanto che si era avuto un certo incremento demografico e uno sviluppo dei commerci testimoniato dalle imbarcazioni e della cantieristica, iniziata dagli amalfitani ed ancor oggi praticata in alcuni cantieri di San Marco e Santa Maria.
Da Castellabate al fiume Alento si estendeva una costa frastagliata, punteggiata di piccole borgate arroccate sulla collina i cui abitanti scendevano alle marine solo per pescare o coltivare i campi. Qui vi erano alcuni approdi, quello di Agnone (marina di Ortodonico), Acciaroli (marina di Cannicchio) e Pioppi (marina di Pollica), «paesi resi ricchi dai frutti» e di “biade” prodotti nella zona, vicina al fiume Cilento, che «da[va] buon clima» (Ventimiglia, 2003: 45ss.). Ma la marina ancora a metà ‘800 era quasi disabitata.
Lo Strutt, imbarcatosi alla marina di Castellabate su una piccola barca intenta alla pesca di alici, arrivò a Licosa da dove proseguì a piedi lungo una piantagione di fichi fino alla “Coast station” (posto di guardia) di Ogliastro, scendendo poi alla marina di Agnone. Da qui proseguì per Acciaroli dove il sergente di guardia mostrò somma meraviglia nel vedere che viaggiavano senza scorta, visti i ben noti pericoli della zona. Qui riuscirono a stento a recuperare un po’ di cibo (i soliti “maccaroni”, il cibo più facilmente reperibile) e dormirono in un palazzo diroccato, distrutto dai “ladri di mare” (sic).
Anche la marina Castellammare della Bruca (dove si nascondevano tra i rovi i resti di Velia), distrutta nel 1458 dai corsari, era quasi del tutto disabitata e il porto medievale di Sancto Macteo ad duo flumina, posseduto dalla Badia di Cava, non era più agibile: nel 1646 si contavano ancora 12 famiglie (fuochi) secondo il censimento focatico, non più registrate dopo la peste del 1656. Nel contempo si era formato il villaggio di Casalicchio (odierna Casalvelino), acquistato da alcune famiglie amalfitane che possedevano alla marina solo qualche magazzino per conservare le merci esportate a Napoli, fichi secchi e castagne infornate, carne salata o prosciutti, sugna, latticini, vino e olio. Il villaggio, posto vicino all’Alento, che si attraversava a piedi, poiché mancava la “scafa”, produceva molti frutti dai suoi “piani di semina” e in collina era piena di “olivi, viti, querce” e molti alberi da frutta e «gli abitanti … alla pesca si esercita[va]no … per la comodità del mare» (Antonini,1745: 288). Esso era considerato una «terra ricca” per il fiume Cilento che da[va] buon clima» (Ventimiglia: 45). Il mestiere di marinaio e pescatore era tuttavia esercitato soprattutto dagli amalfitani e non si contavano imbarcazioni (Sirago, 1988).
Ma le rovine di Velia erano sepolte e dimenticate, ricordate solo dagli eruditi come Antonini e Ventimiglia. Il Ramage ai primi dell’800 nel suo tour per il Cilento interno decise di scendere alla foce dell’Alento proprio per riscoprire un luogo ormai perduto, l’antica città greca. Egli scorse dei campi che, a suo parere, si potevano coltivare meglio e da lungi vide una alta torre diroccata, la torre detta di Sanseverino, vicina ad una spiaggia presso la quale crescevano ulivi secolari. Ma non esisteva una locanda e neppure abitazioni, solo poche capanne di pescatori che pescavano alici e sarde (Ramage, 2013: 77ss.) per cui ottenne ospitalità in casa di un signore a cui era stato indirizzato. L’impressione di desolazione da lui riportata è simile a quella dello Strutt che aveva trovato nel piccolo borgo di Casalicchio solo un pugno di case (“cluster of houses”) abitate nella stagione estiva da pochi pescatori di alici. Ma la vista era splendida, col promontorio di Palinuro in lontananza e le vele delle barche pescherecce che si stagliavano sul mare azzurro (Strutt, 1988: 50ss.).
