di Valeria Salanitro
Il docufilm, Il Castello indistruttibile è la rappresentazione emblematica di un microcosmo che sviscera, gradualmente, e attraverso le narrazioni biografiche dei protagonisti, una dimensione macro in cui devianza, criminalità organizzata, sofferenza sociale, luoghi degradati fanno da cornice ad una polifonia dissidente e resiliente nel quartiere periferico di Palermo Danisinni Il rione comprende il territorio tra le vie Cipressi, Cappuccini, Colonna Rotta e Piazza indipendenza. Il nome deriva dalla sorgente che si chiamava in arabo Ayn Sindi che fu in seguito storpiato in Denisinni o Danisinni.
Qui, dove un luogo istituzionale, un asilo in disuso, diventa, negli occhi dei bimbi che si raccontano attraverso la pellicola, una casa e, per la precisione, «un castello indistruttibile in cui vivere per sempre».
Prodotto nel 2018 da la Société du Sensible & ZaLab View Film International Sales by Fandango, Il Castello indistruttibile, diretto e sceneggiato da Danny Biancardi, Stefano la Rosa e Virginia Nardelli ha vinto quest’anno il Premio Sole Luna Un Ponte tra le Culture.
Mi trovo di fronte ad un prisma emozionale in cui i protagonisti: Rosy, Mary, Angelo e Giada, poco più che undicenni, si cimentano in questa narrazione articolata e caleidoscopica dell’esser-ci in quel contesto degradato. Il file rouge del documentario è l’amicizia tra i giovanissimi che travalica stereotipi e stigmatizzazioni. É il racconto di adolescenti ancorati al proprio quartiere in cerca di identità, appartenenza e resistenza. É, altresì, il racconto delle metafore esistenziali in cui gli oggetti divengono dispositivi di sopravvivenza e soggetti con i quali cercare e trovare speranze e realtà ‘altre’.
La riconfigurazione dei luoghi è il marcatore simbolico di questo film. Rosy, Mary, Angelo e Giada sono i portavoce diretti di questa dimensione urbana segnata e lacerata da criticità sociali e problematiche politiche
In un non luogo, come l’asilo abbandonato che fa da collante in tutta la narrazione simbolica, i giovani attori ci raccontano il loro bisogno di esistere e di resistere. Reimpiegare l’asilo come abitazione privata, è questo il sogno dei ragazzi che, sin da subito, si mettono all’opera bonificando e reinventando un’aula dell’edificio. Calcinacci, cassette della frutta, libri e cartacce, cedono il posto ad arredi vissuti, a cui affidare l’arduo compito di restituire dignità ai bimbi di Danisinni. Un asilo, una stanza, un iperluogo riconfigurato: «una casa tutta per noi, una casa nostra, un castello indistruttibile». La distruzione evocata nel titolo e nelle argomentazioni di cui narrano i protagonisti è la chiave di lettura del film. Un presente distrutto, un passato forte, un futuro da reinventare e creare, attraverso un nuovo sguardo sul mondo.
La singolarità della sceneggiatura è sottile e secondariamente percettibile. Il racconto delle metafore e della pluralità delle identità degli adolescenti in quel microcosmo attraversato da mancanze, muove dal bisogno e dal desiderio di beni materiali e immateriali.
Tutto inizia dallo sguardo decostruente dei giovani che osservano la realtà circondante attraverso un binocolo magico. L’elemento preponderante nella narrazione è il domus, la casa, per l’appunto. Mary e Angelo, insieme con Rosy, perlustrano il panorama circostante scorgendo e scrutando ordini e disordini urbani, sociali e devianti, precostituiti dal sistema sociale in cui vivono.
La dimensione domestica rievocata tra le stringhe della narrazione filmica è estremamente rilevante. Lo si comprende in seconda battuta, quando i giovani raccontano delle loro esperienze familiari: «Puoi dire a tua madre, che oggi mangio da te, perché è successo un problema a casa mia?» e ancora «Questa è Casa Nostra!». La richiesta latente cela indubbiamente il bisogno di stabilità, solidità, e famiglia di questi sguardi vivaci, cercatori di unione.
In secondo luogo, l’elemento fondamentale narrato nel documentario è la valenza straordinaria di un Asilo in disuso. Marcatore simbolico plurale: asilo come metafora dell’infanzia, dell’esserci ingenuo e fanciullino, come luogo parallelo alla realtà. Simbolo al contempo affettivo, culturale, paideutico, sociale, aggregativo/disgregativo, evocativo di distanze sociali articolate su di un piano esterno/interno. Spazio in cui la generazione zeta si ritrova, si riappropria del mondo infantile, rigenera se stessa e riprogetta i luoghi in una nuova dialettica tra natura e cultura.
Elemento preponderante del film è il degrado, contrassegnato dall’abbandono dell’edificio in quel quartiere in cui si coglie in tutta evidenza lo scarto, la marginalità, la perifericità, lo sfacelo urbano e sociale.
É davvero interessante cogliere lo sguardo dei registi che si posa inesorabilmente su quello dei bimbi di Danisinni che parlano delle pratiche devianti che opprimono la vita quotidiana e le abitudini comunitarie. Mary, Rosy Angelo e Giada, parlano di sparatorie, di carceri, di pistole puntate contro amici, di morti, di madri destinate ad essere tradite e dedite ai tempi dei colloqui in carcere, come il caso di Giada, la quale omette un abbraccio al padre per motivi disciplinari. Ma è anche la narrazione di un sistema vitale/modello educativo incorporato. Le bimbe pensano a se stesse da adulte e si vedono mogli, madri e tradite, riproponendo con timori e tremori paradigmi vissuti ed ereditati.
É anche il racconto delle relazioni fallite e di quelle solide, ma anche delle esperienze di riscatto di Angelo, che si definisce un lupo che non uccide, ma che ferisce e uno a cui i malavitosi di Danisinni non piacciono. É la descrizione velata di un sistema criminogeno patriarcale in cui le donne non sono malavitose, ma dedite alla trasmissione del sapere del padre.
É, infine, il film dei simboli: i giochi venduti dal commerciante ambulante che riporta i protagonisti alla dimensione ludica tipica dell’adolescenza, che rievoca l’inclusione sociale in un contesto dominato dalla distanza; dallo smartphone che stride con la povertà assoluta del centro urbano, dalle siringhe da non toccare, dal binocolo come sguardo dalla finestra sul nuovo mondo: il luogo del tempo libero ricreativo che non è più l’asilo ristrutturato dopo 15 anni, ma una spiaggia in cui la quiete rievoca il sodalizio amicale tra i protagonisti di questo racconto sospeso tra la violenza della realtà e la poesia dell’immaginario.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Valeria Salanitro, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica, d’Impresa e Pubblicità (curriculum Comunicazione Sociale e Istituzionale), presso l’Università degli Studi di Palermo; nonché un diploma in Politica Internazionale (ISPI) e uno in Studi Europei (I. Me.SI.). Ricercatrice indipendente, redattrice e autrice di molteplici contributi inerenti la Politica estera, le Scienze Umane e i Gender Studies. Ha collaborato con diversi Istituti e testate giornalistiche. Il suo ambito di ricerca verte sui Visual and Culture Studies e sulla Sociologia dei fenomeni Politici; si occupa di immagini declinate in senso plurale, nonché dell’uso politico delle medesime nel contesto internazionale. Tra le sue pubblicazioni scientifiche annoveriamo: La rappresentazione mediatica dello Stato Islamico, edito da Aracne 2022 e Immagini di genere. Donne, potere e violenza politica in Afghanistan, Aracne 2023.
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