In realtà dopo la distruzione di Castellammare delle Bruca, e del suo castello, di cui era rimasta solo «una torre tonda alta con corona», gli abitanti della zona si erano rifugiati nel vicino casale di Ascea, arroccato sui monti, terra ricca di olivi, fichi, viti, e una pianura ricca e ben coltivata, con un mare era pescosissimo (Antonini,1745: 319). Alla marina il feudatario aveva costruito una taverna e nell’”apprezzo” del 1728 si riferiva che vi era esisteva un «commodo scaro [approdo]… con due Torri Regie e una ventina di magazzini usati per conservare le merci, olio. vino, sugna, carne salata, fichi e castagne secche, latticini e pesce salato», da trasportare nella Costa di Amalfi e a Napoli o rivendere in alcuni mercati della zona (Gioi, Laurito, ecc.). In quel periodo su 700 abitanti si contavano circa 70 marinai, un cospicuo numero rispetto alle altre terre che esercitavano anche il mestiere di pescatori con 8 barche pescherecce (“schiapichelli” e “tartanelle”) in possesso di alcuni benestanti. In effetti il Ramage nel 1828 aveva descritto Ascea come un paese povero, anche se il signore che lo aveva ospitato in osservanza del venerdì gli aveva imbandito una ricca tavola a base di pesce “innaffiato” da un’ottima vernaccia. Ed anche lo Strutt ebbe la stessa impressione, aggiungendo di aver dovuto dare spiegazioni ai guardiani della stazione di guardia sui motivi che spingevano due inglesi a viaggiare da soli in simili luoghi, anche pericolosi.
Altro paese arroccato sulle colline era Pisciotta (definito “large village” dallo Strutt) con una marina ben frequentata dalle imbarcazioni, che trasportavano i propri prodotti a Napoli, specie olio e vino. Ma ancora nel 1828 Ramage osservava che il litorale era deserto e vi era solo la torre con il gendarme. Comunque, alcuni abitanti esercitavano il mestiere di marinaio e pescatore con proprie barche, circa 16 ai primi dell’Ottocento, occupandosi soprattutto della pesca delle alici “con la menaica”, una rete particolare ancor’oggi usata da alcuni pescatori che vogliono mantenere viva questa tradizione.
Anche il paese di Centola, nel cui territorio si trovava il porto di Palinuro, era arroccato in collina. Il porto di Palinuro, con longhissima entrata alle navi” (Antonini, 1745: 353) era quasi del tutto disabitato. Ma i feudatari avevano costruito una taverna e dei magazzini per conservare le reti della tonnara. I marinai, spesso stranieri, lamentavano però la continua ostruzione del porto a causa delle pietre usate a mo’ di ancora per posizionare la tonnara. La pesca e i commerci erano esercitati da napoletani ed amalfitani che trasportavano nella capitale i soliti prodotti cilentani: olio, vino, carni salate, alici e sarde salate. Comunque, anche se il porto non era molto sicuro serviva da rifugio per le navi forestiere, provenienti da Malta e dalla Sicilia e dirette a Roma, Liguria, Francia. Il porto, pur ampio, non era del tutto sicuro; perciò il Rizzi nella statistica di epoca murattiana ricordava che era utile “nettarlo” e rifarlo insieme a quello di Sapri. Ma ancora nel 1828 Ramage descriveva il piccolo villaggio di pescatori rimarcando che il porto, poco sicuro, poteva ospitare solo pochi bastimenti mercantili; e dieci anni dopo lo Strutt aveva trovato la stessa situazione, anche se il suo interesse era volto alle antiche rovine.
Una simile situazione si verificava nella ampia marina di Camerota, con i suoi casali di Licusati e Lentiscosa, dove a metà ‘700 vi era una taverna che però rendeva poco, dati i continui attacchi dei barbareschi. Anche qui vi era scarsa popolazione marinara ma i “forestieri”, di solito napoletani e amalfitani, esportavano nella Capitale le derrate prodotte in zona, specie olio, e di carne salata e sugna e pesce salato. Ancora nel 1828 il Ramage aveva trovato la marina poco abitata, tanto che ebbe problemi di alloggio; perciò decise di proseguire per la vicina San Giovanni a Piro, dove trovò una situazione pressoché simile, riuscendo a procurarsi a stento del cibo nella pubblica locanda: salsicce cotte alla brace, formaggio e ottimo vino. Invece lo Strutt fu più fortunato perché in una “bottega” era riuscito a trovare da mangiare e aveva potuto scambiare qualche parola con il proprietario, un veneziano “malinconico” che aveva militato negli eserciti napoleonici e si era poi trasferito nel paese della moglie.
Anche i paesi del golfo di Policastro erano arroccati sulle colline e le marine erano poco abitate. La stessa Policastro era stata distrutta ai primi del Cinquecento ed abbandonata e gli abitanti si erano rifugiati nei casali di Santa Marina, San Cristoforo e Ispani, dove vi era un piccolo approdo, detto il Capitello; invece quello di San Giovanni a Piro era detto Scario e quello di Vibonati era chiamato La Petrosa (odierna spiaggia di Villammare).
In tutti questi approdi si esercitava il commercio con barche forestiere e si praticava la pesca, i cui diritti feudali fino al 1806 erano riscossi dalla famiglia Carafa, che aveva giurisdizione su tutta la marina. Ed ancora nel 1828 il Ramage poteva osservare solo delle misere capanne lungo la marina. L’unico scalo del territorio era quello del porto naturale di Sapri, anch’esso casale di Policastro, dove i Carafa, oltre ai diritti di pesca, esigevano anche quelli di approdo (“ancoraggio” e “falangaggio”) e a metà ‘600 avevano costruito alla Marina una taverna per ospitare i marinai forestieri che esercitavano un certo commercio sia per Napoli che per la Calabria, la Sicilia, la Puglia e Malta. E ciò si evince anche dalla descrizione del Ramage che, arrivato in barca da San Giovanni a Piro in questo “piccolo bellissimo porto” protetto da due torri, osserva il vicino paese che presenta un maggior benessere rispetto agli altri, con le sue case ben costruite e circondate da vigneti e giardini con alberi di aranci, limoni e albicocche, soffermandosi poi ad esaminare qualche resto antico che ancora si scorge.
Anche lo Strutt rimane estasiato dal porto di Sapri, dove per la prima volta scorge un brigantino che sta effettuando operazioni di carico di lana da trasportare a Marsiglia: egli annota che aveva visto simili imbarcazioni solo a Napoli, mentre lungo tutta la costa cilentana aveva visto solo piccole imbarcazioni che potevano effettuare carichi nei piccoli approdi. E lo stesso villaggio appare molto grazioso con i suoi piccoli “cottages”. Ma l’alloggio era comunque molto spartano e per pranzo “The eternal macaroni was prepared”.
La balneazione
Nelle Ordinanze per la balneazione reperite nell’Archivio Storico Comunale di Amalfi emanate nel 1927 come luogo di balneazione era citato solo Agropoli; invece, nel 1934, furono aggiunti anche altri luoghi cilentani: Capaccio, Castellabate (con le odierne marina di Santa Maria e San Marco), Pollica, Casalvelino, Pisciotta, Camerota, Centola (con le spiagge di Palinuro), Policastro del Golfo, Vibonati, Sapri e, nel 1937, anche Pontecagnano (con le spiagge di Paestum) [1].
Dai primi del Novecento la spiaggia della Marina divenne il centro dell’“Agropoli Turistica” grazie all’apertura di nuove attività: qui fu creato il primo lido, i Bagni Savoia, realizzato ogni stagione estiva su palafitte, inaugurato a fine Ottocento. Come per Amalfi esistevano i “camerini” femminili divisi da quelli maschili, secondo le norme della decenza richiamate nelle ordinanze. Fu aperto anche il lido dell’OND (Ordine Nazionale del Dopolavoro) e furono create strutture recettive, l’Hotel Carola, l’Albergo del Sud, l’Hotel Poseidonia ed alcuni luoghi di ritrovo come il caffè Nazionale e il bar Italia [2].
Nel 1924 lo stabilimento balneare non fu aperto, il che procurò disagi alla popolazione poiché durante la sua apertura nella stagione estiva il commercio veniva incrementato dalla presenza dei forestieri, che in altri paesi costieri limitrofi non potevano fruire di simili attrattive [3].
Anche il territorio di Castellabate, con le marine di Santa Maria e San Marco, cominciò a svilupparsi. Dagli anni Venti venivano organizzate anche colonie estive come quelle istituite nella costiera amalfitana [4].
Negli anni Trenta del Novecento venne creata a San Marco la colonia marina Italo Balbo sul tipo di quelle della costiera amalfitana, con alloggi ubicati in una casetta in muratura costruita sul litorale che poteva ospitare una trentina di ragazzi e ragazze. Sulla spiaggia antistante ogni anno veniva allestito un lido in legno che fungeva anche da refettorio. I ragazzi partecipavano a tutte le attività e socializzavano con i giovani del luogo [5].
Anche la zona di Palinuro, nel territorio di Centola, e di Marina di Camerota cominciò ad attrezzarsi per la nascente balneazione. A Palinuro fu costruito l’Hotel Santa Caterina. Poi venne attrezzata anche la spiaggia della Marina di Camerota
Nella Guida pratica del Touring del 1932 (ivi: 213) erano citate le spiagge di Agropoli, con modestissimi stabilimenti, di Santa Maria di Castellabate, di Pollica, di Acciaroli e Pioppi, delle Marine di Pisciotta e Camerota, di Capitello, frazione di Policastro, e di Sapri. Nella guida del Touring del 1953, Marine d’Italia, erano citate le spiagge di Paestum, Agropoli, Santa Maria di Castellabate, Agnone, Acciaroli, Pioppi, Marina di Casalvelino, Pisciotta, Palinuro, Marina di Camerota, Capitello, Villammare, Sapri, tutte prive di attrezzature balneari. Solo ad Agropoli vi era uno stabilimento balneare con sala da ballo e cinematografo, sul modello di quelli ischitani. Un certo miglioramento si ebbe dagli anni Sessanta, quando si diffuse il turismo di massa e le spiagge cilentane cominciarono ad essere attrezzate.
Stabilimenti balneari nel Cilento, Guida pratica, 1932
| Luogo | |
| Paestum | – |
| Agropoli | Uno stabilimento balneare |
| Santa Maria di Castellabate | Spiaggia |
| Agnone | – |
| Acciaroli | Spiaggia |
| Pioppi | Spiaggia |
| Marina di Casal Velino | – |
| Maina di Pisciotta | Spiaggia |
| Palinuro | – |
| Marina di Camerota | Spiaggia |
| Capitello | Spiaggia |
| Villammare | – |
| Sapri | Spiaggia |
Stabilimenti balneari nella provincia di Salerno, Marine d’Italia, cit., 1951.
| Luogo | Stabilimenti balneari |
| Positano | Tre stabilimenti |
| Paestum | Vasto arenile con pineta; manca adeguata attrezzatura (si dovrebbe creare) |
| Agropoli | Spiaggia uno stabilimento balneare con terrazza su m cinematografo ballo |
| Santa Maria di Castellabate | Alcune spiaggette con pineta (oggi San Marco) |
| Agnone | Piccola spiaggia: nessuna attrezzatura |
| Acciaroli | Spiaggia: nessuna attrezzatura balneare |
| Pioppi | Breve spiaggia |
| Marina di Casal Velino | Manca ogni attrezzatura balneare |
| Maina di Pisciotta | Spiaggia angusta: nessuna attrezzatura balneare |
| Palin | Nessuna notizia sulla balneazione |
| Mar di Camerota | Due piccole spiagge: nessuna notizia sulla balneazione |
| Capitello | Spiaggia: nessuna notizia sulla balneazione |
| Villammare | Spiaggia priva di attrezzatura balneare |
| Sapri | Spiaggia modestamente attrezzata (clientela distinta) |
Conclusioni
Una vera e propria svolta si è avuta dopo il 1806, quando è stata promulgata la legge per l’abolizione della feudalità. Lungo le marine, abbandonate per secoli, cominciano a svilupparsi i piccoli borghi a ridosso degli approdi, con un incremento delle attività di pesca e commercio, fino ad allora esercitati da napoletani e amalfitani con loro imbarcazioni. Anche i cilentani cominciarono a costruire barche e svilupparono le attività di pesca e commercio. La cantieristica navale venne sviluppata soprattutto a Castellabate, nelle marine di Santa Maria e San Marco, e nelle marine di Acciaroli e Camerota, mentre aumentava il numero di imbarcazioni possedute dai cilentani, soprattutto a Castellabate e Pisciotta. Di conseguenza si ebbe anche un certo aumento demografico, con incremento della popolazione marinara, soprattutto a Pisciotta. Ma un ulteriore incremento si avrà quando si ebbe quando, a partire dagli inizi del Novecento, il bellissimo litorale fu riscoperto insieme ai resti antichi di Paestum e Velia.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Archivio Storico Comunale, Amalfi, Categoria XV, Busta 4, Fascicolo 4,
[2] (https://www.infocilento.it/2020/03/27/gagine-di-storia-come-si-viveva-ad-agropoli-nei-primi-anni-del-XX-secolo/, di E. Apicella e sua pagina su Facebook).
[3] Archivio di Stato, Salerno, 1924.
[4] (Archivio Ernesto Apicella, Facebook)
[5] https://www.infocilento.it/2022/02/08/agropoli-pagine-di-storia-la-colonia-marina-italo-balbo/[4] https://www.infocilento.it/2022/02/08/agropoli-pagine-di-storia-la-colonia-marina-italo-balbo/
Riferimenti bibliografici
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https://www.infocilento.it/2020/03/27/gagine-di-storia-come-si-viveva-ad-agropoli-nei-primi-anni-del-XX-secolo/, di E. Apicella e sua pagina su Facebook
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.
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